Di gatti e di farfalle

Gino e il suo trattore sono coetanei.
Lui dice che il suo vecchio Carraro inquina più di uno moderno, che lo sa bene, ma che costruire un trattore nuovo inquina ancora di più, e che il cambio gli costerebbe dei soldi che sugli alberi suoi non crescono.

E che poi il suo vecchio trattore lo userebbe qualcun altro, che da qualche parte un gatto si morderebbe la coda e che da qualche altra una farfalla batterebbe le ali causando un temporale che rovinerebbe il suo raccolto.

LM

Excusatio non petita …

Ah…

Scoprire che, se non bevono, gli alberi grandi e fighetti e idrovori piantati solo ieri a milionate si seccano, epperò un colpevole c’è, si chiama cambiamento climatico, e tutti noi dobbiamo resistergli resistergli resistergli.

Da una sala condizionata a 19 gradi, che a 18 pare brutto.

Ah…

Vorrei sorridere. Sorrido.

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LM

(la foto ritrae un uovo che si sta sodizzando)

Acqua

Da cosa nasce Pane e Noci? Da questa esperienza barcellonese dell’anno scorso, che ripubblico.

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Questa polo era di mio padre.

Mi è visibilmente abbondante, lo so, ma il portarla mi dà piacere.

È provata dal tempo e dall’uso, ha il collo un pochino consumato e sarebbe l’ora di sostituirla.

Dieci giorni fa, all’incontro di QuoArtis, Marco ci ha raccontato che per fare una polo, dalla coltivazione del cotone alla distribuzione finale, serve l’acqua che una persona beve in due anni e mezzo.

La tengo.

LM

La casa di Maurizio

Maurizio viveva in questa casa ricoperta d’edera.

[…]

In questi pochi anni sono tornate molte delle piante che c’erano prima che costruissero la casa.

C’è una macchia inselvatichita di erbe, cespugli e alberelli vari che vengono dall’argine, quelli che Maurizio falciava appena loro ci provavano.

[…]

A me piacerebbe farla rivivere tutta, questa nostra terra antica, restituendole i nostri debiti senza stravolgerci la vita.

Una restituzione graduale, a rate, lasciando che i campi dei tanti Maurizio tornino ad essere com’erano. Tante tessere di un mosaico che nel tempo potrebbe prendere la forma di un paesaggio fatto di città immerse nel verde, dalle sorgenti del Bacchiglione fino al mare.

Dapprima tornerebbero il sambuco, il salice e l’olmo e con loro le starne e i tordi, e poi arriverebbero le querce, i carpini e i frassini, le ghiandaie, qualche ciliegio, i picchi, le lepri e le volpi.

[…]

Sarebbero boschi amici, buoni, campagnoli. Come siamo noi.

[…]

Estratto da “Pane e Noci”, Ronzani Editore.

Pane e noci

Lumache

La nonna di Galdìno raccontava che Brenta e Piave erano sacri alla Patria da molto, molto prima di esserlo. E che non bisognava mai approfittarne, perché loro sapevano.

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Mutilati a colpi di ruspa per cavargli la ghiaia e la sabbia da dentro la pancia e riempirla di frigoriferi, copertoni e fogna varia, ogni tanto loro s’incazzavano, uscivano dagli argini e i giornalisti urlavano “global warming!”.

E così loro s’incazzavano ancora di più e lavavano via un po’ di case e strade.

Anche Luigi il fruttivendolo, si incazzava.

Perché lui da bambino ci andava a nuotare, nel Piave, finché sua madre metteva a mollo i rami di salice per farne delle ceste.

È che oramai anche i Mesopotami si erano assuefatti all’uovo subito e alle Maldive a rate.

Agli oroscopi sui bigliettini dei biscotti, ai panini camminando, al ‘costa meno prenderne uno di nuovo’, al mais sterile, ai filtri per l’acqua del rubinetto, al riso senza lattosio, alla birra senza schiuma e alla bava di lumaca, quella che fa andar piano anche i segni dell’età.

Qualcuno dice che furono le lumache, a diffondere il virus del 2020.

Ma io non ci credo.

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Lucio Montecchio

1945, Olivo. 2022, Ulivo.

 

Parecchio tempo fa, la Bice mi raccontò che nel 1945 presero suo cugino Olivo e lo portarono nella camera di tortura di Conetta, provincia di Venezia. E che lo massacrarono di botte e gli staccarono le falangi dall’indice al mignolo legandogli le mani sulla parte superiore di una porta di ferro e sbattendo la porta medesima contro il suo stesso telaio e con italico impeto. Olivo non parlò, forse perché non sapeva, e si ritrovò a camminare con le stampelle per tutta la vita e coi soli pollici sani. Che così non puoi neanche fumare una sigaretta, non puoi.

Stamattina sono passato da questa rotatoria, a grossomodo 20 chilometri da Conetta, e mi è tornato alla mente quel ricordo tristo.

 

Lucio Montecchio 

 

Schei

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Il caldo costringeva le persone a casa a consumare tè freddo alla papaia o a passeggiare dentro ai centri commerciali.

«Caldo, caldo becco. Sto piazzale butta su un gran caldo, capo. Gli esperti hanno anche inventato un termine nuovo: ‘Isole di calore’», commentò Galdino.

«Sai cosa ti dico? Che, coi soldi che stanno arrivando, noi piantiamo milioni di nuovi alberi! Chiamiamo il più grande architetto di alberi e ne mettiamo giù di tropicali e colorati. Tutti i colori dell’arcobaleno, che va di moda. Lo inventiamo noi lo slogan giusto: ‘Isole di colore’. Così facciamo una bella frescura e nuovi posti di lavoro», ribattè il boss.

«Beh, non è che ci voglia tanto lavoro per piantare un albero, e quello dura duecento anni».

«Piantarli e potarli, ogni anno. E dopo un po’ di tempo abbatterli per far posto a quelli nuovi».

«Ma io non ho mai visto potare gli alberi nella valle da me, capo».

«Si farà perché servirà, Galdy. Credimi».

«E a cosa? A buttar via schei?».

«Eh no, caro. A farli, i schei!», asserì il boss sorseggiando un camparino.

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Lucio Montecchio

Ahhh…

Questa mattina un amico cercava di convincermi che la ruggine sul cofano della sua Punto è causata dall’aumento del prezzo della benzina.

Ho cercato di farlo riflettere sul fatto che le due cose non possono essere minimamente associate, che sarebbe come correlare la probabilità di tumore ai polmoni al numero di scarpe, ma niente… lui dice che lui è un esperto di pneumatici e che lui queste cose lui le sa, che è anche certificato dall’omino miscelen, e che imbianchini e fruttivendoli pensano che lui abbia ragione ma che, a ben pensarci, effettivamente potrebbe dipendere dalla marca della benzina, dal prezzo al superself e forse anche dalla salute degli scimpanzé. Ma che questo sarebbe da dimostrare.

Grazie a Dio è venerdì 🙂

Foto: autoritratto.

(questo post, pubblicato nella sezione “sassolini”, lo capirete in pochi: chiedo davvero scusa ai molti)

LM

Caro amico ti scrivo

Ah… che bello ricevere questo messaggio da un amico che non conosco ancora di persona.

Lo vedi, che i social servono?

Grazie, FG

“L’ho finito di leggere.
Ieri sera.
Il fatto è che avrei potuto divorarlo.
Invece no.
Non potevo.
Volevo godermelo un po’ alla volta.
Così è stato.
E mi dispiace che sia già finito.

Il fatto è che ogni brano è una sciabolata di emozioni.
Forti e contrastanti.
Mi hai commosso più volte.
Ho riletto un paio di brani sabato mattina ad un amico.
E mi sono commosso ancora.

Ho compreso i tuoi complimenti alle mie storie.
È un grande onore.
Mi ci sono un poco ritrovato (con grande umiltà).
Tu scrivi in maniera diretta e devastante.
Breve ma intenso.
Molto.
Con la frase finale che ogni volta ti trafigge, e ti lascia in silenzio ad asciugarti.

Grazie di Cuore Lucio.
Lo rileggerò presto.

So che ci incontreremo nel tuo bar. A bere quel bicchiere di bianco.
A parlare di pane e noci, e altro.

A presto”

❤️🌳❤️

22 maggio, Giornata mondiale della biodiversità

“Nel giro di uno sguardo conto ventitré piante.

Riconosco con facilità le commestibili e le tossiche, perché me l’ha insegnato mia madre.

E poi ci sono anche otto insetti e un ramarro, che sta prendendo il sole su una pietra. Dentro a quella buca c’è sicuramente una talpa.
In tutto fanno trentatré specie in pochi metri quadrati.

No, trentaquattro: sono di questa terra anch’io.

È la meraviglia della diversità biologica, quella cosa che non ha bisogno di essere forzata con piantagioni costose, buone per prendere soldi o voti o andare sul giornale, ma di tempo”.

(Pane e Noci, Ronzani Editore).

LM

La cascina di Gino

La strada di fronte al mio terrazzo separa due mondi diversi.
Cento metri che sembrano cento anni.
Di qua un condominio moderno e anonimo, qualche albero dal nome esotico, una rete verde e dei cipressini fitti che servono per proteggerci dallo sguardo di chi passa.
Di là la cascina di Gino, un grande platano, il campo coltivato e una siepe di acero leggera e bassa che gli serve per la stufa.
Dal mio terrazzo lo vedo sempre intento a far qualcosa, col trattore sotto al portico, il frumento maturo e, poco più in là, l’argine del Bacchiglione. In quella direzione il sole resta acceso sempre un po’ più a lungo, colora i campi di bell’arancione acceso e accompagna Gino nella sua consueta passeggiata serale, col cane che gli corre dietro.

– “Pane e Noci” inizia così, come la mia giornata 🙂 –

Lucio Montecchio

La Giornata della Terra

Oggi è la Giornata mondiale della Terra, oggi si festeggia l’ambiente e la salvaguardia del pianeta Terra.

A me piace celebrare la terra nel senso di terreno, di suolo.

«Se un giorno avrò soldi mi piacerebbe comprare terra, tanta terra», ripeteva spesso Giorgio nell’appartamento che dividevamo da studenti. Il giorno del suo matrimonio gliene regalammo un vaso.
Sono passati vent’anni e di terra tutta sua non ne ha ancora, ma quel vaso ce l’ha su una mensola nell’ufficio.

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Il fatto è che ci è innato, il legame sentimentale con la terra e i suoi frutti, noi compresi.

Ci piace sporcarci di terra mani e piedi, ci piace odorarla.

Un mio amico di Barcellona prima di seminare la assaggia. Un rituale poetico.

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Anche la pioggia, oggi, festeggia la terra. E la terra ricambia profumando finalmente di primavera.

Lucio Montecchio

Pasquetta

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Eccolo lì, coi suoi fiori discreti.

Anche lui a ricordarci che la primavera è finalmente arrivata.

Vecchio? Non lo so e, sinceramente, queste cose dell’età, del diametro e dell’altezza non mi hanno mai appassionato.

E poi, vecchio rispetto a cosa? All’albero più vecchio? Al salice da vimini più vecchio? E come si misura l’età di un albero, in anni? E se anche fosse, fra cento o duecento anni cosa cambierebbe? Una foto in più?

La sua fortuna è vivere lungo questo fosso abbandonato, lontano dall’appetito di terra del proprietario di adesso; “proprietario”, boh… forse lui non sa neanche di averlo, diversamente dalla volpe che da anni ci fa la tana lì sotto.

Secondo me un centinaio d’anni fa era già grossomodo così, col fusto tozzo e la chioma bassa, generosa di rami elastici che qualcuno tagliava regolarmente per legare delle viti che adesso non ci sono più.

Sì, è facile che sia sopravvissuto perché era utile e che poi sia stato dimenticato perché dov’è non dà nessun fastidio.

Dimenticato: libero di scegliere. Di adeguarsi a equilibri sempre diversi causati dalla carie che gli sta trapassando la base.

Con tutti quei segni di un passato di cicatrici curate a vento e acqua, di tentativi di trovare il modo meno peggio per uscirne, qualcuno lo chiamerebbe veterano, qualcun altro monumentale. Aggettivi, inutili aggettivi.

Lui se ne frega, ne sono sicuro, e pian pianino ce la mette tutta e ci sta riuscendo. Con calma, che il tempo non gli manca.

Eccoli là, quei bei cordoni legnosi che salgono dalle radici e lo percorrono fin su in alto. Per ora servono a inscatolare e irrobustire quell’ampia porzione bucata, come fanno i contrafforti delle vecchie mura di Padova. Una corazza mano a mano che serve; su misura, ecco. Quando il fusto più vecchio si spezzerà a terra sarà uno di loro a diventare fusto, o più di uno.

Andrà avanti così, a lungo, per chissà quante primavere di fiori cotonosi, grigini, invisibili a chi non li vuol vedere. Il fusto più malandato cadrà lasciando spazio a quei cordoni, che metteranno su una bella chioma ricca e poi dalle radici verranno su nuovi germogli, che non si sa mai.

E via che va.

Perché gli alberi sanno. Non saranno animalmente intelligenti, ma stupidi non lo sono di certo (che poi, definire noi stessi intelligenti proprio in questo periodo, ci vuole tutta).

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Pasquetta da sempre è una giornata da bicicletta e argini, fuori c’è un bel sole tiepido e Netflix può aspettare, credetemi.

Cercate uno di questi bei salici campestri, ce ne sono tanti, e fermatevi anche voi a dargli un salutino.

Fa bene all’anima.

Lucio Montecchio