Fra i rami e il cielo

“Sembrerò morto e non sarà vero”. Antoine de Saint-Exupéry.

Ho conosciuto Teresa il giorno in cui è entrata in chiesa, scagliandosi come una furia verso quel prete che poco prima aveva cacciato in malo modo Nicola dall’incontro di preparazione alla prima comunione perché, a suo dire, aveva i capelli troppo lunghi.

Erano semplicemente dei lunghi boccoli biondi, come quelli del bambino sulla scatola dei biscotti Nipiol che lei aveva ritagliato e teneva con orgoglio fra le foto e le pagelle di un figlio al quale aveva fatto anche da padre.
“Vai a tagliarti la lana, capellone” negli anni ’70 significava un sacco di cose, tutte negative.
Ero troppo lontano per sentire cos’ha detto a Don Severino quel giorno, ma alla fine se n’è andata indicando con fermezza la lunga chioma di Gesù, sul dipinto in fondo.
Quelli erano i tempi in cui, per essere parte di una comunità di tremila persone, dovevi essere ben voluto dal sindaco, dal farmacista e dal prete. Il resto veniva dopo.
Quel giorno, lei aveva scelto di allontanarsi dal prete e dalla chiesa.

Da quella chiesa.

Teresa era l’ultima di sei figli, cresciuta come tanti altri in una famiglia che aveva imparato a sue spese che, per sopravvivere alle difficoltà, lamentarsi serve a ben poco.

Ognuno contribuiva secondo le proprie capacità.

Papà Piero era il primo a uscire e l’ultimo a rientrare.

Quando tornava dallo zuccherificio andava nei campi finché c’era luce e poi si attardava sotto al solito ciliegio, pensoso e in compagnia di quel trinciato forte che sapeva rollare con una mano sola.

Teresa, “la piccola”, lo raggiungeva quasi sempre, curiosa di nomi di animali e di storie, vere o finte che fossero.

Come quella volta in cui, sulle ginocchia di papà, scoprì che quell’albero era il braccio di un uomo enorme che saliva da terra, con la mano aperta per toccare le nuvole con le dita.

E’ per questo che mi fermo qui ogni sera. Sotto di noi c’è l’altra mano, che regge il peso delle nostre giornate.

Ascolta: lo senti sussurrare fra i rami?

Gli indiani chiamano questi alberi Totem.

Gli alberi sanno, perché sono fatti di tempo, di quello nostro e di quello di chi li ha protetti prima di noi.

Quando io non ci sarò più toccherà a te tenergli compagnia. Lui saprà ascoltarti, e ti parlerà con la voce del vento.

Teresa non poteva sapere che, dopo qualche giorno, papà sarebbe andato in cielo per colpa di un brutto male.

Si, all’epoca non si diceva morto, non si diceva tumore.

E così, negli anni, Teresa aveva preso l’abitudine di andare al ciliegio quasi ogni sera, anche in quelle giornate autunnali bagnate, quelle che velano i colori di grigio.

Si sedeva su una di quelle radici grosse e guardando la chioma alla rovescia gli raccontava di com’era andata la giornata, della mamma sempre più anziana e soprattutto di Nicola, coi boccoli biondi come il bambino dei biscotti.

Capitava anche che Teresa infilasse dentro a quel buco enorme fra le dita del ciliegio una sigaretta sottratta a Guido, oppure un bigliettino coi suoi segreti più intimi.

Perché, se l’albero era fatto di tempo, papà era ancora lì.

Da qualche parte, fra i rami e il cielo.

Lucio Montecchio

Game over

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Però io ve l’avevo detto che non c’era più tempo.

Ci avevano provato in mille modi a farcelo capire, anche scendendo a compromessi discutibili.

E noi niente, a tagliare per il gusto di tagliare, a piantarli dove non volevano, ad avvelenarli per un po’ di mele in più, ad ammazzare quelli che pretendevano di spostarsi troppo.

Non dite che non lo sapevamo …

Lo sapevamo da quando abbiamo deciso di tagliare più alberi di quelli che crescevano.

Ne abbiamo uccisi milioni per far spazio alla soia ogm, alle piste da sci, alla palma da olio e a quell’autostrada inutile.

Lo sapevamo da quando abbiamo iniziato a violare le tombe dei loro antenati per farne gomme invernali, scarpe da tennis, moplen e bambole gonfiabili.

Abbiamo riempito di diserbante i fossi, le tartarughe e l’acqua del rubinetto.

Abbiamo avvelenato le zanzare, le farfalle e le api.

E così il bosco ha chiamato questa lunga pioggia per un fuoco di copertura, impedendoci di accendere il decespugliatore.

Ed eccoli qui: sono Aceri, fanteria d’assalto. Marines vegetali.

Tutti su col periscopio ad osservare le nostre debolezze, ad aspettare il momento buono per dare il via a una guerra chimica globale, epocale, fatta con l’anidride carbonica della quale sono gonfi.

Sarà peggio del fosgene sul Monte San Michele.

Ammazziamoli tutti, subito, o sarà la nostra fine!!!

Lucio Montecchio

Germogli

Me lo ricordo bene quel gesto morbido, rotondo, dall’alto al basso.Pollice sotto, indice e medio sopra a tirar via con delicatezza un po’ di giovani foglie di faggio per portarle alla bocca e assaporarle.Gliel’avevo chiesto io, di mostrarmi com’era sopravvissuto.Ripeto in silenzio quel gesto primaverile da allora.Una liturgia tutta mia, ripensando a qualche sigaretta assaporata lentamente, assieme, di nascosto.Lucio Montecchio

Ghiri buongustai e cani curiosi

I veri specialisti della diffusione su lunga distanza delle querce sono uccelli col becco grande e tozzo. Còrvidi come la cornacchia, la gazza e la ghiandaia: Garrulus glandarius, un nome che ne racchiude lo stretto legame di simbiosi.

Poi ho letto un dato interessante: nella ghianda, i tannini (decisamente amari) sono concentrati attorno embrionale, cioè nell’estremità appuntita dalla quale germoglierà la piantina.

Se fosse vero, ho pensato, i roditori dovrebbero preferire la parte opposta, più dolce, lasciando all’embrione una speranza di successo.

Ho tagliato in due alcune ghiande ed effettivamente la parte sotto la cupola è decisamente più dolce, quasi gradevole. D’altra parte, noi stessi abbiamo mangiato ghiande per secoli, prima di scoprire e diffondere il castagno.

E allora venti giorni fa sono andato nel querceto qui vicino in cerca di tane di ghiro.

Per me è facile: è sufficiente piegarsi, far finta di annusare con interesse un buco e chiedere a Meg “cerca”. Lei trova qualsiasi cosa sia anomala.

Risultato: nelle tane molte ghiande erano mangiate interamente, ma alcune erano rosicchiate per meno della metà, e tutte dalla parte opposta all’embrione.

Ne ho raccolte una ventina, messe su un foglio di carta bagnata e aspettato fino al sabato successivo, osservando con stupore la fuoriuscita della radichetta e, poco dopo, delle prime foglioline.

Anche i roditori, perciò, contribuiscono alla diffusione delle querce.

Lucio Montecchio

Antefatto

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Perché “Fra i rami e il cielo è troppo breve”, mi ha scritto una signora gentile.

Il mio ego ringrazia.

Piero stava percorrendo gli ultimi metri polverosi che portavano a casa. Erano passati sei interminabili anni, da quando era partito per l’Albania.

La prima a corrergli incontro abbaiando sguaiatamente e lanciandoglisi sul petto fu Selva, con una barba bianca che una volta non c’era.

E poi sentì l’urlo di gioia provenire dall’orto “Piero! Piero!”.

Emma mollò la zappa e corse verso di lui scalza, facendogli perdere l’equilibrio precario per via di quello zaino pesante.

Rotolarono a terra piangendo, ridendo e piangendo per un tempo lunghissimo.

“Lo sapevo che eri vivo, lo sapevo”. Ma dove sei stato? Perché hai smesso di rispondere”.

“È stata dura, Emma, dura. Poi ti spiego”.

Ma a Emma non interessava già più: il suo uomo era vivo ed era tornato.

“Vieni, Teresa sta giocando sotto al portico”.

Di quella bambina che si era subito precipitata ad avvinghiare una gamba della mamma sapeva solo il nome, ma era lei. Quella che aveva cercato di immaginare per sei lunghi anni, che aveva animato i suoi sogni migliori. Ed era bellissima.

Posò un ginocchio a terra, tirò fuori dallo zaino logoro una piccola bambola di pezza rossa e le disse “Sono papà. Questa bambola te la manda una bambina che si chiama Daphne”.

“È papà. Prendila, è un regalo per te”.

Stettero in silenzio a lungo, seduti sulla panca guardandosi e accarezzandosi il viso l’un l’altra.

Com’era invecchiato quel ragazzo che aveva visto partire quella mattina. Com’era dimagrita la ragazza che aveva lasciato a custodire casa e figli.

Emma entrò in casa e uscì con una caraffa d’acqua fresca e due bicchieri.

“Ma dimmi, dove sono i ragazzi?”

“Clara è a servizio da una famiglia di Padova. Sta bene, torna il sabato per poche ore e poi riparte. Guido ha iniziato a falciare il frumento ieri.

Di Marco non sappiamo niente da novembre. Si era nascosto nel granaio, ma qualcuno ha fatto la spia. Per fortuna l’Adele ci ha fatto avvisare per tempo ed è riuscito a scappare verso i Colli, ma non sappiamo altro.

Sai, qui non va molto bene. I tedeschi si sono fermati in paese a lungo e hanno portato via tutto. Se non ci fosse lo stipendio di Clara sarebbe la fame. Guido fa quel che può, ma non basta mai”.

Anche la casa dimostrava il passaggio della guerra, come tutte quelle che aveva visto lungo il ritorno, un po’ a piedi e un po’ sul cassone di qualche camion americano.

Piero si svegliò di soprassalto. Erano gli artificieri americani che facevano brillare le bombe inesplose. Dall’altezza del sole saranno state le sei.

Fece un giro nella stalla vuota e poi nei campi, quei due campi che non facevano neanche un ettaro.

Guido era là, con un cappello di paglia e un fazzoletto rosso al collo, intento a brandeggiare la falce col giusto ritmo.

E poi arrivò al suo ciliegio, quello sotto al quale si fermava fin da ragazzo a riflettere e a prendere le decisioni più importanti.

Socchiuse gli occhi e rivide ancora una volta lo sguardo vuoto di quel ragazzo che aveva ucciso. Si lasciò carezzare da quel venticello leggero e ritmato.

Con quel passato avrebbe dovuto trovare il modo di far pace.

Lucio Montecchio

Il “Survivor Tree”

Debi and Mark 3

Non vi nascondo che quando Stefania propose di invitare al nostro convegno Mark Bays ho avuto alcune riserve: i costi organizzativi lievitavano solo a pensarci, con nessuna garanzia di rientro dalle quote e dagli sponsor.
Però oramai eravamo in ballo, l’esempio che ci avrebbe portato rientrava pienamente nella tematica e fermarsi non avrebbe avuto alcun senso.

E poi Mark ha preso posto, sorriso a Debi, sistemato il microfono e iniziato a raccontarci dell’attentato di Oklahoma City come fosse successo ieri: 840 fra morti e feriti, carri funebri, ambulanze, incendi e macerie sotto le quali si nascondeva un alberello superstite.

Un olmo né bello, né brutto. Un albero del quale prendersi cura per essere reso a una comunità ancora stordita, in cerca di un centro di gravità e di un esempio dal quale imparare i tempi lunghi della guarigione di mille ferite invisibili.
Poi Mark ha chiesto di abbassare le luci e ha proiettato questo breve video senza aggiungere altro. Guardatelo fino in fondo: al termine, tutti noi avevamo gli occhi lucidi.

Si, ne valeva la pena. Eccome se valeva la pena averti con noi, Mark.

Grazie.

Lucio Montecchio

Quote d’ossigeno

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Fra le isolette al largo dello stretto di Tarwich ce n’è una totalmente ecosostenibile, frutto della visione lungimirante di Theo Brooms, un magnate finlandese che se l’è comprata e ne ha fatto la prima “O2 Land”.

Di là dal fatto che Mr. Brooms l’ha chiamata così per banali motivi di marketing, si tratta di un progetto del quale sta iniziando a parlare con interesse un’ampia parte della comunità ambientalista.

In sostanza, invece di pagare per il carbonio emesso, chi sceglie di abitarci paga per l’ossigeno che serve a liberare quell’anidride carbonica.

Cambia ben poco, ma l’immagine che la materia prima abbia un valore almeno uguale allo scarto, mi sembra geniale.

Funziona così.

Ufficio Anagrafe. Sulla parete campeggia una targa di legno uguale a quella appesa nel bar di Alfio: “Per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno”.

Buongiorno, vorrei far domanda di residenza.

Bene, sa già come funziona?

Non proprio.

E’ semplice: una volta verificato il suo casellario giudiziario, calcoliamo di quanto ossigeno il suo stile di vita ha bisogno e, se concorda, versa l’ O2Tax. Che corrisponde al numero di alberi che provvederemo a piantare.

Mi sembra una buona idea, proviamo.

L’impiegato accende il computer e inizia con le domande: classe energetica della casa, cubatura, tipo di riscaldamento, se c’è il condizionatore, l’asciugatrice, il frullatore e via così. Alla fine tira la somma: 98 alberi.

In famiglia quanti siete?

Due adulti, due bambini e un cane.

Nove alberi. Fate sport?

Corro sull’argine con mia moglie e i bambini vanno a nuoto.

Bene. 4 alberi.

Scusi, ma qui si paga anche per correre?

Certo, ha idea di quanto ossigeno brucia uno che fa sport? Ma non si preoccupi, vivrà più a lungo.

Dieta?

No, da lunedì.

No. Intendevo onnivori, vegetariani, vegani o altro?

Ah. Io, i bambini e il cane mangiamo carne, mia moglie è vegana.

Automobili?
Una 2500 diesel e un’elettrica.

Quindici e tre, diciotto.

Tre alberi per l’elettrica?

Certo! Anche lei crede che la corrente nasca dentro alle prese?

Dunque, aggiungendo il 10% per imprevisti e spese generali, sono 150 alberi. Cinquanta a rapido accrescimento, per i bambini, e 100 più lenti per i genitori.

Per piantarli serve mezzo ettaro e dovremmo rinunciare al parcheggio là in fondo, perché siamo in un’isola e lo spazio, come vede, è limitato.

Poi ci sono le spese di impianto e manutenzione, ma quelle sono davvero basse.

In tutto sono 180.000 euro.

Ma come? 150 alberi per vivere in quattro? Vorrebbe dirmi che per tenere quel condominio in pareggio servono 2000 alberi?

E’ così, sono sulla collina là dietro.

Senta, in Italia ho un bosco di 600 alberi, posso metterne 150 a bilancio qui?

Non più di 75. I residenti devono avere almeno metà delle quote d’ossigeno nel comune d’emissione.

Si ricorda di quell’azienda asiatica che spergiurava di ammortizzare quote di carbonio in Bignonesia, che poi si è scoperto che neppure esisteva?

Può farlo per sé, ma sono il primo a dirle che il gioco non varrebbe la candela, o per i suoi bambini, o per i suoi nipoti.

Lucio Montecchio

Primavera ventiventi (reloaded)

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La primavera del 2020 ce la ricorderemo a lungo, racconta Vincenzo.

Sai, pensavo che ci sarebbe voluto più tempo, che avrebbero iniziato quelli più antichi e in un luogo remoto. E invece l’han fatto tutti assieme, contemporaneamente.

Dev’essere che, in quei decenni di convivenza forzata, gli alberi avevano inventato una lingua comune fatta di vento morbido e di odori speziati.

Fatto sta che, proprio pochi giorni prima della potatura, tutti gli alberi delle capitali europee iniziarono a far fiori mai visti, grandi e profumati. Un caleidoscopio di gialli, blu, rossi, bianchi, viola e arancione.

Però solo sulle punte dei rami.

Davanti a quella meraviglia nessuno ebbe più il coraggio di potare, e così i fiori inondarono l’aria e le strade di profumi e di petali come in un matrimonio indù.

Molti studiosi dissero che era per via del cambiamento climatico, altri davano la colpa alle scie chimiche.

Il vescovo tenne un lungo sermone sulla fine del mondo che si stava approssimando impetuosa e sul valore del pentimento. I linneiani crollarono in una crisi sistematica e profonda, e un po’ anche i post-darwiniani.

Io però credo che avesse ragione Cosimo, un nobile maremmano esiliatosi da anni su un melo.

Diceva di capirli perché parlavano l’Alberese, variante salmastra del Grossetano.

Diceva che era una loro offerta, in cambio della quale chiedevano di fermare per sempre la dolorosa amputazione dei rami.

Diceva anche che era la prova provata dell’intelligenza degli alberi. E che ci sarebbe stato da mangiare e motivo di far festa tutti i giorni. Però, quando aggiunse che ogni cristo sarebbe sceso dalla croce e che avrebbero fatto ritorno un sacco di uccelli, perse un po’ di credibilità e tornò ad essere additato come lo strambo del villaggio.

Resta il fatto che i comitati cittadini decisero che valeva la pena aspettare per vedere come andava a finire.

E così, dopo una fioritura abbondante, i cedri iniziarono a fare avocado, gli abeti papaia, i pini mango, gli ippocastani goji, le sofore una quantità impressionante di lulo e così via.

Immagina i frutti, immagina i fiori. E pensa alle voci, pensa ai colori! [F. Guccini].

Frutta costosa ed esotica, ora gratis e a portata di mano fino all’inverno.

Tivù e giornali non parlavano d’altro. Le radio mandavano reggae in tutte le sue declinazioni da mattina a sera, a mattina.

Un critico d’arte, pur di dire la sua, tirò in ballo Ligabue e i pittori naif ungheresi.

I grandi chef inventarono nuove ricette da preparare in tre minuti e i vecchi come me, che non sanno distinguere il falso dal vero, trovarono nuove storie da panchina.

Che anni, quegli anni …

Lucio Montecchio

Umarells

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Una vita del tutto normale. Una moglie innamorata, una figlia brava a scuola, la casa di proprietà, l’abbonamento a teatro e un lavoro da maestro con lo stipendio sicuro. Non un granché, ma sicuro.

Uguali e prevedibili, le giornate di Francesco si sgranano dentro ai confini del profilo da Umarell che si è scelto ormai da tempo, fatto di buongiorno-buonasera, sorrisi rituali e libri comprati on-line, da appoggiare vicino al divano per la domenica.

Scuole chiuse, oggi. E’ martedì grasso e anche i suoi ragazzi saranno protagonisti della sfilata di carri programmata in dettaglio fin dall’estate scorsa.

Il tema è prevedibilmente ambientale: “#Endangered”.

E’ per avere più follower su twitter, gli avevano detto i ragazzi della pro loco.

Apre il corteo un furgone giallo che manda Iko Iko a tutto volume.

A seguire, i carri delle diverse contrade.

Il primo è un cavallo di troia fatto ad elefante e ripieno di bambini vestiti da zebra. Di tanto in tanto, la proboscide spara una cascata di coriandoli verdi di plastica metallizzata.

Segue un orso polare cavalcato da una Inuit bellissima che brandeggia una bandiera bianca e lancia coriandoli rossi.

E poi rinoceronti, balenottere, pappagalli e altri animali esotici visti solo in tivù.

Metafore banali, arche di Noè moderne, Sign O’ The Times, pensa Francesco.

Ma perché non c’hanno messo un pipistrello, un tordo, un ramarro?

Oppure una di quelle tartarughe di terra che da bambini tenevamo nell’orto legate a uno spago finché la nonna non se ne accorgeva?

E le lucciole, da quante estati sono scomparse le lucciole?

Quanti animali dei nostri fossi sono spariti, finché disegnavamo panda?

Francesco lancia distrattamente il mozzicone verso l’ippocastano lì sotto, quello solito, quello che ad ogni primavera festeggia le api e poi esplode una cascata di coriandoli bianchi.

Chissà da quale parte della memoria riemerge Eraclito, ma ora il significato di “Quello che fai è ciò che diventi” gli risuona chiarissimo.

Domani spiego ai ragazzi come funziona un alveare. Anzi, ne facciamo uno assieme!

Lucio Montecchio

Ferrara, 8 febbraio 19

Drù !!!

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Abbiamo due soluzioni: un bell’asteroide e si riparte da zero o una somma di piccole cose, una somma di passi che arrivano a cento.

(“Una somma di piccole cose”, Niccolò Fabi).

Anno più anno meno, una cinquantina di milioni di anni fa e da qualche parte di quello che ora è il sudest asiatico comparivano le prime querce.

Coraggiose e pazienti, hanno lentamente colonizzato l’Europa e il Nordamerica.

Chiavi del successo furono la generosa produzione di ghiande e di gemme.

Le prime autonome e abili a colonizzare i dintorni, le seconde vincolate all’albero ma capaci di adeguarne la forma secondo necessità: alto, stretto, veloce, basso, lento, largo.

Le querce si sono diffuse ovunque il clima glielo permettesse, aggirando gli ostacoli o, semplicemente, fermandosi in attesa che il maltempo finisse. Un maltempo che poteva durare qualche migliaio di anni e che si chiamava glaciazione.

Nel corso dell’ultima, che ha ricoperto la quasi totalità dell’Europa, ben poche sono state capaci di correre a sud più velocemente del ghiaccio. Alcune però ce la fecero, arrivando sulle coste del Mediterraneo e poi verso est, fino all’Eufrate.

All’inizio fu un periodo di benessere e di convivenza pacifica col resto del mondo vivente.

Dopo qualche millennio, però, il sovraffollamento iniziò a essere la causa principale di una accesa competizione per la sopravvivenza. Le piante per la luce, gli erbivori per le piante, i carnivori per gli erbivori.

L’ idea venne a Drù, una quercia centenaria che godeva della stima di quasi tutte le altre.

Ragazze, il ghiaccio si sta ritirando. O ci inventiamo nuovi patti di convivenza, oppure ci allarghiamo verso il nord. Un passo alla volta, come abbiamo sempre fatto. Sappiamo plasmarci all’ambiente, sappiamo essere ambiente.

Le più pigre preferirono restar ferme dov’erano e i loro discendenti sono ancora là, lungo il bordo del Mediterraneo.

Sono lecci, e sotto al sole cocente che arrivò di lì a poco (si fa per dire) ispessirono le foglie. Nelle zone più interne e calde, poi, ispessirono anche la corteccia e divennero sughere.

Alcune temporeggiarono, fingendo di non sapere come trovare il nord, ma Drù spiegò loro che bastava tenere il muschio sul davanti.

E così, tra alti e bassi, la maggior parte cedette alla tentazione di una nuova esplorazione.

Lo fece sommando i caratteri migliori che ciascuno aveva, creando ibridi mai visti prima. Adeguando la forma allo spazio, le foglie alla luce, la corteccia al caldo e le radici all’acqua.

Dietro di loro si creò una lunga fila di scoiattoli, uccelli ed erbivori vari.

Perché, sapete, le querce non rincorrevano record di velocità, altezza, larghezza o vecchiaia. Loro spostavano boschi interi. Come oggi.

Seppero diventare roverelle, con una peluria fine sotto a ogni foglia per limitare la disidratazione. Poi diventarono cerri e roveri e, raggiunte le pianure fresche e umide dei grandi fiumi, si trasformarono in farnie.

In questo viaggio evolutivo, farnie e roveri arrivarono fino in Scozia.

E gli uomini?

Fecero lo stesso, subito dopo gli “uccelli e gli erbivori vari”.

Semplicemente al seguito, perché dentro ai boschi di quercia c’era quel che serviva.

L’idea venne a Olga, donna pragmatica e coi peli sulle gambe.

Stanca di aspettare, un bel giorno prese per i capelli il suo uomo e, indicando la colonna di querce con la clava che aveva in mano, esclamò “Drù!”.

L’uomo non capiva, forse, ma ogni qualche chilometro Olga lo strattonava guardando avanti e urlando “Drù!”, fin su in alto, in Britannia.

Drù … un suono strambo, ma così convincente da essere rimasto associato al legame fra querce e uomini fino a diventarne culto.

Druidico.

Lucio Montecchio

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Scritto in compagnia di “L’incredibile viaggio delle piante” (Stefano Mancuso), la moka delle undici e la mia affezionata insonnia. Quella delle tre.

Piselli

Cattura

Famiglia aristocratica, quella del signor D’Arvì. Credo piemontese.

Secondogenito, il padre lo voleva prete. A Carlo invece interessavano i funghi, le piante e gli animali. E così, a vent’anni si è imbarcato come mozzo dal porto di Genova verso il Borneo, a riflettere sulle cose della vita e a osservare alberi, liane, uccelli col becco tozzo, tartarughe giganti e tigri.

Cose che aveva già visto nei racconti di Salgari e nei quadri di Ligabue.

Più che altro fu un viaggio dentro sé stesso, che lo fece tornare un bel po’ diverso: sguardo a volte perso nel vuoto, un quaderno sempre in mano, ragionamenti strambi e look hipster, barba compresa.

Ma come fa a disegnare i movimenti delle piante?
Lui solleva la matita dall’albero che si sta ancora muovendo, come in un film d’animazione. La pianta continua a crescere, l’edera la avvolge, ogni tanto cade un ramo e ne spunta un altro, gli uccelli ci fanno il nido e dopo un attimo i giovani volano via. La neve cade e dopo qualche secondo è già estate.

Circospetto, verifica che attorno non ci sia nessuno.

Vede, professore, è la mia mente a disegnare. Quand’ero a Sumatra ho conosciuto la dottrina Hunati e il potere della Caskia.

Caskia! L’albero sacro!

La conosce anche lei?

Per sentito dire ….

Non l’ha mai provata, vero? Oramai ci conosciamo da tempo: vuole favorire?

Mi allunga una fiaschetta d’argento istoriata. Annuso, odore di sciroppo per la tosse. O, forse, di pollo arrosto.

Si fidi, si fidi, ne faccio uso da cinquant’anni e sono ancora qui.

[ Si, ma ti sei visto? E adesso cosa faccio? Bevo? E dopo? Però quando mi ricapita? ].

Ne verso un bicchierino. E’ un liquore rosso e denso.

Meno! Molto meno! Permette? Faccio io. Sennò si fa un viaggio di tre mesi.

Mi scusi, sono abituato con la grappa.

Ecco, così va bene. Ci vediamo là fuori.

Frastuono, colori, profumi, testa che scoppia. Esco a prendere un po’ d’aria. Stavolta l’ho fatta grossa …

Solo che, fuori dalla porta, la strada non c’è più. C’è un sentiero nel bosco e lui sta passeggiando con un signore magro magro, vestito da parroco.

Le presento il collega Gregorio, questo è il nostro appuntamento del martedì sera. Lui è di Brno e conta piselli.

In che senso?

Nel senso che conta piselli, esclama ridendo e battendogli una pacca scherzosa sulla spalla.

No, dai, seriamente: sta facendo uno studio sulla genetica. Gli piacciono la statistica, i piselli, la birra e l’erba pipa. Le donne un po’ meno. E ridono complici, come due amici di vecchia data.

Quello là in fondo è un pittore olandese. Per venire fin qui succhia il blu dai tubetti del colore. Però lasciamolo solo: non ama molto la confusione.

Chiacchierano camminando lentamente, con le mani dietro la schiena.

Io mi guardo attorno: è un mondo nuovo.

L’erba nasce, fiorisce e secca in pochi secondi. Gli alberi giovani diventano vecchi in pochi minuti e nel frattempo i rami si allungano e si rompono. I fusti ricrescono cambiando mille forme, sempre diverse.

Guardo verso le montagne. Il bosco rovesciato a terra dalla tempesta di ottobre sta crescendo a vista d’occhio. Il seme caduto in sovrabbondanza l’estate scorsa ha già fatto un tappeto di alberelli senza alcun aiuto, i funghi stanno trasformando in humus i tronchi che non sono stati tolti per tempo e il faggio sta prendendo il posto dell’abete quasi ovunque.

Mi giro e li guardo meravigliato, ma loro mi sorridono indicandomi il bosco, che ora è già adulto.

Benvenuto fra gli Hunati, Lucio.

Non preoccuparti, è l’effetto del succo di Caskia. Rallenta il metabolismo di mille volte. Un’ora sono mille ore. I tuoi occhi stanno vedendo con tempi diversi. Il tuo sangue scorre a un metro l’ora, come nei pini. Il tuo battito è rallentato tanto da essere impercettibile.

Te lo ricordi The Matrix? Ecco, diciamo che hai preso la pillola rossa.

Questo è il mondo che ci sta attorno tutti i giorni, da sempre. Accessibile solo a chi ha il coraggio di varcare la porta del tempo.

Da adesso gli alberi e i boschi ti saranno diversi. Saranno diverse le foglie, i fiori, le radici e …

“… e i piselli ! ”, esclama ridendo Gregorio.

Lucio Montecchio

– Storiella ispirata da Alien Earth di Edmond Hamilton, pubblicata in Thrilling Wonder Stories nel 1949 –

Semplicemente piante?

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Del tutto simili a quelle che vediamo al margine dei nostri boschi, 350 milioni di anni fa le felci avevano imparato dai loro predecessori il modo più semplice di vivere a lungo.

In fondo, bastava catturare la luce della stella più vicina fra una molecola d’acqua e una di anidride carbonica, ottenendo in pochi secondi una molecola di glucosio e un po’ di ossigeno.

Consapevoli degli immancabili momenti di crisi energetica, trasformavano l’eccesso di zucchero in amido, da distribuire e immagazzinare lungo tutto il corpo.

Facile? Mica tanto: ho lasciato sotto al sole una bottiglietta di acqua gasata mille volte, ma non è mai successo nulla. Solo le piante sanno fare zucchero, amido e ossigeno.

È per questo che sappiamo andare su Marte ma, in fondo, resteremo sempre dei coltivatori di piante. Per fortuna.

Lucio Montecchio

Acconciature vegetali

L'immagine può contenere: cielo, albero, abitazione e spazio all'aperto

Avete presente le foto appese dal barbiere?

Quelle che tu entri e trovi alcuni tagli alla moda fra i quali scegliere e poi ne fanno uno su di te e dopo due ore ti guardi e ti viene da piangere?

Ecco, in questi giorni stanno ripartendo i cantieri di potatura e mi sembra proprio che alcuni di questi cosiddetti arboricoltori selezionati con cura da molte amministrazioni abbiano poche idee e certamente confuse.

Sia chiaro: senz’altro ripudiano il mastice (perché credono che ne esista un solo tipo). Senz’altro sono bravi a potare “salvaguardando il collare”. E ci mancherebbe altro! Dopo trent’anni di libri, incontri, convegni e articoli, lo sa anche mia nonna in carriola!

Ma chissenefrega, se poi non conoscono la fisiologia del cedro e lo potano come fosse una magnolia? Se credono ancora che i rami crescano dalla base come i capelli, e non dall’apice come … i rami?

Credo che questi barbieri di alberi (che per fortuna sono una minoranza) abbiano stampato in mente due tipi di acconciatura: a sfera e a cono. Latifoglia e conifera, come nei disegni dei bambini. Sennò non si spiegherebbe perché stanno potando quel pino nero dandogli una forma da abete.

Lucio Montecchio

Metricubi

Molti dei boschi che mi hanno fatto innamorare di quello che sarebbe diventato il mio mestiere non ci sono più.

I telegiornali stanno misurando il danno in metri cubi o ettari, come fossero campi di frumento allettato dal vento. Come se chi è nato al settimo piano di un condominio in centro fosse tenuto a sapere quanto cuba un abete di 80 anni, o quanto è difficile coltivare un solo ettaro di bosco in montagna.
Cari giornalisti, provate a trasformare quegli alberi nell’ossigeno che 950.000 persone respirano in una vita, sarà più facile. O a misurare quei circa 7.500.000 di alberi lungo una strada, trasformandoli in 112.500 chilometri: quasi 200 volte la distanza fra Asiago e la capitale.

Aspetto con ansia la facile trasformazione da metri cubi a quintali. Anche perché di questo si tratterà: buona parte di quel legname, invece di vederlo marcire, sarà cippato e messo sul mercato nella sua forma più povera. Briciole di albero da trasformare in calore e anidride carbonica, nella speranza che altre piante riescano ad assorbirla.

Il danno vero, però, è un altro e ben maggiore: quello che i montanari non ammetteranno mai per quel pudore che gli è innato. Perché il bosco non si misura in alberi, o in violini che non usciranno più dalle foreste di Paneveggio.

I boschi sono identità culturale e sociale, orgogliosa appartenenza.

Chi abita l’Altopiano o il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane parla bosco, odora di bosco, E’ bosco. E allora immaginate una casa comune distrutta, grande quelle migliaia di ettari.

Credete davvero che fra 100 anni, quando avremo di nuovo abeti di 100 anni, sarà come la settimana scorsa?

La vedo difficile. A meno che non troviamo il coraggio per una rivoluzione culturale, magari prima che la neve ci stenda un bel lenzuolo bianco sopra.

Fra qualche giorno si terrà il decennale Congresso Nazionale di Selvicoltura e di questo evento si parlerà a lungo, spero. Ci sarà anche chi dirà “è solo colpa dei cambiamenti climatici”, chi dirà “io però l’avevo detto” o “se l’incarico per il piano di assestamento l’avessero dato a me”.

Ecco, mi piacerebbe che non fossero i soliti nomi a tenere le redini della discussione, mi piacerebbe che fossero le nuove generazioni di ricercatori e di tecnici.

Di bravi ce ne sono tanti: quelli che non sono ancora fedeli a certi dogmi culturali e ai molti aggettivi che si possono dare alla selvicoltura.

I nuovi boschi dovranno essere reinventati da loro, gestiti dai loro figli e goduti dai loro nipoti.

_ _ _ _

Dopo aver pubblicato il post ho ricevuto questo messaggio da una mia studentessa, alla quale non posso che dar ragione.

“Gent.le Prof. Montecchio,

Sono C.

Le scrivo perché ho sentito il bisogno di voler esprimerle un piccolo e segreto commento, riguardo al suo articolo “Metricubi” pubblicato nel suo blog.

Vorrei cominciare ponendole un quesito: Nella frase “… Chi abita l’Altopiano, o il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane parla di bosco, odora bosco, E’ bosco…”, non crede che manchi qualcosa? O meglio qualcuno?

Non crede quindi che anche il Bellunese, ma in particolare l’Agordino e GLI Agordini, odorino di bosco, SIANO bosco? Crede quindi che sappiano solo di gas di scarico della Luxottica?

Eppure le assicuro che il profumo del bosco aleggia anche in queste valli, tra le strade e la gente che abita con fatica quei piccoli paesini dimenticati dal mondo.

Le posso assicurare come Agordina, che in questi ultimi giorni si sentiva ancora di più. Mentre si percorrevano in macchina quelle poche strade che erano rimaste libere, o che da poco erano state riaperte, si poteva sentire quello spiccato, aromatico, balsamico e inconfondibile profumo di resina… profumo di bosco!

Lo vada a raccontare alla Valle di San Lucano: prima distrutta dal fuoco e dulcis in fundo, dall’acqua e dal vento! Lei era la più bella delle valli. Io (e non solo) ho passato l’infanzia a costruire dighe sul Tegnas, ad avventurarmi nel bosco e a correre sui suoi sentieri.

Lo vada a raccontare alle Lonie: sradicata dal vento. Era il paesino più bello del mondo. In quel bosco andavo a fare la legna, raccoglievo i funghi e costruivo le capanne con il mio nonno. Mi facevo rincorrere dalla mia nonna perché non volevo mai mettermi le scarpe.

Lo vada a raccontare al Martino o agli allevatori dei comuni di Selva di Cadore, Colle Santa Lucia, Livinallongo e anche quelli che non ho formalmente citato: sono stati per giorni senza corrente, acqua potabile e telefono… e chi le munge le vacche? A chi si lo si porta il latte? Non è stata danneggiata la stalla?

Lo vada a chiedere ad Arabba e Rocca Pietore, ad Alleghe e Falcade se non gli sono caduti degli alberi o macerie sugli impianti da sci o nei sentieri nel bosco!

Vada a parlare con il Dario, il Sandro e tutti i coinvolti nei C.A.I di Agordo: ha idea dell’ulteriore tanta fatica e tempo per liberare e ricostruire tutti i sentieri che ora, sono sotto “Metricubi” di legname e che sono stati mangiati dai corsi d’acqua?

Potrei poi raccontargliela all’infinito.

Lei mi dirà: i boschi ricrescono (magari è la buona volta che si decidono di non favorire solamente quei maledetti abeti rossi!), le strade e le infrastrutture si ricostruiscono e l’economia di montagna ricomincia! Lo dovresti sapere tu che ti stai laureando in Scienze Forestali e Ambientali!

Ragionamento logico, lineare e da manuale.

C’è solo un piccolo inghippo: se non si sa che anche lì c’è il problema, questo non si risolve!

Se ci si dimentica, anche questa volta, di quei paesi sulle montagne, i soldi e le menti che sanno gestire con professionalità queste situazioni, non arrivano e non ci aiutano a far ricrescere, a riscostruire e a ricominciare!

L’ Agordino è tanto importante quanto “…l’Altopiano, il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane…”!

I telegiornali li possiamo perdonare, alla fine, a forza di insulti sui social qualche secondo ce lo hanno concesso. Lei però non parla alla gente comune ma ai convegni internazionali “in materia di foreste ecc..”, parla con i suoi colleghi selvicoltori, forestali e soprattutto parla agli studenti. Sono sicura che a loro narrerà “…dell’Altopiano, il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane…”  dimenticandosi che esistono altre realtà che hanno bisogno proprio delle persone come lei e come i suoi colleghi perché sennò io ho il sospetto che il finale sarà questo: il bosco rimane così com’è adesso o si favorisce di nuovo quel stramaledetto abete rosso, le strade e infrastrutture non si ricostruiscono perché non arrivano i soldi e l’economia di montagna muore perché gli allevatori ci rinunciano e i turisti non vengono perché “è troppo disordinato”!

Questo territorio muore e la filastrocca dei “Padovani gran dottori… e Belun? Pore Belun, te se proprio de nisun!” continuerà a rieccheggiare in queste valli!

Con questa riflessione non voglio in alcun modo sminuirla o insegnarle niente. Rispetto con sincerità l’autorità e la sua veste di Professore e mio Insegnante! Il mio intento non è quello di attaccarla o offenderla!

Volevo solamente alzare la mano e dire: CI SIAMO ANCHE NOI!

Penserà: “Che esagerata! È matta!”

Io le rispondo: “Amo il mio territorio e le mie valli e so i sacrifici che la gente fa per mantenere quel tipo di <<cultura montana>> che la Luxottica parzialmente si è appropriata e quindi SONO DEGNI di essere messi sul piedistallo come “…l’Altopiano, il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane…”!

Alla fine i telegiornali li abbiamo perdonati e quindi “perdono” pure lei perché anche se la mia faccia dice una cosa, le assicuro: non penso affatto che il Prof. Montecchio dica solamente eresie!

Però una soddisfazione me la sono presa: alla fine i calcoli dei “Metricubi” li ha sbagliati pure lei…

Cordialmente

C. “

 

Lucio Montecchio

Castagne e vin novo

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E anche quest’anno abbiamo raccolto un po’ delle nostre castagne.

Di quelle piccole e saporite che ci portava mio nonno quando veniva a trovarci col motorino, per Sant’Andrea. Castagne, arance e carne da spezzatino. Anni sessanta: regali poveri, regali utili.

Castagne così piccole da essere uscite dal mercato, come certe noci e mele.

E chi la sa più la differenza fra castagne e marroni? O fra i marroni del Monfenera e quelli di Combai?

“Gira massa schei!”, direbbe sicuramente Carlo.

Castagno, albero generoso. Garanzia di sopravvivenza per chi, nei secoli, se l’è portato appresso assieme ai rastrelli e alle pecore dalla Persia fino al vallo di Adriano.

Fiori da miele e frutti da consumare arrostiti o bolliti, o da seccare per avere farina là dove il frumento non cresce.

Fusti larghi per i mobili, dritti e lunghi per il tetto di casa, o più sottili per tendere i cavi delle viti e quelli del telefono. O ancora più sottili per legarci le piante dell’orto o per affumicare la carne.

Perché, nelle mani giuste, del castagno si usa tutto (vero Mario?). Compresa la corteccia, ricca dei tannini che fino a qualche decennio fa servivano per conciare la pelle delle scarpe e delle cinture.

Poi, il boom economico è arrivato anche in questa terra di regali utili.

Abbiamo dato ospitalità a decine di concerie chimiche in cambio di centinaia di nuovi posti di lavoro e dell’inquinamento dell’aria e delle falde di mezzo Veneto, che continua a bere acqua che sgorga da bottiglie di plastica come fosse normale.

I castagneti esposti a sud li abbiamo venduti a chi ne ha saputo fare vigneti e noi ci siamo camuffati da siòri, ma è ancora facilissimo riconoscerci: villetta con telecamere perimetrali, quadri d’autore comprati in tivù e italiano ostentato, ma pur sempre privo di dòpie.

E’ triste provare vergogna del proprio passato. Andare alla sagra di paese e leggere crema di mais invece di polenta, o pork rack invece di costicine. Oppure scegliere “castagne e vin novo” e vedersi arrivare un vassoio di enormi marroni spagnoli accompagnati da un novello col nome in francese.

Me ne farò una ragione, cercherò di convincermi che anche questa è una voce di spesa inevitabile, oramai scritta da tempo nel libro mastro del nostro progresso.

Lucio Montecchio

Rovere

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Pochi giorni fa, un collega che mi onora della sua amicizia mi ha chiesto che albero preferisco.

Porcamalòra …. non ci avevo mai pensato.

Se si trattasse di oggetti sarebbe abbastanza facile. Ma così come con gli amici, i libri o la musica, come si fa? La mamma o il papà? L’estate o l’inverno? E’ una questione di momenti vissuti, sensazioni e sfumature.

Mi viene in mente il disegno dello stemma del mio paesino, mal copiato il quel quaderno di terza elementare che mi è passato fra le mani qualche settimana fa. Ci sono un ponte, un timone da barca e due rami incrociati. Ulivo e quercia, pace e forza: un grande classico.

Ulivi no, ma querce ce ne sono sempre state parecchie, attorno a me. Farnie, Quercus robur, quelle che fino a qualche secolo fa abitavano le pianure europee da protagoniste.

“Ma come, farnia? Rovere!” mi correggerebbe Renato. Si, perché farnia e rovere sono due specie così simili da riuscire a ibridarsi fra di loro e, siccome il loro legno si assomiglia parecchio, i falegnami chiamano entrambe rovere.

E poi, diciamocelo, a chi è venuto in mente di chiamare farnia una pianta possente e vigorosa? Vuoi mettere Rovere, onomatopea di robustezza e durevolezza, che solo a dirlo gratta in gola?

Diciamocelo, dai: farnia è un nome da piante fighette. Chi mai comprerebbe un porto o uno cherry invecchiato in botti di farnia? In questo blog, perciò, concedetemi il sinonimo farnia-rovere. Farete contento anche Renato.

Di rovere sono quei quattro metri cubi di tavoloni accatastati nel garage di mia madre in attesa del tempo e della serenità che ci vogliono per costruire un barca. Intanto però alcune di quelle tavole sono diventate taglieri e appendiabiti per gli amici.

Di rovere sono il tavolo e le sedie che mi ha regalato l’amico Doc. Sono come nuovi, ma hanno arredato prima casa sua, poi quella di Lele e poi la mia: il rovere dura.

Pam è rovere, come lo sono i suoi cugini di Sherwood e quelli nella tenuta di quello scavezzacollo di Benedict (nella foto uno dei tanti, sui 700 anni).

Di rovere parlano alcuni post che ho scritto in questo blog. O di ghiande (1, 2), che spesso raccolgo per avere in tasca qualcosa di piacevole da accarezzare.

Poi vado sull’argine, le ricopro un po’ e spero che diventino un bel Barbalbero centenario.

Finché non cambio idea, perciò, Rovere sia.

Lucio Montecchio

 

Al Termine

Lungo quella traccia ondivaga che segna l’antico confine italo-austriaco ci sono alcune osterie che si chiamano ancora “Al Termine”.

Segni particolari: plastico della valle ingiallito e fissato a una tavola di legno, insegna Sali e Tabacchi di lamiera nera, eventuale tabella dei gelati Algida sulla parte interna della porta di legno. Di quei gelati, quello che cerchi tu non c’è mai.

Aldo faceva l’antennista, ma un infarto potente l’ha stroncato finché era sul tetto di un condominio. Lui dice di essere morto e rinato, e che da allora ogni giorno in più è gratis. Ha preso in affitto questo bar poco frequentato, se la prende con calma e non mette fretta a nessuno.

Il tavolo è il solito, gli amici anche.

Marco, l’idraulico che se la cava bene anche con l’ elettricismo (perché co mì acqua e corente i và dacordo), è sempre prodigo di pettegolezzi locali. Sa di guardie e ladri, bracchi, caprioli e di corna di origine varia. E’ un po’ sovrappeso, e quando ride mi ricorda Vincent Vega.

Poi c’è Boga, che a dir la verità si chiama Bogdan. Di ritorno dalla Romania porta sempre un bottiglia di quella ţuică che, ancor prima del cervello, paralizza le ginocchia. Sta raccontando per l’ennesima volta di quei tre turisti che non si davano pace del fatto che le sue pecore non accettassero pezzi di panino con la bresaola.

Michele invece fa il boscaiolo. Cinquant’anni portati male, lavora dall’alba al tramonto ma non riesce a pagare l’università alla figlia, cameriera nei fine settimana per 30 euro al giorno, in nero. Ogni tanto gli scappa un’ombra di troppo.

In vetrina è ancora esposta quella vecchia mozione contro l’amministrazione comunale, rea di non aver fatto nulla per evitare che il vecchio carpino cadesse.

Lo conoscevo bene, quel vecchio albero.

Probabilmente, da giovane i suoi polloni hanno riscaldato più di qualche stufa, ma poi è arrivato il metano ed è stato dimenticato. E così si è messo a disseminare figli tutt’intorno e ad ospitare una ricca comunità di ghiri, tordi, cince, insetti e funghi vari. Un tasso si era scavato la tana fra le radici.

Ha fatto l’albero con generosità per decenni, finché che quel fulmine l’ha trafitto cambiandogli la vita.

Spelacchiato e mezzo rotto ha provato a reinventarsi e a farsi bastare quel che gli restava, ma era sempre più fiacco e, nonostante i tre puntelli di legno e l’orgoglio per quella tabella di albero monumentale, l’idea di lasciarsi cadere non gli dispiaceva affatto.

In fondo, di albe ne aveva viste già tante. Oramai erano tutte prevedibili.

Lucio Montecchio

Intersezioni

Il mondo della Luigina è una bolla trasparente che solo lei sa misurare.

Se ti avvicini, lei si allontana. Se ti fermi, lei si ferma.

Ci ho messo un po’ di tempo a ridurre quella distanza, inginocchiandomi e trapiantando erbe anch’io, copiando da lei. Le tira su con dolcezza, ne annusa le radici e le pianta poco lontano come a volersi fare un orto tutto suo. Alcune le scarta, ma non so perché.

Forse ripete gesti d’infanzia. Chissà … ormai ben pochi ricordano di quando è entrata in questo Centro.

Centro? Periferia? Questo è un mondo dove ognuno ha i suoi confini.

Finito il lavoro si siede sul bordo della solita panchina, il più vicino possibile al tronco dell’olmo.

Mi sono seduto sul cordolo di quel marciapiedi tante volte, sperando in un sorriso, ma lei guarda sempre lontano.

Quando ondeggia dolcemente avanti e indietro spesso si tocca con tenerezza la spalla sinistra con la mano destra, col gomito un po’ sollevato.

Dopo un po’ si alza lentamente, cammina fino alla macchinetta del caffè, aspetta che non ci sia nessuno e cerca qualche moneta dimenticata.

A volte mi capita di riuscire ad anticiparla: metto nel vano del resto cinquanta centesimi e mi siedo lontano, su una delle poltroncine. Lei li raccoglie e pigia il tasto della cioccolata. Poco dopo mi passa quasi vicino guardando in basso e torna nel suo mondo, fino al tramonto.

Ieri sono arrivato presto, ho messo in mezzo alla strada un piccolo acero e ho aspettato sul mio solito cordolo.

Come se fosse una cosa abituale l’ha preso e portato lungo il bordo più lontano del suo orto, senza toglierlo dal vaso. Forse non l’ha mai fatto o, forse, per ora le basta che sia suo.

Credo che camminando verso la panchina mi abbia sorriso.

The fool on the hill sees the sun going down, and the eyes in his head see the world spinning round”.

Lucio Montecchio

La morale è sempre quella …

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Questa storia si svolge sulla costa rocciosa di uno di quei paesini aromatici fatti di vento, di mare e di sole.

Pigiate pure su questo link, chiudete gli occhi e immaginate una cartolina dalla quale, sulla destra, fa capolino uno dei più bei pini domestici che ci siano nel Mediterraneo.

“Sarebbe da passarci le estati, in questo spicchio di paradiso”, sussurra Gioia.

Cesare le cinge la vita, sorride in silenzio e, una volta tornato a casa, trova un accordo col proprietario e con un architetto alla moda, a condizione che quell’immagine col pino non venga turbata.

Dopo poco tempo, molto lavoro e una gran spesa, appare d’incanto il giardino più bello della costa ligure.

Per dare corpo e profondità allo spazio tra la villa e il mare, ora ci sono piccole ondulazioni che ricordano vagamente i terrazzamenti tradizionali, macchie di fiori rosse che si alternano ad altre gialle. E poi ligustri, ginestre, tamerici, cipressi e molti più pini di prima.

La festa a sorpresa i vicini se la ricordano ancora, coi prodotti tipici della costa genovese, la musica fino a tardi e i giochi gonfiabili di Alberto stesi sul prato.

 

Il grande vecchio è sempre là in fondo, a far la guardia al mare. Superbo e orgogliosamente impassibile.

A dir la verità, però, il malessere che gli sale dalle gambe è sempre più insopportabile.

A dir la verità, molti camion fin troppo carichi l’hanno sempre schivato a malapena, pur di finire i lavori in fretta.

A dir la verità, gli elettricisti hanno tagliato un bel po’ di radici, pur di risparmiare sulla lunghezza del cavo che collega i lampioncini.

A dir la verità, l’architetto ha imposto di caricare un bel po’ di terra attorno al tronco, pur di soddisfare geometrie e coni visuali.

A dir la verità, i giardinieri ci hanno buttato sopra quel terreno morto che avevano già sul camion dopo aver scavato lì vicino, pur di far presto.

“Il giardino è perfettamente identico al plastico appoggiato sul tavolo, no? Chi mai scoprirà cosa c’è sotto a questo meraviglioso tappeto d’erba che ricopre e maschera tutto?”

Come chi? Il pino!

E così, tra radici rotte e marcescenti e un coperchio di terra sterile sigillato da uno strato d’erba che impedisce ogni scambio d’aria, il protagonista della cartolina più bella oggi è moribondo.

Asfissiato, affamato e assetato. Invecchiato di 100 anni in pochi mesi.

La morale è sempre quella: anche per dipingere un muro grande, ci vuole un pennello piccolo.

E cuore, molto cuore.

Lucio Montecchio

Uno spazzino nel bosco

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Nel mio bosco sono caduti due alberi belli e grossi, sui 60 anni: negli ultimi tempi un fungo sotterraneo si è cibato di buona parte delle loro radici riducendole in una poltiglia fibrosa e facendo perdere stabilità al tutto.

Che i due fungaioli esclamassero “poveri alberi” era prevedibile. Che non sapessero che quel cattivone che mangia i piedi degli alberi è lo stesso che fra qualche giorno produrrà i chiodini – che al ristorante paghiamo come il filetto – anche.

A me questo fungo sta bene: nella sua pigrizia infetta piante già deboli o stressate, troppo lente per reagire.

Sono dinamiche naturali, nelle quali c’è spazio anche per me: alberi in meno da abbattere, nessuna scelta gestionale o etica, nessun rischio quando sei lì sotto con la motosega in mano. Perché, diciamocelo, pur avendolo fatto molte volte non sono del mestiere e, caschetto o non caschetto, ogni volta spero che vada tutto bene.

Bene, lasciamo passare qualche giorno, poi si tratterà di andar giù con giratronchi, motosega, ronca e cinghie. Sramare e depezzare.

Lasceremo a terra foglie e rami sotto ai tre centimetri, di nessuna utilità a noi ma buon cibo per insetti, funghi e batteri che li trasformeranno in humus. Poi legheremo i rami in fasci e taglieremo i fusti in tronchi sui due metri di lunghezza, in modo tale da riuscire a tirarli su in salita per sessanta metri, fino a casa.

Serviranno parecchi giorni, ma per fare questo tipo di fatiche c’è chi va in palestra, mentre qui basteranno buona volontà, un argano manuale e qualche imprecazione ben scandita al momento giusto. La sera, una birra fresca seduti sul prato guardando in giù e pensando “bel lavoro” coronerà la giornata.

La legna basterà a sfamare per qualche mese le due caldaie e, nel frattempo, il grande architetto riorganizzerà al meglio quegli spazi solo apparentemente vuoti.

“Finché dormi, lui cresce”, dice Mario.

Sbucheranno come fosse dal nulla felci e rovo, qualche sorbo o un tremolo, o un nocciolo. Sopra alle ceppaie cresceranno alcune piantine lontano dalla competizione, mentre lo spazzino si cercherà qualche altro albero debole di gambe.

Lucio Montecchio

Giardini commestibili

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La casa che abbiamo affittato per le vacanze al mare ha un giardino rigoglioso e, fra tutti, spicca imponente un melo alto più di 2 piani: sui sei metri. Oltre alle tracce dei tre innesti di varietà diverse su altrettante branche, come si usava una volta per avere frutta per un periodo lungo, nessun segno di potatura.

E’ bellissimo, fa una bella ombra fresca e più frutta di quel che serve alla signora Marica. La vite che lo arrampica fin su in alto mostra dei bei grappoloni d’uva dorati, mentre di fianco ci sono due albicocchi, un melograno e tre ulivi. Sotto ci dorme beatamente Zorro, un gatto bianco con mascherina e mantello nero.

Ripercorro la strada che finora ho camminato frettolosamente per andare a prendere le sigarette guardando solo il mare. E’ così in tutte le case, nell’ingresso del medico condotto e nella scuola elementare. Qui, chi entra può gustare una vita di normalità.

In alcuni casi manca il melo e c’è un fico, in altri si aggiunge un susino o un pesco, oppure un prugno o due. A volte c’è un pero, altre un giuggiolo.

E’ il classico brolo: un giardino bello, fresco, colorato e commestibile che fino a una quarantina d’anni fa era normale vedere anche fuori dalle nostre case.

E così, penso ai nostri giardini condominiali, fatti con piante col nome impronunciabile ed esigenze insoddisfabili*, da impresari edili maestri d’ignoranza botanica.

Lucio Montecchio

* “insoddisfacibili”, corretto, mi suona malissimo. Scusate.

Una casa sull’albero

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Primo semestre del 1942. Un generale invita a prendere un bicchiere di vino il suo attendente. Non è la prassi, ma vengono tutti e due dallo stesso paesino e, prima di prendere una decisione importante, lui fa così.

Sai, devo deportare un po’ di partigiani sloveni e croati con le loro famiglie in un posto sicuro.

Dove? Nella Dalmazia italiana, esclama gonfiando il petto.

Cos’hanno fatto? Si oppongono al nostro governo, urlano “la Slovenia agli sloveni” e altre stronzate simili. Figurati che non accettano neppure di modificare il nome delle loro città con una fonetica più comprensibile.

Mogli e figli? Nuclei familiari.

Ah … ok. Di quanta gente si tratta? Sui diecimila, ma c’è posto per quindicimila.

Orca! Credevo una trentina … Il posto l’hai trovato? Si, la parte a nord dell’isola di Arbe. E’ pianeggiante, ci si sbarca a cinquecento metri ed è facile da controllare. Porteremo l’acqua con le cisterne e li nutriremo l’indispensabile. E poi, sai, credo che ben pochi di questi montanari sappia scappare a nuoto.

Ah … Rab, dove è nato San Marino! Però come fai a tenere sotto controllo i locali, slavi anche quelli? Dobbiamo trovare un modo, non so … Forse val la pena fare un po’ di confusione e metterci dentro anche un po’ di giudei.

Mah … Sequestrare gente dentro a casa sua mi sembra una stupidaggine, ma il generale sei tu.

31 Luglio 2018, 34 gradi.

Non sono mai stato in un campo di concentramento.

Il parcheggio del monumento ai 15.000 deportati nell’Isola di Rab ha spazio per 6-7 auto e ce ne sono 5: tre italiane, una ungherese e una croata.

Leggiamo le due insegne all’ingresso. La cosa che mi colpisce di più è la foto di 5 bambini magri e rannicchiati su una coperta a righe.

Entriamo. In alto sventolano 5 bandiere: croata, europea, slovena, israeliana, sammarinese.

All’ombra di cipressi e pini, file interminabili di nomi e cognomi. Su alcune delle placche ovali c’è un fiore o un lumino ardente: parenti. Su una tomba a destra c’è una composizione fatta con alcune pigne raccolte lì sotto: visitatori.

Più in fondo una striscia di rame interminabile di nomi e anni di nascita, compresa Željka Šoštarić, 1942.

Di bambini sotto i 15 anni qui ne sono morti 163, davanti agli occhi incapaci di padri e madri, ebrei e cattolici. Facendo due conti, i loro genitori avevano sui 40 anni, morti anche loro di fame, sete, malaria e caldo cocente. Fra il 27 luglio 1942 e l’ 11 settembre 1943 qui morirono troppe persone, ma solo 1488 di esse furono identificate.

Il campo di sterminio fu liberato dagli abitanti dell’isola di Rab.

In fondo a sinistra c’è un mosaico potente, straziante. Un Guernica sloveno, opera di Mario Pregelj. Mostra un uomo non più capace di sollevarsi che, aiutandosi con la mano sinistra, allunga la destra chiedendo di continuare a vivere. Sullo sfondo, alberi secchi.
Ancora una volta, vite spezzate senza motivo. Uomini colpevoli di rivendicare la terra dov’erano nati, quella dei loro genitori. Donne colpevoli di essere mogli, figli di essere figli. Ebrei rei di aver ammazzato Cristo duemila anni fa.

Siamo dentro da quasi un’ora. Giriamo ciascuno per conto proprio, seguendo il filo delle emozioni. Non abbiamo ancora trovato la forza di parlare. Raddrizzo un lumino ancora acceso, caduto col vento.

Usciamo e ci guardiamo con gli occhi lucidi.

Monica raccoglie un mazzo di elicriso sulla collinetta di fronte. “Per ricordare”, dice.

Essere qui in vacanza e visitare questo posto dà un senso di colpa amaro, durevole, amplificato dal fatto che non c’è nessuna, nessuna traccia di condivisione di questo dolore profondo da parte del mio Paese, unico artefice di tutto questo.

Cosa manca? Non so, forse una corona, forse una lapide con scritto “Abbiamo sbagliato, ci dispiace”.

Forse manca un regalo simbolico per quei bambini morti senza aver mai giocato.

Forse manca un’altalena, o una casa sull’albero.

Lucio Montecchio

Irene sta bene

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Di chi accarezza o abbraccia gli alberi sorridevo, ma non ci avevo mai parlato.

Con la scusa di una passeggiata mi avvicino ai due ragazzi che spesso vedo abbracciare quell’albero né bello né brutto, né alto né grosso. E’ un acero come se ne vedono tanti.

Marco e Irene si presentano a Meg e ci giocano un po’. Fa troppo caldo e lei vorrebbe rotolarsi nell’erba, ma subisce.

Oso? Oso. “Vi vedo spesso abbracciare quest’albero …”.

Si guardano, si sorridono come nella pubblicità dei cioccolatini.

“Si. Ci fa stare bene”.

Buona la prima.

Lucio Montecchio

La memoria di Cesare

L’accordo De Gasperi-Van Acker del 1946 barattava carbone belga contro manodopera italiana. Così, abbindolando i molti disoccupati con dei bei manifesti rosa che promettevano casa, salario, assistenza sanitaria, istruzione per i figli e ferie pagate, dopo dieci anni i migranti italiani in Belgio erano già duecentoventiquattromila.

Anche perché, oltre ai centri ufficiali, c’era della gentaglia che, per conto di alcune compagnie minerarie, faceva espatriare illegalmente molti poveri cristi affamati e analfabeti. Trenisti e migranti economici. Clandestini invisibili e senza diritti.

Ci cascò anche Cesare, amico d’infanzia di mio padre, i cui lavoretti da muratore non producevano alcun effetto concreto nelle tasche della sua famiglia numerosa.

Basso, secco e muscoloso come un fantino del palio, nel ’48 prese un treno e partì a nutrire la già folta comunità di macaroni.

Di giorno scavava carbone a 800 metri di profondità e col buio risaliva lurido e con la schiena spezzata, si fermava nei bagni comuni e poi si trascinava in una baracca di lamiera ondulata, gelida d’inverno e rovente d’estate. Fino a pochi anni prima quel villaggio era un campo per prigionieri tedeschi.

La domenica Cesare dormiva un po’ di più, trovava la forza di ripulirsi per bene e si ritrovava con gli altri italiani sotto ai tigli lì di fronte, a parlare di casa e di speranze in un miscuglio di dialetti. Trovò anche una moglie abruzzese e fece tre figli.

Nel 1961 i minatori italiani erano il 44% della popolazione straniera in Belgio, nonostante ne morissero centinaia ogni anno. L’incendio sotterraneo di Marcinelle ne è solo l’esempio più noto.

A conti fatti a lui andò bene: prese la silicosi e, quasi incapace di respirare, a 41 anni tornò con tutta la famiglia. Le stesse valigie dell’andata con in più qualche foto di lui davanti alla cava, del matrimonio, dei battesimi e una manciata di semi di quei tigli.

Il fiato era corto, ma la pensione d’invalidità non bastava. Arrotondava con piccoli lavori di muratura e carpenteria.

“El tira el fià in tre volte”, sussurrava mio padre preoccupato.

Nel troppo tempo libero stava seduto davanti alla casa popolare, oppure curava quei tre giovani tigli.

Mi raccontava che, in maggio, l’odore di quei fiori se lo portava fin sotto terra e che ora, quando usciva di notte per respirare un po’ meglio, quello stesso profumo gli ricordava solo le cose belle. Di quand’era fidanzato, del minestrone della domenica e dei bambini che giocavano.

Quegli alberi erano la sua memoria, forse più delle foto, ma Cesare non c’è più da molti anni e dei suoi tigli ne rimane uno.

È quello che quel ragazzo, che non sa, sta per tagliare per far posto alla piscina gonfiabile.

Fra un paio d’anni il tiglio della foto sarà pronto per il mio bosco. Si chiama Cesare.

Lucio Montecchio

30 marzo 2019: ho piantato Cesare.

Sapore di sole

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Il primo fine settimana al mare inizia dall’ombra di questo fico enorme.

Certo che, fra tutti gli alberi ignoranti, questo della foto è fra i più ostinati! Affonda le radici in un vecchio rudere da chissà quanti anni e quei rami che nei decenni hanno toccato terra hanno messo radici a loro volta. Nei sassi e a pochi passi dalle onde.

Sotto questa chioma alta e compatta c’è un bel frescolino profumato da godersi in pace, lontano tutti.

I fichi sono abbondanti e a portata di mano; di quella varietà grossa e violacea che mio nonno chiamava smoche.

Se vi capita di passare di qui e volete godere al massimo della situazione, è necessario attenersi scrupolosamente alla seguente procedura operativa in 12 mosse:

1) respirate a fondo il profumo del mare e dell’elicriso;

2) con la scusa di un bagno, andate a legare una stecca di lattine di birra al corpo morto là in fondo;

3) riflettete sul fatto che lavorare è molto peggio;

4) da ora, attivate la modalità ozio;

5) esplorate con gli occhi quella parte di chioma esposta a sud;

6) identificate i frutti leggermente raggrinziti (lo so, non sono veri frutti, ma questa è una lezione di ozio);

7) tastateli delicatamente e, se sufficientemente morbidi, dategli una tiratina fino a staccarne una decina;

8) prendeteli fra i pollici, col picciolo rivolto in giù. Divideteli in due e guardateci dentro. Se non c’è una vespa, godetene;

9) frasi come “senti che buono questo” danno un senso di condivisione, ma a dir la verità sono del tutto inutili;

10) se proprio vi scappa una chiacchiera, evitate ogni riferimento saccente sull’albero che avete sopra. Anche se finge interesse, il vostro partner ne sta godendo da prima di voi e per un motivo semplice: lì sotto si sta bene;

11) soddisfatto il palato, alzatevi con calma, ondeggiate sugli scogli al ritmo di Three Little Birds, immergetevi a recuperare le lattine e continuate la festa riprendendo da uno qualsiasi dei punti sopra, fino ad appisolarvi inconsapevolmente;

12) nel torpore del risveglio, guardate la nave da crociera là in fondo, aprite le braccia nello stile di Jack Dawson e sussurrate a chi vi è vicino “siamo i re del mondo”.

Buona Estate!

Lucio Montecchio

Vite rubate

La Slavonia è una regione a cavallo fra Croazia, Serbia e Ungheria.

Ci riprovo: la Slavonia è una regione a cavallo fra Drava, Sava e Danubio che, come tutti i fiumi, garantiscono terre fertili e generose. Buone per coltivarci frumento e mais e per lasciar crescere spontaneamente olmi, frassini e roveri enormi. Quel “Rovere di Slavonia” ricercato in mezza Europa per la costruzione delle botti destinate alla stagionatura dei vini e dei liquori più pregiati.

E’ anche per questo che la Slavonia è sempre stata terra di conquista e migrazione. Romani, croati, ungheresi, ottomani, asburgici e così via. A ogni invasione, opportunità geopolitiche diverse. A fine 800 ci arrivarono anche parecchi nostri montanari. Fra questi, Francesco Broz. Trentino e futuro padre di quel maresciallo Tito che guidò col pugno di ferro la Jugoslavia finché morì.

Era il 1980 e mio padre diceva che non ci sarebbe più stato nessuno capace di tener incollati a forza tutti quegli stati federati compresi fra Austria e Grecia. Troppo eterogenei.

 

23 maggio. Dopo 698 chilometri attraverso Osijek e arrivo a Vinkovci. Questa è l’unica strada che, tra mille difficoltà, nel ’91 permetteva l’approvvigionamento rocambolesco di Vukovar.

Qui croati e serbi vivevano assieme. Identica lingua, si trovavano nello stesso bar, i figli giocavano a calcio assieme, si prestavano il trattore, lo zucchero e l’olio.

Un brutto giorno, però, si svegliarono nemici.

Sostanzialmente, un pazzo scatenato iniziò a dire che “dove c’è un serbo è Serbia” (più che altro, gli faceva molto gola quel porto sul Danubio). I suoi soldati se ne convinsero e l’indipendenza della Croazia, che come quella slovena sarebbe dovuta essere semplice, passò attraverso un mare di sangue.

Abbasso il finestrino, guido piano. Acqua, boschi, frumento, cicogne.

Questo dedalo di strade bianche che mette a dura prova le sospensioni, però, per ora non serve più. Case sbarrate, alcune mai completate. Dopo tutti questi anni, quelle abitate saranno il venti percento. Un vecchio zappa nell’orto, ma per strada non c’è quasi nessuno.

Boris, Milivoj e tre loro studenti sono già arrivati. Dobbiamo iniziare una sperimentazione pilota su una nuova malattia che sta seccando le querce.

Prendiamo un caffè da una signora anziana che ha riadattato la casa a quasi-trattoria per i cacciatori di passaggio. Per andare in bagno si passa dalla sua cucina. Anche il bagno è il suo, con tanto di cesta per la biancheria, lavatrice e doccia.

Ragazzi, dai che in quattro ore possiamo farcela. Scarponi, venti chili di zaino con tutta l’attrezzatura e via.

Camminiamo mezz’ora e troviamo le querce sulle quali lavorare (beh … a dir la verità lavorare è un’altra cosa, diciamocelo).

Vukovar da che parte è?

Là in fondo, sei chilometri.

Ricordo bene i servizi al telegiornale che ne raccontavano l’assedio e lo sterminio finale. Tre mesi di diretta televisiva. Strade minate, case incendiate, acquedotto bombardato, ospedale assaltato e pazienti sterminati. Tutti, fino all’ultimo.

Ricordo un profugo di fronte alla stazione di Padova con una borsetta di plastica azzurra sopra al moncherino della gamba fasciata. Noi li chiamavamo slavi, altro non volevamo sapere.

Il camion che adesso sta arrivando porta due enormi tronchi.

Rallenta per non alzare troppa polvere, ma è inutile. Lo sappiamo noi e lo sa lui. Saluto con la mano, lui risponde tenendo il palmo fisso sul volante.

Non è impressionante vedere una quercia o un olmo larghi un metro e quaranta. Di impressionante c’è che qui ce ne sono decine di ettari, dritti come stecche da biliardo, con tutte le classi di età già pronte a prendere il posto dei grandi.

E’ un peccato veder tagliare queste meraviglie. E’ un peccato non farlo, se questo può far ripartire un’economia. Decida chi ci abita.

Nonostante le zanzare, tutte sopra al mezzo chilo, finiamo con mezz’ora d’anticipo. Bravi tutti, però adesso andiamo in quella trattoria che sapete voi, a toglierci un po’ di polvere dalla gola.

L’aperitivo da queste parti non è gingerino da signorine. Qui si va di rakija, ragazzi: una bomba da 40 gradi piacevolissima. Finché non scivola nello stomaco vuoto.

Fuori sta parcheggiando lo stesso camion di prima. I tronchi ora sono sei o sette, e non ce ne stanno più. Una bambina arriva di corsa su una bicicletta molto più grande di lei e corre ad abbracciare l’autista.

Entrano. Lui prende un gelato dal frigo, chiede una birra e si mette a chiacchierare piano col barista. Parlano di noi.

Gli faccio un cenno. Lui alza la mano. Ha sui 40 anni.

Non mi interessa uscire a contare anelli: l’età degli alberi non mi ha mai appassionato. Fra 100 e 200 cosa cambia?

Più che altro vorrei parlare con lui, ma di croato so poche parole e quasi tutte ad uso turistico come cestarina, pedaggio autostradale.

Milivoj, mi aiuti?

Mi presento, gli spiego perché siamo lì e poi gli faccio un po’ di domande sul suo lavoro, sul bosco e sugli alberi.

Andrej ascolta, appoggia la bottiglia, mi guarda negli occhi.

Ogni volta che taglio uno di quegli alberi mi si stringe il cuore.

Queste foreste sono state il rifugio mio e di altri otto miei compagni di classe per molti giorni, durante i bombardamenti. Dietro agli alberi che porto sul camion ci siamo nascosti. Avevo nove anni, la mia casa è stata bruciata e di mio padre non ho più saputo niente, come delle centinaia di persone che abitavano qui attorno. Mia madre era fra i pazienti dell’ospedale.

La chiamavano pulizia etnica, ma di pulito non c’era niente.

Rolla una sigaretta, gira lo sguardo. Chissà quali immagini gli stanno passando davanti.

Irina ha finito il gelato e si aggrappa alla sua gamba destra come farebbe un koala. Lui le posa una mano sui capelli biondi e le dice qualcosa. Riconosco solo majka, mamma. Lei alza gli occhi e sorride.

E’ per lei. Quando sarà più grande andremo via anche noi e lei andrà all’Università, a Zagabria. Magari farà il medico delle querce, come voi, e torneremo assieme a prenderci cura di questi nostri boschi.

Fa un sorriso triste. Io provo a deglutire il sasso che mi blocca la gola.

Sreću, Andrej. Buona fortuna.

 

La Serbia entrerà nell’Unione Europea fra pochi mesi e tutta la Slavonia sarà Europa.

Vite, famiglie, speranze, sogni rubati per nulla.

Lucio Montecchio

La Caskia sacra

Nell’arcipelago delle Gakakoji cresce un albero che arriva sui 5 metri, la chioma è espansa e le foglie sono ampie. Sostanzialmente assomiglia a un fico, ma ha una particolarità: la linfa è densa e rosso scuro.

Questo è il motivo per il quale è stato chiamato Caskia sanguinea.

È un albero scoperto una ventina d’anni fa, grazie alla perseveranza di un gruppo di botanici francesi, alla cordialità delle tribù locali e alla mediazione di un prete missionario.

Di là dagli aspetti botanici, la particolarità di questa pianta sta nel rapporto che con lei hanno gli abitanti fin da tempi lontani. Perché loro, a dir la verità, l’avevano già scoperta da un po’.

Per il fatto che la linfa ricorda il sangue, infatti, quest’albero è considerato sacro.

La vista della linfa è di cattivo auspicio e la Caskia non si può abbattere né potare. Così come le vacche in India non si macellano né vengono affettate finché passeggiano.

Per lo stesso motivo, si ritiene che respirarne l’alito faccia guarire dalle malattie respiratorie e da altri malanni. Quando nasce un bambino, perciò, la madre pianta una giovane Caskia e il padre ci versa delicatamente 9 secchi d’acqua.

Civiltà tribale.

Lucio Montecchio

Alberi ignoranti

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Conosco bene questo gruppo di colleghi, e tutte le volte in cui abbiamo questo tipo di riunioni pianifichiamo la birra della sera prima. Perché non si sa mai: da domani sarà da giacca, cravatta e bandierina sul tavolo.

E allora “tutti nel tal posto attorno alle 21. Il primo prenda un tavolo grande!”.

C’è chi arriva coi calzini di lana dentro ai sandali, chi con una maglietta sbiadita esplosa da un trolley in sovrapressione, chi indossa una cravatta marrone su una camicia azzurra e chi è già arrivato da un’ora e ha attaccato bottone con la cameriera.

Ed eccoci qui, a raccontarci scherzosamente dell’ultimo anno, di quell’articolo interessante che hai scritto, di quel progetto al quale non mi hai invitato, e via così.

Dopo la seconda Urquell si passa a chiacchiere più leggere.

Bello il tuo blog, ma con tutti gli aggettivi che potevi scegliere perché l’hai chiamato Alberi Esperti? (e detto da un inglese, Clever suona fighissimo).

Non lo so. Ci ho pensato molto, mi serviva un nome diverso dal solito e l’alternativa era Alberi Ignoranti.

Perché, dalle parti dove sono nato io, ignorante non è il contrario di colto.

Ignorante è un mobile semplice e funzionale, oppure un telefonino che sa solo telefonare. Un terreno povero ma comunque buono da patate (ignoranti anche loro).

Ignorante, soprattutto, è chi ce la mette tutta e anche un po’ di più. Coi mezzi che ha, a  prescindere. Magari non ce la fa, ma ci prova a testa bassa e poi ci riprova.

Le formiche in un formicaio o il cane che ritorna stremato ma orgoglioso. Chi si alza alle 4 pur di finire il lavoro iniziato la sera prima.

Quel signore che molti anni fa provava a gonfiarmi una gomma forata con la pompa della sua bicicletta, perché non aveva altro.

Perché va fatto, punto e basta.

Insomma … se cose e animali possono essere ignoranti nel senso di funzionale, senza fronzoli o caparbio, perché non dovrebbero esserlo le piante che, nella loro complicata semplicità, sono qui a dimostrarcelo da millenni?

Moduli identici che si ripetono verso l’alto e verso il basso, foglie su foglie, rami su rami, radici su radici.

Multipli di glucosio organizzati in amido o cellulosa, oppure trasformati in lignina nelle combinazioni più complicate.

E poi, fra le piante, come definire gli alberi?

Hanno imparato dagli errori delle felci e delle palme a eccellere in sopravvivenza, a ottimizzare elasticità e rigidità, peso e volume, produzione e consumo, condivisione e competizione.

A far tesoro dell’esperienza dell’anno prima identificando con precisione i loro punti di debolezza per farne punti di forza, creando dal nulla nuove strutture di rinforzo perché quell’evento non si ripeta più.

A preparare alla fine di ogni autunno, ed esattamente in quel punto, le gemme che la primavera prossima potranno sostituire tutto quel che c’è sopra, risagomando l’architettura complessiva in qualcosa di più funzionale.

A convertire in pochi giorni una gemma sotterranea già pronta per diventare radice in un fusto, in sostituzione di quello vecchio appena rotto.

Trovato il posto giusto, ci si piazzano per sempre. Immobilità solo apparente, che nel tempo vince su qualsiasi animale.

Ruotano impercettibilmente, costantemente, per andare oltre e rivendicare il loro dominio.

Si truccano con colori e profumi pesanti col solo fine di adescare insetti e uccelli impollinatori, oppure roditori che disperderanno i semi dentro a un po’ di letame.

Generosi o timidi, perciò, lo escluderei davvero.

Ignorantemente competitivi. Fino allo stremo, pur di farcela, da sempre. E, direi, con buoni risultati.

Si. Alberi Ignoranti poteva essere un buon titolo.

Lucio Montecchio