Germogli!

Ma che soddisfazione!

Ieri pomeriggio è uscito Germogli, una raccolta di racconti tratta da questo blog.

Però devo essere sincero: è stato Matteo Righetto a convincermi a fare questo passo, io mi sarei fermato alle mie storielle da insonne. E poi ci ha messo il suo bel carico anche Giorgio Gobbo, che quando ti guarda dai sui due metri di statura non gli puoi mica dire di no, giusto?

Allora succede che l’ego sborda dal buonsenso e osi chiedere ad un editore, così tanto per provare, mettendo come condizione il “visto e piaciuto, parolacce comprese”, sperando forse in un “allora no” liberatorio. E invece ti senti rispondere “va bene!”.

A dir la verità pensavo che estrapolare i racconti più graditi, rivederli, aggiungere e togliere qualcosa per poi dargli una passatina di colla e impacchettarli l’uno dopo l’altro sarebbe stata una cosa semplice e veloce, e invece mi ci è voluto tutto Agosto.

Ed eccoci qui: Germogli, il titolo di uno dei racconti nel quale descrivo una passeggiata intima a Paneveggio con un Maestro della letteratura.

E poi, a leggere la meravigliosa prefazione di Matteo Righetto che trovate qui fa voglia di comprarlo anche a me.

Dimenticavo la cosa più importante (vedi l’ego che scherzi ti gioca?).

Questa è un’operazione di fundraising: i proventi della prima edizione andranno dritti dritti al “Progetto400” dell’Università di Padova (c’è scritto sulla copertina), grazie al quale stiamo cercando di piantare alberi giovani per proteggerli, lasciarli crescere in libertà e studiarli durante il loro sviluppo per i prossimi 400 anni. Non l’ha mai fatto nessuno e non credo proprio che noi avremo la fortuna di vedere come va a finire, ma l’UniPD sta per celebrare i suoi 800 anni di storia e mi sento di poter dire che, in fondo, basta crederci.

Allora, se volete essere complici di questo sogno, correte in libreria o pigiate qui (è anche possibile comprarne moltissime copie, ad esempio per farne regali di Natale).

Germogli !!!

Lucio Montecchio

La neve finta

(ripropongo un post di un anno fa, mi sembra il caso).

Ho la fortuna di frequentare la montagna dai miei primi tre mesi di vita: Asiago in versione “quattro stagioni”.

Il mare era a mezz’ora e la montagna a un’ora e mezza, ma i miei hanno sempre, decisamente preferito la montagna. Dev’essere per via del richiamo delle radici montane testimoniato dai loro cognomi, o che i nostri cromosomi si orientano più facilmente verso il nord magnetico.

Fatto sta che iniziai a sciare non appena i miei piedi diventarono lunghi abbastanza per calzare quegli scarponcini di cuoio alti fino alla caviglia, coi lacci rossi e la suola con la punta piatta e il tacco scanalato.

Sci di legno senza alcuna marca evidente e con gli attacchi che bloccavano senza via di scampo gli scarponi, con una molla tutto attorno e una leva sul davanti.

I primi rudimenti li imparai dal maestro Claudio (il figlio di Lino, il custode del cimitero inglese del quale ho già avuto modo di scrivere).

Tutto questo succedeva di mercoledì, perché di domenica “c’è troppa gente” sentenziava papà (una quarantina di persone in tutto; oggi fa sorridere, lo so).

Mio padre veniva a prendere Fabio e me con la ottoecinquanta blu a scuola verso mezzogiorno per spendere assieme un pomeriggio sulla pistina di Cesuna, ricavata tirando uno skilift (“il gancio”) lungo il prato sul quale fino a due mesi prima pascolavano le stesse vacche che sarebbero tornate in primavera (si dice pascolo e non prato, ma volevo evitare il gioco di parole. E si dice vacche, che non è una parolaccia).

Il ’74 consacrò la “valanga azzurra” e Gustav Thoeni, uno col cuore di Zeno Colò ma molta più tecnica, con dei cambi di ritmo tali da riuscire a scalare due marce in curva, buttare fuori dal baricentro ginocchio e spalla e ridurre il raggio di curvatura in una frazione di secondo, proprio un attimo dopo il paletto di legno.

Nel frattempo io ci davo di spazzaneve, di “peso a valle” e di “bruco” (per imparare a cadere senza rompersi le caviglie). Poi finalmente imparai a comandare io: peso a monte, molleggio, bastoncino, cambio, rimolleggio e spinta su caviglie e tibie.

Nei tratti diritti cercavo di prendere la posizione “a uovo” per imitare Pierino Gros.

Da fermo, invece, mi piaceva fare un saltino sui tacchi prima di lanciarmi giù meglio che potevo, emulando Thoeni al cancelletto di quel favoloso, indimenticabile parallelo in Val Gardena contro Stenmark. Di loro avevo due grandi poster comperati in una libreria del centro a Padova. Ho cercato anche quello di Klammer per molto tempo, senza successo.

Poi ci fu la tragedia di Leo David e la valanga azzurra si sciolse come neve al sole, ma nel frattempo alcune aziende artigianali si erano già industrializzate e divennero famose: Spalding, Colmar, Caber e La Tecnica, che inventò e lanciò un doposci che divenne status symbol anche per chi abitava in Piazza dei Signori. Il Moon Boot. Uno stivale peloso buono per lo spritz, ma all’epoca lo spritz era troppo plebeo.

La moda dirompente dello sci da discesa decollò parecchi anni dopo con “Tomba la bomba”, il caschetto, il burro di cacao colorato, gli occhiali polarizzati, le giacche e le braghe larghe, gli scarponi fluo, i comprensori da millemila chilometri intervallati da finte baite col brulè e il solarium, gli alberghi e le seconde case con accesso diretto alla pista per quelli che “io vivo nella natura”.

Qualche discoteca in centro e, soprattutto, un bendiddìo di turisti ricchi e schiamazzoni che non sapevano neppure dov’erano, che fingevano e fingono tuttora di ignorare che la neve finta (che già a chiamarla neve mi mette tristezza) viene fatta squarciando la montagna per metterci dentro vasche e tubi e che da quella striscia bianca si muovevano solo per rientrare in tempo per il brulè serale rigorosamente con fettina d’arancia, nello stile del punch.

L’industria dello sci (perché di industria si tratta) intanto procedeva al ritmo della cavalleria rusticana: colossi finanziari ignoti piantavano da un anno all’altro piste nuove, alberghi, piscine coperte e tutto il resto. Noi, stupidamente, ridevamo.

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Ho smesso di andarci, in quei posti là. Da almeno trent’anni.

Con Fabio, Giorgio e altri coetanei siamo passati allo sci da fondo nella sua versione vecchio stile: squamatòni Slegar e via, fino a perderci parecchie volte come quella notte, uno dietro all’altro, con la vetrata illuminata di un albergo lontano come unica stella polare.

E poi un bellissimo giorno abbiamo deciso che “basta così” e, vestiti come al solito con quel che c’era in casa, abbiamo preso una ovovia e ci siamo lanciati fra i turisti fighetti e lenti.

Giù, col solito zaino di cotone sulle spalle e gli sci da fondo ai quali avevamo dato una definitiva passata di cartavetrata per spianare la maggior parte delle squame, decretare la morte anche di quelli e, per quel che ci riguardava, di tutto quello che il business della montagna d’inverno significava, voluto da businessmen pronti a investire indifferentemente in un comprensorio sciistico, in un resort galleggiante in Thailandia, in uno zoosafari coi leoni spelacchiati o in un parco acquatico coi delfini in gabbia. Quelli che dicono ventiventi, ventiventuno e ventiventidue, per intenderci.

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Continuo a frequentare la montagna, sia chiaro, e la amo così tanto da abitarci.

È che, semplicemente, la montagna non può essere oggetto di profitto brutale, umiliata da raffiche di neve finta sparata dentro a corridoi racchiusi da boschi finti.

Se scaricassimo qualche milione di tonnellate di sale nel Garda solo per poterlo chiamare mare, non sarebbe stupido?

E allora perché non riteniamo stupida la scelta di coprire di polvere di ghiaccio strisce di montagna, là dove la neve non cade oramai da trent’anni, con tutte le implicazioni ecologiche di breve e (quel che mi preoccupa di più) lungo periodo?

Spero che il turismo invernale non mancherà, in queste nostre montagne con gli impianti di risalita vincolati al Green Pass. Questa potrebbe essere finalmente una buona occasione per visitare davvero la montagna, quella vera.

Mettiamo da parte, almeno per quest’anno, le riviste patinate e le guide VIP.

Cominciamo a girarle, queste nostre valli.

Lentamente.

A fermarci nei paesini che il sito internet non ce l’hanno, a ricreare un indotto economico nelle periferie dei comprensori più famosi.

Ci sono un sacco di luoghi meravigliosi da visitare e persone belle da incontrare, ovunque.

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Lucio Montecchio

(ho ritoccato il logo, vi piace?)

Marghera, 27 dicembre. Buon anno.

“Era il 15 maggio del 2020. Il calendario gli ricordò che era Sant’Isidoro, patrono degli agricoltori, dei braccianti e dei birocciài.

‘Birocciai … Mio padre, faceva il birocciaio’, pensò.

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Era il 15 maggio del 2020. Scostò la tenda distrattamente e osservò le fiamme dell’incendio tossico a pochi chilometri.

Il megafono raccomandava di non raccogliere la verdura, di chiudersi in casa e di mettere degli stracci umidi attorno alle finestre.

‘Acetone’, diceva il giornale radio.

E dire che l’aveva inventato lui, l’acetone. Solo perché la Luisa potesse togliersi lo smalto rosso più facilmente.

Fece un sorriso amaro.

Spostò lo sguardo su Rialto, appena un po’ più in là. Da qualche parte.

Fermò gli occhi sulla nuvola grigia coi sui ghirigori morbidi, che sembravano quasi prendere la forma delle sue montagne.

Ci vide dentro suo padre allontanarsi lento verso gli altopiani.

Trattenne una lacrima”

(brano da “Mesopotamia”, scritto nel maggio 2020).

Oggi è il 27 dicembre 2021 e non è Sant’Isidoro (foto da www.primavenezia.it di oggi, grazie).

LM

Il Circo

Il circo!

Il megafono di una macchina rossa guidata da un clown avvisava che stava per arrivare il circo e noi non vedevamo l’ora che finisse la scuola per correre a casa, pranzare velocemente e ritrovarci fra tutti quei vagoni variopinti.

Una zebra legata all’ombra di un albero, un leone spelacchiato steso dentro ad un carro con le pareti di sbarre, un orso che faceva avanti e indietro nel carro di fianco e l’immancabile elefante accompagnato a sgranchirsi nel campo sportivo, al centro del quale una quindicina di persone piantava picchetti, tirava corde e alla fine alzava il tendone a righe rosso sporco e bianco sporco.

Dopo le prime volte imparammo che per restare nei paraggi senza essere cacciati in malo modo bisognava fare amicizia fin da subito coi bambini del circo, che per quei pochi giorni venivano nella nostra scuola e ci raccontavano cose fantastiche.

Non ho mai visto un grande dei nostri parlare con un grande dei loro; chissà quante cose avrebbero potuto raccontarsi.

L’autista di quella macchina rossa passava i pomeriggi a tirar via cacca da sotto le sbarre delle gabbie usando un rastrello col manico lungo.

La sera, quello stesso signore vestiva di nero e dalla cassa urlava “venite gente”.

A metà spettacolo, sempre lui entrava sotto al tendone col viso dipinto di bianco, il naso rosso e un cappello a cono, si ingamberava nelle sue stesse lunghissime scarpe, prendeva in giro il domatore e minacciava il leone assonnato sparando da una pistola a molla una pezzetta con scritto Bang.

Per noi bambini, il circo era il mondo dello zucchero filato, della musica, dei colori, dei clown, dei trapezisti e dei fantini.

Era anche l’unico modo per vedere una zebra, un orso o un elefante.

Chi accompagnava i bambini allo zoo era contrario all’uso degli animali da spettacolo, diceva che era immorale.

Aveva ragione.

LM

“Che fra gente di montagna si fa così”

Ottomila trecento settantadue morti.

A poche centinaia di chilometri da qui c’è un posto in cui, nel luglio 1995, ammazzarono quasi tutti i maschi capaci di tenere in mano un fucile. Alcuni riuscirono a scappare e così gli bruciarono le case, che non si sa mai.

A Srebrenica e nei dintorni rimasero solo vedove e bambini orfani.

Nel mondo rimasero domande che non hanno ancora trovato una risposta sensata.

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Il mio amico Gianni, che fino al pensionamento aveva lavorato nella gestione di boschi e malghe dell’Altopiano di Asiago, visitò quei luoghi nel 2009. Quasi per caso.

Parlò con le vedove e i ragazzini, visitò i pascoli oramai invasi dalla felce e dal rovo e, senza pensarci troppo a lungo, decise che gli anni a venire li avrebbe spesi cercando di creare le condizioni per una ripartenza sociale ed economica.

Si consultò con Lella, tirò fuori i soldi che aveva da parte, ne cercò altri, trovò un gruppo di persone buone quanto lui e in poco tempo, molti viaggi e parecchie difficoltà riuscì a far decollare il progetto “La transumanza della pace”: a portare fin là 137 vacche e molti attrezzi agricoli, a restaurare le stalle meno fatiscenti e a far rivivere buona parte di quei pascoli.

Un giorno gli manifestai la mia ammirazione e gli chiesi dove trovasse tutta quella forza d’animo.

Lui mi rispose che era così, che fra gente di montagna si fa così, che anche suo padre avrebbe fatto la stessa cosa.

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Gianni torna a Srebrenica tutte le volte che può, organizza corsi di formazione, visite veterinarie e costruisce piccole stalle moderne anche grazie al contributo di persone e istituzioni generose e ai proventi del suo libro “Ti ho sconfitto felce aquilina” (è un libro che fa bene, leggetelo).

Il latte è ottimo, sano, prodotto da vacche che mangiano erba e fieno, ma chiaramente è difficilmente conservabile.

Il prossimo passo perciò sarà la costruzione di un caseificio sociale, per farne anche del buon formaggio. Di quello che sa di erba e di fiori di montagna.

Il progetto si chiama “Il Caseificio della Pace”: Potete trovare molte informazioni su http://www.gaong.org.

Potete anche fare una piccola donazione o far conoscere questa bellissima iniziativa a chi potrebbe farlo, che così Babbo Natale vi porta di sicuro un bel regalo.

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Buone feste

Lucio Montecchio

Inverno

L’inverno di montagna è la stagione più lunga dell’anno e la più bella, assieme alla primavera, all’estate, all’autunno e a tutte le altre che Meg sa percepire e io no.

Ti fa assaporare il freddo sulle labbra, almeno fino a quando il respiro imbrìna la barba e poco dopo le labbra ti si paralizzano e rientri parlando con la voce da ubriaco. Ma, almeno da queste parti, parlare non è un obbligo.

Qui d’inverno il tempo è diverso, vive senza alcun legame con questi spazi così bianchi da confondersi col cielo. E così non c’è velocità: non ci sono né la fretta né la calma.

Se non devi lavorare puoi dormire finché non hai più sonno, leggere finché ti va, farti due coccole con chi ami, mettere su un po’ di musica buona, far da mangiare canticchiandoci sopra oppure uscire per una passeggiata accompagnato dallo scrocchio degli scarponi sulla neve.

Le tre stufe che ci permettono di scaldare la casa e di far da mangiare bruciando la legna che il nostro bosco ci dà.

Ora però lo dico in modo meno romantico: la legna che ci permette di stare al caldo e di cucinare non la porta Babbo Natale: quando la neve se ne va scendo nel bosco, scelgo con cura i 7-8 alberi con meno futuro, accendo la motosega e li taglio. Poi li tiro fin davanti a casa, li depezzo, spacco e accatasto. Se andassi in palestra mi toccherebbe depilarmi il petto.

Sono faggi, noccioli, betulle e aceri. Tagliati da chi lo sa fare («e chi non impara in fretta muore di freddo», commenterebbe sottovoce Carlo Darwin), pochi mesi dopo producono nuovi germogli dalla base, che nel giro di 8-10 anni raggiungono il diametro giusto per la stufa.

Posso tornare su quegli stessi alberi a rotazione e ricominciare, perché le radici non muoiono.

Questa tecnica, per niente facile, viene usata fin dalla notte dei tempi e si chiama ceduazione. Non c’è nulla di nobile, lo so bene, così come non è nobile coltivare piante di carota per mangiargli le radici.

Il bosco cosiddetto ceduo è implicitamente una coltivazione, di legno.

È per questo che esistono ancora moltissimi boschi di questo tipo in Italia: perché davvero tutti, da sempre e fino a pochi decenni fa, ci si scaldava e si cucinava ad alberi.

L’uso di combustibili monouso come il gasolio, il kerosene (le ricordo bene, quelle taniche gialle puzzolenti) e il metano sono arrivati dopo, assieme alle guerre per il petrolio e per il metano.

È chiaro che bruciando legna rimetto nell’aria l’anidride carbonica che quel pezzo aveva incapsulato durante quegli 8-10 anni, lo so bene, però è altrettanto chiaro che tutti gli altri miei seicento alberi la stanno già catturando, quella stessa anidride carbonica.

Non solo la mia. Stanno catturando anche quella prodotta da chi, magari da un bell’attico in centro, si lamenta del fatto che brucio alberi.

LM (brano estratto da “Germogli”, Cleup, 2020)

L’albero di Natale

Natale passa i suoi giorni fra il letto e la carrozzina.

Quando dorme gli capita spesso di rivedere quella curva ghiacciata e si sveglia d’un balzo, col cuore che batte forte.

Allora cadenza il respiro sul blues della lucetta che gli lampeggia sopra alla testa e fantastica cose belle.

Teresa che passerà domattina, i figli che verranno appena potranno, la casa sul mare, gli amici e altre cose. Soprattutto se a fare il turno di notte è la Loredana.

Con la prima luce, Natale sposta sempre lo sguardo verso la finestra e osserva.

Osserva il pino che sale dal giardinetto.

A lui ricorda il profumo del mare.

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LM

(da “Germogli”, Cleup, modificato)

La prima neve

Tredicembre, la prima neve: cronaca pigra.

La Callas sussurra “Ebben? Ne andrò lontana”, il minestrone bollicchia dalle otto, Monica è immersa nel mondo parallelo di un libro perpendicolare, Meg ad ogni po’ esce, fa il giro della casa, verifica che sia tutto sotto controllo e rientra orgogliosa.

Accendo una sigaretta e faccio un sorso di bianco.

Mi chiedo se mai troverò il tempo di trasformare quei tre metri cubi di rovere in una barca.

Sorrido.

LM

Nomi altrui

Il mio cane si chiama Drupi.
I miei cani li ho sempre chiamati Drupi.
Che poi ai cani un nome non serve. Mica si chiamano per nome, fra di loro.
Noi due ci capiamo con uno sguardo, un cenno, un colpetto di coda o un fischio leggero.

Io mi chiamo Claudio, come il tenente che ha salvato mio padre da una fucilata.

Mia moglie si chiamava Margherita, aveva il nome della nonna.

È un bel nome, Margherita.

La figlia di mio nipote si chiama Azzurra, l’hanno battezzata così qualche giorno prima che la barca italiana non vincesse il Luis Vuitton Trophy.

Però è un bel nome, Azzurra, suona bene.

Il figlio del macellaio si chiama Brad, come quell’attore bello, ricco e famoso.

Mah…

LM

Samir

 

Samir è arrivato qui da un posto che non è neppure un paese, ma un insediamento di poche case vicino a un uadi, un letto di torrente stagionale in mezzo ad una zona desertica.

Me li ricordo quei posti, ci sono stato per un mese intero quando avevo vent’anni con Enrico e Sergio, perché suo padre lavorava al metanodotto Algeria-Tunisia-Italia e noi ne abbiamo abbondantemente approfittato.

Samir è partito quindici anni fa dalla Tunisia, da solo, senza una destinazione precisa, senza soldi e con un italiano approssimativo imparato dalla Rai.

Si è arrangiato per qualche anno a tirar su pomodori e a tirar giù arance e coi pochi soldi messi da parte è arrivato nel Veneto, a lavorare da un grosso vivaista che con una mano lo pagava e con l’altra si faceva dare indietro i soldi dell’affitto di un appartamento dove dormiva con altri cinque nordafricani.

Coi pochi soldi messi da parte Samir è arrivato in questo paesino di quattromila abitanti e si è messo a fare kebab.

Li fa con un molto abbondante strato di fettine d’agnello che taglia con una specie di rasoio elettrico e poi ci cosparge sopra tante salsine diverse. L’harissa è uno spettacolo.

Lui li fa a modo suo, sia chiaro. Mica li sapeva fare i kebab. Ma neanche noi sappiamo cosa sono, giusto?

«Cossa ci metto, doc?», mi chiede sempre.

«Tutto», rispondo sempre.

I kebab di Samir sono belli saporiti, forse un po’ pesantini.

Peccato che non abbia il frigo e che, soprattutto, non abbia la birra. Di solito prendo una Coca e consumo al tavolino fuori, cercando di non sbrodolarmi la camicia.

Ecco, vedete, Samir si è adeguato, si è spostato, ha cercato miglior fortuna e un po’ ne ha trovata.

Samir è qui da sei anni, è un bel ragazzo simpatico e benvoluto da molti.

Anche da quelli che continuano a chiamarlo el marochin.

Samir, si chiama Samir.

Ed è tunisino.

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LM