Semplicemente piante?

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Del tutto simili a quelle che vediamo al margine dei nostri boschi, 350 milioni di anni fa le felci avevano imparato dai loro predecessori il modo più semplice di vivere a lungo.

In fondo, bastava catturare la luce della stella più vicina fra una molecola d’acqua e una di anidride carbonica, ottenendo in pochi secondi una molecola di glucosio e un po’ di ossigeno.

Consapevoli degli immancabili momenti di crisi energetica, trasformavano l’eccesso di zucchero in amido, da distribuire e immagazzinare lungo tutto il corpo.

Facile? Mica tanto: ho lasciato sotto al sole una bottiglietta di acqua gasata mille volte, ma non è mai successo nulla. Solo le piante sanno fare zucchero, amido e ossigeno.

È per questo che sappiamo andare su Marte ma, in fondo, resteremo sempre dei coltivatori di piante. Per fortuna.

Lucio Montecchio

Acconciature vegetali

Siccome Rambo mi ha rimproverato del fatto che in questo blog ho smesso di togliermi sassolini dalle scarpe, eccomi qui alle origini.

Avete presente le foto appese dal barbiere?

Quelle che tu entri e trovi alcuni tagli alla moda fra i quali scegliere e poi ne fanno uno su di te e dopo due ore ti guardi e ti viene da piangere?

Ecco, in questi giorni stanno ripartendo i cantieri di potatura e mi sembra proprio che alcuni di questi cosiddetti arboricoltori selezionati con cura da molte amministrazioni abbiano poche idee e certamente confuse.

Sia chiaro: senz’altro ripudiano il mastice (perché credono che ne esista un solo tipo). Senz’altro sono bravi a potare “salvaguardando il collare”. E ci mancherebbe altro! Dopo trent’anni di libri, incontri, convegni e articoli, lo sa anche mia nonna in carriola!

Ma chissenefrega, se poi non conoscono la fisiologia del cedro e lo potano come fosse una magnolia? Se credono ancora che i rami crescano dalla base come i capelli, e non dall’apice come … i rami?

Credo che questi barbieri di alberi (che per fortuna sono una minoranza) abbiano stampato in mente due tipi di acconciatura: a sfera e a cono. Latifoglia e conifera, come nei disegni dei bambini. Sennò non si spiegherebbe perché stanno potando quel pino nero dandogli una forma da abete.

Ma soprattutto, Sindaco: perché ha scelto di pagare per massacrare degli alberi che sono anche miei?

Lucio Montecchio

Pubbliche scuse a C., agli Agordini e ai dimenticati

Pochi minuti fa ho ricevuto questo messaggio da una mia studentessa, alla quale non posso che dar ragione e chiedere scusa.

 

Cara C.,

grazie del tuo contributo: ora più che mai le nostre montagne hanno bisogno di una generazione di forestali nuova. Che odora di bosco e che non teme il confronto coi più vecchiotti.

LM

 

“Gent.le Prof. Montecchio,

Sono C.

Le scrivo perché ho sentito il bisogno di voler esprimerle un piccolo e segreto commento, riguardo al suo articolo “Metricubi” pubblicato nel suo blog.

Vorrei cominciare ponendole un quesito: Nella frase “… Chi abita l’Altopiano, o il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane parla di bosco, odora bosco, E’ bosco…”, non crede che manchi qualcosa? O meglio qualcuno?

Non crede quindi che anche il Bellunese, ma in particolare l’Agordino e GLI Agordini, odorino di bosco, SIANO bosco? Crede quindi che sappiano solo di gas di scarico della Luxottica?

Eppure le assicuro che il profumo del bosco aleggia anche in queste valli, tra le strade e la gente che abita con fatica quei piccoli paesini dimenticati dal mondo.

Le posso assicurare come Agordina, che in questi ultimi giorni si sentiva ancora di più. Mentre si percorrevano in macchina quelle poche strade che erano rimaste libere, o che da poco erano state riaperte, si poteva sentire quello spiccato, aromatico, balsamico e inconfondibile profumo di resina… profumo di bosco!

Lo vada a raccontare alla Valle di San Lucano: prima distrutta dal fuoco e dulcis in fundo, dall’acqua e dal vento! Lei era la più bella delle valli. Io (e non solo) ho passato l’infanzia a costruire dighe sul Tegnas, ad avventurarmi nel bosco e a correre sui suoi sentieri.

Lo vada a raccontare alle Lonie: sradicata dal vento. Era il paesino più bello del mondo. In quel bosco andavo a fare la legna, raccoglievo i funghi e costruivo le capanne con il mio nonno. Mi facevo rincorrere dalla mia nonna perché non volevo mai mettermi le scarpe.

Lo vada a raccontare al Martino o agli allevatori dei comuni di Selva di Cadore, Colle Santa Lucia, Livinallongo e anche quelli che non ho formalmente citato: sono stati per giorni senza corrente, acqua potabile e telefono… e chi le munge le vacche? A chi si lo si porta il latte? Non è stata danneggiata la stalla?

Lo vada a chiedere ad Arabba e Rocca Pietore, ad Alleghe e Falcade se non gli sono caduti degli alberi o macerie sugli impianti da sci o nei sentieri nel bosco!

Vada a parlare con il Dario, il Sandro e tutti i coinvolti nei C.A.I di Agordo: ha idea dell’ulteriore tanta fatica e tempo per liberare e ricostruire tutti i sentieri che ora, sono sotto “Metricubi” di legname e che sono stati mangiati dai corsi d’acqua?

Potrei poi raccontargliela all’infinito.

Lei mi dirà: i boschi ricrescono (magari è la buona volta che si decidono di non favorire solamente quei maledetti abeti rossi!), le strade e le infrastrutture si ricostruiscono e l’economia di montagna ricomincia! Lo dovresti sapere tu che ti stai laureando in Scienze Forestali e Ambientali!

Ragionamento logico, lineare e da manuale.

C’è solo un piccolo inghippo: se non si sa che anche lì c’è il problema, questo non si risolve!

Se ci si dimentica, anche questa volta, di quei paesi sulle montagne, i soldi e le menti che sanno gestire con professionalità queste situazioni, non arrivano e non ci aiutano a far ricrescere, a riscostruire e a ricominciare!

L’ Agordino è tanto importante quanto “…l’Altopiano, il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane…”!

I telegiornali li possiamo perdonare, alla fine, a forza di insulti sui social qualche secondo ce lo hanno concesso. Lei però non parla alla gente comune ma ai convegni internazionali “in materia di foreste ecc..”, parla con i suoi colleghi selvicoltori, forestali e soprattutto parla agli studenti. Sono sicura che a loro narrerà “…dell’Altopiano, il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane…”  dimenticandosi che esistono altre realtà che hanno bisogno proprio delle persone come lei e come i suoi colleghi perché sennò io ho il sospetto che il finale sarà questo: il bosco rimane così com’è adesso o si favorisce di nuovo quel stramaledetto abete rosso, le strade e infrastrutture non si ricostruiscono perché non arrivano i soldi e l’economia di montagna muore perché gli allevatori ci rinunciano e i turisti non vengono perché “è troppo disordinato”!

Questo territorio muore e la filastrocca dei “Padovani gran dottori… e Belun? Pore Belun, te se proprio de nisun!” continuerà a rieccheggiare in queste valli!

Con questa riflessione non voglio in alcun modo sminuirla o insegnarle niente. Rispetto con sincerità l’autorità e la sua veste di Professore e mio Insegnante! Il mio intento non è quello di attaccarla o offenderla!

Volevo solamente alzare la mano e dire: CI SIAMO ANCHE NOI!

Penserà: “Che esagerata! È matta!”

Io le rispondo: “Amo il mio territorio e le mie valli e so i sacrifici che la gente fa per mantenere quel tipo di <<cultura montana>> che la Luxottica parzialmente si è appropriata e quindi SONO DEGNI di essere messi sul piedistallo come “…l’Altopiano, il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane…”!

Alla fine i telegiornali li abbiamo perdonati e quindi “perdono” pure lei perché anche se la mia faccia dice una cosa, le assicuro: non penso affatto che il Prof. Montecchio dica solamente eresie!

Però una soddisfazione me la sono presa: alla fine i calcoli dei “Metricubi” li ha sbagliati pure lei…

 

Cordialmente

C. ”

 

Metricubi

Molti dei boschi che mi hanno fatto innamorare di quello che sarebbe diventato il mio mestiere non ci sono più.

I telegiornali stanno misurando il danno in metri cubi o ettari, come fossero campi di frumento allettato dal vento. Come se chi è nato al settimo piano di un condominio in centro fosse tenuto a sapere quanto cuba un abete di 80 anni, o quanto è difficile coltivare un solo ettaro di bosco in montagna.
Cari giornalisti, provate a trasformare quegli alberi nell’ossigeno che 950.000 persone respirano in una vita, sarà più facile. O a misurare quei circa 7.500.000 di alberi lungo una strada, trasformandoli in 112.500 chilometri: quasi 200 volte la distanza fra Asiago e la capitale.

Aspetto con ansia la facile trasformazione da metri cubi a quintali. Anche perché di questo si tratterà: la sovrabbondante disponibilità farà crollare il prezzo e buona parte di quel legname, invece di vederlo marcire, sarà cippato e messo sul mercato nella sua forma più povera. Briciole di albero da trasformare in calore e anidride carbonica, nella speranza che altre piante riescano ad assorbirla.

Il danno vero, però, è un altro e ben maggiore, quello che i montanari non ammetteranno mai per quel pudore che gli è innato. Perché il bosco non si misura in alberi, o in violini che non usciranno più dalle foreste di Paneveggio.

I boschi sono identità culturale e sociale, orgogliosa appartenenza.

Chi abita l’Altopiano o il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane parla bosco, odora di bosco, E’ bosco. E allora immaginate una casa comune distrutta, grande quelle migliaia di ettari.

Credete davvero che fra 100 anni, quando avremo di nuovo abeti di 100 anni, sarà come la settimana scorsa?

La vedo difficile. A meno che non troviamo il coraggio per una rivoluzione culturale, magari prima che la neve ci stenda un bel lenzuolo bianco sopra.

Fra qualche giorno si terrà il decennale Congresso Nazionale di Selvicoltura e di questo evento si parlerà a lungo, spero. Ci sarà anche chi dirà “è solo colpa dei cambiamenti climatici”, chi dirà “io però l’avevo detto” o “se l’incarico per il piano di assestamento l’avessero dato a me”.

Ecco, mi piacerebbe che non fossero i soliti nomi a tenere le redini della discussione, mi piacerebbe che fossero le nuove generazioni di ricercatori e di tecnici.

Di bravi ce ne sono tanti: quelli che non sono ancora fedeli a certi dogmi culturali e ai molti aggettivi che si possono dare alla selvicoltura.

I nuovi boschi dovranno essere reinventati da loro, gestiti dai loro figli e goduti dai loro nipoti.

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Lucio Montecchio

Castagne e vin novo

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E anche quest’anno abbiamo raccolto un po’ delle nostre castagne.

Di quelle piccole e saporite che ci portava mio nonno quando veniva a trovarci col motorino, per Sant’Andrea. Castagne, arance e carne da spezzatino. Anni sessanta: regali poveri, regali utili.

Castagne così piccole da essere uscite dal mercato, come certe noci e mele.

E chi la sa più la differenza fra castagne e marroni? O fra i marroni del Monfenera e quelli di Combai?

“Gira massa schei!”, direbbe sicuramente Carlo.

Castagno, albero generoso. Garanzia di sopravvivenza per chi, nei secoli, se l’è portato appresso assieme ai rastrelli e alle pecore dalla Persia fino al vallo di Adriano.

Fiori da miele e frutti da consumare arrostiti o bolliti, o da seccare per avere farina là dove il frumento non cresce.

Fusti larghi per i mobili, dritti e lunghi per il tetto di casa, o più sottili per tendere i cavi delle viti e quelli del telefono. O ancora più sottili per legarci le piante dell’orto o per affumicare la carne.

Perché, nelle mani giuste, del castagno si usa tutto (vero Mario?). Compresa la corteccia, ricca dei tannini che fino a qualche decennio fa servivano per conciare la pelle delle scarpe e delle cinture.

Poi, il boom economico è arrivato anche in questa terra di regali utili.

Abbiamo dato ospitalità a decine di concerie chimiche in cambio di centinaia di nuovi posti di lavoro e dell’inquinamento dell’aria e delle falde di mezzo Veneto, che continua a bere acqua che sgorga da bottiglie di plastica come fosse normale.

I castagneti esposti a sud li abbiamo venduti a chi ne ha saputo fare vigneti e noi ci siamo camuffati da siòri, ma è ancora facilissimo riconoscerci: villetta con telecamere perimetrali, quadri d’autore comprati in tivù e italiano ostentato, ma pur sempre privo di dòpie.

E’ triste provare vergogna del proprio passato. Andare alla sagra di paese e leggere crema di mais invece di polenta, o pork rack invece di costicine. Oppure scegliere “castagne e vin novo” e vedersi arrivare un vassoio di enormi marroni spagnoli accompagnati da un novello col nome in francese.

Me ne farò una ragione, cercherò di convincermi che anche questa è una voce di spesa inevitabile, oramai scritta da tempo nel libro mastro del nostro progresso.

Lucio Montecchio

Rovere

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Pochi giorni fa, un collega che mi onora della sua amicizia mi ha chiesto che albero preferisco.

Porcamalòra …. non ci avevo mai pensato.

Se si trattasse di oggetti sarebbe abbastanza facile. Ma così come con gli amici, i libri o la musica, come si fa? La mamma o il papà? L’estate o l’inverno? E’ una questione di momenti vissuti, sensazioni e sfumature.

Mi viene in mente il disegno dello stemma del mio paesino, mal copiato il quel quaderno di terza elementare che mi è passato fra le mani qualche settimana fa. Ci sono un ponte, un timone da barca e due rami incrociati. Ulivo e quercia, pace e forza: un grande classico.

Ulivi no, ma querce ce ne sono sempre state parecchie, attorno a me. Farnie, Quercus robur, quelle che fino a qualche secolo fa abitavano le pianure europee da protagoniste.

“Ma come, farnia? Rovere!” mi correggerebbe Renato. Si, perché farnia e rovere sono due specie così simili da riuscire a ibridarsi fra di loro e, siccome il loro legno si assomiglia parecchio, i falegnami chiamano entrambe rovere.

E poi, diciamocelo, a chi è venuto in mente di chiamare farnia una pianta possente e vigorosa? Vuoi mettere Rovere, onomatopea di robustezza e durevolezza, che solo a dirlo gratta in gola?

Diciamocelo, dai: farnia è un nome da piante fighette. Chi mai comprerebbe un porto o uno cherry invecchiato in botti di farnia? In questo blog, perciò, concedetemi il sinonimo farnia-rovere. Farete contento anche Renato.

Di rovere sono quei quattro metri cubi di tavoloni accatastati nel garage di mia madre in attesa del tempo e della serenità che ci vogliono per costruire un barca. Intanto però alcune di quelle tavole sono diventate taglieri e appendiabiti per gli amici.

Di rovere sono il tavolo e le sedie che mi ha regalato l’amico Doc. Sono come nuovi, ma hanno arredato prima casa sua, poi quella di Lele e poi la mia: il rovere dura.

Pam è rovere, come lo sono i suoi cugini di Sherwood e quelli nella tenuta di quello scavezzacollo di Benedict (nella foto uno dei tanti, sui 700 anni).

Di rovere parlano alcuni post che ho scritto in questo blog. O di ghiande (1, 2), che spesso raccolgo per avere in tasca qualcosa di piacevole da accarezzare.

Poi vado sull’argine, le ricopro un po’ e spero che diventino un bel Barbalbero centenario.

Finché non cambio idea, perciò, Rovere sia.

Lucio Montecchio

 

Al Termine

Lungo quella traccia ondivaga che segna l’antico confine italo-austriaco ci sono alcune osterie che si chiamano ancora “Al Termine”.

Segni particolari: plastico della valle ingiallito e fissato a una tavola di legno, insegna Sali e Tabacchi di lamiera nera, eventuale tabella dei gelati Algida sulla parte interna della porta di legno. Di quei gelati, quello che cerchi tu non c’è mai.

Aldo faceva l’antennista, ma un infarto potente l’ha stroncato finché era sul tetto di un condominio. Lui dice di essere morto e rinato, e che da allora ogni giorno in più è gratis. Ha preso in affitto questo bar poco frequentato, se la prende con calma e non mette fretta a nessuno.

Il tavolo è il solito, gli amici anche.

Marco, l’idraulico che se la cava bene anche con l’ elettricismo (perché co mì acqua e corente i và dacordo), è sempre prodigo di pettegolezzi locali. Sa di guardie e ladri, bracchi, caprioli e di corna di origine varia. E’ un po’ sovrappeso, e quando ride mi ricorda Vincent Vega.

Poi c’è Boga, che a dir la verità si chiama Bogdan. Di ritorno dalla Romania porta sempre un bottiglia di quella ţuică che, ancor prima del cervello, paralizza le ginocchia. Sta raccontando per l’ennesima volta di quei tre turisti che non si davano pace del fatto che le sue pecore non accettassero pezzi di panino con la bresaola.

Michele invece fa il boscaiolo. Cinquant’anni portati male, lavora dall’alba al tramonto ma non riesce a pagare l’università alla figlia, cameriera nei fine settimana per 30 euro al giorno, in nero. Ogni tanto gli scappa un’ombra di troppo.

In vetrina è ancora esposta quella vecchia mozione contro l’amministrazione comunale, rea di non aver fatto nulla per evitare che il vecchio carpino cadesse.

Lo conoscevo bene, quel vecchio albero.

Probabilmente, da giovane i suoi polloni hanno riscaldato più di qualche stufa, ma poi è arrivato il metano ed è stato dimenticato. E così si è messo a disseminare figli tutt’intorno e ad ospitare una ricca comunità di ghiri, tordi, cince, insetti e funghi vari. Un tasso si era scavato la tana fra le radici.

Ha fatto l’albero con generosità per decenni, finché che quel fulmine l’ha trafitto cambiandogli la vita.

Spelacchiato e mezzo rotto ha provato a reinventarsi e a farsi bastare quel che gli restava, ma era sempre più fiacco e, nonostante i tre puntelli di legno e l’orgoglio per quella tabella di albero monumentale, l’idea di lasciarsi cadere non gli dispiaceva affatto.

In fondo, di albe ne aveva viste già tante. Oramai erano tutte prevedibili.

Lucio Montecchio

Intersezioni

Il mondo della Luigina è una bolla trasparente che solo lei sa misurare.

Se ti avvicini, lei si allontana. Se ti fermi, lei si ferma.

Ci ho messo un po’ di tempo a ridurre quella distanza, inginocchiandomi e trapiantando erbe anch’io, copiando da lei. Le tira su con dolcezza, ne annusa le radici e le pianta poco lontano come a volersi fare un orto tutto suo. Alcune le scarta, ma non so perché.

Forse ripete gesti d’infanzia. Chissà … ormai ben pochi ricordano di quando è entrata in questo Centro.

Centro? Periferia? Questo è un mondo dove ognuno ha i suoi confini.

Finito il lavoro si siede sul bordo della solita panchina, il più vicino possibile al tronco dell’olmo.

Mi sono seduto sul cordolo di quel marciapiedi tante volte, sperando in un sorriso, ma lei guarda sempre lontano.

Quando ondeggia dolcemente avanti e indietro spesso si tocca con tenerezza la spalla sinistra con la mano destra, col gomito un po’ sollevato.

Dopo un po’ si alza lentamente, cammina fino alla macchinetta del caffè, aspetta che non ci sia nessuno e cerca qualche moneta dimenticata.

A volte mi capita di riuscire ad anticiparla: metto nel vano del resto cinquanta centesimi e mi siedo lontano, su una delle poltroncine. Lei li raccoglie e pigia il tasto della cioccolata. Poco dopo mi passa quasi vicino guardando in basso e torna nel suo mondo, fino al tramonto.

Ieri sono arrivato presto, ho messo in mezzo alla strada un piccolo acero e ho aspettato sul mio solito cordolo.

Come se fosse una cosa abituale l’ha preso e portato lungo il bordo più lontano del suo orto, senza toglierlo dal vaso. Forse non l’ha mai fatto o, forse, per ora le basta che sia suo.

Credo che camminando verso la panchina mi abbia sorriso.

The fool on the hill sees the sun going down, and the eyes in his head see the world spinning round”.

Lucio Montecchio

La morale è sempre quella …

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Questa storia si svolge sulla costa rocciosa di uno di quei paesini aromatici fatti di vento, di mare e di sole.

Pigiate pure su questo link, chiudete gli occhi e immaginate una cartolina dalla quale, sulla destra, fa capolino uno dei più bei pini domestici che ci siano nel Mediterraneo.

“Sarebbe da passarci le estati, in questo spicchio di paradiso”, sussurra Gioia.

Cesare le cinge la vita, sorride in silenzio e, una volta tornato a casa, trova un accordo col proprietario e con un architetto alla moda, a condizione che quell’immagine col pino non venga turbata.

Dopo poco tempo, molto lavoro e una gran spesa, appare d’incanto il giardino più bello della costa ligure.

Per dare corpo e profondità allo spazio tra la villa e il mare, ora ci sono piccole ondulazioni che ricordano vagamente i terrazzamenti tradizionali, macchie di fiori rosse che si alternano ad altre gialle. E poi ligustri, ginestre, tamerici, cipressi e molti più pini di prima.

La festa a sorpresa i vicini se la ricordano ancora, coi prodotti tipici della costa genovese, la musica fino a tardi e i giochi gonfiabili di Alberto stesi sul prato.

 

Il grande vecchio è sempre là in fondo, a far la guardia al mare. Superbo e orgogliosamente impassibile.

A dir la verità, però, il malessere che gli sale dalle gambe è sempre più insopportabile.

A dir la verità, molti camion fin troppo carichi l’hanno sempre schivato a malapena, pur di finire i lavori in fretta.

A dir la verità, gli elettricisti hanno tagliato un bel po’ di radici, pur di risparmiare sulla lunghezza del cavo che collega i lampioncini.

A dir la verità, l’architetto ha imposto di caricare un bel po’ di terra attorno al tronco, pur di soddisfare geometrie e coni visuali.

A dir la verità, i giardinieri ci hanno buttato sopra quel terreno morto che avevano già sul camion dopo aver scavato lì vicino, pur di far presto.

“Il giardino è perfettamente identico al plastico appoggiato sul tavolo, no? Chi mai scoprirà cosa c’è sotto a questo meraviglioso tappeto d’erba che ricopre e maschera tutto?”

Come chi? Il pino!

E così, tra radici rotte e marcescenti e un coperchio di terra sterile sigillato da uno strato d’erba che impedisce ogni scambio d’aria, il protagonista della cartolina più bella oggi è moribondo.

Asfissiato, affamato e assetato. Invecchiato di 100 anni in pochi mesi.

La morale è sempre quella: anche per dipingere un muro grande, ci vuole un pennello piccolo.

E cuore, molto cuore.

Lucio Montecchio

Uno spazzino nel bosco

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Nel mio bosco sono caduti due alberi belli e grossi, sui 60 anni: negli ultimi tempi un fungo sotterraneo si è cibato di buona parte delle loro radici riducendole in una poltiglia fibrosa e facendo perdere stabilità al tutto.

Che i due fungaioli esclamassero “poveri alberi” era prevedibile. Che non sapessero che quel cattivone che mangia i piedi degli alberi è lo stesso che fra qualche giorno produrrà i chiodini – che al ristorante paghiamo come il filetto – anche.

A me questo fungo sta bene: nella sua pigrizia infetta piante già deboli o stressate, troppo lente per reagire.

Sono dinamiche naturali, nelle quali c’è spazio anche per me: alberi in meno da abbattere, nessuna scelta gestionale o etica, nessun rischio quando sei lì sotto con la motosega in mano. Perché, diciamocelo, pur avendolo fatto molte volte non sono del mestiere e, caschetto o non caschetto, ogni volta spero che vada tutto bene.

Bene, lasciamo passare qualche giorno, poi si tratterà di andar giù con giratronchi, motosega, ronca e cinghie. Sramare e depezzare.

Lasceremo a terra foglie e rami sotto ai tre centimetri, di nessuna utilità a noi ma buon cibo per insetti, funghi e batteri che li trasformeranno in humus. Poi legheremo i rami in fasci e taglieremo i fusti in tronchi sui due metri di lunghezza, in modo tale da riuscire a tirarli su in salita per sessanta metri, fino a casa.

Serviranno parecchi giorni, ma per fare questo tipo di fatiche c’è chi va in palestra, mentre qui basteranno buona volontà, un argano manuale e qualche imprecazione ben scandita al momento giusto. La sera, una birra fresca seduti sul prato guardando in giù e pensando “bel lavoro” coronerà la giornata.

La legna basterà a sfamare per qualche mese le due caldaie e, nel frattempo, il grande architetto riorganizzerà al meglio quegli spazi solo apparentemente vuoti.

“Finché dormi, lui cresce”, dice Mario.

Sbucheranno come fosse dal nulla felci e rovo, qualche sorbo o un tremolo, o un nocciolo. Sopra alle ceppaie cresceranno alcune piantine lontano dalla competizione, mentre lo spazzino si cercherà qualche altro albero debole di gambe.

Lucio Montecchio

Giardini commestibili

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La casa che abbiamo affittato per le vacanze al mare ha un giardino rigoglioso e, fra tutti, spicca imponente un melo alto più di 2 piani: sui sei metri. Oltre alle tracce dei tre innesti di varietà diverse su altrettante branche, come si usava una volta per avere frutta per un periodo lungo, nessun segno di potatura.

E’ bellissimo, fa una bella ombra fresca e più frutta di quel che serve alla signora Marica. La vite che lo arrampica fin su in alto mostra dei bei grappoloni d’uva dorati, mentre di fianco ci sono due albicocchi, un melograno e tre ulivi. Sotto ci dorme beatamente Zorro, un gatto bianco con mascherina e mantello nero.

Ripercorro la strada che finora ho camminato frettolosamente per andare a prendere le sigarette guardando solo il mare. E’ così in tutte le case, nell’ingresso del medico condotto e nella scuola elementare. Qui, chi entra può gustare una vita di normalità.

In alcuni casi manca il melo e c’è un fico, in altri si aggiunge un susino o un pesco, oppure un prugno o due. A volte c’è un pero, altre un giuggiolo.

E’ il classico brolo: un giardino bello, fresco, colorato e commestibile che fino a una quarantina d’anni fa era normale vedere anche fuori dalle nostre case.

E così, penso ai nostri giardini condominiali, fatti con piante col nome impronunciabile ed esigenze insoddisfabili*, da impresari edili maestri d’ignoranza botanica.

Lucio Montecchio

* “insoddisfacibili”, corretto, mi suona malissimo. Scusate.

Una casa sull’albero

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Primo semestre del 1942. Un generale invita a prendere un bicchiere di vino il suo attendente. Non è la prassi, ma vengono tutti e due dallo stesso paesino e, prima di prendere una decisione importante, lui fa così.

Sai, devo deportare un po’ di partigiani sloveni e croati con le loro famiglie in un posto sicuro.

Dove? Nella Dalmazia italiana, esclama gonfiando il petto.

Cos’hanno fatto? Si oppongono al nostro governo, urlano “la Slovenia agli sloveni” e altre stronzate simili. Figurati che non accettano neppure di modificare il nome delle loro città con una fonetica più comprensibile.

Mogli e figli? Nuclei familiari.

Ah … ok. Di quanta gente si tratta? Sui diecimila, ma c’è posto per quindicimila.

Orca! Credevo una trentina … Il posto l’hai trovato? Si, la parte a nord dell’isola di Arbe. E’ pianeggiante, ci si sbarca a cinquecento metri ed è facile da controllare. Porteremo l’acqua con le cisterne e li nutriremo l’indispensabile. E poi, sai, credo che ben pochi di questi montanari sappia scappare a nuoto.

Ah … Rab, dove è nato San Marino! Però come fai a tenere sotto controllo i locali, slavi anche quelli? Dobbiamo trovare un modo, non so … Forse val la pena fare un po’ di confusione e metterci dentro anche un po’ di giudei.

Mah … Sequestrare gente dentro a casa sua mi sembra una stupidaggine, ma il generale sei tu.

31 Luglio 2018, 34 gradi.

Non sono mai stato in un campo di concentramento.

Il parcheggio del monumento ai 15.000 deportati nell’Isola di Rab ha spazio per 6-7 auto e ce ne sono 5: tre italiane, una ungherese e una croata.

Leggiamo le due insegne all’ingresso. La cosa che mi colpisce di più è la foto di 5 bambini magri e rannicchiati su una coperta a righe.

Entriamo. In alto sventolano 5 bandiere: croata, europea, slovena, israeliana, sammarinese.

All’ombra di cipressi e pini, file interminabili di nomi e cognomi. Su alcune delle placche ovali c’è un fiore o un lumino ardente: parenti. Su una tomba a destra c’è una composizione fatta con alcune pigne raccolte lì sotto: visitatori.

Più in fondo una striscia di rame interminabile di nomi e anni di nascita, compresa Željka Šoštarić, 1942.

Di bambini sotto i 15 anni qui ne sono morti 163, davanti agli occhi incapaci di padri e madri, ebrei e cattolici. Facendo due conti, i loro genitori avevano sui 40 anni, morti anche loro di fame, sete, malaria e caldo cocente. Fra il 27 luglio 1942 e l’ 11 settembre 1943 qui morirono troppe persone, ma solo 1488 di esse furono identificate.

Il campo di sterminio fu liberato dagli abitanti dell’isola di Rab.

In fondo a sinistra c’è un mosaico potente, straziante. Un Guernica sloveno, opera di Mario Pregelj. Mostra un uomo non più capace di sollevarsi che, aiutandosi con la mano sinistra, allunga la destra chiedendo di continuare a vivere. Sullo sfondo, alberi secchi.
Ancora una volta, vite spezzate senza motivo. Uomini colpevoli di rivendicare la terra dov’erano nati, quella dei loro genitori. Donne colpevoli di essere mogli, figli di essere figli. Ebrei rei di aver ammazzato Cristo duemila anni fa.

Siamo dentro da quasi un’ora. Giriamo ciascuno per conto proprio, seguendo il filo delle emozioni. Non abbiamo ancora trovato la forza di parlare. Raddrizzo un lumino ancora acceso, caduto col vento.

Usciamo e ci guardiamo con gli occhi lucidi.

Monica raccoglie un mazzo di elicriso sulla collinetta di fronte. “Per ricordare”, dice.

Essere qui in vacanza e visitare questo posto dà un senso di colpa amaro, durevole, amplificato dal fatto che non c’è nessuna, nessuna traccia di condivisione di questo dolore profondo da parte del mio Paese, unico artefice di tutto questo.

Cosa manca? Non so, forse una corona, forse una lapide con scritto “Abbiamo sbagliato, ci dispiace”.

Forse manca un regalo simbolico per quei bambini morti senza aver mai giocato.

Forse manca un’altalena, o una casa sull’albero.

Lucio Montecchio

Irene sta bene

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Di chi accarezza o abbraccia gli alberi sorridevo, ma non ci avevo mai parlato.

Con la scusa di una passeggiata mi avvicino ai due ragazzi che spesso vedo abbracciare quell’albero né bello né brutto, né alto né grosso. E’ un acero come se ne vedono tanti.

Marco e Irene si presentano a Meg e ci giocano un po’. Fa troppo caldo e lei vorrebbe rotolarsi nell’erba, ma subisce.

Oso? Oso. “Vi vedo spesso abbracciare quest’albero …”.

Si guardano, si sorridono come nella pubblicità dei cioccolatini.

“Si. Ci fa stare bene”.

Buona la prima.

Lucio Montecchio

La memoria di Cesare

L’accordo De Gasperi-Van Acker del 1946 barattava carbone belga contro manodopera italiana. Così, abbindolando i molti disoccupati con dei bei manifesti rosa che promettevano casa, salario, assistenza sanitaria, istruzione per i figli e ferie pagate, dopo dieci anni i migranti italiani in Belgio erano già duecentoventiquattromila.

Anche perché, oltre ai centri ufficiali, c’era anche della gentaglia che, per conto di alcune compagnie minerarie, facevano espatriare illegalmente molti poveri cristi affamati e analfabeti. Migranti economici. Clandestini invisibili e senza diritti.

Ci cascò anche Cesare, amico d’infanzia di mio padre, i cui lavoretti da muratore non producevano alcun effetto concreto nelle tasche della sua famiglia numerosa.

Basso, secco e muscoloso come un fantino del palio, nel ’48 prese un treno e partì a nutrire la già folta comunità di macaroni.

Di giorno scavava carbone a 800 metri di profondità e col buio risaliva lurido e con la schiena spezzata, si fermava nei bagni comuni e poi si trascinava in una baracca di lamiera ondulata, gelida d’inverno e rovente d’estate. Fino a pochi anni prima quel villaggio era un campo per prigionieri tedeschi.

La domenica Cesare dormiva un po’ di più, trovava la forza di ripulirsi per bene e si ritrovava con gli altri italiani sotto ai tigli lì di fronte a parlare di casa e di speranze, in un miscuglio di dialetti. Trovò anche una moglie abruzzese e fece tre figli.

Nel 1961 i minatori italiani erano il 44% della popolazione straniera in Belgio, nonostante ne morissero centinaia ogni anno. L’incendio sotterraneo di Marcinelle ne è solo l’esempio più noto.

A conti fatti a lui andò bene: prese la silicosi e, quasi incapace di respirare, a 41 anni tornò con tutta la famiglia. Le stesse valigie dell’andata con in più qualche foto ingiallita di lui davanti alla cava, del matrimonio, dei battesimi e una manciata di semi di tiglio.

Il fiato era corto, ma la pensione d’invalidità non bastava. Arrotondava con piccoli lavori di muratura e carpenteria.

“El tira el fià in tre volte”, sussurrava mio padre preoccupato.

Nel troppo tempo libero stava seduto davanti alla casa popolare, oppure curava quei tre giovani tigli con amore.

Ci raccontava che in maggio l’odore dei fiori se lo portava sotto terra e che ora, quando usciva di notte per respirare un po’ meglio, quello stesso profumo gli ricordava solo le cose belle. Di quand’era fidanzato, del minestrone della domenica e dei bambini che giocavano.

Quegli alberi erano la sua memoria, forse più delle foto, ma Cesare non c’è più da molti anni e dei suoi tigli ne rimane uno.

È quello che quel ragazzo, che non sa, sta per tagliare per far posto alla piscina gonfiabile.

Fra un paio d’anni il tiglio della foto sarà pronto per il bosco. Si chiama Cesare.

Lucio Montecchio

Sapore di sole

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Il primo fine settimana al mare inizia dall’ombra di questo fico enorme.

Certo che, fra tutti gli alberi ignoranti, questo della foto è fra i più ostinati! Affonda le radici in un vecchio rudere da chissà quanti anni e quei rami che nei decenni hanno toccato terra hanno messo radici a loro volta. Nei sassi e a pochi passi dalle onde.

Sotto questa chioma alta e compatta c’è un bel frescolino profumato da godersi in pace, lontano tutti.

I fichi sono abbondanti e a portata di mano; di quella varietà grossa e violacea che mio nonno chiamava smoche.

Se vi capita di passare di qui e volete godere al massimo della situazione, è necessario attenersi scrupolosamente alla seguente procedura operativa in 12 mosse:

1) respirate a fondo il profumo del mare e dell’elicriso;

2) con la scusa di un bagno, andate a legare una stecca di lattine di birra al corpo morto là in fondo;

3) riflettete sul fatto che lavorare è molto peggio;

4) da ora, attivate la modalità ozio;

5) esplorate con gli occhi quella parte di chioma esposta a sud;

6) identificate i frutti leggermente raggrinziti (lo so, non sono veri frutti, ma questa è una lezione di ozio);

7) tastateli delicatamente e, se sufficientemente morbidi, dategli una tiratina fino a staccarne una decina;

8) prendeteli fra i pollici, col picciolo rivolto in giù. Divideteli in due e guardateci dentro. Se non c’è una vespa, godetene;

9) frasi come “senti che buono questo” danno un senso di condivisione, ma a dir la verità sono del tutto inutili;

10) se proprio vi scappa una chiacchiera, evitate ogni riferimento saccente sull’albero che avete sopra. Anche se finge interesse, il vostro partner ne sta godendo da prima di voi e per un motivo semplice: lì sotto si sta bene;

11) soddisfatto il palato, alzatevi con calma, ondeggiate sugli scogli al ritmo di Three Little Birds, immergetevi a recuperare le lattine e continuate la festa riprendendo da uno qualsiasi dei punti sopra, fino ad appisolarvi inconsapevolmente;

12) nel torpore del risveglio, guardate la nave da crociera là in fondo, aprite le braccia nello stile di Jack Dawson e sussurrate a chi vi è vicino “siamo i re del mondo”.

Buona Estate!

Lucio Montecchio

5 luglio: Barbara dice che questo post avrei potuto chiamarlo Smoche on the water. Geniale ….

Vite rubate

La Slavonia è una regione a cavallo fra Croazia, Serbia e Ungheria.

Ci riprovo: la Slavonia è una regione a cavallo fra Drava, Sava e Danubio che, come tutti i fiumi, garantiscono terre fertili e generose. Buone per coltivarci frumento e mais e per lasciar crescere spontaneamente olmi, frassini e roveri enormi. Quel “Rovere di Slavonia” ricercato in mezza Europa per la costruzione delle botti destinate alla stagionatura dei vini e dei liquori più pregiati.

E’ anche per questo che la Slavonia è sempre stata terra di conquista e migrazione. Romani, croati, ungheresi, ottomani, asburgici e così via. A ogni invasione, opportunità geopolitiche diverse. A fine 800 ci arrivarono anche parecchi nostri montanari. Fra questi, Francesco Broz. Trentino e futuro padre di quel maresciallo Tito che guidò col pugno di ferro la Jugoslavia finché morì.

Era il 1980 e mio padre diceva che non ci sarebbe più stato nessuno capace di tener incollati a forza tutti quegli stati federati compresi fra Austria e Grecia. Troppo eterogenei.

 

23 maggio. Dopo 698 chilometri attraverso Osijek e arrivo a Vinkovci. Questa è l’unica strada che, tra mille difficoltà, nel ’91 permetteva l’approvvigionamento rocambolesco di Vukovar.

Qui croati e serbi vivevano assieme. Identica lingua, si trovavano nello stesso bar, i figli giocavano a calcio assieme, si prestavano il trattore, lo zucchero e l’olio.

Un brutto giorno, però, si svegliarono nemici.

Sostanzialmente, un pazzo scatenato iniziò a dire che “dove c’è un serbo è Serbia” (più che altro, gli faceva molto gola quel porto sul Danubio). I suoi soldati se ne convinsero e l’indipendenza della Croazia, che come quella slovena sarebbe dovuta essere semplice, passò attraverso un mare di sangue.

Abbasso il finestrino, guido piano. Acqua, boschi, frumento, cicogne.

Questo dedalo di strade bianche che mette a dura prova le sospensioni, però, per ora non serve più. Case sbarrate, alcune mai completate. Dopo tutti questi anni, quelle abitate saranno il venti percento. Un vecchio zappa nell’orto, ma per strada non c’è quasi nessuno.

Boris, Milivoj e tre loro studenti sono già arrivati. Dobbiamo iniziare una sperimentazione pilota su una nuova malattia che sta seccando le querce.

Prendiamo un caffè da una signora anziana che ha riadattato la casa a quasi-trattoria per i cacciatori di passaggio. Per andare in bagno si passa dalla sua cucina. Anche il bagno è il suo, con tanto di cesta per la biancheria, lavatrice e doccia.

Ragazzi, dai che in quattro ore possiamo farcela. Scarponi, venti chili di zaino con tutta l’attrezzatura e via.

Camminiamo mezz’ora e troviamo le querce sulle quali lavorare (beh … a dir la verità lavorare è un’altra cosa, diciamocelo).

Vukovar da che parte è?

Là in fondo, sei chilometri.

Ricordo bene i servizi al telegiornale che ne raccontavano l’assedio e lo sterminio finale. Tre mesi di diretta televisiva. Strade minate, case incendiate, acquedotto bombardato, ospedale assaltato e pazienti sterminati. Tutti, fino all’ultimo.

Ricordo un profugo di fronte alla stazione di Padova con una borsetta di plastica azzurra sopra al moncherino della gamba fasciata. Noi li chiamavamo slavi, altro non volevamo sapere.

Il camion che adesso sta arrivando porta due enormi tronchi.

Rallenta per non alzare troppa polvere, ma è inutile. Lo sappiamo noi e lo sa lui. Saluto con la mano, lui risponde tenendo il palmo fisso sul volante.

Non è impressionante vedere una quercia o un olmo larghi un metro e quaranta. Di impressionante c’è che qui ce ne sono decine di ettari, dritti come stecche da biliardo, con tutte le classi di età già pronte a prendere il posto dei grandi.

E’ un peccato veder tagliare queste meraviglie. E’ un peccato non farlo, se questo può far ripartire un’economia. Decida chi ci abita.

Nonostante le zanzare, tutte sopra al mezzo chilo, finiamo con mezz’ora d’anticipo. Bravi tutti, però adesso andiamo in quella trattoria che sapete voi, a toglierci un po’ di polvere dalla gola.

L’aperitivo da queste parti non è gingerino da signorine. Qui si va di rakija, ragazzi: una bomba da 40 gradi piacevolissima. Finché non scivola nello stomaco vuoto.

Fuori sta parcheggiando lo stesso camion di prima. I tronchi ora sono sei o sette, e non ce ne stanno più. Una bambina arriva di corsa su una bicicletta molto più grande di lei e corre ad abbracciare l’autista.

Entrano. Lui prende un gelato dal frigo, chiede una birra e si mette a chiacchierare piano col barista. Parlano di noi.

Gli faccio un cenno. Lui alza la mano. Ha sui 40 anni.

Non mi interessa uscire a contare anelli: l’età degli alberi non mi ha mai appassionato. Fra 100 e 200 cosa cambia?

Più che altro vorrei parlare con lui, ma di croato so poche parole e quasi tutte ad uso turistico come cestarina, pedaggio autostradale.

Milivoj, mi aiuti?

Mi presento, gli spiego perché siamo lì e poi gli faccio un po’ di domande sul suo lavoro, sul bosco e sugli alberi.

Andrej ascolta, appoggia la bottiglia, mi guarda negli occhi.

Ogni volta che taglio uno di quegli alberi mi si stringe il cuore.

Queste foreste sono state il rifugio mio e di altri otto miei compagni di classe per molti giorni, durante i bombardamenti. Dietro agli alberi che porto sul camion ci siamo nascosti. Avevo nove anni, la mia casa è stata bruciata e di mio padre non ho più saputo niente, come delle centinaia di persone che abitavano qui attorno. Mia madre era fra i pazienti dell’ospedale.

La chiamavano pulizia etnica, ma di pulito non c’era niente.

Rolla una sigaretta, gira lo sguardo. Chissà quali immagini gli stanno passando davanti.

Irina ha finito il gelato e si aggrappa alla sua gamba destra come farebbe un koala. Lui le posa una mano sui capelli biondi e le dice qualcosa. Riconosco solo majka, mamma. Lei alza gli occhi e sorride.

E’ per lei. Quando sarà più grande andremo via anche noi e lei andrà all’Università, a Zagabria. Magari farà il medico delle querce, come voi, e torneremo assieme a prenderci cura di questi nostri boschi.

Fa un sorriso triste. Io provo a deglutire il sasso che mi blocca la gola.

Sreću, Andrej. Buona fortuna.

 

La Serbia entrerà nell’Unione Europea fra pochi mesi e tutta la Slavonia sarà Europa.

Vite, famiglie, speranze, sogni rubati per nulla.

Lucio Montecchio

La Caskia sacra

Nell’arcipelago delle Gakakoji cresce un albero che arriva sui 5 metri, la chioma è espansa e le foglie sono ampie. Sostanzialmente assomiglia a un fico, ma ha una particolarità: la linfa è densa e rosso scuro.

Questo è il motivo per il quale è stato chiamato Caskia sanguinea.

È un albero scoperto una ventina d’anni fa, grazie alla perseveranza di un gruppo di botanici francesi, alla cordialità delle tribù locali e alla mediazione di un prete missionario.

Di là dagli aspetti botanici, la particolarità di questa pianta sta nel rapporto che con lei hanno gli abitanti fin da tempi lontani. Perché loro, a dir la verità, l’avevano già scoperta da un po’.

Per il fatto che la linfa ricorda il sangue, infatti, quest’albero è considerato sacro.

La vista della linfa è di cattivo auspicio e la Caskia non si può abbattere né potare. Così come le vacche in India non si macellano né vengono affettate finché passeggiano.

Per lo stesso motivo, si ritiene che respirarne l’alito faccia guarire dalle malattie respiratorie e da altri malanni. Quando nasce un bambino, perciò, la madre pianta una giovane Caskia e il padre ci versa delicatamente 9 secchi d’acqua. Uno per ogni mese di gestazione.

Civiltà tribale.

Lucio Montecchio

Alberi ignoranti

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Praga, 15 maggio.

Conosco bene questo gruppo di colleghi, e tutte le volte in cui abbiamo questo tipo di riunioni pianifichiamo la birra della sera prima. Perché non si sa mai: da domani sarà da giacca, cravatta e bandierina sul tavolo.

E allora “tutti nel tal posto attorno alle 21. Il primo prenda un tavolo grande!”.

C’è chi arriva coi calzini di lana dentro ai sandali, chi con una maglietta sbiadita esplosa da un trolley in sovrapressione, chi indossa una cravatta marrone su una camicia azzurra e chi è già arrivato da un’ora e ha attaccato bottone con la cameriera.

Ed eccoci qui, a raccontarci scherzosamente dell’ultimo anno, di quell’articolo interessante che hai scritto, di quel progetto al quale non mi hai invitato, e via così.

Dopo la seconda Urquell si passa a chiacchiere più leggere.

Bello il tuo blog, ma con tutti gli aggettivi che potevi scegliere perché l’hai chiamato Alberi Esperti? (e detto da un inglese, Clever suona fighissimo).

Non lo so. Ci ho pensato molto, mi serviva un nome diverso dal solito e l’alternativa era Alberi Ignoranti.

Perché, dalle parti dove sono nato io, ignorante non è il contrario di colto.

Ignorante è un mobile semplice e funzionale, oppure un telefonino che sa solo telefonare. Un terreno povero ma comunque buono da patate (ignoranti anche loro).

Ignorante, soprattutto, è chi ce la mette tutta e anche un po’ di più. Coi mezzi che ha, a  prescindere. Magari non ce la fa, ma ci prova a testa bassa e poi ci riprova.

Le formiche in un formicaio, il cane da pastore che torna stremato ma orgoglioso. Chi si alza alle 4 pur di finire il lavoro della sera prima. Quel signore che molti anni fa provava a gonfiarmi una gomma forata con la pompa della sua bicicletta, perché non aveva altro. Perché va fatto, punto e basta.

Insomma … se cose e animali possono essere ignoranti nel senso di funzionale, senza fronzoli o caparbio, perché non dovrebbero esserlo le piante che, nella loro complicata semplicità, sono qui a dimostrarcelo da millenni?

Moduli identici che si ripetono verso l’alto e verso il basso, foglie su foglie, rami su rami, radici su radici.

Multipli di glucosio organizzati in amido o cellulosa, oppure trasformati in lignina nelle combinazioni più complicate.

E poi, fra le piante, come definire gli alberi?

Hanno imparato dagli errori delle felci e delle palme a eccellere in sopravvivenza, a ottimizzare elasticità e rigidità, peso e volume, produzione e consumo, condivisione e competizione.

A far tesoro dell’esperienza dell’anno prima identificando con precisione i loro punti di debolezza per farne punti di forza, creando dal nulla nuove strutture di rinforzo perché quell’evento non si ripeta più.

A preparare alla fine di ogni autunno, ed esattamente in quel punto, le gemme che la primavera prossima potranno sostituire tutto quel che c’è sopra, risagomando l’architettura complessiva in qualcosa di più funzionale.

A convertire in pochi giorni una gemma sotterranea già pronta per diventare radice in un fusto, in sostituzione di quello vecchio appena rotto.

Trovato il posto giusto, ci si piazzano per sempre. Immobilità apparente, che nel tempo vince su qualsiasi animale.

Ruotano impercettibilmente ma costantemente, secondo traiettorie ben descritte da Darwin (e da molti dopo di lui) per andare oltre e rivendicare il loro dominio.

Si truccano con colori e profumi pesanti col solo fine di adescare insetti e uccelli impollinatori.

Generosi o timidi, perciò, lo escluderei davvero.

Ignorantemente competitivi. Fino allo stremo, pur di farcela, da sempre. E, direi, con buoni risultati.

Si. Alberi Ignoranti poteva essere un buon titolo.

Lucio Montecchio

Barney

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Il platano che i londinesi chiamano Barney è ancora lì, lungo il Tamigi. Per riuscire a trovarlo c’è voluta una mattina di pazienza, che se fosse stato per me mi sarei arreso dopo due ore e avrei raggiunto la famiglia di Carlo al pub.

Oltre a essere enorme è sanissimo.

Vecchio non sembra proprio. Sarà perché è senz’altro nel posto giusto e perché nessuno taglia né lui, né il boschetto, né il rovo denso nel quale è immerso.

Inghilterra, 1652. Nella collezione botanica del giardino di Oxford il platano mediterraneo e quello nordamericano crescono a stento: il primo è freddoloso e l’altro non sopporta l’umidità.

In una delle lunghissime sere invernali passate davanti al caminetto, un gruppo di giardinieri decide di provare a incrociarli artificialmente, in modo da tirarne fuori un ibrido più adattabile al clima britannico.

Dev’essere stato un lavoro estenuante, fatto di occhialini e pennellino. Forse per vent’anni produssero piante peggiori oppure non molto diverse dei genitori, ma nel 1670 uno dei molti alberi soddisfò finalmente le aspettative.

Era bello, robusto, imponente, vigoroso e cresceva rapidamente.

Giustamente orgogliosi, lo chiamarono “Platanus inter orientalem et occidentalem media”. All’epoca si usava così: Linneo doveva ancora nascere.

Tagliando e facendo radicare nel modo e nel momento opportuni i rami della nuova specie, i botanici riuscirono a produrre centinaia di cloni. Non figli, ma copie perfettamente identiche da omaggiare a nobili e vescovi, che li piantarono in bella vista nei loro parchi. Grazie a questa abile strategia di marketing, nella regione di Londra ne furono piantati migliaia in pochi decenni, soprattutto lungo le nuove strade.

Qualche tempo dopo iniziò la rivoluzione industriale. Le fonderie a carbone liberavano così tanti fumi da rendere l’aria irrespirabile, colorando il cielo di una tonalità di grigio scuro, subito chiamata Fumo di Londra.

La polvere si depositava ovunque. La gente tossiva, le malattie respiratorie aumentavano e gli alberi si seccavano. Tutti, fuorché i platani.

Le foglie di Barney e dei suoi cloni catturavano la polvere senza deperire e, complessivamente, le chiome che si compenetravano lungo i viali filtravano l’aria rendendola un po’ più accettabile.

Nel 1880 un giornalista locale scrisse “Nelle molte vie e giardini di Londra è decisamente sorprendente vedere quanto sano, pulito e rigoglioso sia il platano. Sebbene sia circondato da miriadi di ciminiere, le sue foglie grandi e sane sembrano quelle di un albero che viva lontano dal fumo e dall’atmosfera cittadina”.

Anche grazie a questo indiscutibile vantaggio sanitario, in pochi decenni il platano ibrido, invenzione umana, fu diffuso lungo tutte le nuove strade europee creando quei corridoi verdi che tutt’ora vediamo percorrendo molte strade.

Corridoi ecologici che permettono a una ricca fauna di vivere a quindici metri d’altezza e di spostarsi con facilità per chilometri.

Corridoi sanitari fatti di rami e di foglie che rinfrescano, filtrano e ossigenano.

E noi siamo ancora qui. A discutere di potatura invece che di alberi e di posti giusti.

Lucio Montecchio

Marzio il Marziano

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Egregissimo Professore,

qui è Marzio dalla stazione X29.

Possibile fare Dottorato oppure Erasmus su alberi sani?

Di grande utilità sarebbe il sapere come coltivare bene così come in vostro pianeta, perché in nostro Marte alberi pochi e parassiti molti.

Ho visto su gugol images che 32 percento di foto di arboricoltura mostrano motosega, ma non chiaro se questo strumento permette di piantare o irrigare o nutrire o salvare alberi.

Auspicando suo positivo riscontro, porgo saluti d’istinto.

Marzio

Orda urbana

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Meg assomiglia a un pastore belga, ma le orecchie grandi e le zampe grosse tradiscono l’antica usanza dei pastori di incrociare razze diverse per avere cani sempre più bravi e robusti.

E’ nata a due chilometri da qui e riconosce ogni rumore insolito con cinque minuti d’anticipo. Se poi c’è qualcuno in avvicinamento, mostra un senso della proprietà addirittura superiore al mio.

Dal suo posto di vedetta abituale lancia un abbaio baritono, mi raggiunge di corsa e, borbottando, alza la coda e si mette dritta nella direzione del rumore. E’ un messaggio che conosco bene. Continuo a legare la catasta.

Dopo un po’ li sento anch’io.

Ecco l’Orda Urbana, “chiassoso gruppo composto da più di due persone, abbigliato in modo visibilmente inadeguato al luogo, accessoriato di strumenti che producono informazioni utilissime come la temperatura a Brindisi, il numero di passi fatti dal primo gennaio e le coordinate del più vicino ponte tibetano”.

Quest’orda qui è fatta di otto persone, sette sui 16 anni e uno sui 25. Oltre a indossare divise ridicole, uno porta una bandiera. Sempre utile nel caso si dovesse conquistare una cima inesplorata.

Meg ringhia, lascio fare. Si lancia, lascio fare. Arriva a dieci metri dal portabandiera assaporando l’idea di tastare un polpaccio peloso. Con un fischio secco le dico Non sono cattivi, ci penso io. Bloccali e basta”. Il gruppo si blocca. Sorrido.

Con un po’ di difficoltà e accennando un saluto, il portabandiera mi chiede “Scusi, è la strada giusta per il faggio monumentale?”

Strada? Quella più vicina è a due chilometri e il sentiero l’hanno scavalcato dritto per dritto, da cento metri.

Soprattutto, stanno calpestando con noncuranza gli alberi giovani. I miei.

Anch’io ho imparato, amato e trasformato in mestiere la montagna camminando tanti boschi altrui. Però ai miei tempi si girava con una tavoletta IGM, la si sapeva leggere e si restava sui sentieri, che fino a prova contraria sono lì per quello.

Scorro velocemente la top ten del mio ricco elenco di parolacce. Escludo d’ufficio tutte quelle che riguardano le mamme, ma alla fine decido di lasciar perdere: troppo giovani per capire certe raffinatezze.

Non ho né la voglia di litigare, né il tempo di mettermi a spiegare che quei faggi sotto i loro bei scarponi me li stavo coltivando perché mi piacevano, per non scaldarmi a gasolio e per dare l’opportunità a quelli più vigorosi di diventare vecchi.

Potrei dare dimostrazione di cordialità mostrandogli Fausto, sotto al quale sono passati senza accorgersene venti metri fa. O raccontagli che lassù ce ne sono altri sette o otto di uguali dimensioni. Ma non ne ho nessuna voglia.

Il “loro” faggio, noto grazie alla caparbietà di Carlo e del compianto Corpo Forestale dello Stato è là in fondo, poco prima di un enorme cespuglio di rosa canina che ha appena iniziato a germogliare.

La cosa più semplice e veloce sarebbe quella di dirgli andate su per cento metri, passate di fianco a casa mia, salite seicento metri tenendo la sinistra e lo vedrete.

Però mi sento piacevolmente inospitale. “Tornate indietro fino al sentiero, percorretelo tenendovi a ovest e alla terza vallecola salite trecento metri. Però state attenti alle vipere eh?”.

Lui ringrazia, si gira e fa rapporto al gruppo, che nel frattempo ha iniziato ad abbuffarsi di barrette e bibite energetiche.

Dopo un po’ si rigira e mi chiede dov’è l’ovest.

Meg mi guarda e scodinzola orgogliosa.

E’ l’ora della nostra merenda energetica: pane di Monica e salame di Giancarlo.

Lucio Montecchio

Primavera 2020

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La primavera del 2020 ce la ricorderemo a lungo, racconta Vincenzo.

Sai, pensavo che ci sarebbe voluto più tempo, che avrebbero iniziato quelli più antichi e in un luogo remoto. E invece l’han fatto tutti assieme, contemporaneamente.

Dev’essere che in quei decenni di globalizzazione e di convivenza forzata gli alberi avevano inventato una lingua comune, fatta di vento morbido e di odori speziati.

Fatto sta che, proprio pochi giorni prima della potatura, tutti gli alberi delle capitali europee iniziarono a far fiori mai visti, grandi e profumati. Un caleidoscopio di gialli, blu, rossi, viola e arancione. E l’immancabile bianco che, come diceva l’Angelina, sta bene con tutto.

Però solo sulle punte dei rami.

Davanti a questa meraviglia nessuno ebbe più il coraggio di potare, e così i fiori inondarono l’aria e le strade di profumi e di petali come in un matrimonio indù.

Molti studiosi dissero che era per via del cambiamento climatico, altri davano la colpa alle scie chimiche.

Il vescovo tenne un lungo sermone sulla fine del mondo che si stava approssimando impetuosa, e sul valore del pentimento. I linneiani crollarono in una crisi sistematica e profonda, e un po’ anche i post-darwiniani.

Io però credo che avesse ragione Cosimo, un nobile maremmano esiliatosi da anni su un melo.

Diceva di capirli perché parlavano l’Alberese, variante salmastra del Grossetano.

Diceva che era una loro offerta, in cambio della quale chiedevano di fermare per sempre la dolorosa amputazione dei rami.

Diceva che questa era la prova provata dell’intelligenza degli alberi, e che ci sarebbe stato da mangiare e motivo di far festa tutti i giorni. Però, quando aggiunse che ogni cristo sarebbe sceso dalla croce e che avrebbero fatto ritorno un sacco di uccelli, perse un po’ di credibilità e tornò ad essere additato come lo strambo del villaggio.

Resta il fatto che i comitati cittadini decisero che valeva la pena aspettare per vedere come andava a finire.

E così, dopo una fioritura abbondante, i cedri iniziarono a fare avocado, gli abeti papaia, i pini mango, gli ippocastani goji, le sofore una quantità impressionante di lulo e così via.

Immagina i frutti, immagina i fiori. E pensa alle voci, pensa ai colori! [F. Guccini].

Frutta costosa ed esotica, ora gratis e a portata di mano fino all’inverno.

Tivù e giornali non parlavano d’altro. Le radio mandavano reggae in tutte le sue declinazioni da mattina a sera, a mattina.

Un critico d’arte, pur di dire la sua, tirò in ballo Ligabue e i pittori naif ungheresi.

I grandi chef inventarono nuove ricette da preparare in tre minuti e i vecchi come me, che non sanno distinguere il falso dal vero, trovarono nuove storie da panchina.

Che anni quegli anni …

Lucio Montecchio

Onyricon

parquad

 

Mai provata la sensazione di non sapere se sei sveglio o se stai ancora sognando?

Neo (The Matrix, 1999)

 

Della Parliament Oak raccolgo materiale da mesi, provando a immaginarne l’evoluzione nel tempo dalle foto, disegnandoci sopra.

Maggio: il compleanno di Monica e il concerto acustico dei Simple Minds giustificano ampiamente il viaggio.

Quasi nascosta all’incrocio fra la statale e una delle strade laterali che attraversano i campi, se non la stai cercando non te ne accorgi. Non dà fastidio a nessuno e nessuno dà fastidio a lei. Libera di decidere il suo destino.

Praticamente è un sistema radicale che da più di mille anni continua a sostituire il fusto più pesante e meno efficiente con altri più giovani e vigorosi, tutto attorno.

Fra i due fusti grossi e cariati sulla destra e quello giovane a sinistra c’è uno spazio ampio e circolare.

Lì dentro si sono avvicendati tutti quelli precedenti, secondo logiche che possiamo solo ipotizzare. Forse secondo scelte di convenienza e di sopravvivenza che le radici hanno avuto il tempo di sbagliare e di perfezionare.

A terra ci sono un po’ di ghiande: a saperle leggere, lì dentro ci sono molte risposte.

La farnia è sana, almeno quanto quelle che hanno mille anni di meno e che da noi sono “monumento”, certificato da una targa luccicante.

Monumento a che cosa, però, non si sa. Forse “all’oblio”. Al fatto che quelle poche, fortunatamente, ci siamo dimenticati di tagliarle.

Fotografo un po’ di dettagli e mi allontano di una ventina di metri per inquadrarla tutta.

Apro il diaframma per mettere a fuoco solo il ramo che viene verso di me. Faccio per ripetere, ma mi fermo: dal centro sfocato compare una signora coi capelli rossi sciolti sulle spalle.

Lei appoggia una mano sul fusto più giovane e mi sorride di trequarti. È in posa. Sicura di sé, spontaneamente elegante.

Chiudo il diaframma e scatto. E scatto ancora. Me l’immagino già in bianco e nero.

Finalmente alzo gli occhi dal mirino e saluto con un cenno della mano.

È bellissima … quanti anni avrà?

A una signora non si chiede, sussurra con la voce di Norah Jones.

Aggiro il rovo, tolgo il berretto e mi presento. Profumo di bosco.

Gli amici mi chiamano Pam, da quando Re Giovanni ha organizzato un Parlamento qui sotto.

Avresti dovuto esserci!

Quando è arrivato il messaggero, il Re stava cacciando sulla collina là in fondo. Pensa, senza distogliere lo sguardo dal cervo apprese della rivolta in Galles e convocò i suoi sette consiglieri per il giorno dopo.

“Dove, Maestà?” Chiese il messaggero già in sella a un cavallo fresco. “Sotto la quercia del bivio, stronzo!”, rispose stizzito. Scoccò la freccia e sbagliò di dieci metri, ma i suoi compagni di caccia urlarono “Quasi!” e applaudirono a lungo.

Nel pomeriggio del giorno dopo, finché Giovanni cavalcava verso Edimburgo, i suoi soldati sgozzavano un po’ di poveracci affamati, poco lontano da qui.

E’ turbata.

Potrei raccontartene altri, di aneddoti.

Così come potrebbero farlo le molte querce qui vicino. Ognuna ha un nome e una storia.

Se domani passi dalla Major portale i miei saluti. Se non sarà troppo indaffarata con tutti quei turisti, ti dirà che è la più famosa e la più antica, ma non fidarti: si regge su una decina di stampelle ed è nata da una ghianda mia.

Faccio per raccogliere l’aria e invitarla per un aperitivo senza balbettare, ma arrivano due ciclisti frettolosi col caschetto arancione che chiedono strada a suon di campanello. Campanello, campanello, campanello, camp …

 

Mi sveglio sudato, immerso in un piumone caldissimo.

Ah, si. È il lodge di ieri sera, quello con un’infinita rastrelliera di birre e whisky al piano terra, quello col barman con la faccia di Bilbo Baggins.

Doccia. Un po’ meglio, scendo.

Simulo lucidità: full breakfast, please.

Bilbo mi guarda divertito, con l’indice solleva dalla fronte la tuba fucsia, mi mostra la copertina di un vinile che conosco a memoria e spara “Superstition”.

Dal tovagliolo rotola una ghianda.

Lucio Montecchio

Boschi fluviali

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Pellice, Dora Baltea, Doria Riparia, Sesia, Ticino, …

A nove anni recitavo a memoria gli affluenti del Po di sinistra e poi quelli di destra.

Il Maestro Ferro ci teneva molto. Io un po’ meno: erano semplicemente dei suoni da impacchettare in ordine.

Con tutte quelle erre, Doria Riparia era molto piacevole. Taro invece mi faceva ridere. Anche Oglio non era male.

Però alla parola non corrispondeva mai alcuna immagine. Un po’ come con “stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro”, immagazzinata a undici anni e che ha preso pieno valore solo di recente.

Semplicemente, pensavo che tutti i fiumi fossero identici al Bacchiglione, a pochi metri dalle finestre del primo piano e sospeso fra due argini verso l’interno e due muri di mattoni verso la strada, come succede in queste terre strappate alla palude e alla malaria. Cordoni che disegnano un confine artificiale con la terra, sulla quale l’acqua tornerebbe volentieri.

Se ci nasci, anche un fiume può essere parte di te. Dapprima inconsapevolmente, come quelle parole vuote, ma col tempo anche lui prende vita, colore e profumo.

Sono nato lungo un fiume, vissuto lungo un altro fiume e la prima cosa che vedo ogni mattina è un fiume ancora diverso, “Sacro alla Patria”.

E allora, se non hai fretta, passi dal guardare all’osservare. Scopri quanto questo ecosistema che attraversi frettolosamente tutti i giorni, che parte sottile e veloce e termina largo e lento, possa essere vario. Di metro in metro e di giorno in giorno. Per chilometri e per anni.

Stamattina era un concerto di uccelli frementi di primavera. Quelli piccoli. Garzette e aironi, invece, dormivano ancora in quella posa ridicola.

Il fiume della mia infanzia è fatto di pioppi e salici, tanti, sotto ai quali far festa il giorno di San Marco. Di macchie impenetrabili di quella canna che chiamiamo “bambù”, dalla quale ricavare canne da pesca rudimentali. Di quel rovo inespugnabile che dà rifugio ai pochi fagiani scampati alla stagione di caccia, di topinambur ed erbe varie che le nostre mamme ci hanno insegnato quando e come raccogliere e cuocere.

Il mio fiume è fatto anche dell’edera che ho visto arrampicarsi sui resti di una vecchia passerella in disuso, di fronte a una chiesetta che tanto usata non è. L’edera è una liana sempreverde, leggerissima, che non dà fastidio a nessuno, che in pochi metri quadrati cattura polveri e inquinanti e regala ossigeno anche d’inverno, che dà polline alle api e bacche a una miriade di uccelli.

Credo che il merlo di stamattina la stesse esplorando in previsione di metter su famiglia o, forse, anche lui era semplicemente curioso.

Per quanto mi riguarda, anche questo è bosco.

…, Secchia, Panaro, Maira, Enza.

 

Lucio Montecchio

Scusa, cos’è un bosco?

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Senza alcuna velleità statistica, l’ho chiesto a una ventina di persone di estrazione culturale diversa.

Per la maggioranza di loro il bosco è un contenitore di emozioni che sta lì da sempre, spontaneamente, silenzioso. Inviolato e inviolabile. Dev’essere perché ci hanno letto un sacco di favole ambientate nei boschi. Oppure perché ci andiamo di domenica, giorno di riposo dei boscaioli.

Alcuni amano il bosco e ritengono di aver voce in capitolo sulla buona gestione perché “i boschi sono pubblici e perciò anche miei”. I mappali catastali, nella maggior parte dei casi, la raccontano diversamente.

Ignoranti, certo, ma non c’è vera colpa.

Non ho mai visto un programma televisivo raccontare la coltivazione del bosco, l’assestamento, i diradamenti, gli abbattimenti, le piste, le teleferiche, le segherie e le falegnamerie.

Non ho mai sentito dire che, per soddisfare le necessità di chi compra un mobile in legno, si coltiva il capitale-bosco per raccoglierne gli interessi-legno maturati dopo un certo periodo.

La coltivazione del bosco è difficile. È come dover cambiare l’olio a un motore in corsa.

La selvicoltura non è motosega e metri cubi, quella è rapina.

La coltivazione del bosco è praticamente invisibile. E’ fatta di sensibilità ed esperienza. Del saper contestualizzare, prevedere e giocare d’anticipo, agevolando una fra le molte scelte che il bosco ha a disposizione.

Spesso è conservazione. A volte, e purtroppo, è immobilizzazione di dinamiche delle quali il bosco prima o poi si riapproprierà.

Una bella responsabilità di questa percezione confusa ce l’hanno alcune associazioni ambientaliste, pronte all’adozione a distanza del pippolino dagli occhi blù del centramerica ma del tutto assenti, in modo professionale e non emotivo, su questi temi.

Se è per questo, ne sono responsabili anche alcuni improvvisati docenti di materie forestali che evitano con molta cura di dire che il titolo che campeggia sulle locandine si riferisce a una breve carriera di Professore di geografia alle medie.

Tempo fa, a uno di questi esperti mi è capitato di chiedere cos’è il bosco. Così, tanto per provocare. Balbettii. Free jazz su uno standard mal eseguito: “Area basimetrica”, arricchito di inutili gesti che disegnavano in aria percorsi improbabili. Comprensibilissimo. Grazie.

Un bosco non è alberi. È sistema, disordine, entropia.

Una decina d’anni fa Franco, amico e collega purtroppo in pensione, scendendo dal Monte Bondone mi ha risposto che un bosco è quel che un suolo forestale sa dare. Nobel per l’ecologia, subito!

Stavo scrivendo queste righe ed è venuto a trovarmi Francesco, otto anni. Dice che “il bosco è la casa degli alberi”.

Casa, òikos.

Lucio Montecchio

Soffia, vento. Soffia!

« Dicen que viene del norte
las tropas del general;
con mucho galón dorado
que a Rosas quieren voltear
 »

(Milonga Rosista)

 _______________

Era la fine di agosto e la sua chioma era ormai carica di semi leggeri, ennesimo tentativo di fuggire da quel parcheggio.

Vento, portali lontano, dai miei.

La bora arrivò impetuosa.

 

Lucio Montecchio

Sciando a perdifiato

È un caro amico di Roma, ingegnere, di quelli che hanno abbondantemente pianificato la vita e che farebbero felice ogni suocera. La mia, di me diceva “può piacere”.

Ferragosto lo passa in Sardegna, nella villetta dei suoceri.

Per febbraio, invece, decide lui.

Settimana di sci sulle dolomiti, alla quale arriva con un’ansia da prestazione crescente, parzialmente smorzata dalle indispensabili sessioni di ginnastica pre-sciistica in una palestra vip dell’Eur.

Misura il piacere in chilometri sciati nelle poche ore disponibili, entità che convivono nella definizione di velocità. Quella cosa che non ti lascia il tempo di osservare cosa c’è attorno.

La moglie di solito lo aspetta al solarium sorseggiando succo di lulo coltivato in Perù, spremuto a freddo in Austria e certificato biologico in Italia.

Parcheggio. So già che farà la solita battutona, che aspettava questa settimana “d’ampezzo”.

Mi viene incontro a braccia spalancate commentando le strade che non sono ancora state pulite, la gente che non sa parcheggiare e i troppi turisti.

Beh dai … se fosse arrivato con caschetto viola e goprò sarebbe stato peggio.

Guarda, dalla finestra della camera sembra di essere dentro a una cartolina, e mi mostra foto che corrispondono esattamente a quanto ho davanti agli occhi.

Già che c’è, sfoggia un’app che ti dice il nome di tutte le montagne di fronte, anche di quelle che non si vedono.

Sai, Marina va a far palestra, massaggi e ne approfitta per leggere.

Io invece scarico lo stress di un anno sciando a perdifiato. A pranzo, panino col formaggio di malga e un bicchiere di rosso. Poi ancora giù fino alle quattro, in questi bei boschi incontaminati. E poi doccia, sprizcampàri e ristorante.

È felice come un bambino: non gli dirò quel che penso davvero.

Non gli dirò che quei boschi che evita come il guardrail dell’autostrada sono una scenografia come la facciata del castello di Disneyland.

Non gli dirò neppure che il formaggio del suo panino lo fanno laggiù, in pianura.

Lucio Montecchio

Ghianda urbana

Anche lei aveva avuto fortuna: quella di cadere dentro a un cestino fra la pista ciclabile e l’aiòla, protetta da bici e rasaerba.

Da lì, forse avrebbe trovato un passaggio per una discarica a cielo aperto e, chissà, un futuro.

Urtando contro la bottiglia vuota si svegliò di colpo, alzò lo sguardo e poco lontano vide il vecchio Rovere.

Ciao babbo, che fortuna!

Lui guardò in basso, annoiato.

Il solito cane gli stava pisciando sui piedi.

Fortuna un cazzo: erano due anni che provavo a fare centro !

 

“Imagination is crazy, your whole perspective gets hazy.
Starts you asking a daisy “What to do, what to do?” (Chet Baker)

Lucio Montecchio

Un faggio fausto

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Monica e io l’abbiamo chiamato Fausto, ma lui non lo sa.

Qualche secolo fa questo bosco era una faggeta nella quale i montanari venivano a far legna, facile da portare giù lungo quella valle ripida a destra. Oppure ne facevano carbone sul posto, chissà…

Di un faggio, far legna significa tagliare alla base un fusto d’inverno e con la luna giusta, lasciare che i germogli che ripartono dalla base diventino fusti e, raggiunto un diametro che si riesca a spaccare con l’accetta senza doverci perderci le braccia, ripetere l’operazione. Non all’infinito, ma per molti cicli. Poi la pianta si spompa e deperisce.

Guardandomi attorno mi viene da pensare che, verso metà ottocento, chi abitava qui vicino deve aver tagliato quasi tutto per far spazio al pascolo, lasciando Fausto e qualche altro faggio qui e là perché il bestiame potesse trovare riparo dal sole e per continuare a scaldarsi.

Abbandonato l’allevamento perché il latte di malga rendeva meno di quello pastorizzato, scremato e già pronto nel tetrabrick, gli alberi dei versanti vicini devono essersi scambiati con impeto la tanto attesa parola d’ordine: “Post fata resurgo!”.

Un po’ alla volta, Fausto si è così trovato immerso in un bosco-bambino, fatto di specie dal seme leggero e la foglia succosa come il pioppo, il nocciolo, la betulla e l’acero, che in pochi decenni hanno portato a termine il compito di ricreare un suolo fertile e un’ombra diffusa.

Per merito dei parassiti, molti di quegli alberi pionieri hanno iniziato a cadere per lasciare spazio ai figli di Fausto: tutto attorno ce ne sono a centinaia, però solo quelli più veloci e robusti sopravviveranno agli erbivori.

In tutti questi anni, libero di gestire il suo sviluppo, Fausto ha continuato a crescere in profondità e in altezza. A far cadere i rami troppo in ombra e a farne di nuovi più in alto. A fare contrafforti alla base così potenti da opporsi al vento che sale dalla pianura.

Chissà quanti anni ha … Solo le sue radici lo sanno.

Chissà a quanti animali piccoli e grandi ha dato sostento … La base forma un catino che raccoglie la pioggia. Più di qualche volta, dalla finestra, ho visto un capriolo approfittarne.

Fra qualche settimana i ghiri usciranno dal letargo e andranno fin su, terranno ben stretti i rami di 3-4 centimetri e con i denti strapperanno alcuni brandelli di corteccia per succhiare linfa, in attesa di una dieta più varia che sarà disponibile qualche tempo dopo.

Lo tengo d’occhio da una quindicina d’anni e sembra immobile. Ho l’impressione che ormai non voglia più salire. D’altra parte è il più alto, chi glielo fa fare?

Però cresce, eccome!

L’amico Mario mi dice che grossomodo ciascuno dei 4 fusti sta crescendo di 40 chili all’anno, il che corrisponde a migliaia di litri d’aria respirata e di acqua bevuta, per un totale netto di un quintale e mezzo di distillato di sole, terra e aria.

Se nessuno ci metterà le mani, fra un centinaio d’anni qui di fronte ci sarà di nuovo una bella faggeta.

Lucio Montecchio

Carlo il resiliente

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Il posto nel quale si svolge questa storia è uno dei bar di uno dei tanti paesini della collina trevigiana.

Di quelli fra la chiesa e il negozio di alimentari, con davanti uno scooter parcheggiato malamente, le sedie di plastica bianca sotto alle finestre e le tendine ricamate, ingiallite dagli anni in cui dentro si poteva fumare.

Di quelli dove le marche di sigarette sono tre e i pochi pacchetti si alternano nella rastrelliera ai mazzi di carte, rigorosamente da briscola.

Mezzogiorno: sentore fine e persistente di soffritto. “Un bianco, grazie”.

Sul bancone gli immancabili Boeri rossi e, in ordine sparso, mezze uova con un cappero trafitto dallo stuzzicadenti, polpettine tristi e fettine di filoncino con sopra qualche improbabile salsa.

Se non fosse che nella vetrinetta manca la Luisona, potrebbe essere una versione di quel Bar Sport di Stefano Benni.

Mi piacciono questi baretti di collina: ci trovi sempre qualcuno che sta leggendo la pagina sportiva, col quale attaccar bottone con facilità lamentandosi del tempo o commentando le scelte del governo.

Carlo ha sui 70 anni, lo conosco da tempo. Faceva l’idraulico e i ragazzi del posto lo chiamano Tuby, ma questo burberone con lo sguardo da bambino curioso ci ride su.

Scarpe grosse e cervello fino, eloquio lubrificato dal secondo Grigioverde e da un’ampia disponibilità di bestemmie da usare con fantasia. Per rafforzare una frase, meravigliarsi di qualcosa o sottolineare le curve dell’Alessia.

Eh si … voi professoroni …. bravi!

Eccoli qua i danni che avete combinato convincendoci a togliere il bosco per farci fare i soldi in fretta.

Adesso abbiamo tutti la macchina grossa e il conto in banca, ma ai nostri boschi chi ghe pensa più? ‘Na volta i castagneti i se curava, se netàva, zarpìva, incalmàva e malatie no ghe n’era.

Abbiamo piantato vigneto fino al bordo della strada e in giardino abbiamo magnolie e palme stitiche.

In trent’anni abbiamo avvelenato e distrutto tutto, però mettiamo rose sotto i pali di testa e cassette-nido, pensando che basti a convincere api e uccelli a tornare.

E allora sai cosa ti dico?

Mi sto facendo un bosco mio, dietro casa, sul pezzo di terra che mi ha lasciato el me pòro papà. Ogni tanto vado su e raccolgo piantine di acero, sorbo, frassino, faggio, nocciolo, ciliegio e pioppo.

Pini no, non m’interessano: non sono nostrani.

Le metto là, sparse, quel che attecchisce bene. Quel che si secca non lo pianto più.

Orca, Carlo … ma allora sei un montanaro resiliente!

Residente? Ancamassa !

Io e la mia famiglia siamo sempre stati qui. Il posto più lontano che ho visitato è stato col militare: fanteria. Castiglione dei Pepoli, Tos-ca-na. Bestemmia esclamativa.

Umanità in via d’estinzione.

Offro io.

Lucio Montecchio