Lasciatemi essere

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Lasciatemi essere.

Essere quello che sono, coi capelli bianchi e le rughe della vita che è stata.

Lasciatemi essere quello che il tempo vorrà.

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(Questa volta solo poche righe, perché “se gli accordi sono più di tre è jazz”, diceva Lou Reed. Questo è blues).

Lucio Montecchio

Ah … la Dendromachìa

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Dendromachia, dal greco déndron (albero, sostantivo) e máchē (battaglia).

Combattimento rituale con alberi o altre piante legnose di bell’aspetto, diffuso nella quasi globalità della parte terrea del globo terracqueo.

Di probabile origine minozoica e di chiara impostazione democratica (dal greco démos, “popolo” e krátos, “potere”), la Dendromachìa è esercitata, direttamente oppure su commissione, dal popolo.

Trovato un avversario valido, indipendentemente da sesso, razza, numero di tatuaggi, fede, età, status sociale e preferenze alimentari, chiunque è libero di esercitare la Dendromachìa in ogni stagione e luogo, sebbene tale attività sia da intendersi tradizionalmente come prova iniziatica volta a dar dimostrazione, una volta per tutte, della maturità raggiunta da giovani maschi col petto depilato.

La regola è una sola ed è semplice: il primo che cade perde e gli altri applaudono.

Degna di nota è una particolare trasposizione veneta della Dendromachìa denominata  “Capèa” , alla stregua dell’omonima versione della corrida spagnola (per approfondimenti, cliccare qui). Essa consiste nel recidere con un taglio veloce e netto non l’intero albero (“che cossì ze boni tutti”, commentava a tal proposito il Ruzante), ma soltanto la sua parte sommitale, o Capo, eventualmente avvalendosi di macchine o armature all’uopo forgiate e spesso caratterizzate da insegne rappresentanti, scaramanticamente, il nemico.

Il vincitore che annualmente si aggiudica l’ambìto “Contest regionale della befana” viene premiato in Piazza San Marco a mezzodì di ogni 6 gennaio con quattro pecore rivestite di lana vergine, una pentola in terracotta senza coperchio e, soprattutto, col titolo di “Gran Capèa”.

Lucio Montecchio

Fra i rami e il cielo

“Sembrerò morto e non sarà vero”. Antoine de Saint-Exupéry.

Ho conosciuto Teresa il giorno in cui è entrata in chiesa, scagliandosi come una furia verso quel prete che poco prima aveva cacciato in malo modo Nicola dall’incontro di preparazione alla prima comunione perché, a suo dire, aveva i capelli troppo lunghi.

Erano semplicemente dei lunghi boccoli biondi, come quelli del bambino sulla scatola dei biscotti Nipiol che lei aveva ritagliato e teneva con orgoglio fra le foto e le pagelle di un figlio al quale aveva fatto anche da padre.
“Vai a tagliarti la lana, capellone” negli anni ’70 significava un sacco di cose, tutte negative.
Ero troppo lontano per sentire cos’ha detto a Don Severino quel giorno, ma alla fine se n’è andata indicando con fermezza la lunga chioma di Gesù, sul dipinto in fondo.
Quelli erano i tempi in cui, per essere parte di una comunità di tremila persone, dovevi essere ben voluto dal sindaco, dal farmacista e dal prete. Il resto veniva dopo.
Quel giorno, lei aveva scelto di allontanarsi dal prete e dalla chiesa.

Da quella chiesa.

Teresa era l’ultima di sei figli, cresciuta come tanti altri in una famiglia che aveva imparato a sue spese che, per sopravvivere alle difficoltà, lamentarsi serve a ben poco.

Ognuno contribuiva secondo le proprie capacità.

Papà Piero era il primo a uscire e l’ultimo a rientrare.

Quando tornava dallo zuccherificio andava nei campi finché c’era luce e poi si attardava sotto al solito ciliegio, pensoso e in compagnia di quel trinciato forte che sapeva rollare con una mano sola.

Teresa, “la piccola”, lo raggiungeva quasi sempre, curiosa di nomi di animali e di storie, vere o finte che fossero.

Come quella volta in cui, sulle ginocchia di papà, scoprì che quell’albero era il braccio di un uomo enorme che saliva da terra, con la mano aperta per toccare le nuvole con le dita.

E’ per questo che mi fermo qui ogni sera. Sotto di noi c’è l’altra mano, che regge il peso delle nostre giornate.

Ascolta: lo senti sussurrare fra i rami?

Gli indiani chiamano questi alberi Totem.

Gli alberi sanno, perché sono fatti di tempo, di quello nostro e di quello di chi li ha protetti prima di noi.

Quando io non ci sarò più toccherà a te tenergli compagnia. Lui saprà ascoltarti, e ti parlerà con la voce del vento.

Teresa non poteva sapere che, dopo qualche giorno, papà sarebbe andato in cielo per colpa di un brutto male.

Si, all’epoca non si diceva morto, non si diceva tumore.

E così, negli anni, Teresa aveva preso l’abitudine di andare al ciliegio quasi ogni sera, anche in quelle giornate autunnali bagnate, quelle che velano i colori di grigio.

Si sedeva su una di quelle radici grosse e guardando la chioma alla rovescia gli raccontava di com’era andata la giornata, della mamma sempre più anziana e soprattutto di Nicola, coi boccoli biondi come il bambino dei biscotti.

Capitava anche che Teresa infilasse dentro a quel buco enorme fra le dita del ciliegio una sigaretta sottratta a Guido, oppure un bigliettino coi suoi segreti più intimi.

Perché, se l’albero era fatto di tempo, papà era ancora lì.

Da qualche parte, fra i rami e il cielo.

Lucio Montecchio

Linda

 

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L’ha piantato Francis, e la targa bianca dice che è per Linda.

A lei piacevano, i tigli.

Era in Sudafrica a seguire un mio progetto di ricerca. Io non avevo voglia di andarci e lei si, come sempre.

Trentanove anni di amore per la vita, sguardo e futuro radiosi.

Quel sabato pomeriggio è scesa la notte.

Ad esempio

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Se io dovessi farmi un’idea della qualità di un qualsiasi lavoro prenderei come riferimento chi, oltre a farlo, ha l’esperienza e i mezzi per farlo bene.

Vorrei un caffè come quello del Pedrocchi e un’auto verniciata secondo lo standard della Ferrari.

Se  io volessi far potare un mio albero, lo farei potare secondo lo standard di un’amministrazione pubblica.

Ma sbaglierei.

Lucio Montecchio

 

Ad minchiam

Dall’inizio dell’anno, gli amministratori di Fantasilandia erano usi incontrarsi mattina e pomeriggio per il consueto brain storming sulla solita, spinosa questione: “Che fare?”.

Un argomento un pochetto leninista, ma che sostanzialmente significava “e adesso come facciamo a vincere le prossime elezioni, che siamo già spacciati in partenza?”.

Nessuno sapeva produrre una proposta concreta, però, e mattine e pomeriggi scorrevano fra un deca macchiatosòja con poca schiuma e un pinot noir con fettina di lime, finché …

Finché un bel giorno il violinista aprì la porta urlando “Spritz Campari!” e facendo accomodare al ritmo di samba il solito cameriere, già affannato dalle scale e appesantito dalla fondina piena di monetine di vario taglio.

“Guardate cos’ho trovato in garage: un numero del 1978 di “Country road take me home” dove spiegano come trasformare gli alberi in statue!”.

“Beh, allora non è una novità”, osservò l’onnipresente giornalista in agguato di primizie estive.

“Qui non l’ha mai fatto nessuno e quindi è una novità. E poi gli altri lo fanno sugli alberi secchi o su tronchi già stesi a terra, ma sui vivi non l’ha mai fatto nessuno”.

“Magari ci sarà anche un motivo”, sussurrò un consigliere coricato su un Hammond leopardato, ma nessuno lo sentì.

“Guardate, è semplice. Si prende un albero un po’ moribondo ma non troppo, gli si taglia via la chioma e si fa scolpire quel che resta da un artista. Chiameremo ‘sta cosa ‘Nuova Vita’. Che poi potrebbe anche diventare lo slogan della campagna elettorale”, concluse sottovoce il violinista giocherellando coi bottoni della camicia hawaiana.

“Ma no, dai … su alberi vivi no, dai… Quelli continueranno a ricacciare rami e rametti. Ci riempiranno di critiche e ingiurie. Faranno mille foto del prima, del dopo e del dopo-dopo”, commentò lo xilofonista.

“Macché! Rami e rametti li tagliamo noi, di notte. Siamo una città d’arte e nessuno avrà nulla da dire. Andremo su tutti i giornali, altro che tutti quei santini pre-elettorali da infilare sotto ai tergicristalli”.

“Beh, dipende anche da cosa ci scolpiamo”, osservò il gonghista.

“Animali. Connubiàmo vegetali e animali, l’incontro fra due Regni: un simbolismo potentissimo”. Poi tirò fuori un foglio e lesse: “Due coccodrilli, un orango tango, due piccoli serpenti e un’aquila reale. Se avanzano alberi ci mettiamo anche un gatto, un topo e un elefante”.

“E tu, cos’hai da ridacchiare?”, chiese il clavicembalista al barista, ancora in attesa che qualcuno pagasse il giro.

“Beh, gatti e topi tanti assé da queste parti, ma aquile reali mai vista una, Dottore. Che poi come fate a scolpire un tronco con quelle forme lì?”.

“Il barman ha ragione”, intervenne l’usciere abbarbicato sul corrimano delle scale, “dovete fare cose che stiano dentro ad un cilindro verticale: un bagnoschiuma, un salame con l’aglio e cose così, insomma”.

“Ma dai, queste sono le solite cose… Dobbiamo portare al potere la fantasia e l’immaginazione”, sbuffò deluso il violinista.

“Dei cazzi! Scolpiamo-deigrandissimi-cazzi!”, tuonò il grancassista puntando gli occhi sul mezzogiorno meno cinque della pendola.

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Cinque minuti bastarono per concordare tutti i dettagli, perché non discussero di alberi vivi né di arte, ma di grancazzi.

#andòtuttobene: le elezioni le persero.

Non solo per aver scuoiato e umiliato alberi vivi, chiaramente.

Lucio Montecchio

Simbiosi

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Credo che la potenza emotiva che inconsapevolmente ci sa trasmettere il bosco stia nelle relazioni sinergiche fra le sue centinaia di componenti che, come in un’orchestra affiatata, sanno relazionarsi nel pieno rispetto reciproco, finalizzato a un solo e semplice obiettivo: il benessere complessivo del bosco.

Le più intime relazioni fra piante e funghi risalgono a 350 milioni di anni fa, quando le prime terre emerse furono colonizzate con difficoltà da piante e funghi acquatici che in pochi millenni riuscirono a costituire relazioni simbiotiche durevoli e indispensabili alla sopravvivenza di entrambi. I rapporti indissolubili fra piante e funghi continuano da allora ad amministrare la salute dei nostri boschi attraverso compromessi quotidiani fra piante e funghi.

Basti pensare al seme di un abete che, una volta caduto a terra, riesce a conservarsi e poi a germogliare grazie alla presenza al suo interno di una molteplicità di batteri e funghi che la pianta madre sa selezionare, passare al fiore e poi al seme, capaci di produrre con costanza una quantità di molecole tossiche sufficienti a tener lontano altri funghi e batteri, a comportamento parassitario.

Dopo poche ore dalla produzione delle radichette, poi, la differenza fra la vita e la morte di quel giovane abete dipenderà dalla sua capacità di entrare in simbiosi con funghi microscopici e sotterranei che sanno avvolgere di micelio ogni singolo apice assorbente formando una struttura che chiamiamo micorriza (i cappuccetti chiari nella foto), in grado di mascherare la presenza della radichetta a funghi parassiti ancora diversi e spesso letali.

Si tratta di equilibri delicati e preziosi, e quel giovane albero potrà sopravvivere e svilupparsi come la sua natura vorrebbe solo se sarà in grado di continuare una convivenza pacifica sia coi funghi ricevuti in dote dalla madre, che nel frattempo fluiscono lungo il fusto impregnandolo di tossine e proteggendolo così da parassiti esterni che potrebbero penetrare da ferite, sia coi simbionti micorrizici, assecondando così consuetudini di sopravvivenza che ci sono in gran parte ancora oscure.

Mano a mano che l’albero invecchia, però, quegli stessi simbionti che albergano nel legno iniziano a modificare gradualmente il loro comportamento verso il parassitismo, non più accontentandosi di piccole quantità di amido o di cellulosa, quindi, ma intensificando così velocemente la loro attività enzimatica da degradare il legno stesso. Velocizzando il deperimento dell’albero e favorendo l’ingresso di nuovi parassiti attraverso le radici o i rami.

Questo processo, lento ma irreversibile, si conclude con la caduta della parte maggiormente marcescente e poi dell’albero intero, il quale sarà colonizzato da funghi saprotrofi che lo degraderanno allo stato di humus.

È grazie a questa successione di eventi pilotata dai funghi, che in quello spazio prima inesistente potranno germinare e nutrirsi di humus i semi delle piante vicine.

La resilienza di un bosco, le dinamiche naturali che portano alla sostituzione degli alberi più deperenti con altri più adeguati a quel luogo e in quel momento dipende in larga misura dai funghi: organismi microscopici poco conosciuti, che spesso vivono nascosti sottoterra o all’interno dell’albero per evitare la luce e la disidratazione.

Specie capaci di adeguarsi all’ambiente circostante attraverso comportamenti così vari e mutevoli da rendere spesso vana la rigida distinzione fra mutualisti, parassiti e saprotrofi.

Comunità complesse capaci di adeguare la loro composizione in funzione della composizione vegetale e delle caratteristiche ambientali e climatiche del luogo.

Organismi che occasionalmente si rendono visibili ai nostri occhi producendo strutture di forme e colori peculiari, indispensabili alla produzione e alla diffusione delle spore: i corpi fruttiferi che noi chiamiamo ad esempio porcini, lattari o cortinari.

Anche per questo, le nostre aree montane sono un insostituibile serbatoio di diversità biologica.

Lucio Montecchio

(Prefazione ad un Atlante micologico di molto prossima uscita. Grazie agli autori per avermi coinvolto)

 

Quello che non so

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Ho già avuto modo di dirlo più volte: a me piacciono le persone che le piante le amano per il sorprendente fatto che esistono, indipendentemente dall’utilità, dalle dimensioni e, tanto meno, dall’età.

Poi, come si sa, ho un debole per gli alberi.

Però ci sono cose che non ho ancora capito.

Non ho ancora capito perché il piantare alberi affinché rinfreschino le nostre città passi come una grande idea, quando siamo stati noi a toglierli solo pochi anni fa per far spazio al nostro parcheggio, al nostro supermercato e al nostro cassonetto dell’umido.

Non ho ancora capito perché piantare sessanta milioni di alberi sia un’idea geniale, quando esiste la legge su un albero per ogni nato da anni che però viene disattesa perché non ci sono i soldi e, soprattutto, spazio.

Non ho ancora capito perché nessuno si ribella quando un’amministrazione pianta alberi sul bordo di una strada o in mezzo a una rotatoria destinandoli a essere massacrati da parcheggiatori e potatori.

Non ho ancora capito perché c’è chi dice di aver cura degli alberi ma sul furgone ostenta una motosega.

Non ho ancora capito perché un albero di 110 anni, 20 metri e mezzo marcio sia più meritevole di attenzione di uno più giovane, basso e sano.

Soprattutto, non ho capito perché diventa un dramma tale da scatenare telefonate ed e-mail il fatto che durante una diretta alla quale non ho chiesto io di partecipare dico che a me sono simpatici i movimenti di cittadini che si mobilitano per il fatto di voler sapere il motivo per cui vengono abbattuti alberi loro.

E’ la libertà, la cosa più preziosa che mi viene in mente.

E’ da quando avevo sui 16 anni che parteggio senz’altro per la gestione condivisa di qualsiasi bene comune, e non l’ho mai nascosto. Poi, sia chiaro, l’amministratore te lo sei votato tu e se non ti ha spiegato il perché di queste scelte prima di applicarle, sappi che hai sempre un’arma potentissima in mano: il prossimo voto.

A corollario: la simpatia non significa appoggio, ma condivisione del coraggio di voler sapere il perché delle cose.

Ecco, come chiuderebbe un mio amico con una delle più belle considerazioni del secolo: “era solo un pensiero”.

– Grazie a Gabriele Romorini (compagno di banco in prima elementare e fino alla fine del liceo) per la bella foto, scattata a Bibione poco fa –

Lucio Montecchio

Mr. Tyler e le foglie lobate

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Nel pomeriggio di oggi risponderò ad alcune domande attraverso un webinar  sull’argomento “Comunicare l’albero”.

Sarà in diretta e non so bene cosa dirò, perché “comunicazione” significa tanto, oppure poco.

Però penso che la comunicazione, per quanto leggera, debba posarsi su conoscenze solide e incontrovertibili, perché il rischio in agguato è sempre il solito: se lo dice uno che ne sa più di me, allora è vero (” l’han detto in televisione”, “si, ma chi?”).

La tazza del caffè di stamattina e la forma della foglia che c’è disegnata sopra, però, mi hanno portato consiglio.

E allora mi è venuto da pensare al fatto che, in natura, la forma spesso coincide con la sostanza. Ma perché una farnia ha le foglie lobate?

“E’ così perché è così”, mi rispondeva sbrigativamente mio padre dopo la dodicesima ora di lavoro, porocristo.

“E’ per prendere più sole”, “No, è per prenderne meno”, direbbe qualcun altro.

La vera risposta è molto semplice: la foglia lobata è un deterrente, un chiaro parametro di adattamento alle situazioni quotidiane, insomma. Di furbizia, se volete.

L’ha dimostrato per primo Steven Tyler nel 1979 in un articolo che, all’epoca, fu certamente sottovalutato.

Lo stesso argomento, poi, fu ridimostrato avvalendosi di metodi più moderni da Mark Robinson nel 1983. E’ un peccato che quest’ultimo non abbia citato Tyler e si sia appropriato di paternità, ipotesi e dimostrazioni non sue attribuendosi ogni merito, ma son cose deplorevoli che a volte succedono.

Ma torniamo a noi. La lobatura della foglia, oramai è chiaro, è un messaggio che dice grossomodo così: “Caro insetto appassionato di croccante mesofillo fogliare, non lo vedi che la parte più saporita se la sono già mangiata i tuoi amici più mattinieri? Se fossi in te non perderei altro tempo e mi sposterei al tiglio lì vicino”.

Eh, si. Ci sono alberi che sono disposti a rinunciare a qualche centimetro quadrato di foglia, pur di ingannare il nemico. Semplice.

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Ecco, in queste poche righe spero di aver dimostrato come una persona con un po’ di credibilità possa rendere vera una balla inventata fra un caffè e una doccia, perché questa cosa l’ho inventata “di sana pianta” (qui potete sorridere, se volete).

Morale della balla: le informazioni scientifiche sono una cosa seria. Tutto il resto, spesso, è fuffa gratis e piacevole.

La madre delle informazioni scientifiche è una sola: la ricerca scientifica. Che richiede tempo, energia, risorse e confronto aperto. La differenza fra realtà e irrealtà però la si smaschera facilmente, sia chiaro: basta andare a verificare chi l’ha scritto, dove l’ha scritto e chi gliel’ha pubblicato.

Intendo dire che è davvero improbabile che un ricercatore tenga il risultato di una ricerca innovativa in un cassetto o lo racconti solo alle fiere del pisello dolce o lo pubblichi solo nei bollettini parrocchiali, ecco.

Comunque chiudiamo in bellezza: Steven Tyler si arrabbiò tantissimo, mandò in frantumi una tavolata di calici con un bemolle altissimo e mise su una rock band. Tuttora è nel giro della comunicazione, quindi, e da protagonista. Non tutto il male vien per nuocere.

Di Mr. Robinson, invece, mi dicono che continua a frequentare i peggiori bar di Caracas. Male non fare …

A stasera.

Lucio Montecchio

6 luglio 2020

 

 

 

 

 

 

Estinzione

Continuo a leggere “Ci meritiamo l’estinzione”, “Ci estingueremo” e via così.

Io credo che questa eventualità non sia nel menù evolutivo, e spero di non sbagliare.

Facendo un ragionamento rapido, fra le 10 persone che frequento di più non se lo merita nessuno, fra le successive 50 neppure.

Arrivando a 100 un paio mi vengono in mente con chiarezza, ma a questi forse basterebbe centuplicare per qualche lungo tempo il costo della corrente elettrica (anche di quella che serve a far andare la pompa quando vanno a fare benzina).

Lucio Montecchio

La biodiversità

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Preg.mo Arch. xxx,

so bene che pronunciare “natura” e “biodiversità” ben dispone chi subisce questi webinar veloci, come il suo di pochi giorni fa, però la biodiversità ha ben poco a che vedere con dei pallini verdi su una mappa.

Aumentando il numero di piante lei aumenta il numero di piante. Tutto qui. Non crea né “natura” né “diversità biologica”, come nessuno di noi. Nella migliore delle ipotesi, crea delle opportunità perché questo possa avvenire.

E non c’è niente di male: a me va benissimo se lei semina o pianta, anche se non sono alberi. E non le nascondo che la sua visione di parco mi piace molto.

Però se un parco diventasse più naturale o ricco di diversità biologica per il solo fatto che lei ci aggiunge cinque specie in poche ore, questo lavoro potrebbe farlo un contabile e il mio amico Roberto potrebbe candidare il suo vivaio a patrimonio dell’Unesco domattina.

Come sa, la convivenza fra specie attraversa da parte a parte il concetto di caos e quello di competizione per il cibo e per lo spazio. Alcune soccombono (a meno che lei non bari, aiutando le sue magnolie col concime e togliendo forza ai tigli vicini a colpi di motosega), altre scoprono nuove sinergie impreviste, altre ancora cedono a mille compromessi pur di restar vive.

Quel che vediamo noi è il fotogramma di un film di guerra, che invece confondiamo con una tregua immobile.

La natura è più sostanza, che forma. Mi ricorda il principio collaudato dai signori Harley e Davidson: “quel che manca non pesa, non costa e non si rompe”. Se quel suo parco fosse naturalmente adeguato alla magnolia, la magnolia ci sarebbe già arrivata da sola, non crede? Il fatto che lì attorno lei non riesca a trovare magnolie nate da seme la dice lunga sul peso, sul costo e sulla fragilità ecologica di quella specie in quel luogo, che è ben diverso da dove la magnolia vive e si riproduce in natura.

Col passare del tempo, spesso quella sostanza diventa armonia. Come in una bella canzone, quella che le piace di più, faccia lei, perché comunque non importa quante singole note contiene, ma la loro combinazione in suoni, ritmo, armonie, accordi, guizzi protagonisti e tante, tante impercettibili pause. Si, ci vuole spazio perché una pianta riesca a prendere la rincorsa per un buon assolo (e ci vuole anche il coraggio di darglielo, quello spazio).

Ecco, non tolga e non aggiunga piante dissonanti solo per rincorrere dei numeri. Piuttosto, quel parco lo arricchisca di nuove specie pronte a trovare un loro spazio.

Usare quelle parole preziose per il solo fatto che va di moda non è obbligatorio.

Cordialità vivissime,

Lucio Montecchio

Facce da Bar

Oltre questa mia tastiera c’è il FaceBar, con le pareti blu e le foto dei clienti in vetrina. Come dal barbiere in Penny Lane.

Soprattutto in tempi di isolamento fisico, il “Bar delle Facce” costa meno del telefono e fa più compagnia, perché ti fa sentire parte di un gruppo, come fino al mese scorso al Bar Centrale.

Al Bar delle Facce ogni giorno è il giorno che vuoi tu.

Chiudi gli occhi, pensa al lunedì e i commenti sul calcio saranno abbondanti, anche in questo periodo di lockdown. Ad esempio, in attesa di tempi migliori c’è chi posta il video (falso o vero non so) di un politico di grido che, incurante dei vicini col cellulare in mano, si fa recapitare a casa un gruppo di ragazzi per far fare una partitella spensierata al figlio.

Negli altri giorni cambia il soggetto, ad esempio si parla parecchio dei vantaggi della bava di lumaca come anti-age (eh, si, perché dovete sapere che la bava sa rallentare il tempo, come ben dimostrato dalla lentezza delle lumache), di quella lì di Sanremo che è brutta perché ha il naso rifatto, oppure delle possibili geometrie del nostro pianeta.

Le dinamiche della discussione sono sostanzialmente le stesse: si confrontano opinioni opposte, ci si insulta per un po’ e poi si da’ tutti ragione all’esperto di turno, che se non fosse che gli mancavano ventotto esami si sarebbe laureato con una tesi in chirurgia dell’esofago. Tanto, a cosa serve una laurea? Lui fa il macellaio già da quattro mesi e la laurea se l’è conquistata sul campo, alla faccia dei figli di papà che vanno all’Università.

Vi faccio un esempio: durante la serata dedicata a “piante, dadi e datteri” si presenta immancabilmente qualcuno con due foto sfocate di un albero che ha già deciso di salvare da un destino crudele, chiedendo di che specie si tratti e soprattutto di che cosa è malato e cosa fare. Perché, si sa, gli alberi sono sempre malati, basta cercare bene. Anzi, no, scusate, non sono mai malati, va tutto bene. Anzi, no, devo sentire un amico, che lui sa. Diagnosi per corrispondenza, insomma, ecco. Smart working.

Ma torniamo a noi.

Nel tempo di cinque minuti parte il “toto-opinione”.
A me interessa: “seguo”, nel frattempo faccio gli auguri di buon compleanno a un amico che neppure conosco, scusandomi (cioè chiedendo scusa a me stesso) del ritardo.
Torno nella pagina dopo venti minuti, osservo e sorrido, pensando al fatto che al mio medico non spedirei mai la foto dei miei occhi arrossati, perché certamente mi risponderebbe “amico mio, devo vederti. Magari poi ti mando da un oculista, o da un epatologo, non lo so. Forse sono solo le grappe che ci siamo fatti ieri sera dal telefonino, ricordi? No, vero?”.
Per fortuna fra gli avventori c’è spesso Gregorio Rasputìn, il vecchio allenatore dell’Albignasego Football Club: lui sa, perché dieci anni fa curava la rubrica scientifica “Io sono io” nel Bollettino di una parrocchia che purtroppo oggi non esiste più per via dei cambiamenti climatici.

Rasputìn posa il calice, si pulisce il naso adunco con la manica sinistra e da sotto i capelli lunghi sentenzia annoiato “carenza idrica: dategli un buon insetticida!”. Si, come abbiamo fatto a non pensarci prima? Non piove da tre mesi ed chiaro che gli insetti pur di bere vanno a succhiare foglie. Ora che ci penso, me l’aveva già detto il mio imbianchino.

E qui, finalmente, arriva il momento tanto atteso. Quello della coesione sociale, del vogliamoci bene, del siamo fortissimi: alziamo tutti il pollice urlando “Like” e brindiamo felici, dandoci delle gran pacche sulla fronte col palmo della mano.

Anch’io, sia chiaro!

Non è difficile: mi convinco per qualche minuto di non aver “mai aperto i libri alle mie spalle, che tra l’altro non sono neanche miei”, come ebbe a dire con orgoglio un personaggio interpretato da quel genio assoluto di Natalino Balasso, il quale chiudeva la questione con “e comunque adesso devo portar fuori il cane”.

Lucio Montecchio

Il vecchio e il giardino

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– presunzione umana –

Come ogni anno, Marco Bellosguardo si arrampicò sugli alberi del giardino.

Ne aveva dodici e ne potava quattro all’anno, in modo da tornare sugli stessi ogni tre anni: così indicavano i testi sacri dell’ addomesticazione vegetale, quella dolce e romantica.
A Marco piaceva liberare i suoi alberi dei rami prodotti per errore, in modo approssimativo e disordinato; soprattutto gli piaceva sagomarli fino a far prendere loro una forma finalmente equilibrata.
Si sentiva utile, una specie di “angelo delle piante distratte”, ecco.
E le potava con attenzione, attento alle regole d’oro che trovava nei libri e alle indicazioni di amici che non mancavano mai di mettere il pollice in su alle sue foto prima-dopo.
Un giorno lesse distrattamente che in epoca romana il pollice in su significava l’esatto contrario e che in alcuni Paesi significa “questo te lo metterei dove non batte il sole”, ma liquidò la faccenda abbozzando un sorriso.

Nonostante le sue approfondite letture sul comportamento e l’intelligenza delle piante, però, non si capacitava del fatto che le sue fossero così distratte da continuare a rifare nuovi rami esattamente da dove li aveva tolti, costringendolo a tornarci sopra ogni volta.

Finché, un bel giorno di fine febbraio, un raggio di sole filtrò attraverso la boccia dei pesci rossi ed ebbe finalmente La Rivelazione: le piante chiedevano la sua compagnia!
Far rami dove a lui non piaceva era l’unico modo per richiamare la sua presenza.

Stappò un bianco da grandi occasioni e, col calice in mano, andò ad inciderci sopra un grande, profondo cuore.

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L’ignoranza genera fiducia più spesso della conoscenza”, scrisse Charles Darwin ne L’origine dell’uomo.

Lucio Montecchio

Driomìo!

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Incontrarci per visitare una foresta vergine o un bosco sconosciuto al turismo, è un lusso che io e altri tre amici ci concediamo da qualche anno, sempre in giugno.

Con un anno d’anticipo sappiamo in quale Paese ci si vedrà, con un mese d’anticipo la data e il luogo del ritrovo e tutto il resto ha il sapore della sorpresa, perché chi dei quattro organizza l’incontro cerca di superare ogni aspettativa.

Ci divertiamo come dei ragazzini, lo ammetto.

E così, dopo una giornata di cammino in una faggeta antica, di quelle dove ti aspetti di veder saltare fuori da un momento all’altro Puck, all’ora di cena di qualche mese fa ci siamo abbondantemente rifocillati in attesa che venisse a prenderci … un tale.

Altro non sapevamo, e chiedere, in questi casi, è del tutto inutile.

Ed ecco arrivare Davor e il suo fucile sovrapposto che sarebbero stati, rispettivamente, la nostra guida e il custode della nostra incolumità.

Dopo una decina di chilometri in un fuoristrada coi fari quasi sempre spenti, arriva l’unico ordine, imperativo e categorico: “Da adesso in poi non fate nessun rumore e nessun odore” (si riferiva alle sigarette).

Facciamo un po’ di strada a piedi con lui davanti e finalmente ci arrampichiamo dentro a una vecchia altàna che viene usata per i censimenti faunistici.
“Ecco, stanotte vedrete gli orsi da molto, molto vicino”, ci sussurra il nostro amico con un sorriso soddisfatto.

Passa un’ora, e niente. Passa un’altra ora, e men che meno. E così, infreddolito e inumidito, con in mente un po’ degli orsi che ho avuto la fortuna di vedere in passato, mi abbiocco con la testa appoggiata alla parete foderata di pezzi di moquette finché mi sveglia uno squittìo.
Apro gli occhi, cerco di capire, ma non vedo nulla.

Contravvenendo agli ordini di Davor accendo lo schermo del telefonino e vedo … vedo questa faccina qui, quella della foto.
Un driòmio! Probabilmente curioso di sapere chi gli stava guastando la nottata. Ecco, questo non l’avevo mai visto, neppure da lontano.

Verso le tre, dopo un gruppo di cinghiali passato per rotolarsi nel fango, una gran fuga suina e un silenzio impressionante, sono arrivati gli orsi. Dapprima uno, in avanscoperta, poi altri due a una decina di metri da noi.

Però la sorpresa di quella sera è stato la visita di questo piccolo roditore, schivo e curioso.

Ragazzi, quanto manca a giugno?

Lucio Montecchio

Tre domande secche a … Andrea Pasquini

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Padova, 22 gennaio 2020

Andrea ricorda con precisione alcune cose che gli ho raccontato tre anni fa, ma è il tipo di persona che ti lascia comunque ripetere, così almeno esaurisci l’argomento in fretta e poi si fa sul serio, perché tempo da perdere non ne ha. O, almeno, questa è l’impressione che ho avuto io.

Andrea Pasquini è autore e regista RAI e ha costruito la sua carriera sulla comunicazione e la divulgazione ambientale a vari livelli, da Sereno Variabile a Linea Blu, Linea Bianca, Linea Verde e, non ultimo, SuperQuark.

Ecco a voi le risposte che ha dato a tre mie domande secche, fatte a bruciapelo passeggiando nell’Orto Botanico della mia Università.

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Andrea,

Come mai le trasmissioni televisive di divulgazione scientifica e ambientale destano sempre grande attenzione?
Il nostro pianeta è veramente molto grande e, per quanto ne sappiamo, è un’eccezione straordinaria, complessa ed unica.

Questi programmi televisivi servono ad orientarsi, a soddisfare la necessità del pubblico di conoscere sempre di più i nostri ambienti, anche attraverso la voce di chi li abita. Chiaramente, è necessario che la forma di comunicazione sia sufficientemente semplice e comprensibile.

 

Qual è la trasmissione che ti ha fatto più crescere professionalmente?

Certamente SuperQuark.

Piero Angela mi ha insegnato che per spiegare un evento, qualsiasi esso sia, bisogna prima capirlo a fondo. Sembra una banalità, ma ultimamente non la sottovaluterei.

 

E il luogo che ti è rimasto nel cuore più di altri?

Ho avuto il privilegio, grazie alla RAI, di viaggiare per tutto il mondo, ma proprio tutto. È difficile esprimere una preferenza.

Però la Faggeta del Monte Cimino è davvero, davvero incantevole…

 

La conosco anch’io! L’ho visitata un bel po’ di anni fa, un 21 luglio.

Haha … Ricordo anche la corsa in moto per rientrare a Padova in tempo per il mio matrimonio, alle 10 del giorno dopo.

Buon lavoro, Andrea!

Lucio Montecchio

Oltre la porta

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Oltre la porta ci sono 14 gradi. Sotto lo zero.

È l’inverno di montagna, la stagione più lunga dell’anno e la più bella, assieme alla primavera, all’estate, all’autunno e a tutte le altre che Meg sa percepire e io no.

L’inverno di montagna ti fa assaporare il freddo sulle labbra, almeno fin quando il respiro imbrìna la barba e poco dopo le labbra si paralizzano e rientri parlando con la voce da ubriaco. Ma, da queste parti, parlare non è un obbligo.

D’inverno qui il tempo è diverso, vive senza alcun legame con questi spazi così bianchi da confondersi col cielo. E così non c’è velocità, non ci sono né la fretta né la calma.

Se non devi lavorare puoi dormire finché non hai più sonno, leggere finché ti va, farti due coccole con chi ami, mettere su un po’ di musica buona, far da mangiare canticchiandoci sopra oppure uscire per una passeggiata al ritmo dello scrocchio degli scarponi sulla neve.

Le tre stufe che ci permettono di scaldare la casa e di far da mangiare bruciano la legna che il nostro bosco ci dà.

Ora però lo dico in modo più brutale: la legna che ci permette di stare al caldo e di cucinare non la porta Babbo Natale: quando la neve se ne va andiamo nel bosco, selezioniamo con cura 7-8 alberi, accendo la motosega e li taglio. Poi la tiro fin davanti a casa col tirfor, la depezzo, la spacco a braccia e l’accatasto.

Non mi produce alcun piacere, ma penso sempre che se andassi in palestra mi toccherebbe far la stessa fatica, depilarmi il petto e pagare.

Monica invece taglia della misura giusta i rami più sottili, che dopo un anno serviranno per accendere il fuoco tutte le mattine. Quel po’ che resta torna in bosco e diventerà humus.

Ecco, tutta questa roba qui alcuni la definiscono ridicolmente “deforestazione”, ma non sanno di cosa stanno parlando.

Sono faggi, noccioli, betulle e aceri. Tagliati da chi lo sa fare (“E chi non lo sa fare è già morto di freddo”, commenterebbe sottovoce Carlo Darwin), pochi mesi dopo producono nuovi germogli dalla base, che nel giro di 8-10 anni raggiungono il diametro giusto per entrare nella stufa. “Màneghi da stùa”, li chiamava mio nonno. E così posso tornare su quegli stessi 80 alberi a rotazione e ricominciare il ciclo, perché le radici non muoiono e, perciò, neanche l’albero.

Se fosse “deforestazione” (eliminazione definitiva del bosco) sarei il primo a rimetterci.

Questa tecnica, per niente facile, viene usata fin dalla notte dei tempi e si chiama ceduazione. Il bosco cosiddetto “ceduo” è implicitamente una coltivazione, alla stregua di qualsiasi altro campo coltivato.

È per questo che esistono ancora moltissimi boschi in Italia: tutti, da sempre e fino a pochi decenni fa, ci si scaldava e si cucinava a legna o a carbone (fatto bruciando legna).

L’uso di combustibili monouso come il gasolio, il kerosene (me le ricordo, le taniche gialle) e il metano sono arrivati dopo.

Anche le guerre e i morti per il petrolio e per il metano. Anche la subsidenza del Polesine.

E’ chiaro che bruciando legna rimetto nell’aria l’anidride carbonica che quel pezzo aveva incapsulato durante quegli 8-10 anni, però è altrettanto chiaro che tutti gli altri miei alberi (ma anche gli arbusti) stanno già catturando non solo la mia, di anidride, ma anche quella emessa da altri.

Qualcuno dice che dovremmo trasformarci in benefattori (più della metà dei boschi italiani sono privati) e abbandonare il bosco a un’evoluzione libera, per aumentare cose nobilissime come la biodiversità e lo stoccaggio di anidride carbonica.

Ne sarei felice, se questo qualcuno mi portasse fino a casa e gratis la legna che mi serve (ma dovrebbe andarla a prendere da qualche altra parte, credo).

Sarebbe favoloso se valesse anche per chi della coltivazione del bosco ne ha fatto un mestiere che gli permette di restare dove è nato, vendendo legna a chi abita troppo lontano dall’allacciamento, a chi non ha più la forza di farsela, alle pizzerie del centro e a chi trova romantico accendere il caminetto nel soggiorno.

In attesa di una proposta sensata (che spero non passi attraverso il depauperamento di energia monouso) coltivo alberi e ne taglio le parti che sanno ricrescere, mescolando l’acqua del terreno con l’anidride carbonica che qualsiasi combustione libera nell’aria. La legna che brucio io, una caldaia a metano di nuova generazione, un’auto Euro 28 o una centrale che produce la corrente per l’auto elettrica.

Ecco, “Era solo un pensiero”, concluderebbe un caro amico.

Lucio Montecchio

Vade retro!

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Più di trent’anni fa, il prete di una piccola parrocchia suoi colli euganei ci disse “Mi piacerebbe avere sul sagrato alcuni di quegli alberi piccoli e belli, quelli col fiore viola, come si chiamano?”.

“Cercis siliquastrum, l’Albero di Giuda” rispose Paolo, fresco d’esame di botanica sistematica.

“Ah, no … allora no” ribatté il Don, mogio mogio.

Paolo, ricordi?

Ridemmo per giorni.

E davanti a questo monitor, credetemi, ancora sorrido.

 

13 dicembre 2019

Lucio Montecchio

L’albero di Natale

Natale passa i suoi giorni fra un letto e una carrozzina.

Spesso, quando dorme rivede quella curva ghiacciata e si sveglia con l’ansia, ma non c’è nessuno a stringergli la mano.

Allora cadenza il respiro sul blues della lucetta che lampeggia sopra alla presa dell’ossigeno e pensa a Teresa che passerà più tardi, ai figli che verranno appena potranno, alla casa, agli amici e ad altre cose. Soprattutto se gli scappa lo sguardo sul culo della Loredana, quella del turno di notte.

Natale ha un albero: è il pino che spunta dal muro di cinta di fronte alla vetrata dove passa molti pomeriggi.

A lui ricorda il profumo del mare e le cicale.

Compone poesie, Natale.

Teresa lo sa.

Lucio Montecchio

Amarcord dicembrino

Marco, tornato dopo il referendum del 46, aveva trovato lavoro alla cokeria di Marghera.

Lasciava la bicicletta allo stallo di Correzzola alle 5 e si lasciava cadere sulle panche di legno della littorina, che tutti continuavano a chiamare Vàca Mòra per via del fatto che la motrice di prima era nera, panciuta e ansimava muggiti di vapore.

“Vaca mora, vaca mora, te ne ghé portà in malora” ripetevano gli ex-contadini scendendo a Marghera. In malora, lontano da casa e in un paesaggio che nessuno mai avrebbe immaginato di fronte a Venezia, fatto di petroliere alla fonda, raffinerie e ciminiere che sbuffavano giorno e notte.

Stipendio fisso, straordinari pagati, giorno di riposo e colonia estiva per i bambini furono una succosa carota.

E così, senza un adeguato ricambio generazionale, queste campagne strappate al mare dai nostri antenati persero velocemente il loro valore intrinseco, che prima si misurava nel numero di persone che un campo (un terzo di ettaro) poteva sfamare.

I campi migliori se li comprò a buon mercato uno numero esiguo di forestieri, che cominciò ad accorparli e a farne colture nuove ed estensive, ingorde di fertilizzanti e pesticidi. Veleni, che oggi chiamiamo più elegantemente agrofarmaci.

Il boschetto di pioppi e salici dove passavo molti pomeriggi estivi a giocare coi miei compagni di scuola, invece, in un batter d’occhi diventò uno dei molti campi di bietole che il Beljo, lo zuccherificio costruito con capitali belgi, trangugiava senza sosta per tutta la durata della campagna saccarifera.

Un giorno raccolsi dal fosso una tartaruga d’acqua capovolta e oramai mezzo mangiata dai pesci gatto.

Mio zio Bepi, da dietro il suo enorme naso adunco,  mi disse di non bere più l’acqua del rubinetto, che era avvelenata.

Invece di rimuovere la causa, da allora iniziammo a comprare acqua confezionata.

Padova, 6 dicembre 2019

Lucio Montecchio

 

Geometria piana per politici solidi

Facciamo due calcoli semplici:

la chioma di un albero adulto di medie dimensioni ha un raggio di almeno (almeno!) 3 metri.

La superficie del cerchio è “raggio x raggio x 3.14” e, quindi, 3m x 3m x 3,14 fa poco più di 27 metri quadrati. Questo è una superficie minima (molto), ma la terremo come unità di misura per comodità.

Se il raggio fosse di solo un metro in più, la superficie balzerebbe quasi al doppio (4 x 4 x 3,14= 50 metri quadrati). E’ la matematica, bellezza.

La superficie di un chilometro quadrato (un quadrato di un chilo di metri di lato) è 1000 m x 1000 m, cioè 1.000.000 mq. Questa invece è una certezza.

E’ chiaro quindi che un chilometro quadrato può ospitare al massimo 1.000.000 mq diviso 27 mq = 37.037 alberi con una chioma di tre metri di raggio. Così come un campo sportivo ne terrebbe 7.000 mq / 27 mq = 260.

Ora non è per fare il maestrino ma, cari surfisti del cambiamento climatico, mi spiegate dove avete trovato, in Italia, uno spazio complessivo di 1620 chilometri quadrati (più della provincia di Milano) di terreno pubblico e inutilizzato, privo di panchine, parcheggi, fossi, campi sportivi, scuole, ospedali, sottoservizi, rotatorie e, soprattutto, adatto allo sviluppo di alberi vigorosi e che restino sani per un periodo ben più lungo di un mandato elettorale, nei quali piantare 60 milioni di alberi che abbiano la speranza di diventare adulti?

E’ che da queste parti noi viviamo già sovrapposti, in condomini sempre più alti.

Non sarà, forse, che per ora è sufficiente piantarne uno piccolino ogni metro quadrato, farci una bella “Festa dell’albero” e poi si vedrà?

Perché allora si, trovare 60 milioni di metri quadrati, 60 chilometri quadrati qui e là in Italia, è ben più facile.

Sapendo però che, fra 50 anni, di quei 60 milioni di piantine (che avete pagato una ad una) ne resteranno comunque una ogni 27 mq: due milioni o poco più.

Perché gli alberi, per fortuna loro e nostra, crescono.

Ma allora perché non pianificare l’impianto di 2 milioni di alberi da subito, per bene, dando loro un futuro certo?

Chiedo per un amico.

Grazie

Lucio Montecchio

Via Sbotticelli

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“It’s silly, no?
When a rocket blows and everybody still wants to fly.
Some say man ain’t happy truly, until a man truly dies.
Oh why, oh why?”
(Sign O’ the Times, Prince)

“Ma secondo lei gli alberi sono intelligenti?”.

E’ una domanda frequente, al termine degli incontri pubblici ai quali partecipo.

E poi arrivi a casa stanco, accendi la tivù su un canale a caso e scopri che si vincono applausi e soldi se indovini l’età o il mestiere di una persona mai vista.

Esci e incroci la vicina orgogliosa dell’asciugatrice, che le evita la fatica di stendere il bucato all’aria.

Mio cugino, che abita in campagna, invece di correre dietro casa prende la macchina e va in una palestra a dieci chilometri, con la parete di vetro che dà sul parcheggio di un supermercato e l’aria condizionata a manetta (ma se ci vai per motivi più nobili, Francesco, hai tutta la mia stima).

La settimana scorsa, all’ufficio postale di Legnaro c’era un ragazzo sui 30 anni che affermava di abitare in via Sbotticelli.

Conosco una persona che si beve mezzo stipendio al bar, ma ritiene che un libro da 25 euro “costa massa”. Tempo fa, nello stesso bar uno diceva che “i mussulmani [due miliardi nel mondo] sono tutti terroristi”. Però il barista è simpatico.

Non so chi sia, ma c’è qualcuno che, pur pagando la tassa sui rifiuti, trova certamente gratificante mettersi l’immondizia in auto e buttarla giù dall’argine dove porto a correre Meg.

Ho una tosse bestia e continuo a fumare un pacchetto di sigarette al giorno.

Sto aspettando dalle 9.00 un signore che mi ha chiesto un appuntamento per una cosa che interessa a lui, non a me. Gli avevo risposto “Si, volentieri, dalle 9 alle 9.30 ho tempo”. Sono le 10,39. Sarò scortese.

“E tutto questo cosa c’entra con l’intelligenza degli alberi?”, vi chiederete.

Niente, niente.

Lucio Montecchio

Stargate

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Ieri sera sono entrato nella galleria sotterranea di un insetto e ho passeggiato seguendo il micelio di un fungo simbionte, per poi ritrovarmi in una radice, nuotare nella linfa, uscire e rientrare dal foro di un picchio, ascoltare la voce di una ghianda, prendere la via di un ramo, sbucare dentro a una foglia e saltellare fra un tilacoide e l’altro, rimbalzando su una membrana cellulare.

E poi … ho alzato gli occhi e ho visto la fotosintesi; anzi, c’ero così dentro da sentirmene parte. Dopo trent’anni di formule e disegnini, stavolta l’ho toccata con mano, ‘sta meraviglia della natura (che a spiegarla in aula ci vuole mezz’ora buona).

Alla fine sono uscito da uno stoma, ho visto la Basilica dal Santo dall’alto e con calma mi sono tolto il caschetto spazio-temporale.

Un anno esatto di lavoro che ci ha permesso di costruire dal nulla la rappresentazione virtuale e dettagliata di una quercia, dentro e fuori.

Per superare le nuove frontiere della comunicazione botanica, in fondo, è bastato poco (ma si fa per dire): una squadra coesa e motivata, l’attrezzatura fantascientifica dell’ HIT Unipd, un bel po’ di esperienza alle spalle di tutti noi, tanto entusiasmo e pochi soldi.

Grazie, grazie davvero a Luciano, Laura, Rosa, Barbara e Giada, Alice, Marta, Eric, Piotr, Maria Barbara, Carlo e, chiaramente, all’Università di Padova e alla Regione del Veneto.

Che figo, ragazzi!

Lucio Montecchio