Primavera 2020

La primavera del 2020 ce la ricorderemo a lungo, racconta Vincenzo.

Sai, pensavo che ci sarebbe voluto più tempo, che avrebbero iniziato quelli più antichi e in un luogo remoto. E invece l’han fatto tutti assieme, contemporaneamente.

Dev’essere che in quei decenni di globalizzazione e di convivenza forzata gli alberi avevano inventato una lingua comune, fatta di vento morbido e di odori speziati.

Fatto sta che, proprio pochi giorni prima della potatura, tutti gli alberi delle capitali europee iniziarono a far fiori mai visti, grandi e profumati. Un caleidoscopio di gialli, blu, rossi, viola e arancione. E l’immancabile bianco che, come diceva l’Angelina, sta bene con tutto.

Però solo sulle punte dei rami.

Davanti a questa meraviglia nessuno ebbe più il coraggio di potare, e così i fiori inondarono l’aria e le strade di profumi e di petali come in un matrimonio indù.

Molti studiosi dissero che era per via del cambiamento climatico, altri davano la colpa alle scie chimiche. Il vescovo tenne un lungo sermone sulla fine del mondo che si stava approssimando impetuosa e sul valore del pentimento. I linneiani crollarono in una crisi sistematica e profonda, e un po’ anche i post-darwiniani.

Io però credo che avesse ragione Cosimo, un nobile maremmano esiliatosi da anni su un melo.

Diceva di capirli perché parlavano l’Alberese, variante salmastra del Grossetano.

Diceva che era una loro offerta, in cambio della quale chiedevano di fermare per sempre la dolorosa amputazione dei rami.

Diceva che questa era la prova provata dell’intelligenza degli alberi, e che ci sarebbe stato da mangiare e motivo di far festa tutti i giorni. Però, quando aggiunse che ogni cristo sarebbe sceso dalla croce e che avrebbero fatto ritorno un sacco di uccelli, perse un po’ di credibilità e tornò ad essere additato come lo strambo del villaggio.

Resta il fatto che i comitati cittadini decisero che valeva la pena aspettare per vedere come andava a finire.

E così, dopo una fioritura abbondante, i cedri iniziarono a fare avocado, gli abeti papaia, i pini mango, gli ippocastani goji, le sofore una quantità impressionante di lulo e così via.

Immagina i frutti, immagina i fiori. E pensa alle voci, pensa ai colori! [F. Guccini].

Frutta costosa ed esotica, ora gratis e a portata di mano fino all’inverno.

Tivù e giornali non parlavano d’altro. Le radio mandavano tutte le declinazioni del reggae da mattina a sera, a mattina. Un critico d’arte, pur di dire la sua, tirò in ballo Ligabue e i pittori naif ungheresi.

I grandi chef inventarono nuove ricette da preparare in tre minuti e i vecchi come me, che non sanno distinguere il falso dal vero, trovarono nuove storie da panchina.

Che anni quegli anni …

Lucio Montecchio

Onyricon

parquad

 

Della Parliament Oak raccolgo materiale da mesi, provando a immaginarne l’evoluzione nel tempo dalle foto, disegnandoci sopra.

Maggio: il compleanno di Monica e il concerto acustico dei Simple Minds giustificano ampiamente il viaggio.

Quasi nascosta all’incrocio fra la statale e una delle strade laterali che attraversano i campi, se non la stai cercando non te ne accorgi. Non dà fastidio a nessuno e nessuno dà fastidio a lei. Libera di decidere il suo destino.

Praticamente è un sistema radicale che da più di mille anni continua a sostituire il fusto più pesante e meno efficiente con altri più giovani e vigorosi, tutto attorno.

Fra i due fusti grossi e cariati sulla destra e quello giovane a sinistra c’è uno spazio ampio e circolare.

Lì dentro si sono avvicendati tutti quelli precedenti, secondo logiche che possiamo solo ipotizzare. Forse secondo scelte di convenienza e di sopravvivenza che le radici hanno avuto il tempo di sbagliare e di perfezionare.

A terra ci sono un po’ di ghiande: a saperle leggere, lì dentro ci sono molte risposte.

La farnia è sana, almeno quanto quelle che hanno mille anni di meno e che da noi sono “monumento”, certificato da una targa luccicante.

Monumento a che cosa, però, non si sa. Forse “all’oblio”. Al fatto che quelle poche, fortunatamente, ci siamo dimenticati di tagliarle.

Fotografo un po’ di dettagli e mi allontano di una ventina di metri per inquadrarla tutta.

Apro il diaframma per mettere a fuoco solo il ramo che viene verso di me. Faccio per ripetere, ma mi fermo: dal centro sfocato compare una signora coi capelli rossi sciolti sulle spalle.

Lei appoggia una mano sul fusto più giovane e mi sorride di trequarti. È in posa. Sicura di sé, spontaneamente elegante.

Chiudo il diaframma e scatto. E scatto ancora. Me l’immagino già in bianco e nero.

Finalmente alzo gli occhi dal mirino e saluto con un cenno della mano.

È bellissima … quanti anni avrà?

A una signora non si chiede, sussurra con la voce di Norah Jones.

Aggiro il rovo, tolgo il berretto e mi presento. Profumo di bosco.

Gli amici mi chiamano Pam, da quando Re Giovanni ha organizzato un Parlamento qui sotto.

Avresti dovuto esserci!

Quando è arrivato il messaggero, il Re stava cacciando sulla collina là in fondo. Pensa, senza distogliere lo sguardo dal cervo apprese della rivolta in Galles e convocò i suoi sette consiglieri per il giorno dopo.

“Dove, Maestà?” Chiese il messaggero già in sella a un cavallo fresco. “Sotto la quercia del bivio, stronzo!”, rispose stizzito. Scoccò la freccia e sbagliò di dieci metri, ma i suoi compagni di caccia urlarono “Quasi!” e applaudirono a lungo.

Nel pomeriggio del giorno dopo, finché Giovanni cavalcava verso Edimburgo, i suoi soldati sgozzavano un po’ di poveracci affamati, poco lontano da qui.

E’ turbata.

Potrei raccontartene altri, di aneddoti.

Così come potrebbero farlo le molte querce qui vicino. Ognuna ha un nome e una storia.

Se domani passi dalla Major portale i miei saluti. Se non sarà troppo indaffarata con tutti quei turisti, ti dirà che è la più famosa e la più antica, ma non fidarti: si regge su una decina di stampelle ed è nata da una ghianda mia.

Faccio per raccogliere l’aria e invitarla per un aperitivo senza balbettare, ma arrivano due ciclisti frettolosi col caschetto arancione che chiedono strada a suon di campanello. Campanello, campanello, campanello, camp …

 

Mi sveglio sudato, immerso in un piumone caldissimo.

Ah, si. È il lodge di ieri sera, quello con un’infinita rastrelliera di birre e whisky al piano terra, quello col barman con la faccia di Bilbo Baggins.

Doccia. Un po’ meglio, scendo.

Simulo lucidità: full breakfast, please.

Bilbo mi guarda divertito, con l’indice solleva dalla fronte la tuba fucsia, mi mostra la copertina di un vinile che conosco a memoria e spara “Superstition”.

Dal tovagliolo rotola una ghianda.

Lucio Montecchio

Boschi fluviali

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Pellice, Dora Baltea, Doria Riparia, Sesia, Ticino, …

A nove anni recitavo a memoria gli affluenti del Po di sinistra e poi quelli di destra.

Il Maestro Ferro ci teneva molto. Io un po’ meno: erano semplicemente dei suoni da impacchettare in ordine.

Con tutte quelle erre, Doria Riparia era molto piacevole. Taro invece mi faceva ridere. Anche Oglio non era male.

Però alla parola non corrispondeva mai alcuna immagine. Un po’ come con “stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro”, immagazzinata a undici anni e che ha preso pieno valore solo di recente.

Semplicemente, pensavo che tutti i fiumi fossero identici al Bacchiglione, a pochi metri dalle finestre del primo piano e sospeso fra due argini verso l’interno e due muri di mattoni verso la strada, come succede in queste terre strappate alla palude e alla malaria. Cordoni che disegnano un confine artificiale con la terra, sulla quale l’acqua tornerebbe volentieri.

Se ci nasci, anche un fiume può essere parte di te. Dapprima inconsapevolmente, come quelle parole vuote, ma col tempo anche lui prende vita, colore e profumo.

Sono nato lungo un fiume, vissuto lungo un altro fiume e la prima cosa che vedo ogni mattina è un fiume ancora diverso, “Sacro alla Patria”.

E allora, se non hai fretta, passi dal guardare all’osservare. Scopri quanto questo ecosistema che attraversi frettolosamente tutti i giorni, che parte sottile e veloce e termina largo e lento, possa essere vario. Di metro in metro e di giorno in giorno. Per chilometri e per anni.

Stamattina era un concerto di uccelli frementi di primavera. Quelli piccoli. Garzette e aironi, invece, dormivano ancora in quella posa ridicola.

Il fiume della mia infanzia è fatto di pioppi e salici, tanti, sotto ai quali far festa il giorno di San Marco. Di macchie impenetrabili di quella canna che chiamiamo “bambù”, dalla quale ricavare canne da pesca rudimentali. Di quel rovo inespugnabile che dà rifugio ai pochi fagiani scampati alla stagione di caccia, di topinambur ed erbe varie che le nostre mamme ci hanno insegnato quando e come raccogliere e cuocere.

Il mio fiume è fatto anche dell’edera che ho visto arrampicarsi sui resti di una vecchia passerella in disuso, di fronte a una chiesetta che tanto usata non è. L’edera è una liana sempreverde, leggerissima, che non dà fastidio a nessuno, che in pochi metri quadrati cattura polveri e inquinanti e regala ossigeno anche d’inverno, che dà polline alle api e bacche a una miriade di uccelli.

Credo che il merlo di stamattina la stesse esplorando in previsione di metter su famiglia o, forse, anche lui era semplicemente curioso.

Per quanto mi riguarda, anche questo è bosco.

…, Secchia, Panaro, Maira, Enza.

 

Lucio Montecchio

Scusa, cos’è un bosco?

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Senza alcuna velleità statistica, l’ho chiesto a una ventina di persone di estrazione culturale diversa.

Per la maggioranza di loro il bosco è un contenitore di emozioni che sta lì da sempre, spontaneamente, silenzioso. Inviolato e inviolabile. Dev’essere perché ci hanno letto un sacco di favole ambientate nei boschi. Oppure perché ci andiamo di domenica, giorno di riposo dei boscaioli.

Alcuni amano il bosco e ritengono di aver voce in capitolo sulla buona gestione perché “i boschi sono pubblici e perciò anche miei”. I mappali catastali, nella maggior parte dei casi, la raccontano diversamente.

Ignoranti, certo, ma non c’è vera colpa.

Non ho mai visto un programma televisivo raccontare la coltivazione del bosco, l’assestamento, i diradamenti, gli abbattimenti, le piste, le teleferiche, le segherie e le falegnamerie.

Non ho mai sentito dire che, per soddisfare le necessità di chi compra un mobile in legno, si coltiva il capitale-bosco per raccoglierne gli interessi-legno maturati dopo un certo periodo.

La coltivazione del bosco è difficile. È come dover cambiare l’olio a un motore in corsa.

La selvicoltura non è motosega e metri cubi, quella è rapina.

La coltivazione del bosco è praticamente invisibile. E’ fatta di sensibilità ed esperienza. Del saper contestualizzare, prevedere e giocare d’anticipo, agevolando una fra le molte scelte che il bosco ha a disposizione.

Spesso è conservazione. A volte, e purtroppo, è immobilizzazione di dinamiche delle quali il bosco prima o poi si riapproprierà.

Una bella responsabilità di questa percezione confusa ce l’hanno alcune associazioni ambientaliste, pronte all’adozione a distanza del pippolino dagli occhi blù del centramerica ma del tutto assenti, in modo professionale e non emotivo, su questi temi.

Se è per questo, ne sono responsabili anche alcuni improvvisati docenti di materie forestali che evitano con molta cura di dire che il titolo che campeggia sulle locandine si riferisce a una breve carriera di Professore di geografia alle medie.

Tempo fa, a uno di questi esperti mi è capitato di chiedere cos’è il bosco. Così, tanto per provocare. Balbettii. Free jazz su uno standard mal eseguito: “Area basimetrica”, arricchito di inutili gesti che disegnavano in aria percorsi improbabili. Comprensibilissimo. Grazie.

Un bosco non è alberi. È sistema, disordine, entropia.

Una decina d’anni fa Franco, amico e collega purtroppo in pensione, scendendo dal Monte Bondone mi ha risposto che un bosco è quel che un suolo forestale sa dare. Nobel per l’ecologia, subito!

Stavo scrivendo queste righe ed è venuto a trovarmi Francesco, otto anni. Dice che “il bosco è la casa degli alberi”.

Casa, òikos.

Lucio Montecchio

Castratio

 

E cosa fai?

Studio gli alberi.

Cioè?

Cerco di capire come funzionano e come tenerli sani.

Allora sei un medico degli alberi!

Mah … non credo.

Un forestale?

Forestale è un aggettivo.

Un arboricoltore?

-cultore (forse).

Cioè?

Cioè non li semino, non li pianto, non li coltivo e non li taglio. Li osservo.

E cosa ne pensi di quelle brutte potature?

Che gli Ateniesi vietavano la potatura di alberi pubblici.

Che duemila anni fa qualcuno ha scritto che con la castrazione l’albero perde le forze.

Che ben prima dell’invenzione del microscopio qualcun altro ha scritto che la frequente mutilazione dei rami insulta la loro natura, li ammorba e li guasta.

Che centocinquant’anni fa qualcun altro l’ha dimostrato.

Non è una questione di estetica.

 

Lucio Montecchio

Soffia, vento. Soffia!

« Dicen que viene del norte
las tropas del general;
con mucho galón dorado
que a Rosas quieren voltear
 »

(Milonga Rosista)

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Era la fine di agosto e la sua chioma era ormai carica di semi leggeri, ennesimo tentativo di fuggire da quel parcheggio.

Vento, portali lontano, dai miei.

La bora arrivò impetuosa.

 

Lucio Montecchio

Sciando a perdifiato

È un caro amico di Roma, ingegnere, di quelli che hanno abbondantemente pianificato la vita e che farebbero felice ogni suocera. La mia, di me diceva “può piacere”.

Ferragosto lo passa in Sardegna, nella villetta dei suoceri.

Per febbraio, invece, decide lui.

Settimana di sci sulle dolomiti, alla quale arriva con un’ansia da prestazione crescente, parzialmente smorzata dalle indispensabili sessioni di ginnastica pre-sciistica in una palestra vip dell’Eur.

Misura il piacere in chilometri sciati nelle poche ore disponibili, entità che convivono nella definizione di velocità. Quella cosa che non ti lascia il tempo di osservare cosa c’è attorno.

La moglie di solito lo aspetta al solarium sorseggiando succo di lulo coltivato in Perù, spremuto a freddo in Austria e certificato biologico in Italia.

Parcheggio. So già che farà la solita battutona, che aspettava questa settimana “d’ampezzo”.

Mi viene incontro a braccia spalancate commentando le strade che non sono ancora state pulite, la gente che non sa parcheggiare e i troppi turisti.

Beh dai … se fosse arrivato con caschetto viola e goprò sarebbe stato peggio.

Guarda, dalla finestra della camera sembra di essere dentro a una cartolina, e mi mostra foto che corrispondono esattamente a quanto ho davanti agli occhi.

Già che c’è, sfoggia un’app che ti dice il nome di tutte le montagne di fronte, anche di quelle che non si vedono.

Sai, Marina va a far palestra, massaggi e ne approfitta per leggere.

Io invece scarico lo stress di un anno sciando a perdifiato. A pranzo, panino col formaggio di malga e un bicchiere di rosso. Poi ancora giù fino alle quattro, in questi bei boschi incontaminati. E poi doccia, sprizcampàri e ristorante.

È felice come un bambino: non gli dirò quel che penso davvero.

Non gli dirò che quei boschi che evita come il guardrail dell’autostrada sono una scenografia come la facciata del castello di Disneyland.

Non gli dirò neppure che il formaggio del suo panino lo fanno laggiù, in pianura.

Lucio Montecchio

Ghianda urbana

Anche lei aveva avuto fortuna: quella di cadere dentro a un cestino fra la pista ciclabile e l’aiòla, protetta da bici e rasaerba.

Da lì, forse avrebbe trovato un passaggio per una discarica a cielo aperto e, chissà, un futuro.

Urtando contro la bottiglia vuota si svegliò di colpo, alzò lo sguardo e poco lontano vide il vecchio Rovere.

Ciao babbo, che fortuna!

Lui guardò in basso, annoiato.

Il solito cane gli stava pisciando sui piedi.

Fortuna un cazzo: erano due anni che provavo a fare centro !

 

“Imagination is crazy, your whole perspective gets hazy.
Starts you asking a daisy “What to do, what to do?” (Chet Baker)

Lucio Montecchio

Un faggio fausto

Monica e io l’abbiamo chiamato Fausto, ma lui non lo sa.

Qualche secolo fa questo bosco era una faggeta nella quale i montanari venivano a far legna, facile da portare giù lungo quella valle ripida a destra. Oppure ne facevano carbone sul posto, chissà…

Di un faggio, far legna significa tagliare alla base un fusto d’inverno e con la luna giusta, lasciare che i germogli che ripartono dalla base diventino fusti e, raggiunto un diametro che si riesca a spaccare con l’accetta senza doverci perderci le braccia, ripetere l’operazione. Non all’infinito, ma per molti cicli. Poi la pianta si spompa e deperisce.

Guardandomi attorno mi viene da pensare che, verso metà ottocento, chi abitava qui vicino deve aver tagliato quasi tutto per far spazio al pascolo, lasciando Fausto e qualche altro faggio qui e là perché il bestiame potesse trovare riparo dal sole e per continuare a scaldarsi.

Abbandonato l’allevamento perché il latte di malga rendeva meno di quello pastorizzato, scremato e già pronto nel tetrabrick, gli alberi dei versanti vicini devono essersi scambiati con impeto la tanto attesa parola d’ordine: “Post fata resurgo!”.

Un po’ alla volta, Fausto si è così trovato immerso in un bosco-bambino, fatto di specie dal seme leggero e la foglia succosa come il pioppo, il nocciolo, la betulla e l’acero, che in pochi decenni hanno portato a termine il compito di ricreare un suolo fertile e un’ombra diffusa.

Per merito dei parassiti, molti di quegli alberi pionieri hanno iniziato a cadere per lasciare spazio ai figli di Fausto: tutto attorno ce ne sono a centinaia, però solo quelli più veloci e robusti sopravviveranno agli erbivori.

In tutti questi anni, libero di gestire il suo sviluppo, Fausto ha continuato a crescere in profondità e in altezza. A far cadere i rami troppo in ombra e a farne di nuovi più in alto. A fare contrafforti alla base così potenti da opporsi al vento che sale dalla pianura.

Chissà quanti anni ha … Solo le sue radici lo sanno.

Chissà a quanti animali piccoli e grandi ha dato sostento … La base forma un catino che raccoglie la pioggia. Più di qualche volta, dalla finestra, ho visto un capriolo approfittarne.

Fra qualche settimana i ghiri usciranno dal letargo e andranno fin su, terranno ben stretti i rami di 3-4 centimetri e con i denti strapperanno alcuni brandelli di corteccia per succhiare linfa, in attesa di una dieta più varia che sarà disponibile qualche tempo dopo.

Lo tengo d’occhio da una quindicina d’anni e sembra immobile. Ho l’impressione che ormai non voglia più salire. D’altra parte è il più alto, chi glielo fa fare?

Però cresce, eccome!

L’amico Mario mi dice che grossomodo ciascuno dei 4 fusti sta crescendo di 40 chili all’anno, il che corrisponde a migliaia di litri d’aria respirata e di acqua bevuta, per un totale netto di un quintale e mezzo di distillato di sole, terra e aria.

Se nessuno ci metterà le mani, fra un centinaio d’anni qui di fronte ci sarà di nuovo una bella faggeta.

Lucio Montecchio

Carlo il resiliente

Il posto nel quale si svolge questa storia è uno dei bar di uno dei tanti paesini della collina trevigiana.

Di quelli fra la chiesa e il negozio di alimentari, con davanti uno scooter parcheggiato malamente, le sedie di plastica bianca sotto alle finestre e le tendine ricamate, ingiallite dagli anni in cui dentro si poteva fumare.

Di quelli dove le marche di sigarette sono tre e i pochi pacchetti si alternano nella rastrelliera ai mazzi di carte, rigorosamente da briscola.

Mezzogiorno: sentore fine e persistente di soffritto. “Un bianco, grazie”.

Sul bancone gli immancabili Boeri rossi e, in ordine sparso, mezze uova con un cappero trafitto dallo stuzzicadenti, polpettine tristi e fettine di filoncino con sopra qualche improbabile salsa.

Se non fosse che nella vetrinetta manca la Luisona, potrebbe essere una versione di quel Bar Sport di Stefano Benni.

Mi piacciono questi baretti di collina, ci trovi sempre qualcuno che sta leggendo in piedi il giornale posato sul tavolino, col quale attaccar bottone lamentandosi del tempo o commentando la campagna elettorale.

Carlo ha sui 70 anni, lo conosco da tempo. Un burberone buono con lo sguardo da bambino curioso.

Scarpe grosse e cervello fino, eloquio lubrificato dal secondo Grigioverde (grappa più sciroppo di menta) e da un’ampia disponibilità di bestemmie da usare con fantasia. Per rafforzare una frase, meravigliarsi di qualcosa o solo come starter della frase successiva.

Eh si … voi professoroni …. bravi!

Eccoli qua i danni che avete combinato convincendoci a togliere il bosco per farci fare i soldi in fretta.

Adesso abbiamo tutti la macchina grossa e il conto in banca, ma ai nostri boschi chi ghe pensa più? ‘Na volta i castagneti i se curava, se netàva, zarpìva [=potava], incalmàva [=innestava] e malatie no ghe n’era.

Abbiamo piantato vigneto fino al bordo della strada e in giardino abbiamo magnolie e palme stitiche.

In trent’anni abbiamo avvelenato e distrutto tutto. Mettiamo le cassette-nido pensando che basti a convincere gli uccelli a tornare.

E allora sai cosa ti dico? Mi sto facendo un bosco mio, dietro casa, sul pezzo di terra che mi ha lasciato el me pòro papà. Ogni tanto vado su e raccolgo piantine di acero, sorbo, frassino, faggio, nocciolo, ciliegio e pioppo.

Pini no, non m’interessano: non sono nostrani.

Le metto là, sparse, quel che attecchisce bene. Quel che si secca non lo pianto più.

Orca, Carlo … ma allora sei un montanaro resiliente!

Residente? Ancamassa [=orgogliosamente si] !

Io e la mia famiglia siamo sempre stati qui. Il posto più lontano che ho visitato è stato col militare: fanteria. Castiglione dei Pepoli, Tos-ca-na. Bestemmia esclamativa.

Nessun dubbio, Carlo è un resiliente. Specie in via d’estinzione.

Offro io.

Lucio Montecchio

C’era una volta una ghianda

Aveva avuto la rara fortuna di cadere dentro a un vecchio cespuglio di rovo e di sopravvivere a caprioli e scoiattoli.

Nella sua tana spinosa non faceva né caldo né freddo, né secco né umido, e così si era appisolata per un po’.

Quel giorno, un raggio di sole la risvegliò delicatamente. Alzò lo sguardo e, poco lontano, vide il vecchio Rovere.

Ciao piccola, aspettavo compagnia da quarant’anni. Torna a dormire, dai, che questa non è ancora la Primavera. Ti sveglio io fra un paio di mesi.

Ma ormai sono sveglia …

Stanotte farà freddissimo.

Non ho più sonno!

Senti, ti racconto una favola.

C’era una volta una ghianda. Aveva avuto la rara fortuna di cadere dentro a un vecchio cespuglio di rovo e di sopravvivere a caprioli e scoiattoli …

Buon lavoro agli amministratori di alberi pubblici

Caro Amministratore Pubblico,

so bene che fare il Custode degli alberi della sua città in nome e per conto dei Cittadini è più difficile che esserne proprietario. Se fai bene nessuno se ne accorge e se sbagli vai sui giornali.

Le scrivo questo messaggio per augurarle un proficuo anno nuovo, nella speranza che le sia possibile trovare il tempo per riflettere su questi spunti organizzati in un dodecalogo, uno per mese:

  • Rediga un piano di gestione del verde di lungo periodo, discusso e condiviso con la cittadinanza. Gli alberi sono loro. Lei ne è custode solo fino a fine mandato.
  • Pianti tutti gli alberi che può nelle aree dismesse, dove poter gradualmente realizzare dei boschetti composti da specie diverse e di origine locale che potranno restare a lungo, nel posto giusto, con uno spazio adeguato, azzerando la necessità di potatura. I bambini saranno felici di imparare che gli alberi possono farcela da soli e lo ricorderanno a lungo. Per via dei rami secchi che potranno cadere, non si preoccupi,: basterà una buona strategia di comunicazione e, su questo, so già che ha bravi collaboratori. Magari eviti di farci sentieri e metterci panchine proprio sotto. Eventualmente posi qualche cartello che indichi il rischio che il cittadino si assume coricandosi all’ombra di un suo albero.
  • Lungo le strade extraurbane, non finga di non ricordare che la legge proibisce di piantare alberi sul ciglio: devono stare a una distanza almeno uguale all’altezza massima che potranno raggiungere in futuro. In questo modo, non potranno mai cascare sulla strada. La scelta di alberi di altezze diverse è ampia, non si fidi del primo vivaista che trova e del primo progetto colorato che le mostrano.
  • In centro e lungo le strade comunali non è obbligatorio piantare alberi così grandi. Sono belli e fanno bene, certo, ma lo faccia solo se lo spazio disponibile permetterà all’albero che lei sceglie di crescere indisturbato anche fra 50 anni. Non si fidi di chi dice “tanto poi basta una potatina ogni 5 anni”. Saranno soldi risparmiati.
  • Se li faccia vendere da chi li sa coltivare, non da chi a sua volta li compra: forma e carattere iniziali mostrano la vigoria futura e chi li coltiva lo sa. Servono tante radici, ma di quelle fini, quelle che mangiano e bevono.
  • Li faccia piantare da chi lo sa fare, una bella buca grande e profonda, terriccio fresco e tanta aria: le radici vogliono aria e spazio nel quale muoversi.
  • Ricordi che anche gli alberi hanno sete e che molta dell’acqua che bevono, sposata all’anidride carbonica dell’aria, diventa l’ossigeno che respiriamo. A inizio estate, se serve, inizi con una bella irrigazione di supporto, soprattutto nelle piantagioni giovani. Sennò poi i rami si seccano e gli alberi si ammalano.
  • Se proprio bisogna, spero per motivi di reale necessità, incarichi della potatura chi può documentare di saperlo davvero fare, magari in possesso di una certificazione che, con tutti i sui limiti, almeno dimostra che un esame serio l’ha superato. Eviti come la peste quelli che non vedono l’ora di dire “radice strozzante”, “corteccia inclusa” e “capitozzatura”. Oppure, semplicemente, si faccia spiegare per bene cosa significa. Sarà un bel test: se tossendo corrono a mostrarle l’adesivo di qualche associazione bene in vista sul cruscotto, oppure se recitano frasi fatte, li elimini dall’elenco. Se poi tirano fuori parole o sigle in inglese, lasci perdere senza indugio. Anche qui, soldi risparmiati. Molti.
  • Preveda in anticipo robuste penali per chi si fa pagare per danneggiare gli alberi dei suoi cittadini, però guardi che per vedere i danni deve salire su un cestello, da sotto può solo fidarsi.
  • Diffidi di chi dice che cura gli alberi, o almeno si accerti che abbia competenze reali sulle malattie di quelli della sua città. Io, ad esempio, studio le malattie degli alberi da 30 anni e ne conosco pochissime, come forse il suo veterinario rispetto alle malattie degli animali, tartaruga delle Galapagos compresa. Se oltre a parole come Ganoderma e Armillaria il suo potenziale tecnico non riesce ad andare, lasci perdere così come lascerebbe perdere un carrozziere che usa solo il bianco e il rosso. Preferisca chi più umilmente le dice che degli alberi ha cura. Lui forse saprà chiedere ad altri, in caso di necessità.
  • So bene che il rischio che un ramo o un albero, cadendo, ammazzi qualcuno, le fa perdere il sonno. Neanch’io ci dormirei. Però, siccome prevenire è meglio che curare, non aspetti che un tecnico le venga a dire “forse quell’albero potrebbe cadere ma io so come fare”. Affidi questi rilievi in anticipo e a chi li sa fare davvero, non a chi poi corre in libreria. Guardi che è un lavoro delicato, eh? Non si aspetti che un professionista bravo si assuma la responsabilità penale della caduta dell’albero sulla testa di qualcuno per 100 euro. Però nell’incarico specifichi bene tutti i dettagli: un foglio con dei box da crocettare qui e là non è una perizia, è un foglio di lavoro.
  • Consideri l’ipotesi di assumere a tempo indeterminato uno dei molti laureati che escono dalle nostre Università. All’inizio ne saprà poco, è inevitabile, ma se gli darà l’opportunità di formarsi adeguatamente e fare esperienza, fra qualche anno molti lavori potrà gestirli da sé. Risparmierà, avrà sul territorio sempre gli stessi occhi per molti anni e, soprattutto, recupererà parecchi di quei sonni persi finora.

Saluti distinti e buona fortuna.

Lucio Montecchio

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Non era nel menù

Il giovane laureato, iscritto ad un Ordine Professionale che abilita un esperto di allevamenti ovini a valutare la salute di alberi esotici, era stato incaricato di censire gli alberi di un  parco fornendo posizione, specie, altezza, età presunta e probabilità di caduta (si, lo so che si dice “propensione al cedimento”, ma qui scrivo chiacchiere da bar).

Il Dottore, però, non ha indicato che cinque di quegli alberi soffrono di una malattia letale e di quarantena chiamata “cancro del platano”, la cui immediata eradicazione è prevista dalla legge, a salvaguardia dei vicini ancora sani.

Alla domanda “come mai non l’hai segnalato?” la risposta è stata “non era previsto dal contratto“.

Mi ricordo di quando, qualche anno fa, ci siamo fermati in un famoso ristorante vicino a Trieste. Fra i vari antipasti c’erano dei formaggi locali oppure del prosciutto dalmata. Mia moglie ha chiesto se era possibile avere un misto dei due, ma il cameriere ha risposto “no, nol xè nel menù”.

Non siamo più tornati.

Lucio Montecchio

Caro Gesù Bambino

babbonatale

 

Caro Gesù Bambino,

è da una cinquantina d’anni che non ci sentiamo, eh?

Si, tutto bene, grazie: barcollo ma non mollo.

E tu? Certo che a nascere e ricominciare daccapo ogni anno mi ricordi quell’ulivo millenario lì fuori dalla grotta.

Bene, bando ai convenevoli. Vorrei approfittare di questa lettera di buon compleanno per chiederti un favore anch’io. Se non ti crea disturbo. Sai che ho sempre cercato di cavarmela e non ti ho mai scomodato, però Babbo Natale finge di non capire il problema. Non fa che borbottare e stare appeso lì di fronte, sul davanzale del vicino. Sarà l’età, ma da quando indossa i colori di quella bibita e porta regali col nome in inglese, non ha più voglia di andare contro le regole del consumismo.

Ti scrivo anche a nome dei dodicimila abeti che stanno entrando nelle nostre case per essere ridicolizzati da pennacchi, neve finta, lucette, cioccolatini e palline.

Vedi, molti di loro sono cresciuti nel nordeuropa in quel freddo che gli piace tanto, ma in poche ore si sono ritrovati prima in un camion e poi di fianco a un termosifone. Pensa che molti hanno già incominciato a ingiallire e a perdere le foglie. Mi sa che alla befana c’arriveranno in pochi …

Si, certo, lo so che sono stati coltivati per questo, che tutti loro portano un cartellino giallo che lo dimostra e che tutto questo crea posti di lavoro, ma non trovi anche tu che abbia poco senso festeggiare la tua nascita sacrificando degli alberi? Al solito, molti li vedremo sporgere dal coperchio del cassonetto dell’umido già il 7 gennaio.

Chi li compera non potrebbe trapiantarli nel giardino e dall’anno prossimo addobbarli lì fuori? Qui non lo fa quasi nessuno, sai, perché dicono che un abete in soggiorno è bello, ma in giardino diventa banale, insufficientemente esotico.

Le poche persone che qualche giorno fa hanno festeggiato coi bambini la Giornata dell’Albero, invece, preferiscono trapiantarli di nascosto nel parco pubblico, che però oramai sta diventando una ridicola pecceta di pianura. Sovralimentati da un clima che con la montagna c’entra poco, sono destinati a morire ben prima del loro tempo, come un’oca da foie gras.

Spero tu condivida almeno in parte la mia preoccupazione e possa spendere con Papà una parola a difesa degli alberi DA natale (ma anche del tacchino da ringraziamento e dell’agnello da pasqua) che, come immaginerai, non capiscono la logica che sta dietro alla loro coltivazione “usa e getta”.

Prova a insistere, dai, che l’altra volta si è dimenticato di dire a Noè di caricare anche piante e semi. Lo sai che è stata solo fortuna …

Grazie per quanto potrai fare.

Ancora buon compleanno.

Un abbraccio ai tuoi.

Lucio

Faremo meglio la prossima volta

cortina

Il viale che ho percorso in questa giornata di freddo e neve fa mostra della sua bruttezza.

Alberi massacrati da presunti potatori, incaricati da sedicenti amministratori di un bene pubblico. Anche mio.

E’ il solito, prevedibile gioco delle parti (A: amministratore, P: potatore):

A: Abbiamo deciso di potare quel viale di frassini. Con tutti quei rami gli alberi sono proprio brutti. E poi, sa, ci coprono i cartelli pubblicitari.

P: Va bene, è il mio lavoro. Rimonda del secco e potatura di selezione, personale certificato, 15 mila euro. (Però … hmmm … guardi che sono aceri).

A: Ah … grazie, ma non abbiamo tutti quei soldi.

P: Va bene, facciamo una cosa un po’ meno accurata. Sono 10 mila.

A: Non ce la facciamo ancora, però una sistematina bisogna darla, ce l’abbiamo in bilancio.

P: Va bene. Per 5 mila riusciamo a fare qualcosa di veloce nei ritagli di tempo. Tiriamo giù i rami più grossi e l’effetto si vede.

A: Affare fatto. Casomai faremo meglio la prossima volta.

 

Mi ricorda una vecchia barzelletta che racconta di un signore al quale è morta la suocera e chiede un bel funerale al titolare dell’impresa funebre (G: genero, F: impresario funebre)

G: Sa, è stata una santa donna, se non ci fosse stata lei a seguirci i bambini …

F: Va bene. Una bella cassa di mogano e un copricassa di rose rosse. Sono 15 mila euro.

G: Qualcosa di più economico?

F: Va bene. Cassa in abete e due ceste di iris, 5 mila euro.

G: Non ce la faccio ancora. Però è una cosa che va fatta, oramai i parenti sono in arrivo.

F: Va bene. Mi porti qui la vecchia che vediamo come sistemarle 4 manici. 300 euro.

G: Affare fatto. Casomai faremo meglio col suocero.

 

Lucio Montecchio

Veteranizzare gli alberi: quando la perversione non ha limiti

Fra le varie definizioni antropocentriche che siamo abituati a coniare, un albero veterano ha l’aspetto di un sopravvissuto. Non necessariamente anziano, vecchio o monumentale, ma un po’ come uno di quei trentenni dei film che, dentro o fuori, portano le tracce di una guerra che li ha segnati per sempre.

Gli alberi che rientrano nella definizione di veterani mostrano fessure, cimali o rami deperenti o morti, cavità interne, fori, marcescenze o funghi crostosi alla base. Senza dubbio hanno un ruolo di importanza fondamentale in un ecosistema, anche perché spesso danno supporto a liane, edere, licheni, muschi. E poi ospitalità a funghi degradatori delle loro parti morte, insetti che depongo le uova nel legno ormai molle e, conseguentemente, a picchi, pipistelli o civette.

Sono un habitat complesso e contribuiscono fattivamente a mantenere la diversità di specie che sono tipiche di quel sistema ecologico.

Per vedere alberi veterani non serve andare in una foresta vergine. Basta una passeggiata in città.

Lo è un albero ripetutamente massacrato dalla follia di proprietari che pagano per farsi deturpare irrimediabilmente un loro bene da motoseghisti che si autodefiniscono arboricoltori e chiamano la loro attività tree care, senza sapere non solo cosa significa quella parola, ma cos’è un albero. Chiaramente sperano che non lo sappia neanche il loro cliente e spesso, purtroppo, hanno ragione.

Lo è un albero piantato troppo vicino all’altro in un parcheggio, con le radici e il colletto danneggiati dalle ruote e dal paraurti di automobilisti distratti.

Lo è un ulivo centenario strappato in Grecia e trapiantato in centro a una rotatoria nelle nostre città. In questi giorni invernali dovrà subire un clima al quale non è abituato. Se sopravviverà sarà veterano. Se morirà, niente di male: il vivaista che l’ha donato al Comune si sarà comunque fatto pubblicità e potrà sempre dare la colpa al freddo.

Lo è anche l’albero che viene pesantemente potato e poi abbattuto perché, strutturalmente indebolito alla chioma o alle radici da quei signori di prima, rischia di cadere e far danni. Operazione a volte discutibile e osteggiata da una sempre più ampia fetta di cittadinanza, ma a volte necessaria per prevenire qualche lutto.

Direi proprio che di alberi che mostrano una vita di sofferenze inattese, nelle nostre città ne abbiamo già parecchi.

E’ per questo che non riesco a capire perché sta prendendo piede, per fortuna non ancora in Italia, la veteranizzazione degli alberi. Anche grazie a specifici corsi che gran luminari tengono a caro prezzo.

In sostanza si tratta di prendere un albero di forma e aspetto normali e infliggergli una serie di danni (“controllati”, dicono) in modo tale da fargli assumere l’aspetto di un sopravvissuto alle ingiurie della vita. E così ci insegnano a strappare lembi di corteccia per simulare fulmini mai caduti, a fratturare alcuni rami per simulare un vento forte, fino a suggerirci micro-esplosioni per mimare il danno dovuto a marcescenze inesistenti, ma che poi inizieranno a manifestarsi.

Purtroppo è il solito limite dei vegetali. Diversamente dagli animali, sono banalmente carini da giovani e bellissimi se sono mezzi secchi, torti o cavi, da fotografare con un bel tramonto come fondale.

Lucio Montecchio

PS: 9 dicembre. Oggi ho visto una signora sui cinquantacinque pagare a caro prezzo un paio di jeans stracciati.

 

Solo un vecchio pioppo

“È solo un vecchio pioppo” ha risposto il nuovo proprietario di quella corte di campagna, posando a terra la motosega e spegnendo il trattore. Lui ha sui 50 anni, il pioppo sui 150. Qualche ingiuria del tempo la portano entrambi.

Ho pensato che magari fosse perché ha le radici marce e c’è il rischio che possa cadere sulla strada e allora, sperando in un si, gli ho chiesto “ma piopparelli o chiodini ne trovi lì sotto?”. “Macché …duro come il ferro”, ha replicato deluso.

In campagna, almeno quella dove vivo io, l’utilità sta sopra a ogni aspetto romantico. Cosa te ne fai di un pioppo vecchio e rotto se non l’hai visto crescere?

Peccato. Quand’ero bambino sapevamo che, arrivati a quel pioppo, si girava a sinistra giù dall’argine e c’era un buon posto per giocare. Era il riferimento topografico dei nostri appuntamenti pomeridiani, tutti in fila e rigorosamente sulla bicicross.

Come lo sono stati per secoli molti degli alberi vecchi che ho la fortuna di frequentare.

“Sulla sinistra di quei sette cipressi là in alto c’è il Piave”, sapevano i nostri soldati che scappavano da Caporetto. Erano più visibili di ogni campanile e ben disegnati sulle carte militari: grazie a loro ci si orientava da lontano. Grazie agli attuali proprietari lo si può fare ancora.

È anche per questo che molti degli alberi più vecchi delle nostre campagne, piatte perché strappate al mare, sono resistiti nei secoli. Erano segnali stradali o picchetti di confine. In ogni caso, belli o brutti, dritti o storti, sono lì proprio per essere osservati.

Sono alberi che fanno parte della memoria di qualcuno, monumentum, ricordo. Come quel pioppo, tutti loro rammentano qualcosa che vale la pena ricordare.

Età e dimensioni contano poco, non è una gara, ma se anche queste aiutano a proteggere almeno i più vecchi e grossi, ben vengano sia la legge nazionale che li censisce e tutela sia le, troppo poche, iniziative locali di aiuto concreto ai proprietari di un bene senz’altro comune.

Lucio Montecchio

I boschi di papà

È una giornata bellissima da qui sopra, e le montagne sembra di poterle toccare.

L’Altopiano l’ho camminato tanto, in tutte le stagioni.

Sono nato in marzo e mio padre ha iniziato a portarmici da quel giugno e finché sono diventato grande.

Faccio questo mestiere grazie a lui che, uomo di pianura, la montagna la viveva da dentro.

Quei pascoli lì sotto li attraversavamo d’estate per andare a prendere il formaggio in malga, in autunno per andare a raccogliere le mazze di tamburo e d’inverno per sciare. Gli sci erano di legno e gli attacchi bloccavano senza via di scampo gli scarponi, di cuoio e alla caviglia, con una molla dietro e una leva davanti. O imparavi o ti rompevi.

Alla paura rispondeva con un sorriso: avevo cinque anni e ho imparato.

Non si parlava ancora di impatto ambientale, ma per uno skilift (che chiamavamo “il gancio”) erano sufficienti pochi pali, bassi e isolati. La moda dello sci è decollata anni dopo e, con lei, quella dei comprensori e delle piste “nere”. Sono le cicatrici che sto vedendo qui, più a nord, che mal nascondono vasche e tubi che servono a fare la neve finta, con buona pace del risparmio energetico. Tutto attorno ecco gli alberghi e le seconde case con accesso diretto alla pista, per quelli che “io amo la natura”.

Con agricoltori e malghesi lui ci parlava per ore. Trovava volgare dire contadini e malgari. Conosceva anche bracconieri e guardaboschi, che agli occhi di un ragazzino è una cosa fantastica, cose da Zanna Bianca. Nomi però non ne faceva, e non saprò più se quel suo amico che chiamava “zaéti” tutti quelli che, come noi, salivano dalla pianura, fosse più l’uno o più l’altro.

“Senti che profumo”, sussurrava infilando le mani nella terra e aprendo quel suo sorriso. Quando rubacchiava un alberello da portare a casa ne prendeva sempre due sacchetti, di quella terra. Diceva che gli alberi vanno sempre “piantati piccoli e con la loro terra, sennò deperiscono e poi prendono le malattie”. Era nato nel trentuno e, tra un bombardamento e l’altro, per la scuola c’era stato poco tempo. Non sapeva di humus e di micorrize, ma praticava il buonsenso e sapeva osservare.

“Ruba con gli occhi”, mi ripeteva riparando il motore dell’ ottoecinquanta blù da guidare a tutti i costi verso Cima Dodici. Era già settembre e, assieme alla mitica gita in barca a remi al lago di Lavarone, il rituale delle stelle alpine andava senz’altro onorato. E così, attraversando quella piana ampia, ci spiegava che la torba è fatta di piante antichissime. Che da ragazzo scavava fino a trovarla, per seccarla e poi scaldarcisi d’inverno.

Sapeva spiegare una cosa difficile con un aneddoto o una curiosità.

O senza parlare. E così, per farci capire che il sole è di tutti, sul quel prato vicino alla casa cantoniera rossa dove avevamo visto una vipera, stendeva una coperta e ci si coricava con indifferenza.

Di quel grosso faggio verso Lusiana, che c’è ancora, ci raccontava che era così vecchio da capire il cimbro, il francese, l’austriaco, e l’asiaghese.

Quei boschi sono ancora là sotto. Uguali uguali, continuano a parlare a chi sa ascoltarli.

Lui però direbbe che sono uguali e diversi. Mi direbbe che quando l’albero vecchio cade, i giovani vicini devono prenderne il posto.

Mi piacerebbe averlo di fianco, oggi, vederlo guardare i suoi boschi dal finestrino di un aereo che non ha mai preso. E ascoltarlo.

Lucio Montecchio

Alex L. Shigo, un ricercatore fuori dagli schemi

Oggi, 6 ottobre, ricorre l’anniversario della morte del Dottor Alex Lloyd Shigo.

Con una formazione di base fortemente radicata nella biologia e nella patologia forestale, cercava il perché delle cose fuori dai binari abituali. Oltre a essere curioso, come dovrebbero essere tutti i ricercatori, non temeva di andare controcorrente.

Spesso diceva che lo studio dei libri di botanica e di arboricoltura vale poco, se non è accompagnato dalla lettura degli alberi. Dal toccarli, annusarli e guardarci dentro.

Il suo lavoro di ricerca e divulgazione è stato un argine netto fra il mondo che sapeva di carta ingiallita nel quale hanno studiato quelli della mia generazione, e quello che profuma di legno e resina dell’ “Arboricoltura Moderna”, titolo di uno dei sui manuali più famosi, uscito nel 1991.

All’epoca il tree-climbing era soprattutto una di quelle trovate americane fra lo sportivo e il ludico, che consisteva nell’arrampicare alberi.

Non c’erano telefonini, internet era per pochi e il fax era arrivato da qualche mese. Per avere informazioni di prima mano bisognava girare costosi, lontanissimi congressi. Ricordo che l’attesa di quel manuale “dall’America”, corposo e pesante, dove in ogni pagina c’era una novità, è stata interminabile. Anche Amazon Prime non esisteva.

Poco tempo dopo, un arboricoltore italiano ben più illuminato di altri l’ha tradotto e reso disponibile in Italia, dove la confidenza con l’inglese era un po’ zoppicante.

Ricco di frasi solo apparentemente semplici e disegni facili, “Arboricoltura Moderna” ci ha insegnato che un albero non è un palo con delle biforcazioni, e che invece di carpentieri e motoseghisti servono arboricoltori. Preparati, aggiornati, curiosi e pronti a mettere in discussione il loro sapere.

Che a un albero è ben difficile chiedere qualcosa di diverso dalla collaborazione. Che prima di fare male è meglio non fare, pensando al risultato in un arco temporale lungo. Che la forma è effetto e non causa. Che la capacità di reagire a danni brevi o lunghi, leggeri o intensi, dipende da flussi di energia, da meristemi attivi o latenti, da movimenti e trasformazioni di glucosio, amido e cellulose.

Che se sigilliamo un parassita dentro all’albero non va per niente bene, ma che è molto peggio se a invitarlo a infettare la ferita siamo noi.

Tutte cose che oggi sembrano banali, sia chiaro, ma nessuno ce l’aveva spiegato e dimostrato prima.

E’ stato grazie alla questa visione lontana da ogni dogma che abbiamo iniziato a osservare invece di guardare. A porci e a porre domande. Passando ore nel reparto legno del Bricocenter a toccare “perline” di pino, cercando di capire le fasi del CODIT dal tavolo della taverna e, poi, segando rami e fusti anche noi.

Più tardi, alcuni fortunati come il sottoscritto hanno potuto approfondire la cosa nell’ambito del proprio lavoro, grazie alla disponibilità di risorse, laboratori e strumenti modernissimi. Per vedere se era proprio vero, se qualcosa cambiava con il diametro della ferita, con l’epoca di taglio, con e senza mastici, prima o dopo la fioritura, o la dormienza. Conifere o latifoglie, sempreverdi o caduche.

Dire “flush” e “stub” ci piaceva molto e fra i miei miti dell’epoca, chiaramente dopo Mick Jagger, veniva lui.

Usavamo antiparassitari tossici anche per noi e che ora, e per fortuna, non esistono più.

In quel periodo iniettavo prodotti che non ho il coraggio di dire attraverso fori da 18 millimetri fatti con una motosega modificata e collegata a un mandrino. Ora le iniezioni le faccio solo se il beneficio è maggiore del danno, prima ci penso a lungo e in ogni caso il trapano non lo uso più. Grazie ai suoi insegnamenti.

Le molte specie di Trichoderma (e altre, comprese quelle  micorriziche) che ora troviamo pronte all’uso al consorzio agrario ce le isolavamo dal terreno, le purificavamo e moltiplicavamo su semi di avena bolliti. Guidando verso l’albero, poi, capitava di romperne un sacco e di ritrovarsi con una puzza indescrivibile provenire da sotto i tappetini della Mini Metro azzurra dopo qualche settimana.

Ne è passato del tempo, ma se Shigo ci fosse ancora avrebbe continuato a segare, osservare e dire.

Senza paura di approfondire, integrare o correggere le sue ipotesi.

Probabilmente avrebbe scritto “Arboricoltura per il nuovo millennio”, dimostrando che alberi di età, specie e condizioni di salute diverse si potano in modi e momenti diversi, che quella specie lì in quel posto lì, per oggi non si pota. E non la si pota almeno fino ad aprile.

Che la bontà della potatura, come quella di una dieta dimagrante, non si valuta da una foto prima-dopo.

Che la potatura non si riduce a un taglio appena sopra il collare del ramo, “tanto poi c’è il CODIT”. A meno che non diamo per scontato che il nostro taglio provocherà una carie, e sarebbe un bel problema. Perché quella D vuol dire carie, non ferita.

Che essere contro la capitozzatura senza però saperla definire dopo tanti anni di proclami, beh …. un qualche dubbio lo crea in molte persone.

Che la capacità di un albero vigoroso di cicatrizzare (ops, “chiudere”) una ferita non sdogana l’abuso quotidiano della potatura.

Che lui non è mai stato contrario all’iniezione di antiparassitari nei vasi, ma ai danni causati per riuscire a farla.

Che se la salute degli alberi è importante, lo è anche la patologia vegetale, fatta di sintomi, cicli, diagnosi e terapia. Che non si può più far finta di non sapere che i parassiti che possono causare danni importanti ai nostri alberi sono elencati fitti fitti in circa 500 pagine e che la maggior parte sono microscopici.

Che oggi ci sono strumenti, prodotti e metodi che nel 1991 non c’erano e che prima di dire che non funzionano bisogna provarli nel modo adeguato.

Sorridendo di chi recita i capitoli di quel suo manuale come fossero dei salmi, credo che lui farebbe tutto questo.

Lucio Montecchio

Forma e sostanza

radici

Nel lungo percorso evolutivo da alghe a muschi a felci ad alberi, quest’ultimo forse è stato il passaggio più impegnativo.

Le prime felci, infatti, come i muschi non avevano ancora un vero sistema vascolare e di sostegno. La crescita era perciò sostanzialmente orizzontale.  Però avevano già imparato ad abbozzare delle radici e a subire volentieri la coltivazione da parte di batteri e funghi simbionti, grazie ai quali potevano finalmente spostarsi anche lontano dall’acqua, allontanandosi così dalla competizione per lo spazio e i nutrienti delle altre specie.

La convivenza però imponeva una produzione di energia crescente, che le piccole foglie non potevano soddisfare. Non restava che giocare sulla quantità, allungando il fusto verso l’alto e ricoprendolo di foglie ben separate in modo tale che ognuna potesse massimizzare la fotosintesi.

A questo ci poteva pensare quella gemma apicale in costante sviluppo, ma la parete delle cellule, fatta di fibre di cellulosa, era troppo elastica: dopo qualche centimetro il fusto si afflosciava a terra.

Errore su errore, le felci inventarono la lignina che, mescolata alla cellulosa, come una resina irrigidiva la struttura complessiva. Alla stregua di un cemento armato moderno, ora le pareti del sistema vascolare erano elastiche ai movimenti di trazione e torsione del vento, ma anche resistenti al peso e alla compressione della massa sovrastante. La miglior proporzione fra le due componenti sarebbe stata affinata nel tempo.

Mantenendo rigido e stabile il diametro dei vasi linfatici, le felci potevano allungarsi molto più in alto e gestire la pressione della linfa aprendo e chiudendo gli stomi.

L’acqua finalmente risaliva dalle radici portando alle foglie ormai lontane i sali minerali, per poi scendere distribuendo energia a tutto il corpo e riprendere il ciclo verso l’alto.

Chiaramente le felci meno capaci perdevano l’equilibrio e cadevano a terra, diventando cibo per batteri, funghi e insetti e poi humus. Anche il suolo stava evolvendo, e in breve iniziarono ad apparire veri e propri boschi di felci.

Quel diametro sempre uguale a quello del primo giorno, però, non permetteva di reggere troppo peso: oltre il paio di metri il fusto enesorabilmente si rompeva.

La geniale soluzione fu la conicità di fusto e radici. A partire dalla base, il diametro diminuiva sia con l’altezza sia con la profondità, mantenendo così il miglior rapporto elasticità/rigidità rispetto al vento e alla coesione del suolo.

Erano nati i primi alberi e, grossomodo, assomigliavano agli attuali abeti.

Questa assoluta novità fu realizzata avvolgendo il fusto ogni anno, tutti gli anni, di una guaina fatta di un nuovo circuito linfatico che gradualmente faceva perdere di efficienza il vecchio il quale, riempito dei prodotti di scarto della pianta, assumeva sempre più il ruolo di sostegno fisico.

La guaina, poi, era in grado di produrre gemme identiche a quella apicale anche lungo il fusto e le radici, permettendo finalmente di produrre rami laterali, ciascuno con la propria chioma di foglie, e radici da radici, ciascuna con la propria chioma di apici assorbenti.  “Nodi su nodi ammonticchiando ….”

In questo modo, le gemme originavano un ramo se esposte all’aria oppure una radice se sottoterra. Nel tempo gli alberi impararono anche a produrre gemme di scorta sotto la corteccia, da attivare nel caso qualche ramo lì vicino si rompesse.

Da allora e quotidianamente gli alberi imparano dal suolo, dal vento e da loro stessi come migliorare la propria stabilità e fin dove svilupparsi.

Da giovani si allungano verso l’alto e si espandono verso l’esterno. Con l’età, il peso e gli acciacchi a volte cercano nuovi equilibri, lasciando seccare e cadere qualche ramo per rifarlo dove è più conveniente.

E’ nella loro natura, e non c’è potatura che possa convincerli del contrario. Perchè sono Esperti.

Lucio Montecchio

L’insostenibile leggerezza della presunzione

Da qualche mese mi diverto a salvare le schermate di alcune pagine social italiane e straniere che riportano svarioni tra il risibile e l’assurdo in merito alla diagnosi e alla conseguente cura di alcune malattie degli alberi.

La cartella dove le salvo si chiama Patocazzate.

Normalmente funziona così:

  • a un professionista viene chiesto di porre rimedio al deperimento della chioma di un certo albero.
  • sa di non sapere identificarne la causa, deve soddisfare il cliente con un buon risultato e prende tempo.
  • fa una foto col telefonino e la posta su Facebook, Instagram o altro, scusandosi della sfocatura e chiedendo cos’è e cosa fare.
  • inizia la gara a chi arriva prima, con tanto di causa, nome del parassita e prodotto da usare. Fantastico! A conforto, a volte non mancano i link a pagine internet che mostrano foto di anomalie simili. Può anche capitare il genio incompreso che, foto alla mano, dimostra che senz’altro si tratta di malattia di quarantena e che perciò va trattata col tal principio attivo, secondo lui efficacissimo. Spesso in violazione a leggi che dovrebbero essere rispettate anche in una realtà virtuale.
  • Dopo poche ore compaiono diagnosi anche molto diverse, da persone diverse che vivono in posti anche lontanissimi. Tizio dice che è colpa della fuliggine e della vicina canna fumaria: di spegnere la stufa. Caio sostiene che sono le radici a essere malate e di usare quel fungicida, linkando una pagina internet così vecchia da riportare prodotti ormai aboliti e illegali. Sempronio dice “non lo so, ma certamente non ha speranze: taglialo”.
  • Tutte le opinioni sono seguite da un certo numero di Like, e nella democrazia social abitualmente vince quella più votata, che non necessariamente è quella giusta.
  • Sorrido, salvo la schermata e resto seduto al Facebar.

La dilagante, presunta inutilità della conoscenza e dell’aggiornamento nel proprio settore professionale mi ricorda quello sketch di Natalino Balasso nel quale simula un’intervista a sé stesso e orgogliosamente giustifica il suo non-sapere con “i libri alle mie spalle non li ho letti. E comunque non sono miei”.

La fiducia cieca nelle reti digitali invece mi ricorda di quando in una “Bustina di Minerva” Umberto Eco raccontava di aver inventato di sana pianta la biografia di un nobiluomo dell’ottocento (o forse un condottiero, vado a memoria) e di averla inserita senza alcun problema in una wikipiattaforma. Incredulo feci la stessa cosa, scrivendoci una rassegna sulle simbiosi micorriziche abbondantemente frutto di fantasia, condita però di cose vere. La tolsi dopo due mesi, senza particolari sensi di colpa. Era il 2009 e i miei studenti di quell’anno ridono ancora.

Tuttora nella wikipagina sul cancro del platano c’è una foto, in alto a destra, che rappresenta tutt’altro. Essendo l’eliminazione dei platani con questa malattia obbligatoria, spero davvero che nessuno si basi su quelle informazioni.

Non ho certo la pretesa di paragonare la patologia vegetale a quella umana ma, giusto per semplificare, al nostro medico non spediremmo mai un selfie dei nostri occhi arrossati chiedendo di cosa si tratta.

Se fosse, senz’altro risponderebbe “amico mio …. devo vederti, se lo ritengo opportuno ti mando da un oculista, o forse da un epatologo, o un endocrinologo, per ora non lo so. Forse sono solo le grappe di ieri sera, ricordi? Facciamo un po’ di esami e aspettiamo la diagnosi”. Non soddisfatti da una diagnosi inattesa, poi, forse chiederemmo consulto ad un altro medico, giusto per un confronto prima di iniziare la terapia.

Già … la Diagnosi. Stupida e inutile pratica preistorica, ante-social, che ridicolmente consiste nell’associare in modo inconfutabile l’effetto che vediamo con la causa che l’ha prodotto. Quella che ci permette di capire se le foglie si stanno seccando perché la pianta ha sete, o perché è autunno, oppure perché c’è il tal insetto sulla chioma, o quel batterio nei vasi linfatici, oppure quel fungo dentro agli apici assorbenti. Se la pianta l’abbiamo comprata già malata o se il parassita è stato trasportato poche settimane fa da trenta chilometri di distanza da quello scolitide!

Quella cosa che ti permette di capire se il tuo albero ha un problema reale o no, se esiste un rimedio efficace, autorizzato, come e chi può applicarlo, a che dose e con che frequenza. Oppure se davvero non ti resta che tagliarlo.

Certo, una diagnosi richiede tempo, denaro, conoscenza, esperienza e aggiornamento.

Ma, fortunatamente, se entri nella Community giusta tutto questo è superfluo.

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Lucio Montecchio

Ferite e mastici: fra oscurantismo e buonsenso

A cadenza più o meno regolare ricorre, come in questi giorni, la diatriba fra chi è favorevole e chi è contrario al trattamento delle ferite con un mastice, inteso come un prodotto fluido protettivo da applicare a pennello o a spatola.

Trattandosi di argomento tipicamente sanitario e avendone usati tanti, tra successi e insuccessi, porto la mia opinione.

I mastici non sono prodotti cosmetici e non si applicano per mascherare la ferita o per far contento il committente. A volte sono molto utili, ma bisogna saperli scegliere e applicare.

Senz’altro è importante garantire alla pianta che abbiamo danneggiato il modo di cicatrizzare nel tempo più breve possibile. Riducendo sia l’esposizione all’aria e il conseguente disseccamento del “cambio” (il delicato tessuto che dovrà produrre la corteccia nuova), sia la possibilità che vari parassiti del legno vi si possano insediare, con danni conseguenti ben noti.

Potrebbe essere sufficiente produrre ferite piccole e nel periodo più adeguato alla rapida e completa cicatrizzazione entro la stessa stagione vegetativa, ma purtroppo le quotidiane pratiche di potatura spesso stridono con i tempi e le esigenze dell’albero.

Nel caso di ferite importanti, accidentali oppure deplorevolmente prodotte da motoseghisti che ben poco sanno di fisiologia e patologia, fra le scelte possibili ci sono anche i mastici, tutti uguali solo agli occhi di chi ne ha poca esperienza, spesso indiretta.

Le decine di mastici possibili, commerciali o artigianali, hanno in comune solo il fatto di essere sufficientemente fluidi (anche molto) da essere facilmente applicati su legno uniformemente decorticato, sano, pulito e non umido. La composizione varia, e molto.

Se in tarda estate pensiamo che i tempi di cicatrizzazione a disposizione della pianta siano scarsi, sarà utile proteggere con un mastice inerte (es. una cera) il cambio dal disseccamento. Non necessariamente tutta l’area esposta. Chiaramente i solventi che mantengono fluido il prodotto non dovranno essere fitotossici.

Se invece temiamo che la ferita possa ragionevolmente essere esposta all’infezione di parassiti pericolosi prima della sua chiusura, è opportuno un mastice antiparassitario. Però serve il fungicida giusto alla dose giusta, efficace contro quel particolare parassita o gruppo di parassiti e, chiaramente, atossico per quella specie e in quelle condizioni.

Come per qualsiasi altro trattamento sanitario, meriti e demeriti vanno a chi lo sceglie e lo applica, non al prodotto.

Vent’anni fa ho seccato una quarantina di innesti su castagno, convinto che quel mastice fungicida eccellente su melo, non fosse tossico su altre specie.

Ricordo di un’azienda che doveva asportare i rami malati in un filare stradale e pennellare le ferite residue sane. Durante la potatura, però, parte della segatura infetta finiva inevitabilmente nel vaso lasciato aperto e, poco dopo, incollata sulla ferita sana successiva.

Ricordo un giovane giardiniere che su un pero maestoso applicava una resina su ferite visibilmente infette, sigillando così il parassita dentro l’albero. Oggi è un fervente devoto alla religione antimasticista.

Ho visto centinaia di platani, tigli e ippocastani pesantemente feriti e non trattati per scelta dogmatica. Molti, dopo una decina d’anni, risultano abbondantemente cariati da parassiti che attraverso quelle ferite sono entrati e, forse, contribuiranno a far cadere l’albero prima di quanto lui volesse.

Però ho ben presenti alberi grandi, brutalmente scortecciati dentro a un cantiere edile, le cui ferite vengono tuttora trattate con frequenza regolare. Come la medicazione che si fa dopo un’operazione chirurgica. Dopo 7 anni gli alberi sono ancora là, vigorosi, con una corteccia secondaria che nel frattempo è cresciuta di 8 centimetri tutto attorno e nessuna infezione apparente.

Essere contro l’uso di qualsiasi mastice è come essere contro l’uso di qualsiasi sciroppo, che sia di menta o contro il mal di gola.

Semplicemente Alberi

 

La ragazza all’Ikea mi ha detto che quel che stavo cercando era temporaneamente esaurito, ma che avrebbe fatto una riservazione a mio nome. Ringraziando, ho sorriso.

Tornato a casa, alla TV ho saputo di un bravo calciatore che finché gioca sa anche verticalizzare i palloni. A calciarli in porta dev’essere bravissimo!

Tra le essenze arboree preferisco il cedro e il pino: mia moglie le usa in casa. In giardino, invece, ho alberi che ho fatto piantare a un giardiniere, perché il professionista del verde voleva piantumarli. Non so, ma far piantare alberi a un esperto di colori non mi sembrava una buona cosa.

Sono molti anni che sento neologismi da cabaret e parole a vanvera. Spesso sorrido e lascio correre. Anche perché ho colleghi che rischiano l’infarto ogni volta che sentono dire essenza, ma poi sono i primi a confondere patologia e malattia. A dire giùnior o a non saper scrivere il plurale di quercia. A scrivere legno decolorato e legno decaduto. A confondere delezione e cancellazione. Però anch’io continuo regolarmente a definire l’albero un individuo, pur sapendo che non lo è. E a dire che gli alberi cicatrizzano.

Quel che davvero non sopporto, però, è l’uso di elemento arboreo. Riduce l’albero a una cosa statica, immutabile. Soprattutto, mi ricorda quell’implicito senso di disprezzo che c’è in materiale umano.

Probabilmente la parola “albero” è troppo breve, mentre “elemento arboreo” dà l’idea di averci ragionato. Quanto meno, è innegabile che pronunciarlo riempia la bocca.

Si arriva poi all’abuso, perpetrato da chi degli alberi conosce la forma della chioma o il significato simbolico di quella specie. Per questi professionisti, anche loro del verde, è luogo comune che in un parco siano “elementi d’arredo” la panchina, il cestino per le immondizie e la fontanella e “elementi arborei” gli alberi. Che sulla base dell’altezza che potrebbero raggiungere se qualcuno non li massacra prima, possono essere di prima, seconda o terza … grandezza. Questione di misure.

Non è indispensabile sapere di alberi, per scegliere un elemento-albero invece di un elemento-fontanella da un archivio d’immagini CAD preconfezionato, cliccarci sopra e incollarlo sul monitor. Alzarlo, abbassarlo e ruotarlo può essere divertente, e un modo per farcelo stare fra una casa e una strada, oppure in un vaso, lo si trova. Con un bellissimo disegno in mano, poi, sarà altrettanto facile parlare ai cittadini di armonia di forme e volumi, magari sottolineando che il colore delle foglie d’autunno si sposerà molto bene con quello dell’asilo sullo sfondo.

Diversamente dagli alberi che frequento io, questi elementi arborei sono sempre bravi e belli. Non bevono, non crescono e non si ammalano. Simmetrici, perfettamente proporzionati. Mai un ramo secco, mai una foglia per terra.

Anche in quei bellissimi rendering che ci mostrano come saranno dopo 30 anni.

Lucio Montecchio

Funghi albericoltori

La scelta di passare da nomadi raccoglitori di piante a coltivatori stanziali è stato un momento fondamentale, soprattutto da un punto di vista sociale. Succedeva grossomodo diecimila anni fa. Da quel momento, in prossimità di un corso d’acqua e di terreni sufficientemente fertili ci siamo fermati e abbiamo costruito i primi insediamenti e una rete di relazioni coi vicini basata sullo scambio di quel che veniva prodotto in eccesso.

Nel benessere crescente, la popolazione aumentava e così abbiamo imparato a selezionare varietà più produttive, a irrigarle, nutrirle e difenderle dai parassiti. A coltivare piante poliennali, dalle quali raccogliere frutti ad ogni stagione. Gli interessi e non il capitale.

Alcuni agricoltori più lungimiranti di altri hanno poi scelto di ottimizzare gli sforzi mettendo a disposizione le proprie abilità. Chi sapeva come scavare un canale in modo adeguato lo faceva anche dal vicino, che in cambio aiutava nella vendemmia. Nel passaggio da rivalità a collaborazione sono nati i primi consorzi di agricoltori. Tutti ne avevano beneficio.

A fare la stessa cosa, tre milioni di anni prima, furono alcuni batteri e funghi microscopici, che da nomadi parassiti di piante divennero agricoltori a tutti gli effetti. Insediati sugli apici assorbenti delle radici, erano capaci di allungare nel suolo un reticolo di sottilissimi tubi (il micelio) coi quali raggiungere e trasportare alla pianta acqua e nutrienti. Per allontanare i parassiti, poi, producevano efficaci composti tossici da rilasciare tutto attorno alle radici della loro pianta. Chi era abile nel raggiungere l’acqua lasciava il compito di assorbire azoto o produrre antiparassitari a un altro.

Un consorzio, grazie al quale tutti raccoglievano e condividevano il surplus di carboidrati che la pianta produceva. Gli interessi e non il capitale.

E’ questa la vera differenza fra parassiti di piante, nomadi che saccheggiano quel che trovano (perché del domani non v’è certezza) e simbionti stanziali, che le piante preferiscono coltivarle.

In un singolo albero ce ne sono decine di specie diverse, ognuna specializzata nel fare qualcosa che la rende diversa e utile agli altri.

Della loro presenza si accorse per primo il Prof. Giuseppe Gibelli, osservandoli su radichette di castagno. Di questo studio ci restano argomentazioni modernissime e disegni meravigliosi, pubblicati nel 1883 (“Nuovi studi sulla malattia del castagno detta dell’inchiostro”).

Sono i simbionti micorrizici.

Agevolarne la presenza significa preservare salute e benessere dei nostri alberi.

Lucio Montecchio

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G. Gibelli, 1883. “Nuovi studi sulla malattia del castagno detta dell’inchiostro”. LM

Alberi a chilometri zero

La Puglia, si sa, non è famosa per le sue piantagioni di caffè. Eppure sembra che Xylella fastidiosa, batterio associato alla morte di migliaia di ulivi, vi sia stata importata qualche anno fa dal Costa Rica con una pianta di caffè infetta. Paesaggio ed economia locale ne stanno pagando le spese e chissà quanto durerà.

Phytophthora infestans sembra essere stata importata in Irlanda a metà ottocento, non si sa bene da dove, con un lotto di patate infette. Essendo la coltivazione di patate fonte primaria di reddito e di carboidrati, ne seguirono miseria, carestia, la morte di circa un milione di persone e, per chi ne aveva la possibilità, l’emigrazione negli Stati Uniti.

Sembra. Perché i tempi di incubazione delle malattie delle piante sono lunghi, e quando ci si accorge dell’effetto è spesso impossibile risalire al quando e al come. Però è estremamente probabile, nessuno l’ha mai smentito e questo dovrebbe bastarci.

All’epoca, di parassiti che uccidono le piante si sapeva ancora poco, ma oggi non ne sappiamo molto di più …

Quel che è certo è che dire parassiti non basta. Funghi, insetti, batteri e virus hanno capacità di movimento, esigenze, comportamenti, tempi e modi di diffusione diversi.

Il libero scambio delle merci non può essere bloccato, ma il movimento di quelle che potrebbero essere potenzialmente pericolose nel luogo di destinazione sì. Questo è il motivo per il quale, a volte con tempi tecnici discutibili, le normative internazionali sulla quarantena vengono costantemente aggiornate.

Per la sola Europa parliamo di una Direttiva corposa, nella quale è scritto che specie e quali loro parti devono essere controllate, in quale stadio di crescita, cosa controllare, che trattamenti antiparassitari eventuali devono aver subito, in che condizioni possono essere trasportate e via così.

Nonostante questo sforzo, grazie alla presenza di ispettori fitosanitari preparati, una piccola parte di quel materiale che parte da ogni angolo del mondo e arriva accompagnato da un documento che ne certifica la non-infezione, viene invece riscontrato infetto. La merce torna a casa sua, oppure viene disinfettata, oppure viene distrutta.

Un container di pomodori, azalee, bonsai o alberi di natale, però, per essere ispezionato al microscopio non può essere interamente danneggiato. E poi ci possono essere piante già infette ma che non destano alcun sospetto, perché i tempi di incubazione delle malattie delle piante sono lunghi, a volte anni.

E’ perciò inevitabile che qualcosa sfugga ai controlli.

Purtroppo, questo “qualcosa” sta aumentando di anno in anno.

Finché noi tutti continueremo a chiedere al fruttivendolo, al vivaista o al falegname frutti e piante esotiche provenienti dagli angoli più disparati del mondo solo perché costano meno o perché sono più belle di quelle belle che abbiamo già, il problema non potrà certo diminuire. Ne siamo tutti responsabili.

L’anno scorso durante un incontro tecnico-politico internazionale ho detto che alla luce delle conoscenze che abbiamo “la crescente importazione di patogeni esotici è un bioindicatore della stupidità umana”.

Qualcuno l’ha presa male, ma lo penso tuttora.

Gli esempi sono davanti agli occhi di chi li vuol vedere.

Buy local !

Lucio Montecchio

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Più local di così ….  (Spagna, 2012, LM)

FaceBar

Oltre questa tastiera c’è il FaceBar, ma noi clienti assidui lo chiamiamo il “Bar delle Facce”, perché in vetrina ci sono le foto di tutti i clienti come dal barbiere in Penny Lane.

E’ sempre aperto e, nonostante l’andirivieni, di spazio se ne trova sempre.

Il “Bar delle Facce” fa compagnia, rilassa, ti fa sentire parte di un gruppo che la pensa allo stesso tuo modo. Cosa importa se quasi tutti usano uno pseudonimo? Il problema sorge solo con chi usa un simbolino, e non sai come chiedergli di passarti la caraffa.

A proposito, al Bar delle Facce è tutto gratis! Certo, le pareti sono tappezzate di slogan pubblicitari e il vino non è dei migliori, ma se non hai di meglio da fare è il posto che potrebbe fare anche per te.

Ovviamente, la domenica si sta zitti a guardare la partita e il lunedì ci si ritrova a commentare i risultati. C’è chi sa come si fa e non si fa, chi dice che l’arbitro è un gran cornuto e chi dice “abbiamo vinto”, come se in campo ci fossero stati lui e i suoi vicini di sedia.

Di solito a questo punto si formano due schieramenti disordinati, finché a una certa ora arriva Gregorio, cognome tipicamente veneto e vecchio allenatore della squadra locale, quella dei tempi andati. Dopo tutti quegli anni, tutti lo chiamano ancora rispettosamente coach. Lui sa, e finalmente spiega chi avrebbe dovuto scendere in campo. Altro che quell’allenatore arrivato fin lassù solo per conoscenze politiche!

Ecco, questo è il momento in cui tutto quel che è successo fino a quel momento non conta più. Semplicemente, tutti assieme si concorda sul fatto che il governo è ladro, che sono tutti dei raccomandati arricchiti coi soldi nostri, e che prima o poi bisognerà cambiare quest’andazzo.

Gregorio Rasputìn sorride, e da dentro la tasca alza il pollice.

Negli altri giorni cambia il soggetto, ma le dinamiche sono le stesse. Sostanzialmente la regola è questa: si confrontano due opinioni, ci si insulta un po’ e poi si da’ tutti ragione al Gregorio di turno alzando il pollice e urlando “Like!”. Nel mentre, capita che uno salga sulla sedia e faccia gli auguri di buoncompleanno a qualcun altro chiedendo scusa del ritardo, ma di solito nessuno se ne accorge.

Il martedì si parla di barbieri e parrucchiere, il mercoledì di supermercati e fruttivendoli, il giovedì di poteri forti e di sindacati che dovrebbero difendere chi si sente trombato da chiunque nonostante i suoi lunghissimi anni di militanza nel sociale.

Il venerdì i “l’ha detto la tv” si confrontano con gli esperti, che hanno deciso di chiamarsi così perché gli mancavano solo due esami, ma si sarebbero laureati. 

Il sabato si parla di alberi buoni e alberi brutti. Ci vado spesso, mi piace ascoltare, passo la caraffa al più collerico perché mi diverte. Alla fine do ragione a tutti. Tanto … il vino non si paga, ci si diverte, fuori fa troppo freddo ma soprattutto, diciamoci la verità, informazione e formazione si fanno qui. O no? Vorrei tanto citare “con un click ci si informa e ci si aggiorna”, ma pensereste a un frutto della mia fantasia: me la tengo per un’altra volta.

A chi dal telefonino mi mostra la foto dell’albero mezzo secco chiedendomi cosa deve fare, senza neppure mettere gli occhiali rispondo che indubbiamente è un problema di assorbimento idrico e, nella confusione generale, cerco consenso, salgo sulla prima sedia e alzando la voce tuono: “Non lo vedi che non piove da mesi, governo ladro?” Cinque lunghi secondi di silenzio. Al ventesimo pollice all’insù aggiungo un nome in latino che non saprei scrivere, una sigla in inglese e, scuotendo la testa, decreto: è spacciato.

Esplosione di “Like!” : il tizio torna a casa felice a tagliare l’albero.

Perché l’ha detto l’esperto al Bar delle Facce, dove dall’alto di una vecchia sedia puoi dire quel che vuoi, basta che sia credibile. E gratis.

Lucio Montecchio

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Like ! (da http://www.freeiconspng.com)

Parassiti !

In un post precedente ho parlato del ruolo fondamentale di tutte le componenti di un sistema naturale, dove i parassiti più aggressivi fanno deperire e a volte morire gli alberi meno adeguati lasciando ai più vigorosi, capaci di produrre difese efficaci, tempo e spazio per riprodursi e diffondersi. Alberi e parassiti di alberi, tra alti e bassi, nel lungo periodo restano in equilibrio.

Quando però lo stesso parassita non arriva su un albero fra i tanti, ma in una piantagione di alberi geneticamente molto simili (prodotti da semi prelevati da una bella pianta-madre) o identici (cloni ottenuti facendo radicare rami della stessa pianta), può fare tabula rasa. Solo perché quegli alberi per noi hanno un valore economico, e come se non bastassero i sinonimi tutti negativi di parassita che ho trovato nel mio dizionario, i media certamente parleranno di “killer”. Qualcuno chiederà lo stato di calamità naturale e altri finanzieranno studi e interventi di contenimento di vario tipo cercando di ridurre la perdita di produzione, ben sapendo dall’esperienza che troppo spesso il costo non vale il risultato.

In Inghilterra qualche anno fa è “arrivato” (probabilmente importato con un lotto di piantine infette) un fungo parassita del frassino già noto da anni in mezza Europa. Si chiama Hymenoscyphus fraxineus. Si è diffuso in tutto il Regno Unito molto rapidamente e le definizioni “invasore” e “killer” sono state immediate. Si è scatenato un allarme generale ancora in atto, perché oltre all’indiscutibile valore paesaggistico dell’albero, la richiesta di legno di frassino è altissima e il reddito che ne deriva anche. Esempi simili in Italia ne abbiamo molti di più, ma ne parleremo più avanti.

Immaginiamo ora che il frassino non abbia alcun valore economico. Probabilmente lo stesso parassita verrebbe elencato fra le new entry della biodiversità locale, utile all’ecosistema, magari proteggendolo per legge perché ancora rarissimo e localizzato. Un po’ come la “nuova” specie di biscia d’acqua, Natrix helvetica, notoriamente presente dall’Italia alla Germania, ma osservata solo pochi giorni fa in Inghilterra. Killer di rane e topini, ma nessun danno al portafoglio. La notizia ha rubato il posto ad altre forse più importanti sul Telegraph, alla BBC e su social vari e, giustamente, la specie è già nell’elenco di quelle protette.

Ora immaginiamo invece che il frassino sia una specie indesiderata, colpevole di sottrarre spazio e nutrienti ad altre più redditizie. Diffonderemmo artificialmente quel fungo alla stregua di un diserbante biologico, ecocompatibile e a impatto-zero. Insomma, un sicario del quale essere orgogliosi. Magari per scoprire dopo una quarantina d’anni che, porcamiseria, adesso che ha ucciso tutti quegli alberi sgraditi ha deciso di sopravvivere passando ad altre specie a noi utili. E via con killer, emergenze, leggi e finanziamenti. Come è successo con Ceratocytis fagacearum, fungo già presente ma diffuso artificialmente negli Stati Uniti per disseccare in modo economico e selettivo alcune querce indesiderate, per poi scoprire dopo 30 anni che può spostarsi anche a quelle che vogliamo assolutamente tenere, magari con l’aiuto di un insetto vettore. Ora a livello internazionale è elencato fra i parassiti letali e di quarantena: se fosse maldestramente importato in Europa con un carico di legname infetto, troverebbe un clima perfetto e per le nostre piantagioni di quercia sarebbe un bel problema. E per noi.

Come sempre, è una questione di punti di vista …

Lucio Montecchio

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Settembre 2016. BBC. Servizio sul grande invasore Hymenoscyphus fraxineus, parassita del frassino.

Darwin: dalla Teoria alla Pratica

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Sono miliardi di anni che gli alberi fanno esperienza nel trovare il miglior modo di “ammonticchiare nodi, germinare e rinnovare la propria forma”, di trovare le migliori combinazioni possibili per sopravvivere all’ambiente e alla competizione, arrivare almeno all’età della riproduzione e rimescolare il proprio corredo genetico con quello di un loro simile.

Uguali nella forma ma diversi nella sostanza delle potenzialità genetiche, solo gli alberi più adeguati a quel luogo e in quel momento riescono a sopravvivere.

Motore principale della selezione sono microscopici funghi e batteri che già vivono nella pianta senza creare danni particolari. L’albero ne delimita l’espansione e loro, pur mangiando un po’ di albero, producono tossine che tengono lontani i parassiti esterni al sistema, più pericolosi.

Quando però quell’albero si indebolisce, le sue difese rallentano e questi collaboratori iniziano a moltiplicarsi oltre il normale, indebolendo inesorabilmente l’albero intero.

Per il fatto che solo a questo punto prendono più di quel che danno li chiamiamo “parassiti”.

Se il danno è sostenibile si secca qualche vecchio ramo o l’intero fusto lasciando alle radici, se lo sanno fare, il compito di rigenerarne di nuovi. Se invece l’albero è ormai troppo debole per reagire, muore.

In natura funziona così da millenni. Abbiamo ancora alberi e parassiti di alberi, entrambi sempre più vigorosi. I genotipi meno adeguati invece lentamente scompaiono o provano a migrare dove possono.

È la selezione naturale mediata dalla competizione per le risorse ben descritte da Charles Darwin, il manifesto del cui pensiero è senz’altro “Sulla origine delle specie per elezione naturale, ovvero conservazione delle razze perfezionate nella lotta per l’esistenza” (1859).

Mai titolo fu più chiaro e incisivo nell’esprimere compiutamente un concetto antidogmatico che già fermentava da anni nell’ambiente scientifico. Teoria che è rapidamente diventata Certezza con gli studi sulla fecondazione incrociata dell’abate Mendel e “certificata” nel 1962 dal Premio Nobel a Watson, Crick e Wilkins per la scoperta della struttura del DNA e del suo significato nel trasferimento delle informazioni genetiche, positive o negative, da genitori a figli.

Nonostante ritenesse che Linneo fosse “sedotto dall’apparenza”, Darwin ne rivalutò la classificazione: i caratteri morfologici delle strutture di riproduzione implicitamente includono l’idea di discendenza e, perciò, di ereditarietà, di quella parentela fra gruppi tassonomici che oggi chiamiamo filogenesi.

È un vero peccato che a scuola si continui a chiamarla Teoria dell’evoluzione …

Lucio Montecchio

Goethe e la forma delle piante

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Negli alberi la forma non è predeterminata né prevedibile come nell’uomo o nel cane, dove fin dalla nascita la testa è una e gli arti quattro.

Proviamo a disegnare l’albero fuori dalla nostra finestra. Il risultato ci ricorderà un platano, ma anche una quercia, un olmo o un salice: specie diverse hanno forme simili e alberi della stessa specie hanno forme diverse.

Con la sua forma mutevole, ciascun albero è perciò ben lontano dal quel concetto di fissità alla base della classificazione morfologica perfezionata nel Systema naturae da Linneo nella metà del 1700 e basata su differenze esclusivamente fisiche, spesso microscopiche, in gruppi sempre più dettagliati.

Certo del fatto che ogni specie fosse esattamente così da sempre, Linneo era perseguitato dalla necessità di dare un nome a tutto. “Se non conosci il nome, muore anche la conoscenza delle cose”, annotava ordinando le forme viventi a lui note (ma anche fossili e minerali) in una struttura gerarchica sulla base di uguaglianze crescenti, con particolare riguardo a forma e dimensioni delle strutture di riproduzione.

E così, tutte le piante con radici, fusto e foglie sono state distinte in Pteridofite e Fanerogame a seconda della capacità di produrre semi; le Fanerogame in Angiosperme e Gimnosperme a seconda che i semi siano o meno protetti da un frutto; le Angiosperme in Monocotiledoni come le palme e Dicotiledoni come quasi tutte le latifoglie e … così via. Fino al binomio genere + specie, come in Quercus robur nel caso della farnia.

Linneo era così convinto della precisione assoluta del suo metodo da scrivere che “i caratteri non formano il genere, ma il genere fornisce i caratteri”.

Il botanico Johann Wolfgang von Goethe, noto ai più come uomo di lettere, senza mezze misure definiva questa nomenclatura “rigida” ed “arbitraria”, scritta più da un archivista attento a dividere, che da un naturalista curioso del tutto.

“Le specie più disparate hanno fra loro un’affinità ben marcata, e presentano più di un rapporto di somiglianza fra di loro”.

Come distinguere due specie diverse in assenza di fiori o semi? E che dire dei molti ibridi fertili, prodotti dall’incrocio spontaneo di due specie certamente diverse? Un nome è davvero sufficiente a rappresentare un organismo complesso ?

La Giulietta di Shakespeare se l’era già chiesto: “Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?

Ancora lontano dalla visione darwiniana, Goethe credeva nell’armonia della natura fatta di piccoli passi, di costanti adattamenti.

Certamente utile, il lavoro di Linneo doveva quindi essere avvalorato da considerazioni più complesse, eventualmente modificato o addirittura riorganizzato a partire dal vertice di quella piramide genealogica rappresentato dalla “pianta archetipo”, progenitore, per poi scendere via via verso le altre sempre meno simili, usando differenze sostanziali come crocevia discriminanti. Differenze dove la forma non è importante in quanto tale, ma perché sintesi visibile di un comportamento di adattamento alle condizioni circostanti.

Goethe coniò il termine Morfologia e, non esistendo ancora la macchina fotografica, disegnò e confrontò piante per lunghi anni.

Il 27 settembre 1786 visitò l’Orto Botanico dell’Università di Padova.

Lo immagino seduto su una di quelle panchine di trachite che ancora esistono a raffigurare i tratti essenziali di una palma di già duecento anni. Una Chamaerops humilis, “umile” perché secondo Linneo non avrebbe superato i due metri.

Probabilmente dopo qualche schizzo si avvicinò perplesso, incerto del risultato, girò attorno alla pianta, abbassò gli occhiali, la scrutò con attenzione e fece un gran sorriso: “le sue prime foglie lanceolate erano ancora in piedi, la loro divisione successiva andava operandosi e progredendo fino al loro compiuto sviluppo in forma di ventaglio”. Nella parte terminale, poi, “da un involucro […] usciva un piccolo stelo di fiori, fenomeno singolare, non avente alcun rapporto colla vegetazione precedente”.

Tutto quel che osservava era un costante variazione morfologica, una metamorfosi vegetale. Ed era la dimostrazione della sua ipotesi: le forme di una pianta non sono “sin dalla loro origine stabilite e determinate in modo assoluto” ma sono risultato di “modificazioni di cui è suscettibile il loro sviluppo”.

E che dire poi dei molti e diversi organi che possono originare da una sola foglia? “Prima o poi la pianta non è che foglia, capace di produrre un germoglio che diverrà fusto dal quale origineranno gemme che daranno vita a nuove foglie e poi nuovi germogli e fiori, che diverranno frutti contenenti semi con dentro almeno un’altra foglia.

“Nodi su nodi ammonticchiando, un’altra germinazione subito sorgiunge, e rinnovella ognor la propria forma”. Era ormai chiaro che qualsiasi pianta è composta di moduli uguali che si ripetono, “parti uguali e simili fra loro e all’interno”.

I morfologi odierni chiamano queste unità “fitòmeri”. Qualcuno se ne attribuisce la paternità.

Sono miliardi di anni che gli alberi fanno esperienza nel trovare il miglior modo di “ammonticchiare nodi, germinare e rinnovare la propria forma”, di impilare fitòmeri nelle migliori combinazioni possibili per sopravvivere all’ambiente e alla competizione

Ancora lontano dal concetto di evoluzione morfologica e funzionale delle specie, Goethe ne pose le fondamenta scrivendo una pietra miliare nella storia della botanica: “La metamorfosi delle piante” (1790).

La Palma è ancora lì, avvolta da una bella serra. Ha più di quattrocento anni ed è alta una decina di metri.

A Padova la chiamiamo col suo nome, La Palma di Goethe.

Lucio Montecchio