Germogli!

Ma che soddisfazione!

Ieri pomeriggio è uscito Germogli, una raccolta di racconti tratta da questo blog.

Però devo essere sincero: è stato Matteo Righetto a convincermi a fare questo passo, io mi sarei fermato alle mie storielle da insonne. E poi ci ha messo il suo bel carico anche Giorgio Gobbo, che quando ti guarda dai sui due metri di statura non gli puoi mica dire di no, giusto?

Allora succede che l’ego sborda dal buonsenso e osi chiedere ad un editore, così tanto per provare, mettendo come condizione il “visto e piaciuto, parolacce comprese”, sperando forse in un “allora no” liberatorio. E invece ti senti rispondere “va bene!”.

A dir la verità pensavo che estrapolare i racconti più graditi, rivederli, aggiungere e togliere qualcosa per poi dargli una passatina di colla e impacchettarli l’uno dopo l’altro sarebbe stata una cosa semplice e veloce, e invece mi ci è voluto tutto Agosto.

Ed eccoci qui: Germogli, il titolo di uno dei racconti nel quale descrivo una passeggiata intima a Paneveggio con un Maestro della letteratura.

E poi, a leggere la meravigliosa prefazione di Matteo Righetto che trovate qui fa voglia di comprarlo anche a me.

Dimenticavo la cosa più importante (vedi l’ego che scherzi ti gioca?).

Questa è un’operazione di fundraising: i proventi della prima edizione andranno dritti dritti al “Progetto400” dell’Università di Padova (c’è scritto sulla copertina), grazie al quale stiamo cercando di piantare alberi giovani per proteggerli, lasciarli crescere in libertà e studiarli durante il loro sviluppo per i prossimi 400 anni. Non l’ha mai fatto nessuno e non credo proprio che noi avremo la fortuna di vedere come va a finire, ma l’UniPD sta per celebrare i suoi 800 anni di storia e mi sento di poter dire che, in fondo, basta crederci.

Allora, se volete essere complici di questo sogno, correte in libreria o pigiate qui (è anche possibile comprarne moltissime copie, ad esempio per farne regali di Natale).

Germogli !!!

Lucio Montecchio

La fionda

Nella mia mente, le cose e gli eventi sono classificate in epoche iconiche.

La mia epoca “della fionda” è compresa fra quella del “restate nel cortile in modo che vi possa vedere” e quella della “vespetta cinquanta con la sella della ET3 che magari ci sale la Marina” e sostanzialmente è quella delle prime confidenze con le cose manuali da fare con attenzione e cura, perché per fare una fionda che non fionda basta poco: una forcella d’albero, un quadrato di pelle per trattenere un sasso e due elastici di collegamento da tendere e lasciare. Per fare una fionda vera, invece, ci vogliono manualità e pazienza. Che sennò i tuoi compagni di gioco ti coglionano (ma poi ti insegnano, vero Sergio?).

Se fosse un articolo scientifico, la prima parte di quanto segue si intitolerebbe “Materiali e metodi”, lasciando poi spazio ai risultati e alle considerazioni.

Per prima cosa bisogna andare lungo l’argine destro e camminare verso la casa dei Trevisan fino all’ansa esterna, dove l’acqua e il tempo sono più lenti, e cercare con pazienza l’albero giusto, di quelli col legno elastico e con una forcella che non sia a V ma a U dalla quale partano due rami entrambi sul centimetro e mezzo di diametro o poco più. Il corniolo e l’acero vanno bene, anche l’orniello. Che poi va bene quel che c’è, perché dipende da dove abiti: è solo un gioco.

Chiaramente servono alberi giovani, perché se sei alto un metro e venti e la tua forcella ideale è a due metri devi essere in grado di piegare tutto il fusto e segare la parte buona venti centimetri sotto la forcella.

Poi ci si siede all’ombra e si tagliano tutti i rami e rametti superflui immaginando chissà quali prede future da centrare, lasciando i due rami della forcella belli lunghi, sui quaranta centimetri; si sbuccia via la corteccia con delicatezza senza intaccare il legno, si legano le estremità a monte in modo da spanciare  un po’ di più la forcella e trovarne la curvatura giusta; si taglia via tutto quel che c’è sopra la legatura, si corre a casa orgogliosi del risultato e si mette tutto nel forno della cucina a legna, a seccare. Meglio ancora sarebbe vicino al fuoco, senza però scottare il legno e spruzzandoci dell’acqua in caso di dubbi (ma per questo serve qualche anno in più di coraggio).

Ogni tanto si tasta l’elasticità dei due rami e alla fine si toglie il legaccio, verificando che la nuova curvatura imposta al legno tenga. Raffreddato il tutto, si taglia quel che non serve fino ad avere un’impugnatura lunga un po’ più di un pugno chiuso e i due bracci, identici, lunghi sui sei-sette centimetri. Un’ultima rifilata superficiale con la schiena di un coltello può servire.

Si passa poi all’assemblaggio: un rettangolo di pelle morbida, da tomaia, ritagliata dalla lingua sotto l’incrocio dei lacci di una scarpa dimenticata o, più semplicemente, donato dal sorridente Bepi scarpàro. Due buchi laterali, centrali e simmetrici fatti con la punta di una forbice ospiteranno altrettante strisce di camera d’aria di quella rossa (che adesso non c’è più, credo), offerta da Sergio mecànico, che ce la dava già tagliata a strisce perfettamente parallele e di misura (“che sennò voi vi fate male”), orgoglioso dell’origine sportiva del prezioso bene: “tubolare Pirelli, come quello di Gino Bartali”.

Bene, a questo punto è quasi fatta: si scavalcano le estremità libere di queste due strisce sulle teste della forcella e le si lega strette strette con due elastici robusti. Si fanno alcune prove generali di tensione e di mira, se serve si smonta e rimonta e poi si torna sull’argine, dove diventare finalmente esploratori e cacciatori, mirando quel che attira di più l’attenzione e che non vi dirò, perché a ciascuno dei pochi bersagli presi corrispondeva un danno.

Passavamo così, i pomeriggi estivi: lontano da casa con gli amici della nostra età, col tempo regolato dalla fame e dalla luce, con le ginocchia sbucciate e le gambe grattate dal rovo e con una fionda che penzolava orgogliosamente da una tasca.

Non ci crederete, lo so, ma ci divertivamo parecchio.

Lucio Montecchio

E’ Primaveeraaaa

Stamattina è andata così, e perciò rilancio “Boschi fluviali”, tratto da Germogli (e spero che la Cleup mi perdoni).

Boschi fluviali

Pellice, Dora Baltea, Doria Riparia, Sesia, Ticino, …

A nove anni recitavo a memoria gli affluenti del Po di sinistra e poi quelli di destra, in bell’ordine.

Saperli era un obbligo, così com’era doveroso balzare in piedi all’ingresso del Maestro Ferro e recitare con lui il Padrenostro.

Con tutte quelle erre, Doria Riparia mi faceva ridere. Taro era gradevole, anche Oglio non era male.

Sono nato lungo un fiume, vissuto lungo un altro fiume e la prima cosa che vedo ogni mattina è un fiume ancora diverso, “Sacro alla Patria”.

Se ci nasci, un fiume è parte di te, vivi e soffri con lui.

Scopri quanto questo ecosistema che attraversi frettolosamente tutti i giorni, che parte sottile e veloce e termina largo e lento, possa essere vario. Di metro in metro e di giorno in giorno. Per chilometri e per anni.

Il fiume della mia infanzia è fatto di pioppi e salici sotto ai quali far festa il giorno di San Marco, di macchie impenetrabili di canavèra dalla quale ricavare canne da pesca rudimentali, di rovo inespugnabile che dà rifugio ai fagiani scampati alla stagione di caccia, di topinambur ed erbe varie che le nostre mamme ci hanno insegnato quando raccogliere e come cuocere.

Ogni tanto ci torno, su questo mio fiume d’infanzia.

Parcheggio nel solito posto e cammino fino alla piazzola che si è attrezzato il pescatore che ogni tanto scorgo con la coda dell’occhio passando veloce, per andare a salutare mia madre.

Se l’erba non è bagnata mi siedo un po’ più in alto sotto al pruno storto, a riassaporare profumi di cinquanta anni fa e a riflettere su cose più moderne.

Quando sono a casa, invece, sul fiume ci vengo tutte le mattine un po’ prima dell’alba.

A volte l’insonnia e la pigrizia mi autorizzerebbero a procrastinare, ma Meg non ne vuol sapere perché c’è da far corse avanti-indietro, svegliare le gallinelle e rompere le balle alle garzette e agli aironi che dormono in quella posa ridicola.

Passeggio, ascolto, mi fermo a osservare.

Credo che il merlo di stamattina stesse esplorando l’edera abbarbicata sui resti del ponticello di ferro in previsione di metter su famiglia o, forse, anche lui era semplicemente curioso.

…, Secchia, Panaro, Maira, Enza.

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Lucio Montecchio

Primavera silenziosa

Rachel Carson scrisse Primavera Silenziosa nel 1962, l’anno in cui i miei si sposarono.

Io lo lessi quando avevo sui sedici anni e la tessera di un’associazione ambientalista in tasca.

La visione che saremmo arrivati alla scomparsa del cinguettio primaverile degli uccelli che mangiano insetti avvelenati mi sembrava inverosimile.

Quella pazza della Carson, madre dei movimenti ambientalisti moderni, dava quasi tutta la colpa all’uso di quello stesso DDT che secondo i miei nonni era tanto miracoloso da aver sconfitto le zanzare e con esse la malaria, in tutte le nostre regioni bonificate. E poi, la grandezza del DDT era anche certificata da un Premio Nobel, no?

Insomma, a casa mia sembrava quasi un’eresia parlar male del DDT, più famoso come “Flit” e allegramente protagonista del motivetto “AmmàzzaLaMosca | col Flìt”.

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Poi però si scoprì che il problema non era il DDT, ma il come e il perché lo si usava. Un po’ come per la dinamite, inventata per agevolare i lavori nelle miniere. Aveva ragione la Carson, insomma.

Il DDT fu tolto quasi velocemente dal mercato e sostituito con insetticidi più sicuri ma pur sempre “insetti-cidi”, uccisori d’insetti, cruenti soprattutto alle orecchie di chi pensava alle farfalle colorate e alle api stecchite per terra. Fu per questo, che insetticida fu sostituito con agrofarmaco, ben più vicino al nostro concetto di medicina e quindi di salute.

I prodotti rimasero gli stessi e gli agrofarmaci continuarono e continuano a fare il loro mestiere, gli insetticidi.

Perché sì, d’accordo, moriranno anche un po’ degli uccelli che allietano le nostre mattine, anche le rondini e altri uccelli che cantano meno, ma è nel conto del progresso. Sostenibile, insomma.

Perché sì, d’accordo, moriranno anche un po’ di lucertole, ramarri e altri inutili rettili che non cantano e che sono anche brutti.

Perché sì, d’accordo, ma vuoi mettere le mele lucide e il parabrezza senza più moscerini da grattar via?

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E’ il soggettivo concetto di sostenibilità, che si traduce più facilmente con “il male minore”.

Ed eccola qui la sostenibilità, alla sua ennesima potenza, in questa fotografia che ho scattato venerdì scorso in un vivaio di piante da fiore. Piante “da bello”, non “da cibo”.

Nomi esotici, molti mai sentiti prima, selezioni artificiali col fiore enorme, divisi in “da ombra”, “da mezzo sole” e “da pieno sole”.

L’aria aveva ancora un po’ di quel retrogusto amarognolo che conosco bene e in tutto il vivaio non c’era una mosca, un’ape, un bruco o una farfalla; non c’era neppure una lucertola.

Silenzio biologico nel chiacchiericcio di clienti inconsapevoli, in cerca dell’orchidea col colore adeguato all’evento del giorno.

Ho temporeggiato (“sto aspettando mia moglie”), poi me ne sono andato.

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Lucio Montecchio

Pagherei

Eccomi qui, agli scaffali di un supermercato dove non c’è nessuno che mi suggerisca cosa è fresco e cosa non lo è.

Cos’è un’arancia Navel? Dentro è rossa? Dolce? Aspra? Ce la faccio una buona spremuta o va bene solo a spicchi? Dentro li avrà i semi? – si, perché un frutto senza semi non è un frutto-.

Però c’è scritto bello grande “Provenienza Italia”. E chissenefrega? A me interessa sapere se mi piacerà e se è sana. A me va bene anche se è stata coltivata in Spagna o in Grecia, se è sana. Cosa cambia, a parte il concetto che condivido di tenere i soldi quanto più vicino a casa?

A proposito, sulla destra c’è il reparto “Chilometri zero”, con le carote coltivate vicino alla discarica che si vede là in fondo.

La Graziella me la faceva assaggiare, la sua frutta, e se mi piaceva ne prendevo una cassetta intera e poi dentro a quel profumo mi ci perdevo per tutto il viaggio fino a casa.

Eppure eccomi qui, ad assumermi la responsabilità di quel che sono costretto a scegliere coi guanti addosso. Ma che scelta è questa? Che non so neanche cosa ci hanno messo sopra, a queste mele, per farle così belle, simmetriche, turgide e così lucide che sembrano passate da un estetista.

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Cos’è successo, in questi pochi anni? Com’è possibile che anch’io abbia accettato passivamente le regole di un mercato perverso che mi fa comprare con gli occhi e con l’ansia di arrivare alla cassa prima di quella signora col carrello troppo pieno?

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Pagherei, si, pagherei per riempirmi il naso di profumo di carote che sanno ancora di terra fresca e di pomodori che sanno di sole (ma non è stagione, lo so).

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Lucio Montecchio

Antologia del Bacchiglione

“Vocalizza”, commenta con imbarazzo la badante che accompagna il Dogno sulla carrozzina, quasi per scusarsi.

A… A… A… A… A… Acute. Prolungate. Interminabili.

Anche mio padre faceva così negli ultimi mesi. Lui aveva una passione per le E. Decadimento cognitivo, Alzheimer. Il medico ci disse che le vocali urlate sono il modo più facile di comunicare il dolore, forse del fisico o forse dell’anima o forse di entrambi. Io non lo sapevo e lui non smetteva mai e, si, per un po’ di tempo me ne sono vergognato anch’io.

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Il Dogno di nome fa Pietro, ma qui tutti lo conoscono così perché fu uno dei primi a ritornare a casa da Codogno, nella lontana Lombardia, dopo aver placato la fame del dopoguerra.

Quando avevo sui sette anni fu lui, a insegnarmi i numeri romani e il loro buon uso (a evitarli per le date, insomma, che gli avrebbero ricordato il sapore dell’olio di ricino).

Ogni lunedì mattina, giorno di mercato, si fermava all’ombra della stradina che fa angolo con casa nostra, metteva sul cavalletto la bici, collegava la puleggia al disco della mola appena sopra al manubrio, riempiva d’acqua un piccolo serbatoio d’ottone, apriva il rubinetto fino a far cadere le gocce col ritmo giusto e viachevà.

Pedalava, arrotava e cantava.

Cantava le canzoni dell’epoca sua e quelle del momento, spesso sostituendo le parole vere con altre altrettanto vere. Quando arrivava una signora con un paio di coltelli o delle forbici alzava lo sguardo da dietro gli occhiali e, continuando a molare, partiva con “E’ primavera svegliatevi bambine …” ricamandoci sopra delle parole più adeguate al momento, un po’ in italiano e un po’ in dialetto.

Cantavano tutti. Orfeo, che spandeva il profumo del pane appena sfornato su un ballabile romagnolo; Cesare, che intonacava i muri con in testa un cappello fatto con la carta del sacco di cemento; la Graziella, che vendeva la sua verdura nella piazza del cinema; Maurizio, che sarchiava il biancoperla sotto il sole di giugno; la signora Luciana, che solfeggiava Rossini dietro ad una tenda bianca.

Qualche anno fa, Danko mi fece riflettere sul fatto che le canzoni italiane sono una distesa di vocali posate su una musica allegra, “è una reazione positiva alle difficoltà, un atto di sfida alle fatiche di ogni giorno. Le nostre sono così tristi …” commentò.

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Chissà, quante canzoni allegre stanno uscendo dalla mente del Dogno proprio adesso?

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Lucio Montecchio

Arrivederci

Cari amici,

tredici mesi sono lunghi anche per me, è dura.

Da oggi comparirò in questo blog molto meno frequentemente. Almeno fino a che non tornerò a vedere gente bella e a ridere con gli amici, col gomito ben saldo sul bancone del Centrale.

A presto!

LM

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“Fra’ Martino campanaro, dormi tu?”

Picchiò il picchio sul balcone giallo e blu.

“Lo sfalcio sta iniziando

e la lepre sta tremando.

Suona le campane, Fra’ Martino, fallo tu”.

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CoviBlues

Ciaff … ciaff … ciaff … ciaff

Ciaff … ciaff … ciaff … ciaff

Lo conosco quel pallone, è un Jordan Legacy con la sagoma nera di MJ che sembra disegnata da Danijel.

Conosco anche Marco, praticamente l’ho visto nascere e ora ha 19 anni. Da quand’era bambino e fino a un anno fa passava i pomeriggi in questo campo da basket fra la chiesetta e l’argine con tutti i suoi amici. Giocavano, ridevano, chiassavano e si prendevano in giro per far colpo sulle ragazzine.

Conosco anche quel ciaff ciaff triste e monotòno. La prima volta è stato parecchi anni fa, dalle mani di Son House che ritmavano Grinnin’ in your face. Mani, voce e il crepitìo di un vinile di seconda mano.

Blues.

Suoni e movimenti: quel che mi faccio bastare per riconoscere i vicini. Lontani, uguali, senza le labbra.

Chissà se anche a loro stanno crescendo queste placche ispide sulla schiena.

Io resto qui, aggrappato allo schienale della panchina con le palpebre che si stanno lacerando lentamente, lentamente, senza dolore.

Aspetto i colori.

Aspetto il rosso della ragazza che cammina controcorrente. E’ un bug del sistema, lo so, ma va bene così.

Blues.

Lucio Montecchio

Grazieeee

È da un bel po’ che non scrivo, mi mancano i pensieri. Forse, più semplicemente, mi mancano le parole che sentivo al bar: il mio teatro quotidiano.

Però poco fa ho ricevuto questo messaggio da un amico che mi è stato Professore quando avevo vent’anni.

E mi emoziona.

E mi sta tornando la voglia.

Grazie, F. Grazie.

Il ragazzo (de ‘na volta)

“Che ti posso dire di più, ora, Lucio? Ora che l’ho terminato, e che ho ripreso a leggerlo, saltando di qua e di là, a godermi e a rigoderei alcuni passaggi? Non so, non so davvero cosa dire di più: forse che dentro c’è genialità, una sottile genialità che colpisce per l’imprevedibilità? C’è un uso particolarissimo, di sicuro personale, credo non ragionato, del fraseggio, che in alcuni passaggi è tronco, ed è come un pugno che ti sospende il respiro, e ti lascia attonito a pensare, ma altre volte invece si distende, e scivola via portandoti altrove, e devi tornare indietro di corsa a capire, a capire di più quello che hai nascosto tra le parole … Stupefacente. Negli anni passati sono stato in giuria di un premio letterario. Ha litigato a lungo con gli altri giurati, figure certo di buon livello culturale, ma tutte di formazione diversissima, e dunque inclini ad una visione particolare, spesso forzata, della scrittura: metti insieme un architetto ed un alpinista-scalatore, un sociologo ed un paesaggista urbano … impresa impossibile. Eppure tutti si dovevano cimentare intorno al concetto di Letteratura, o di Letterario, l’attributo che è ancora più sfuggente da intendere. Ricordi il liceo? E la letteratura italiana, o quella latina o quella greca, se hai fatto il classico? Studiavi Letteratura, ma da nessuna parte ne trovavi una vera definizione. Beh, siamo arrivati alla conclusione che è letterario ciò che sposa logos con ethos e con pathos, cioè che trasmette un pensiero (si diceva la morale della storia, una volta) attraverso le parole, o il linguaggio (può essere anche quello dei colori, o delle forme) facendo tremare l’anima con le emozioni. Li ho messi tutti d’accordo. E capisci la morale: hai fatto vera letteratura. Mi piaci, ragazzo!!!!”

Repubblica.it

Orti botanici – Padova, dalla salute delle piante la salute del pianeta

Riuscite a immaginare un mondo senza piante? Ecco perché la vita per noi esseri umani e per le altre specie non sarebbe possibile. Lo spiega Lucio Montecchio, patologo vegetale dell’Università di Padova per la terza tappa del nostro viaggio alla scoperta dei giardini d’Italia.

A cura di Fabio Marzano (video.repubblica.it)

https://video.repubblica.it/green-and-blue/biodiversita/orti-botanici-padova-dalla-salute-delle-piante-la-salute-del-pianeta/377487/378097?fbclid=IwAR1XLiMReMTTmVYliTJlSfsAglf6Wvk4Smbypgaf9Xo3h4t34cjnKzMS-1A

Gelso e Liana

Gelso era un fustone di trent’anni tracagnotto, ben piantato per terra e con la testa infilata direttamente fra le spalle come un pilone del Sei Nazioni. Che lui avrebbe voluto crescere fino a quindici metri, ma doveva fare foglie così basse da essere prese facilmente dalle ragazze della famiglia in odor di dote. Era orgoglioso, di dar da mangiare ai bachi che avrebbero filato la seta per le lenzuola della prima notte di nozze di Lucia.

Liana invece era una vite di sedici anni, allegra, sbarazzina, con una voglia di guardarsi in giro che non sapete quanto. Faceva grappoli belli e rossi e sodi con degli acini tondi tondi che, se le arrivava una buona forconàta di letame della Gilda, sapevano di fragole e di panna e d’erba appena calpestata.

All’inizio non si erano neanche simpatici, maritàti da Gastone contro il loro volere per l’interesse della famiglia e costretti a farsela piacere così com’era.

Però nel tempo si erano trovati bene.

Chiacchieravano e scherzavano tanto. Ridevano di Gastone che ogni mattina gli pisciava sui piedi fischiettando “La Gigiotta” e delle galline che continuavano a spostarsi mano a mano che Gelso si divertiva a ruotare la sua ombra. Che buone son buone, le galline, ma intelligenti è un’altra cosa.

E poi chiacchieravano con la rosa lì sotto. Anche lei bella, bianca, corteggiata da uno stuolo di api e bombi per quasi tutta la stagione.

Non era male, insomma, sebbene il prezzo da pagare fosse il restare lì avvinghiati a forza in quel metro quadrato.

Un giorno d’estate, però, finché Gastòne era da parenti a Trieste, arrivò il figlio Ganassa accompagnato da un agrimensore, un estimatore e un finanziatore.

“Qui rifacciamo tutto, tiriamo la terra col laser come se fosse un tavolo da biliardo, facciamo gli scoli e il drenaggio nuovi, mettiamo pali di castagno che così ci danno la certificazione Bio e poi un bell’impianto di fertirrigazione centralizzato e automatizzato, che te lo controlli anche da casa”, esclamò l’estimatore.

Il finanziatore aggiunse “parte del vino possiamo farlo anche con l’uva”, ma questa cosa Liana non la capì e rise, pensando a una scena di “Amici miei”.

Però vennero il giorno in cui Gastone si addormentò col cuore che ritmava la marcia di Radetzky e quello delle rose bianche al funerale, e poi arrivò un furgone di sbarbatelle petulanti che ridevano in francese come delle liceali in Piazza San Marco.

“Liana, la vedo male …”, sussurrò Gelso.

Iniziarono togliendo le rose sotto a ogni gelso e poi tagliando i cavi di ogni filare. Per la prima volta Liana e Gelso si separarono, di qualche centimetro.

Poi accesero le motoseghe iniziando dal fondo, via una sotto l’altra.

“È normale che in questa stagione la vite pianga, se la tagli”, disse il capo operaio per rassicurare il ragazzo perplesso.

Liana cominciò a vibrare. Poi arrivarono a lei e lei abbracciò Gelso, per la prima volta.

Gelso fece una lacrima. E questo no, che non era normale.

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Lucio Montecchio

Il due percento

Caro Assessore, da quanto tempo!

Bene, bene, grazie. E lei? Eh, lo so, con questo smart working non si riesce più a far le cose per bene …

Senta, come starà già immaginando, la chiamo per parlare di alberi.

No, non quello della foto, dai, lo sappiamo tutti e due che non sono capitozzature e che il collare dei rami è stato salvaguardato. No, no, proprio un bel lavoro, ineccepibile. Proprio come dicono le antiche ma pur sempre sacre letture.

A dir la verità io la chiamavo per darle un’ideona primaverile.

L’ho chiamata “Due per cento”. Eccola qui. Facile facile.

Si prende il numero totale di alberi della città, che lei avrà sicuramente in uno dei tanti faldoni, e se ne calcola il 2% applicando la seguente formula: numero totale x 2 / 100.

Non è difficile. Se ad esempio ha 1274 alberi, 1274 x 2 fa 2.548, che diviso 100 fa 25,48. Siccome però le frazioni di albero sono previste solo nell’ambito del quotidiano uso della motosega, come nel caso della foto, arrotondiamo pure per difetto: 25 alberi.

Il più è fatto, ancora un attimo di pazienza.

A questo punto si fa un giretto a piedi e si scelgono, fra i 1274 alberi, tutti quelli che non hanno nessun ostacolo in un raggio di quaranta metri. Intendo case strade vicoli e palazzi, piste ciclabili, fontanelle e quant’altro (che poi non ho mai capito cos’è questo “quant’altro”). Panchine e cestini si possono spostare.

Facciamo che siano un centinaio. Ecco, fra questi si scelgono i 25 che piacciono di più (vecchi o giovani, dritti o storti, conifere o latifoglie, vicini o lontani) e si decide di non toccarli più, mai più. Neanche se pèrdono un ramo, neanche se cadono per terra. Li si lascia là per sempre, per vedere cosa succede, per portarci le scolaresche a vedere i funghi e i lombrichi, per poter dire ai nipoti “questa cosa qui l’ho voluta io e ho fatto risparmiare un sacco di soldi”.

Poi si va dal sindaco e si fa fare una bella ordinanza, si chiama il solito giornalista proponendogli già il titolo “Eccolo qua il duepercento” e ci si mette sopra il proprio nome in bella vista, che alle prossime amministrative può tornare utile.

Tutto qui. Del 98% che resta si continua a fare come si crede, come sempre. Come nella foto qui sopra.

Cosa ne pensa?

Buona primavera!

Lucio Montecchio


Piantumare

Oh, come li capisco i colleghi che strabuzzano gli occhi quando leggono o sentono dire “piantumare” invece di “piantare”.

Ma, si sa, oramai se non usiamo parole che riempiono per bene la bocca ci resta una specie di colpo in canna che rischia di prendere l’umido. Una specie di languorino residuo che non è proprio fame, ma un’irrefrenabile voglia di farla fuori dal vaso. Vero Ambrogio?

A me, ad esempio, spiace dare un buon voto agli studenti che studiano su libri stampati da case editrici importanti fidandosi degli autori e poi, parlando di legno cariato, scuro e marcio, lo definiscono “discolorato”, oppure “decaduto”. Ma in quei libri c’è scritto così, i traduttori dall’inglese vanno perdonati perché non sanno quello che fanno, il mio non è un esame di fisica nucleare e così tralascio. Quasi sempre.

Che poi vorrei anche parlarvi dell’imperscrutabile concetto di “legno secco fisiologico”, che anche lui riempie la bocca, ma su questo mi creerei troppi nemici e un cambio di gomme mi costerebbe mezzo stipendio.

Per tornare al vero problema del secolo, comunque, mi sento di proporre le seguenti alternative a “piantumare” (a condizione che poi si proceda in fretta, scegliendo alberi orgogliosi di esserlo e immaginandoli già grandi come farebbe un padre con un figlio, insomma. Oppure come farebbe una persona intelligente).

Ecco, a me piace l’agreste “trapiantare” ma offro volentieri, e giuro che mi adeguerò, baccheggiare, baciucchiare, barbicare, battimare, bifilare, bilanciare, bollicare, brillantare, bulinare, calandrare, campicchiare, capillare, caricare, coricare, cicalare, compattare, immolare, incappare, interzare, inzuppare, livellare, palettare, premurare, regalare, sostanziare, zufolare, fischiettare, fusteggiare, festeggiare e poi brindare.

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Che poi, alla fine, a me va bene anche “piantumare”, sia chiaro. Mal che vada tralascio. Quasi sempre.

Lucio Montecchio

DAD (discussione a distanza)

Caro zio.

La maestra Rosa, che come dice il papà sarebbe bella anche se avrebbe un nome diverso, mi à detto che si vede propio che non vieni dal ramo della mamma. Che loro sì che sono di rassa intelligente.

E à detto anche che una volta eri anche bravo, come quando che ai scritto il libro dei Germogli, ma dopo ti è andato il grasso della sopressa di Valli del Pasubio fin drento al sangue e non ài voluto fare il reàb col cataplasma di bacche di gogi, che io non so gnanche cosa vuole dire.

D’ognimodo la maestra à sbuffato drento la mascherina e poi à detto che sei propio un sìnpio, perché i alberi inportanti nella storia dell’uomo sono propio pochipochi, come il pomaro della Eva che non era neanche un uomo e l’albero di Natale, che Natale sì che era un uomo che faceva il postino maschio che entrava sensa suonare.

E la maestra Rosa à detto anche che se i alberi fossero davvero inportanti per la nostra storia come dici tu alora esisterebbe l’età dei alberi inoltre a l’età della pietra e a l’età del ferro e a l’età del rame e a l’età del bronzo.

Che ai siensiati ci sarebbe costato ben poco aggiungere una riga indentro il libro di storia e meterci anche l’età dei alberi, perché bastava contare i anelli. Onò?

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Però adesso non rispondere che va bene così che devo studiare come si fa il sapone antivirus col grasso dei bisontignù.

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Tuo Marzio che ti vuole bene lo stesso anche se forse à ragione la maestra

DAD (didattica a domicilio)

Componimento: cosa ai fatto ieri di bello

Ieri che pioveva di stravento il mio zio Lucio mi ha fatto vedere un documentario che si vedeva che i alberi sono molto importanti, perché se non cerano i alberi eravamo ancora indentro le caverne a fare il fuoco con la paglia che non dura neanche tanto e a ingrumarci tutti assieme sotto la pelliccia stanfona di qualche bisontegnù morto di tristessa e crepacuore.

E invece coi alberi siamo stati buoni a fare le case di legno e anche i archi e le frecce e lo spiedo di bisontegnù che corre veloce meno di una freccia. E poi i recinti per metterci dentro le bisontesse che facevano i gnù domestici.

E anche le sedie e le porte e il pavimento parchè.

E anche la carta igienica profumata e morbida e coi coniglietti disegnati sopra. Che se non era per gli alberi sinò ci tocava di pulirci il culo con le foglie di melansana che però l’anno inportata con le navi di legno.

Eco maestra, questo ò inparato ieri, ma per fortuna oggi cè il sole e si riprende con la didatica a scuola, perché a me i documentari dei alberi mi fano venire sonno.

Marzio

Trasparenza

Si attardò a osservare un gruppo di folaghe chiassose e poi si incamminò verso il suo olmo, l’albero della trasparenza.

Si, perché dopo la volta in cui, giocando coi fiammiferi, appiccò il fuoco a un pagliaio e si rifugiò per ore sotto a una macchia di rovo sulla riva del Bacchiglione, suo padre lo prese da parte e gli raccontò che lui, da bambino, quando doveva nascondersi andava in un posto più sicuro, all’olmo. Che restando fermi là sotto si diventava invisibili.

Salutò il suo complice silenzioso posandogli una mano sul fusto, gli girò attorno per accertarsi che andasse tutto bene e poi si sedette soddisfatto fra le due radici che sporgevano da terra.

Visto da lì, il mondo non era cambiato per nulla.

Si trattava solo di trovare il modo di ricucire il prima col dopo, di ricomporre la lacerazione profonda che si portava dentro.

Spostò lo sguardo in fondo, si lasciò carezzare dalla brezza, chiuse gli occhi e rivide il ragazzo che gli era comparso davanti all’improvviso, spaventato quanto lui. Avrà avuto venti, forse ventidue anni. Un tempo che lui aveva fermato per sempre trapassandogli lo stomaco. Ci mise molto, a morire, troppo; contorcendosi, sboccando fiotti di sangue e monosillabi. Fissandolo stupito. Non era dalla guerra, che era scappato, ma da quello sguardo.

Gli sembrò di sentire l’albero vibrare, sussurrare, ma forse erano solo le foglie mosse dal vento.

Strisciò il mozzicone per terra, si alzò poggiando le mani sulle ginocchia e rientrò verso casa. Lentamente.

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Lucio Montecchio

(Meg l’ho messa solo per catturare la vostra attenzione)

Avantisempre

Giovedì sera credo di essere morto, per la terza volta. È durato poco, non so, forse tre minuti.

La prima volta è successo una decina d’anni fa: mi sono svegliato steso sul pavimento del bagno con Meg che mi leccava la faccia e Monica che piangeva e mi sollevava le gambe. Dice che diventano bianche e fredde e dure e pesanti come la roccia. In un paio di camomille e di ore mi riprendo.

Tempo fa lo raccontai a un gruppo di amici su un barcone da sgombri sul quale avevo scelto di girare nudo, nudo con me stesso. Fabio “Fotocopie” quasi mi implorò di andare a farmi vedere, perché c’era sicuramente qualcosa che non andava.

Non ne avevo e non ne ho voglia.

Ho avuto così tanto dalla vita che se mi mettessi a fare l’elenco mi stancherei prima di finire.

Ho girato il mondo, attraversato mille boschi, cenato e dormito nei posti più belli e in quelli più brutti; ho avuto l’autista a disposizione che dormiva in macchina in attesa di un mio cenno e ho camminato per chilometri sotto la pioggia nell’inverno svedese. Ho rischiato di morir di freddo in un bivacco da qualche parte verso la Svizzera che non ricordo neanche dove fosse. Pochi mesi dopo Walter mi ha salvato la vita con un cordino da otto su una cascata ghiacciata. Durante una discesa in grotta mi si è aperto il discensore, mi sono sospeso con una mano sulla corda viscida e ce l’ho fatta lo stesso (ma erano altri tempi e altro fisico).

Ho visto l’alba sul Sahara e il giorno di notte in Islanda, scoperto specie mai viste prima, parlato a platee internazionali. Ho stretto mani importanti ma mi manca ancora Mick Jagger (una volta un ministro straniero mi ha rimproverato perché mi sono presentato in Parlamento con un pile blu).

Ho vissuto alla velocità della luce sorridendo; ho fatto buon viso a cattivo gioco tenendo in tasca i classici sinquescheidemona come si usa da queste parti; ho fatto sacrifici anche grandi che sono sempre, sempre stati ricompensati; quando mi sono fermato non ho mai provato nessun giovamento.

Ho ascoltato e letto canzoni e parole meravigliose.

Ho avuto maestri importanti, pochi ma fondamentali. Me ne viene in mente solo uno.

Ho conosciuto persone speciali. Monica, che se non fosse per lei chissà dove sarei adesso e mio padre, col quale a vent’anni ho stretto un accordo generazionale che spero di aver onorato.

Mi sono divertito un sacco. Quasi ogni cosa vi possa venire in mente l’ho fatta. Ho fatto anche scelte importanti, ad esempio di non fare scelte.

Ho visto alcuni miei studenti diventare più bravi di me e ho gioito, perché è questo il patto generazionale.

Ho visto morire amici di sangue e ho pianto di nascosto, a fiotti; poi ho scelto di non vergognarmene più.

E poi ho comprato il bosco che ho davanti agli occhi, che osservo da questa finestra o dal terrazzo e che cammino con discrezione perché io ci ho solo messo i soldi, ma lui c’era già.

Resta inteso che conto di vivere altri 57 anni.

Buon Compleanno, Renzo

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Lucio Montecchio

Rucola e grana

Poco prima del blackout che oramai sta durando da mesi, ebbi modo di trascorrere una settimana in un resort di montagna col baffo della Moretti, Totò e il Colonnello Bernacca.

All’inizio fu divertente, inconsapevolmente omaggiati dalla vita di sciovie seggiovie funivie, giornaliero settimanale mensile, piste nere rosse e blu, saune finlandesi svedesi e tailandesi, caldo freddo e vabenecosìgrazie, ciabattine bianche gialle e grigie che non serviva neanche rubarle, bresaola rucola e grana, bianco rosso e rosé e, senza gran difficoltà, oba oba a volontà.

Dopo qualche giorno, però, un virus s’infilò nella fabbrica della corrente e non funzionò più nulla, neanche il frigo del gelato al pistacchio.

Neanche la pompa della benzina.

Arrampicato sulla porta girevole e ghiacciata della hall, Totò commentò placidamente “La civiltà è avere tutto quello che vuoi quando non ti serve”.

Tornammo a piedi.

Lucio Montecchio

foto e citazione dal film Tototarzan, 1950 (settant’anni fa, così per dire).