Game over

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Però io ve l’avevo detto che non c’era più tempo.

Ci avevano provato in mille modi a farcelo capire, anche scendendo a compromessi discutibili.

E noi niente, a tagliare per il gusto di tagliare, a piantarli dove non volevano, ad avvelenarli per un po’ di mele in più, ad ammazzare quelli che pretendevano di spostarsi troppo.

Non dite che non lo sapevamo …

Lo sapevamo da quando abbiamo deciso di tagliare più alberi di quelli che crescevano.

Ne abbiamo uccisi milioni per far spazio alla soia ogm, alle piste da sci, alla palma da olio e a quell’autostrada inutile.

Lo sapevamo da quando abbiamo iniziato a violare le tombe dei loro antenati per farne gomme invernali, scarpe da tennis, moplen e bambole gonfiabili.

A comprare zucchine avvolte nel domopak e a sprecare la carta perché “tanto, si ricicla”.

Abbiamo riempito di diserbante i fossi, le tartarughe e l’acqua del rubinetto. Avvelenato le farfalle e le api. Le api!

E così, il bosco ha chiamato questa interminabile pioggia per un fuoco di copertura, per impedirci di accendere decespugliatori e motoseghe.

Eccoli qui, li ho fotografati di nascosto: sono Aceri, fanteria d’assalto. Un Battaglione San Marco perfettamente mimetizzato fra l’erba.

Tutti su col periscopio ad osservare le nostre debolezze, ad aspettare il momento buono per dare il via a una guerra chimica globale, epocale.

Sarà un’enorme nuvola trasparente, un prolungato rigùrgito di anidride carbonica. Peggio del fosgene sul San Michele.

Lo sentite già questo pizzicore al naso?

Ammazziamoli tutti, subito, o sarà troppo tardi !!!

Gino, vai col glifosate!

Lucio Montecchio

Fra i rami e il cielo

“Sembrerò morto e non sarà vero”. Antoine de Saint-Exupéry.

Ho conosciuto Teresa il giorno in cui è entrata in chiesa, scagliandosi come una furia verso quel prete che poco prima aveva cacciato in malo modo Nicola dall’incontro di preparazione alla prima comunione perché, a suo dire, aveva i capelli troppo lunghi.

Erano semplicemente dei lunghi boccoli biondi, come quelli del bambino sulla scatola dei biscotti Nipiol che lei aveva ritagliato e teneva con orgoglio fra le foto e le pagelle di un figlio al quale aveva fatto anche da padre.
“Vai a tagliarti la lana, capellone” negli anni ’70 significava un sacco di cose, tutte negative.
Ero troppo lontano per sentire cos’ha detto a Don Severino quel giorno, ma alla fine se n’è andata indicando con fermezza la lunga chioma di Gesù, sul dipinto in fondo.
Quelli erano i tempi in cui, per essere parte di una comunità di tremila persone, dovevi essere ben voluto dal sindaco, dal farmacista e dal prete. Il resto veniva dopo.
Quel giorno, lei aveva scelto di allontanarsi dal prete e dalla chiesa.

Da quella chiesa.

Teresa era l’ultima di sei figli, cresciuta come tanti altri in una famiglia che aveva imparato a sue spese che, per sopravvivere alle difficoltà, lamentarsi serve a ben poco.

Ognuno contribuiva secondo le proprie capacità.

Papà Piero era il primo a uscire e l’ultimo a rientrare.

Quando tornava dallo zuccherificio andava nei campi finché c’era luce e poi si attardava sotto al solito ciliegio, pensoso e in compagnia di quel trinciato forte che sapeva rollare con una mano sola.

Teresa, “la piccola”, lo raggiungeva quasi sempre, curiosa di nomi di animali e di storie, vere o finte che fossero.

Come quella volta in cui, sulle ginocchia di papà, scoprì che quell’albero era il braccio di un uomo enorme che saliva da terra, con la mano aperta per toccare le nuvole con le dita.

E’ per questo che mi fermo qui ogni sera. Sotto di noi c’è l’altra mano, che regge il peso delle nostre giornate.

Ascolta: lo senti sussurrare fra i rami?

Gli indiani chiamano questi alberi Totem.

Gli alberi sanno, perché sono fatti di tempo, di quello nostro e di quello di chi li ha protetti prima di noi.

Quando io non ci sarò più toccherà a te tenergli compagnia. Lui saprà ascoltarti, e ti parlerà con la voce del vento.

Teresa non poteva sapere che, dopo qualche giorno, papà sarebbe andato in cielo per colpa di un brutto male.

Si, all’epoca non si diceva morto, non si diceva tumore.

E così, negli anni, Teresa aveva preso l’abitudine di andare al ciliegio quasi ogni sera, anche in quelle giornate autunnali bagnate, quelle che velano i colori di grigio.

Si sedeva su una di quelle radici grosse e guardando la chioma alla rovescia gli raccontava di com’era andata la giornata, della mamma sempre più anziana e soprattutto di Nicola, coi boccoli biondi come il bambino dei biscotti.

Capitava anche che Teresa infilasse dentro a quel buco enorme fra le dita del ciliegio una sigaretta sottratta a Guido, oppure un bigliettino coi suoi segreti più intimi.

Perché, se l’albero era fatto di tempo, papà era ancora lì.

Da qualche parte, fra i rami e il cielo.

Lucio Montecchio

Alberi-Foresta

 

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“Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”

J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

 

Sono più che mai convinto che un albero sia luogo, un ambiente complesso frutto del lavoro di centinaia di specie che, sotto e sopra la corteccia, convivono secondo regole ed equilibri che non capiremo mai appieno.

Un sistema implicitamente e necessariamente dinamico in grado imparare, adeguarsi agli eventi e prepararsi al futuro. Perché la vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi.

La quercia che ho di fronte ci ha messo nove secoli a diventare com’è, cambiando chissà quante forme. E così, quell’alberello nato finché Riccardo Cuor di Leone guerreggiava con Saladino è cresciuto, ha sbagliato, ha capito, ha provato in un altro modo e negli ultimi anni ha scelto di lasciar cadere qualche ramo molto grosso pur di far spazio a rami più sottili. E’ un problema? Non per lui, evidentemente.

Ma c’è di più: negli spazi più aperti, dove le branche si aprono quasi orizzontali creando un pianoro centrale, ha lasciato che foglie e rami diventassero dapprima humus e poi un vero suolo, nel quale lasciar crescere muschi, felci e giovani alberi che affondano le radichette nella sua parte più centrale, ormai marcescente.

Quando altri rami cadranno e lasceranno penetrare più luce, loro saranno pronti a crescere.

A prescindere dall’età e dalle dimensioni, questo “albero-foresta” è certamente un monumento: alle dinamiche della natura e a chi non ha avuto tempo o voglia di ingessarlo fra cavi, cavetti e puntelli.

 

Windsor, 10 settembre 2019

Lucio Montecchio

La panchina rosa

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Sun streaking cold, an old man wandering lonely taking time,

the only way he knows.

Aqualung (I. Anderson e J. Fanks, 1971).

 

Settimo è morto su una panchina rosa, l’ 11 agosto.

Settimo. Quasi nessuno si è mai rivolto a lui in modo diverso, a parte un gruppo di ragazzini frustrati e fumàti di fuori paese che a volte gli lanciava qualche parolaccia offensiva o un pezzo di panino, come fosse un cane.

Lui sollevava la testa, guardava il pane da sotto i capelli lunghi e, zoppicando, si avvicinava al cibo con un cenno di gratitudine.

Quando aveva sui 40 anni, Settimo era il ragazzone spavaldo che raccontava di viaggi in Germania e in Inghilterra, di concerti, fiere e di sesso-droga-e-rock’n’roll.

“Time is on my side”, ripeteva spesso con un sorriso ammiccante.

Ma sapevamo tutti dell’infanzia difficile, della famiglia sventurata e del padre violento.

Per questo, probabilmente, la persona più mite al mondo aveva scelto una vita in giro, alla giornata.

“Tanto, da queste parti non cambia nulla, non cambia”. Spesso sottolineava una frase ripetendone una parte.

Un paio di volte l’anno tornava, con quello zaino di cotone scuro in spalla, e raccontava.

Il pastore in Val D’Aosta, il boscaiolo in Austria o il bagnino a Rimini. Si, a volte raccontava cose poco credibili; forse non sapeva neanche nuotare. Forse tornava a casa per leccarsi nuove ferite invisibili, chissà …

Col passare degli anni ha continuato a girovagare, ma restando in zona: la vendemmia delle mele in Trentino o, più spesso, vari lavoretti da muratore o da facchino qui e là.

Non era il classico indigente. Avrebbe potuto andare a vivere nella casa di famiglia, della quale era oramai l’unico erede. Abitarci, farsi l’orto, tenere qualche gallina e trovarsi una morosa. Ma non ha mai voluto farci ritorno.

“Voglio vederla crollare”, diceva. Chissà cos’era successo là dentro, mi sono sempre chiesto.

Da alcuni anni la sua casa era diventata la panchina rosa, quella sotto al pioppo. Quella col sacco a pelo arrotolato e infilato sotto.

E’ un po’ fuori mano, ma in molti fingevamo di passarci per caso, scambiavamo due parole e gli lasciavamo sempre qualche bottiglia d’acqua e della frutta.

Lui stava là. Pensava, parlava, ricordava, canticchiava, tossiva.

Forse pianificava un ultimo viaggio a Capo Nord in autostop, ma Settimo è morto l’ 11 agosto, all’ombra del suo pioppo.

Non so cosa si fossero detti o promessi in questi ultimi mesi, ma mi piace pensare che gli alberi si innamorino degli uomini buoni: ieri il pioppo di Settimo si è lasciato cadere a terra per sempre, portando con sé la sua ombra e la panchina. Quella rosa.

Lucio Montecchio

La foto è di Andrea Sgarbossa. Grazie.

E povero anche il cavallo

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Trattoria di montagna.

Due coppie sui quarantacinque sedute al tavolo di fianco al nostro.

A vederli, un abbigliamento che non ci fai neanche due chilometri. Di marca, certo, ma buono per lo spritz in Piazza dei Signori. “Sai, è in materiale tecnico” si saranno detti salendo dalla città in cerca di un po’ di panorami da mettere su Instagram.

Cosa significhi tecnico, lo giuro, non lo so.

Dalle parti mie si dice durevole, comodo, oppure leggero. A dir la verità, per prima cosa Carlo mi chiederebbe “quanto l’hai pagato”, e inevitabilmente commenterebbe “massa!”.

A sentirli parlare, appassionati di tradizioni, storia, arte e cultura montanara. 

Era piacevole orecchiare. Magari ci avrei anche attaccato bottone chiedendogli un parere sul vino, che funziona sempre.

Fino a quando si son messi a far commenti sull’impresa boschiva incrociata per strada e sul carico di faggio nel rimorchio.

Non del boscaiolo che si spezza la schiena, quello mai.

Sono anche arrivati a dire “deforestazione”. Deforestazione!

 

Io li invidio, davvero.

Ignorano la fatica del coltivare e vendere quel poco che, molto lentamente, vien su da queste parti: legno. Biologico, ma nessuno lo dice mai.

Facilmente loro si scaldano col solare, il fotovoltaico o le pale eoliche. Oppure fra un bue e un asinello o stando abbracciati a lungo fino alla primavera, a dimostrazione del loro amore per l’ecosistema.

Si, certamente i miei quattro vicini sanno resistere alla tentazione di avere tavoli e sedie di legno e invece della carta igienica usano un’ampia foglia di melanzana biologica. Almeno fra maggio e settembre, poi non si sa.

Io li invidio, davvero, questi ambientalisti col coccodrillo pronto a pinzargli il petto, che quando scoreggiano arricchiscono l’atmosfera di ossigeno profumato di violetta.

 

Si, lo so, questo post è molto breve, ma devo andare a far legna. Perché qui l’inverno arriva in un attimo.

 

Casa, 13 agosto 2019.

Lucio Montecchio

Overshooting

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“It lies with me!”, cried the Queen of Maybe”.

Dancing with the moonlit knight, Genesis.

 

Il profumo che proveniva dalla caffettiera non era un granché: “Lo faccio coi fondi di caffè che ci porta Clara il sabato. Li metto al sole ad asciugare e li mescolo alla miscela Leone”.

Il cartoccio di caffè, quello vero, mia nonna lo teneva dentro a un vaso di vetro per le occasioni importanti, che spesso coincidevano con la visita del fratello che se n’era andato a lavorare a Pioltello o con quella del prete, per la benedizione pasquale.

Era la fine dei ‘60 e lei era stata abituata così fin da bambina: parsimonia e risparmio, perché non si sa mai.

Ha fatto una vita che per l’epoca era più che dignitosa, sia chiaro, ed è morta con il bilancio in pareggio: né debiti né crediti.

All’epoca, i debiti li facevano solo quelli che consideravamo ricchi. Che cosa strana …

La parola debito, semplicemente, nel vocabolario della generazione di mia nonna non esisteva. Credito, poi, era sinonimo di temporanea cortesia fra vicini bisognosi. Mutuo soccorso, ecco.

Poi il boom economico e la sensazione del riscatto meritato, fino all’ostentazione di un benessere che a volte, nel mio paese di campagna, sfiorava il ridicolo.

Come la Gemma, che andava a far “sciopping” fino a Padova.

E poi hanno aperto il primo supermercato a Piove di Sacco, con prezzi così bassi da mettere in qualche difficoltà i negozi di paese ma, soprattutto, facendo uscire i soldi dal circuito locale.

In quel periodo avevo sui 15 anni e la regola di casa era “Chi lavora magna: se vuoi fare il liceo mi devi dare una mano, sennò quei soldi mi servono per assumere un dipendente”.

Sono stato fortunato, molto, ad essere stato costretto a capire il valore dei soldi.

“Se prendi 100 spendi 80”, ripeteva mio padre, che passava quel tempo teoricamente libero riparando la 850 o l’impianto elettrico di casa.

Del pollo ci lasciava le parti migliori e lui mangiava cose che oggi buttiamo nell’umido, orgogliosi di un riciclo che suona bene e funziona male.

Erano gli anni in cui si stava concretizzando il movimento ambientalista e sull’armadio in camera avevo un autoadesivo giallo e tondo che diceva “Forsa ‘tomica? no grassie”, con un sole che ride al centro.

E poi il Panda incollato sulla vespa e quella tessera che ho strappato pubblicamente quando una facoltosa presidente non si è opposta ai tralicci dell’alta tensione da mettere nel bel mezzo del primo parco nazionale italiano. I tralicci servivano a portare corrente francese e a soddisfare i bisogni dell’allora triangolo industriale.

Leggevamo la Carson, Humboldt, Muir e ascoltavamo quel rock progressivo che dall’Inghilterra ci faceva immaginare mille futuri possibili. Ci credevamo davvero.

Poi è successo qualcosa che non riesco a mettere a fuoco.

Ci siamo ubriacati di consumismo, di usa e getta, prima coi kleenex e poi col resto. Dell’onnipotenza del chissenefrega, del meglio un uovo oggi.

Di quelle cose che danno un torpore piacevole e una assuefazione inconsapevole.

Di “sostituire costa meno che riparare e in più ho 2 anni di garanzia”, di “tanto, si ricicla”.

Di “la corrente nucleare la fanno i francesi e gli sloveni, mica noi”.

Di piselli surgelati, bastoncini di merluzzo, mele lucide e bollicine alcoliche.

E così facendo, fingendo di non ricordare i nostri bei discorsi di trent’anni prima sui costi ambientali, considerando unicamente il valore economico di un bene, siamo arrivati a oggi.

A riempirci la bocca di parole come “Overshooting” per tre giorni.

Tanto, ad ogni primo gennaio gli economisti ci azzerano i debiti ambientali e se ne riparla l’anno dopo, in vacanza, lontano dalla vita reale.

Lucio Montecchio

Dynamo

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Due mesi di vacanza dalla vita normale alla ricerca di quel tempo andato chissaddove. Di uno spazio tutto mio per pensare a come ottimizzare queste ultime cartucce.

La Comunità Dynamo ha colonizzato questa piccola isola abbandonata di fronte al Montenegro (o, se preferite, di fronte all’Italia) e ne ha fatto un approdo per chi è in cerca di colori nuovi e di gente con una visione diversa.

E’ vero, mancano i beni di prima necessità, ma qui scopri che le priorità possono cambiare.
Manca l’acquedotto, ma poco lontano dal mare c’è una fonte di acqua fresca attorno alla quale si è organizzato il villaggio e stiamo coltivando un orto comune.
Manca il gas, ma ad essere sincero non ce l’ho neanche nella casa in montagna.
Quel che mi manca di più è la corrente elettrica.

Provate a immaginare la vita senza questa cosa invisibile e preziosa.

Senza la lavatrice, il gelato al pistacchio e l’MP3.

La corrente elettrica, a dir la verità, non ce l’aveva neanche mio nonno nel profondo Veneto di cent’anni fa, ed è campato a lungo. Ma con un assolo di Prince sono sicuro che avrebbe sorriso di più.

Qui la corrente costa fatica. Movimento fisico che fa girare una dinamo e che carica una batteria.

E’ vero che quella stessa energia la si potrebbe usare per far funzionare un motore elettrico, ma qui la corrente non costa soldi, costa sudore. Ci accendi una lampadina la sera, ricarichi un portatile per stare in contatto col mondo e poco altro.

Quella che serve per l’illuminazione pubblica e l’infermeria la facciamo con una grossa dinamo avvolta da pale di legno che sfiorano l’acqua della fonte.
Per il resto, ognuno si arrangia. Quasi tutti usano il metodo più semplice: pedali-ruota-dinamo-batteria.
Poi c’è chi si dà alla fantasia pura.

Andrea, la signora tedesca del Bar Moon (ma l’insegna in vetrina è appesa per essere letta da dentro), per attirare i selfisti ha fatto fare una enorme ruota da criceti rossa e dentro ci fa correre il marito Samy inseguito da un cinghiale. Samy è un senegalese secco secco che dicono essere superdotato. Non è proprio nero, direi marron scuro. Insomma, di colore.

Hiang invece la corrente se la fa dentro a un bidone immerso nel bagnasciuga sfruttando le onde e il movimento alta-bassa marea. Non so bene come, ma ci riesce. Vai a capirli ‘sti ingegneri cinesi. No, forse è coreano, oppure vietnamita. Insomma, per essere giallo è giallo. Ma non proprio giallo, direi piuttosto un giallo abbronzato. Insomma, di colore.

E poi c’è il sindaco Piotr, austr’ungarico, anche lui di colore: rosa-brunastrino, come me.

Qualcuno insinua che, con quel fisico da terzotempista livello “esperto”, la corrente la rubi dalle batterie del municipio.

Però io lo vedo pedalare spesso. Lento ma costante.

Tempo fa gli hanno messo il rene di un brasiliano.
Con lui mi faccio delle buone bevute di birra tiepida, quella che arriva due volte alla settimana col postale delle 15.
Ci sediamo nel boschetto e chiacchieriamo di cose della vita.

Anche di boschi e di alberi, perché qui ce ne sono molti e lui vuol sempre sapere i nomi scientifici. Dice che sono uno bravo a riconoscere le razze. Si, lo so, ha poca confidenza con l’italiano.

“Ecco, vedi quello là in fondo? Pinus nigra: pino nero, black pine. Che poi non è proprio nero, direi verde scuretto. Insomma, di colore“.

Mah, no so. Sotto questo sole a me sembriamo tutti marroncino e gli alberi mi sembrano tutti verdi.

Dev’essere ‘sta birra calda.

Buone vacanze!

Lucio Montecchio

M49

Altre parole sono del tutto inutili.

Lucio Montecchio

 

Dicono che sia capace di uccidere un uomo.
Non per difendersi, ma perché non è buono.

Lo dicono loro, che sono scienziati affermati. Classe di uomini scelti e di gente sicura.
Ma l’unica cosa evidente, l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura.
Il mostro ha paura.
È alla ricerca di un posto lontano dal male. Certo: una grotta in un bosco sarebbe ideale.

Ma l’unico posto tranquillo è quel vecchio cortile: l‘unico spazio che c’è per un grande animale.
Dicono: “siamo in diretta, lo scoop è servito”! 
“Questa è la tana del mostro, l’abbiamo seguito!”, dicono loro, che sono cronisti d’assalto, classe di uomini scelti di gente sicura. 

Ma l’unica cosa evidente, l‘unica cosa evidente è che il mostro ha paura.
Il mostro ha paura.
Basta passare la voce che il mostro è cattivo, poi aspettare un minuto e un esercito arriva

Bombe e fucili. Ci siamo: l’attacco è totale.

Gruppi speciali circondano il vecchio cortile.
Dicono che sono pronti a sparare sul mostro. 
“Lo prenderemo sia vivo che morto, sul posto!”, dicono loro che sono soldati d’azione.
Classe di uomini scelti e di gente sicura.
Ma l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura.
Il mostro ha paura.

Vorrebbe farsi un letargo e prova a chiudere gli occhi, ma lui sa che il letargo viene solo d’inverno.
E riapre gli occhi sul mondo, questo mondo di mostri che hanno solo due zampe, ma sono molto più mostri.
Gli resta solo una cosa: chiamare il suo mondo lontano.
Lo fa con tutto il suo fiato, ma sempre più piano“. 

Testo (l’ho ripunteggiato, chiedo scusa all’autore) e musica di Samuele Bersani.

Foto forestalinews.it

Controluce

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Entrerò nei tuoi pensieri ogni tanto, probabilmente accadrà fino all’ultimo

(Massimo Bisotti)

Ed eccomi qui, dopo un anno, al cospetto della mia quercia preferita.

Pam, la Parliament Oak (il racconto precedente è qui).

Del fatto che il più vecchio dei tre fusti fosse caduto a terra ero già stato informato, ma era prevedibile.

Del fatto che lei non avrebbe fatto una piega e avrebbe provveduto a far di necessità virtù, arricchendo le due chiome di rami e foglie, anche.

Scatto un paio di foto, ma a dir la verità sono qui per un altro motivo.

Tiro fuori una coperta, una birra e mi siedo all’ombra. “Dove sei, Pam?”

Niente, non succede niente. Fino a quella sensazione di abbiocco che mi prende ogni tanto, quando i pensieri escono e i suoni entrano.

Sono gli spiriti viandanti: dapprima rumorini e bisbiglii, poi la tromba vellutata di Chet, Suzanne di Leonard, Rick a cavallo di un Hammond, l’assolo di Firth of fifth, la Marsigliese dei Beatles, un riff qualsiasi di Keith e Prince che limona con Michelle MaBelle.

Uno a uno bravissimi, si, ma pur sempre un’orchestra sgarruffata, come la banda del mio paese dopo la mezzanotte.

Vedo batteri e funghi litigare per quel residuo di fusto, una moltitudine di insetti golosi di foglie fresche e una farfalla blu con un ombrellino giallo passeggiare su una fragola. Una cornacchia curiosa dalla lapide vicina.

E poi il silenzio, e quel profumo dolce che mi si è stampato nella mente l’anno scorso.

E’ lei, è sicuramente lei.

E allora vedo una donna bellissima, la sosia di Cindy Crawford.

E questa chi è?

“Sono sempre io, stupidotto”, risponde sorridendo come una vecchia amica.

“E’ che anche tu vedi quel che vuoi vedere. Ricordi che tempo fa vedevi tuo padre dentro a quel ciliegio? Ero io”.

“Ciao Pam, come stai?”, chiedo con un fil di voce.

“Bene, bene. A parte il fatto che più invecchio, più devo restare nei paraggi. Tutti buoni e bravi, ma quando manco io hai visto come si comportano i miei ragazzi …

Per il resto sto bene. E tu? Lo sai che sto ancora aspettando l’invito che avresti voluto farmi ieri?”, ammicca.

“Beh, Pam, a dir la verità sono venuto fin qui per questo. E, a dir la verità, è passato un anno”.

“Il tempo fra due sonni: tu la chiami notte, io lo chiamo inverno. Ma non fa niente. In fondo, ‘che cos’è un nome, Romeo?’ ”.

Sorride e mi guarda ancora una volta di trequarti, col braccio allungato sul fusto, con …. (beh, questa ve la racconto di persona).

Porcamiseria, e se mi rispondesse sì ?

“Accetterei. È che non hai il coraggio di andare oltre solo perché sono anima”.

E allora mi faccio coraggio e mi alzo. Apro la porta destra per invitarla a salire con un accenno d’inchino e lei scoppia a ridere.

Che figuraccia … è la porta di guida.

“Italiani…. Tanto galanti, si, ma poi vi mancano i fondamentali”. E il suo riso è calore, energia pura.

Al lodge più bello del circondario ci arriviamo in pochi minuti e al bancone c’è ancora il cameriere con la faccia da Bilbo e la tuba fucsia.

Tavolino in fondo, candela, penombra.

“Bentornato, IPA come eri?”

Beh, come l’anno scor …

“Signore, mi scusi, stiamo per atterrare. Può tirar su lo schienale?”.

La sosia di Cindy Crawford raccoglie la lattina vuota, sorride al mio vicino e si allontana dentro ad una gonna stretta stretta.

Il comandante manda “Sogno che tu venga a farmi visita”, mentre laggiù si intravvede già la foresta di Sherwood.

Lucio Montecchio

Alla fine della fiera

E venne il condizionatore

Che bruciò il contatore

Che dava la corrente

Che arrivava da distante

Fatta col petrolio

Oppure col plutonio

O forse col carbone

Che il polacco Jaro’slaw scavo’.

E venne il grande caldo,

E dopo il troppo caldo

Niente più corrente

Solo braghe corte

Niente lavatrice

Niente incubatrice

Zero da brindare

Solo meditare

Solo meditare

Solo meditare…

.

Lucio Montecchio

#alberinfiniti

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Sabato scorso pioveva, ad Assisi.

Eppure ci siamo trovati a piantare un giovane ginko in un settantina, sotto l’ombrello e lasciando in un angolo gli innaffiatoi pieni, del tutto inutili.

Niente di strano, comprese le foto di rito e il mio prevedibile “questo albero è per i nostri figli, sono loro che dovranno averne cura”.

Finché richiudevamo le macchine fotografiche e ci avviavamo in fila verso casa, però, in 4-5 abbiamo assistito ad un gesto semplice, indimenticabile.

Un bambino sui 6 anni in arancione (alla mia destra nella foto) è andato a prendere un innaffiatoio azzurro e se l’è annaffiato tutto.

Da solo, con calma, attento, incurante del richiamo dei genitori.
Ci sono gesti spontanei che rendono inutile ogni parola dei grandi.
Grazie, bambino in arancione.

Lucio Montecchio

Germogli

Me lo ricordo bene quel gesto morbido, rotondo, dall’alto al basso.

Pollice sotto, indice e medio sopra a tirar via con delicatezza un po’ di giovani foglie di faggio per portarle alla bocca e assaporarle.

Gliel’avevo chiesto io, di mostrarmi com’era sopravvissuto.

 

Ripeto in silenzio quel gesto primaverile da allora.

Una liturgia tutta mia, ripensando a qualche sigaretta assaporata lentamente, assieme, di nascosto.

Lucio Montecchio

Ghiri buongustai e cani curiosi

I veri specialisti della diffusione su lunga distanza delle querce sono uccelli col becco grande e tozzo. Còrvidi come la cornacchia, la gazza e la ghiandaia: Garrulus glandarius, un nome che ne racchiude lo stretto legame di simbiosi.

Poi ho letto un dato interessante: nella ghianda, i tannini (decisamente amari) sono concentrati attorno embrionale, cioè nell’estremità appuntita dalla quale germoglierà la piantina.

Se fosse vero, ho pensato, i roditori dovrebbero preferire la parte opposta, più dolce, lasciando all’embrione una speranza di successo.

Ho tagliato in due alcune ghiande ed effettivamente la parte sotto la cupola è decisamente più dolce, quasi gradevole. D’altra parte, noi stessi abbiamo mangiato ghiande per secoli, prima di scoprire e diffondere il castagno.

E allora venti giorni fa sono andato nel querceto qui vicino in cerca di tane di ghiro.

Per me è facile: è sufficiente piegarsi, far finta di annusare con interesse un buco e chiedere a Meg “cerca”. Lei trova qualsiasi cosa sia anomala.

Risultato: nelle tane molte ghiande erano mangiate interamente, ma alcune erano rosicchiate per meno della metà, e tutte dalla parte opposta all’embrione.

Ne ho raccolte una ventina, messe su un foglio di carta bagnata e aspettato fino al sabato successivo, osservando con stupore la fuoriuscita della radichetta e, poco dopo, delle prime foglioline.

Anche i roditori, perciò, contribuiscono alla diffusione delle querce.

Lucio Montecchio

Antefatto

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Perché “Fra i rami e il cielo è troppo breve”, mi ha scritto una signora gentile.

Il mio ego ringrazia.

Piero stava percorrendo gli ultimi metri polverosi che portavano a casa. Erano passati sei interminabili anni, da quando era partito per l’Albania.

La prima a corrergli incontro abbaiando sguaiatamente e lanciandoglisi sul petto fu Selva, con una barba bianca che una volta non c’era.

E poi sentì l’urlo di gioia provenire dall’orto “Piero! Piero!”.

Emma mollò la zappa e corse verso di lui scalza, facendogli perdere l’equilibrio precario per via di quello zaino pesante.

Rotolarono a terra piangendo, ridendo e piangendo per un tempo lunghissimo.

“Lo sapevo che eri vivo, lo sapevo”. Ma dove sei stato? Perché hai smesso di rispondere”.

“È stata dura, Emma, dura. Poi ti spiego”.

Ma a Emma non interessava già più: il suo uomo era vivo ed era tornato.

“Vieni, Teresa sta giocando sotto al portico”.

Di quella bambina che si era subito precipitata ad avvinghiare una gamba della mamma sapeva solo il nome, ma era lei. Quella che aveva cercato di immaginare per sei lunghi anni, che aveva animato i suoi sogni migliori. Ed era bellissima.

Posò un ginocchio a terra, tirò fuori dallo zaino logoro una piccola bambola di pezza rossa e le disse “Sono papà. Questa bambola te la manda una bambina che si chiama Daphne”.

“È papà. Prendila, è un regalo per te”.

Stettero in silenzio a lungo, seduti sulla panca guardandosi e accarezzandosi il viso l’un l’altra.

Com’era invecchiato quel ragazzo che aveva visto partire quella mattina. Com’era dimagrita la ragazza che aveva lasciato a custodire casa e figli.

Emma entrò in casa e uscì con una caraffa d’acqua fresca e due bicchieri.

“Ma dimmi, dove sono i ragazzi?”

“Clara è a servizio da una famiglia di Padova. Sta bene, torna il sabato per poche ore e poi riparte. Guido ha iniziato a falciare il frumento ieri.

Di Marco non sappiamo niente da novembre. Si era nascosto nel granaio, ma qualcuno ha fatto la spia. Per fortuna l’Adele ci ha fatto avvisare per tempo ed è riuscito a scappare verso i Colli, ma non sappiamo altro.

Sai, qui non va molto bene. I tedeschi si sono fermati in paese a lungo e hanno portato via tutto. Se non ci fosse lo stipendio di Clara sarebbe la fame. Guido fa quel che può, ma non basta mai”.

Anche la casa dimostrava il passaggio della guerra, come tutte quelle che aveva visto lungo il ritorno, un po’ a piedi e un po’ sul cassone di qualche camion americano.

Piero si svegliò di soprassalto. Erano gli artificieri americani che facevano brillare le bombe inesplose. Dall’altezza del sole saranno state le sei.

Fece un giro nella stalla vuota e poi nei campi, quei due campi che non facevano neanche un ettaro.

Guido era là, con un cappello di paglia e un fazzoletto rosso al collo, intento a brandeggiare la falce col giusto ritmo.

E poi arrivò al suo ciliegio, quello sotto al quale si fermava fin da ragazzo a riflettere e a prendere le decisioni più importanti.

Socchiuse gli occhi e rivide ancora una volta lo sguardo vuoto di quel ragazzo che aveva ucciso. Si lasciò carezzare da quel venticello leggero e ritmato.

Con quel passato avrebbe dovuto trovare il modo di far pace.

Lucio Montecchio

Il “Survivor Tree”

Debi and Mark 3

Non vi nascondo che quando Stefania propose di invitare al nostro convegno Mark Bays ho avuto alcune riserve: i costi organizzativi lievitavano solo a pensarci, con nessuna garanzia di rientro dalle quote e dagli sponsor.
Però oramai eravamo in ballo, l’esempio che ci avrebbe portato rientrava pienamente nella tematica e fermarsi non avrebbe avuto alcun senso.

E poi Mark ha preso posto, sorriso a Debi, sistemato il microfono e iniziato a raccontarci dell’attentato di Oklahoma City come fosse successo ieri: 840 fra morti e feriti, carri funebri, ambulanze, incendi e macerie sotto le quali si nascondeva un alberello superstite.

Un olmo né bello, né brutto. Un albero del quale prendersi cura per essere reso a una comunità ancora stordita, in cerca di un centro di gravità e di un esempio dal quale imparare i tempi lunghi della guarigione di mille ferite invisibili.
Poi Mark ha chiesto di abbassare le luci e ha proiettato questo breve video senza aggiungere altro. Guardatelo fino in fondo: al termine, tutti noi avevamo gli occhi lucidi.

Si, ne valeva la pena. Eccome se valeva la pena averti con noi, Mark.

Grazie.

Lucio Montecchio

Quote d’ossigeno

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Fra le isolette al largo dello stretto di Tarwich ce n’è una totalmente ecosostenibile, frutto della visione lungimirante di Theo Brooms, un magnate finlandese che se l’è comprata e ne ha fatto la prima “O2 Land”.

Di là dal fatto che Mr. Brooms l’ha chiamata così per banali motivi di marketing, si tratta di un progetto del quale sta iniziando a parlare con interesse un’ampia parte della comunità ambientalista.

In sostanza, invece di pagare per il carbonio emesso, chi sceglie di abitarci paga per l’ossigeno che serve a liberare quell’anidride carbonica.

Cambia ben poco, ma l’immagine che la materia prima abbia un valore almeno uguale allo scarto, mi sembra geniale.

Funziona così.

Ufficio Anagrafe. Sulla parete campeggia una targa di legno uguale a quella appesa nel bar di Alfio: “Per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno”.

Buongiorno, vorrei far domanda di residenza.

Bene, sa già come funziona?

Non proprio.

E’ semplice: una volta verificato il suo casellario giudiziario, calcoliamo di quanto ossigeno il suo stile di vita ha bisogno e, se concorda, versa l’ O2Tax. Che corrisponde al numero di alberi che provvederemo a piantare.

Mi sembra una buona idea, proviamo.

L’impiegato accende il computer e inizia con le domande: classe energetica della casa, cubatura, tipo di riscaldamento, se c’è il condizionatore, l’asciugatrice, il frullatore e via così. Alla fine tira la somma: 98 alberi.

In famiglia quanti siete?

Due adulti, due bambini e un cane.

Nove alberi. Fate sport?

Corro sull’argine con mia moglie e i bambini vanno a nuoto.

Bene. 4 alberi.

Scusi, ma qui si paga anche per correre?

Certo, ha idea di quanto ossigeno brucia uno che fa sport? Ma non si preoccupi, vivrà più a lungo.

Dieta?

No, da lunedì.

No. Intendevo onnivori, vegetariani, vegani o altro?

Ah. Io, i bambini e il cane mangiamo carne, mia moglie è vegana.

Automobili?
Una 2500 diesel e un’elettrica.

Quindici e tre, diciotto.

Tre alberi per l’elettrica?

Certo! Anche lei crede che la corrente nasca dentro alle prese?

Dunque, aggiungendo il 10% per imprevisti e spese generali, sono 150 alberi. Cinquanta a rapido accrescimento, per i bambini, e 100 più lenti per i genitori.

Per piantarli serve mezzo ettaro e dovremmo rinunciare al parcheggio là in fondo, perché siamo in un’isola e lo spazio, come vede, è limitato.

Poi ci sono le spese di impianto e manutenzione, ma quelle sono davvero basse.

In tutto sono 180.000 euro.

Ma come? 150 alberi per vivere in quattro? Vorrebbe dirmi che per tenere quel condominio in pareggio servono 2000 alberi?

E’ così, sono sulla collina là dietro.

Senta, in Italia ho un bosco di 600 alberi, posso metterne 150 a bilancio qui?

Non più di 75. I residenti devono avere almeno metà delle quote d’ossigeno nel comune d’emissione.

Si ricorda di quell’azienda asiatica che spergiurava di ammortizzare quote di carbonio in Bignonesia, che poi si è scoperto che neppure esisteva?

Può farlo per sé, ma sono il primo a dirle che il gioco non varrebbe la candela, o per i suoi bambini, o per i suoi nipoti.

Lucio Montecchio

Primavera ventiventi (reloaded)

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La primavera del 2020 ce la ricorderemo a lungo, racconta Vincenzo.

Sai, pensavo che ci sarebbe voluto più tempo, che avrebbero iniziato quelli più antichi e in un luogo remoto. E invece l’han fatto tutti assieme, contemporaneamente.

Dev’essere che, in quei decenni di convivenza forzata, gli alberi avevano inventato una lingua comune fatta di vento morbido e di odori speziati.

Fatto sta che, proprio pochi giorni prima della potatura, tutti gli alberi delle capitali europee iniziarono a far fiori mai visti, grandi e profumati. Un caleidoscopio di gialli, blu, rossi, bianchi, viola e arancione.

Però solo sulle punte dei rami.

Davanti a quella meraviglia nessuno ebbe più il coraggio di potare, e così i fiori inondarono l’aria e le strade di profumi e di petali come in un matrimonio indù.

Molti studiosi dissero che era per via del cambiamento climatico, altri davano la colpa alle scie chimiche.

Il vescovo tenne un lungo sermone sulla fine del mondo che si stava approssimando impetuosa e sul valore del pentimento. I linneiani crollarono in una crisi sistematica e profonda, e un po’ anche i post-darwiniani.

Io però credo che avesse ragione Cosimo, un nobile maremmano esiliatosi da anni su un melo.

Diceva di capirli perché parlavano l’Alberese, variante salmastra del Grossetano.

Diceva che era una loro offerta, in cambio della quale chiedevano di fermare per sempre la dolorosa amputazione dei rami.

Diceva anche che era la prova provata dell’intelligenza degli alberi. E che ci sarebbe stato da mangiare e motivo di far festa tutti i giorni. Però, quando aggiunse che ogni cristo sarebbe sceso dalla croce e che avrebbero fatto ritorno un sacco di uccelli, perse un po’ di credibilità e tornò ad essere additato come lo strambo del villaggio.

Resta il fatto che i comitati cittadini decisero che valeva la pena aspettare per vedere come andava a finire.

E così, dopo una fioritura abbondante, i cedri iniziarono a fare avocado, gli abeti papaia, i pini mango, gli ippocastani goji, le sofore una quantità impressionante di lulo e così via.

Immagina i frutti, immagina i fiori. E pensa alle voci, pensa ai colori! [F. Guccini].

Frutta costosa ed esotica, ora gratis e a portata di mano fino all’inverno.

Tivù e giornali non parlavano d’altro. Le radio mandavano reggae in tutte le sue declinazioni da mattina a sera, a mattina.

Un critico d’arte, pur di dire la sua, tirò in ballo Ligabue e i pittori naif ungheresi.

I grandi chef inventarono nuove ricette da preparare in tre minuti e i vecchi come me, che non sanno distinguere il falso dal vero, trovarono nuove storie da panchina.

Che anni, quegli anni …

Lucio Montecchio

Umarells

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Una vita del tutto normale. Una moglie innamorata, una figlia brava a scuola, la casa di proprietà, l’abbonamento a teatro e un lavoro da maestro con lo stipendio sicuro. Non un granché, ma sicuro.

Uguali e prevedibili, le giornate di Francesco si sgranano dentro ai confini del profilo da Umarell che si è scelto ormai da tempo, fatto di buongiorno-buonasera, sorrisi rituali e libri comprati on-line, da appoggiare vicino al divano per la domenica.

Scuole chiuse, oggi. E’ martedì grasso e anche i suoi ragazzi saranno protagonisti della sfilata di carri programmata in dettaglio fin dall’estate scorsa.

Il tema è prevedibilmente ambientale: “#Endangered”.

E’ per avere più follower su twitter, gli avevano detto i ragazzi della pro loco.

Apre il corteo un furgone giallo che manda Iko Iko a tutto volume.

A seguire, i carri delle diverse contrade.

Il primo è un cavallo di troia fatto ad elefante e ripieno di bambini vestiti da zebra. Di tanto in tanto, la proboscide spara una cascata di coriandoli verdi di plastica metallizzata.

Segue un orso polare cavalcato da una Inuit bellissima che brandeggia una bandiera bianca e lancia coriandoli rossi.

E poi rinoceronti, balenottere, pappagalli e altri animali esotici visti solo in tivù.

Metafore banali, arche di Noè moderne, Sign O’ The Times, pensa Francesco.

Ma perché non c’hanno messo un pipistrello, un tordo, un ramarro?

Oppure una di quelle tartarughe di terra che da bambini tenevamo nell’orto legate a uno spago finché la nonna non se ne accorgeva?

E le lucciole, da quante estati sono scomparse le lucciole?

Quanti animali dei nostri fossi sono spariti, finché disegnavamo panda?

Francesco lancia distrattamente il mozzicone verso l’ippocastano lì sotto, quello solito, quello che ad ogni primavera festeggia le api e poi esplode una cascata di coriandoli bianchi.

Chissà da quale parte della memoria riemerge Eraclito, ma ora il significato di “Quello che fai è ciò che diventi” gli risuona chiarissimo.

Domani spiego ai ragazzi come funziona un alveare. Anzi, ne facciamo uno assieme!

Lucio Montecchio

Ferrara, 8 febbraio 19

Drù !!!

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Abbiamo due soluzioni: un bell’asteroide e si riparte da zero o una somma di piccole cose, una somma di passi che arrivano a cento.

(“Una somma di piccole cose”, Niccolò Fabi).

Anno più anno meno, una cinquantina di milioni di anni fa e da qualche parte di quello che ora è il sudest asiatico comparivano le prime querce.

Coraggiose e pazienti, hanno lentamente colonizzato l’Europa e il Nordamerica.

Chiavi del successo furono la generosa produzione di ghiande e di gemme.

Le prime autonome e abili a colonizzare i dintorni, le seconde vincolate all’albero ma capaci di adeguarne la forma secondo necessità: alto, stretto, veloce, basso, lento, largo.

Le querce si sono diffuse ovunque il clima glielo permettesse, aggirando gli ostacoli o, semplicemente, fermandosi in attesa che il maltempo finisse. Un maltempo che poteva durare qualche migliaio di anni e che si chiamava glaciazione.

Nel corso dell’ultima, che ha ricoperto la quasi totalità dell’Europa, ben poche sono state capaci di correre a sud più velocemente del ghiaccio. Alcune però ce la fecero, arrivando sulle coste del Mediterraneo e poi verso est, fino all’Eufrate.

All’inizio fu un periodo di benessere e di convivenza pacifica col resto del mondo vivente.

Dopo qualche millennio, però, il sovraffollamento iniziò a essere la causa principale di una accesa competizione per la sopravvivenza. Le piante per la luce, gli erbivori per le piante, i carnivori per gli erbivori.

L’ idea venne a Drù, una quercia centenaria che godeva della stima di quasi tutte le altre.

Ragazze, il ghiaccio si sta ritirando. O ci inventiamo nuovi patti di convivenza, oppure ci allarghiamo verso il nord. Un passo alla volta, come abbiamo sempre fatto. Sappiamo plasmarci all’ambiente, sappiamo essere ambiente.

Le più pigre preferirono restar ferme dov’erano e i loro discendenti sono ancora là, lungo il bordo del Mediterraneo.

Sono lecci, e sotto al sole cocente che arrivò di lì a poco (si fa per dire) ispessirono le foglie. Nelle zone più interne e calde, poi, ispessirono anche la corteccia e divennero sughere.

Alcune temporeggiarono, fingendo di non sapere come trovare il nord, ma Drù spiegò loro che bastava tenere il muschio sul davanti.

E così, tra alti e bassi, la maggior parte cedette alla tentazione di una nuova esplorazione.

Lo fece sommando i caratteri migliori che ciascuno aveva, creando ibridi mai visti prima. Adeguando la forma allo spazio, le foglie alla luce, la corteccia al caldo e le radici all’acqua.

Dietro di loro si creò una lunga fila di scoiattoli, uccelli ed erbivori vari.

Perché, sapete, le querce non rincorrevano record di velocità, altezza, larghezza o vecchiaia. Loro spostavano boschi interi. Come oggi.

Seppero diventare roverelle, con una peluria fine sotto a ogni foglia per limitare la disidratazione. Poi diventarono cerri e roveri e, raggiunte le pianure fresche e umide dei grandi fiumi, si trasformarono in farnie.

In questo viaggio evolutivo, farnie e roveri arrivarono fino in Scozia.

E gli uomini?

Fecero lo stesso, subito dopo gli “uccelli e gli erbivori vari”.

Semplicemente al seguito, perché dentro ai boschi di quercia c’era quel che serviva.

L’idea venne a Olga, donna pragmatica e coi peli sulle gambe.

Stanca di aspettare, un bel giorno prese per i capelli il suo uomo e, indicando la colonna di querce con la clava che aveva in mano, esclamò “Drù!”.

L’uomo non capiva, forse, ma ogni qualche chilometro Olga lo strattonava guardando avanti e urlando “Drù!”, fin su in alto, in Britannia.

Drù … un suono strambo, ma così convincente da essere rimasto associato al legame fra querce e uomini fino a diventarne culto.

Druidico.

Lucio Montecchio

 

Piselli

Cattura

Famiglia aristocratica, quella del signor D’Arvì. Credo piemontese.

Secondogenito, il padre lo voleva prete. A Carlo invece interessavano i funghi, le piante e gli animali. E così, a vent’anni si è imbarcato come mozzo dal porto di Genova verso il Borneo, a riflettere sulle cose della vita e a osservare alberi, liane, uccelli col becco tozzo, tartarughe giganti e tigri.

Cose che aveva già visto nei racconti di Salgari e nei quadri di Ligabue.

Più che altro fu un viaggio dentro sé stesso, che lo fece tornare un bel po’ diverso: sguardo a volte perso nel vuoto, un quaderno sempre in mano, ragionamenti strambi e look hipster, barba compresa.

Ma come fa a disegnare i movimenti delle piante?
Lui solleva la matita dall’albero che si sta ancora muovendo, come in un film d’animazione. La pianta continua a crescere, l’edera la avvolge, ogni tanto cade un ramo e ne spunta un altro, gli uccelli ci fanno il nido e dopo un attimo i giovani volano via. La neve cade e dopo qualche secondo è già estate.

Circospetto, verifica che attorno non ci sia nessuno.

Vede, professore, è la mia mente a disegnare. Quand’ero a Sumatra ho conosciuto la dottrina Hunati e il potere della Caskia.

Caskia! L’albero sacro!

La conosce anche lei?

Per sentito dire ….

Non l’ha mai provata, vero? Oramai ci conosciamo da tempo: vuole favorire?

Mi allunga una fiaschetta d’argento istoriata. Annuso, odore di sciroppo per la tosse. O, forse, di pollo arrosto.

Si fidi, si fidi, ne faccio uso da cinquant’anni e sono ancora qui.

[ Si, ma ti sei visto? E adesso cosa faccio? Bevo? E dopo? Però quando mi ricapita? ].

Ne verso un bicchierino. E’ un liquore rosso e denso.

Meno! Molto meno! Permette? Faccio io. Sennò si fa un viaggio di tre mesi.

Mi scusi, sono abituato con la grappa.

Ecco, così va bene. Ci vediamo là fuori.

Frastuono, colori, profumi, testa che scoppia. Esco a prendere un po’ d’aria. Stavolta l’ho fatta grossa …

Solo che, fuori dalla porta, la strada non c’è più. C’è un sentiero nel bosco e lui sta passeggiando con un signore magro magro, vestito da parroco.

Le presento il collega Gregorio, questo è il nostro appuntamento del martedì sera. Lui è di Brno e conta piselli.

In che senso?

Nel senso che conta piselli, esclama ridendo e battendogli una pacca scherzosa sulla spalla.

No, dai, seriamente: sta facendo uno studio sulla genetica. Gli piacciono la statistica, i piselli, la birra e l’erba pipa. Le donne un po’ meno. E ridono complici, come due amici di vecchia data.

Quello là in fondo è un pittore olandese. Per venire fin qui succhia il blu dai tubetti del colore. Però lasciamolo solo: non ama molto la confusione.

Chiacchierano camminando lentamente, con le mani dietro la schiena.

Io mi guardo attorno: è un mondo nuovo.

L’erba nasce, fiorisce e secca in pochi secondi. Gli alberi giovani diventano vecchi in pochi minuti e nel frattempo i rami si allungano e si rompono. I fusti ricrescono cambiando mille forme, sempre diverse.

Guardo verso le montagne. Il bosco rovesciato a terra dalla tempesta di ottobre sta crescendo a vista d’occhio. Il seme caduto in sovrabbondanza l’estate scorsa ha già fatto un tappeto di alberelli senza alcun aiuto, i funghi stanno trasformando in humus i tronchi che non sono stati tolti per tempo e il faggio sta prendendo il posto dell’abete quasi ovunque.

Mi giro e li guardo meravigliato, ma loro mi sorridono indicandomi il bosco, che ora è già adulto.

Benvenuto fra gli Hunati, Lucio.

Non preoccuparti, è l’effetto del succo di Caskia. Rallenta il metabolismo di mille volte. Un’ora sono mille ore. I tuoi occhi stanno vedendo con tempi diversi. Il tuo sangue scorre a un metro l’ora, come nei pini. Il tuo battito è rallentato tanto da essere impercettibile.

Te lo ricordi The Matrix? Ecco, diciamo che hai preso la pillola rossa.

Questo è il mondo che ci sta attorno tutti i giorni, da sempre. Accessibile solo a chi ha il coraggio di varcare la porta del tempo.

Da adesso gli alberi e i boschi ti saranno diversi. Saranno diverse le foglie, i fiori, le radici e …

“… e i piselli ! ”, esclama ridendo Gregorio.

Lucio Montecchio

– Storiella ispirata da Alien Earth di Edmond Hamilton, pubblicata in Thrilling Wonder Stories nel 1949 –

Semplicemente piante?

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Del tutto simili a quelle che vediamo al margine dei nostri boschi, 350 milioni di anni fa le felci avevano imparato dai loro predecessori il modo più semplice di vivere a lungo.

In fondo, bastava catturare la luce della stella più vicina fra una molecola d’acqua e una di anidride carbonica, ottenendo in pochi secondi una molecola di glucosio e un po’ di ossigeno.

Consapevoli degli immancabili momenti di crisi energetica, trasformavano l’eccesso di zucchero in amido, da distribuire e immagazzinare lungo tutto il corpo.

Facile? Mica tanto: ho lasciato sotto al sole una bottiglietta di acqua gasata mille volte, ma non è mai successo nulla. Solo le piante sanno fare zucchero, amido e ossigeno.

È per questo che sappiamo andare su Marte ma, in fondo, resteremo sempre dei coltivatori di piante. Per fortuna.

Lucio Montecchio

Acconciature vegetali

L'immagine può contenere: cielo, albero, abitazione e spazio all'aperto

Avete presente le foto appese dal barbiere?

Quelle che tu entri e trovi alcuni tagli alla moda fra i quali scegliere e poi ne fanno uno su di te e dopo due ore ti guardi e ti viene da piangere?

Ecco, in questi giorni stanno ripartendo i cantieri di potatura e mi sembra proprio che alcuni di questi cosiddetti arboricoltori selezionati con cura da molte amministrazioni abbiano poche idee e certamente confuse.

Sia chiaro: senz’altro ripudiano il mastice (perché credono che ne esista un solo tipo). Senz’altro sono bravi a potare “salvaguardando il collare”. E ci mancherebbe altro! Dopo trent’anni di libri, incontri, convegni e articoli, lo sa anche mia nonna in carriola!

Ma chissenefrega, se poi non conoscono la fisiologia del cedro e lo potano come fosse una magnolia? Se credono ancora che i rami crescano dalla base come i capelli, e non dall’apice come … i rami?

Credo che questi barbieri di alberi (che per fortuna sono una minoranza) abbiano stampato in mente due tipi di acconciatura: a sfera e a cono. Latifoglia e conifera, come nei disegni dei bambini. Sennò non si spiegherebbe perché stanno potando quel pino nero dandogli una forma da abete.

Lucio Montecchio

Metricubi

Molti dei boschi che mi hanno fatto innamorare di quello che sarebbe diventato il mio mestiere non ci sono più.I telegiornali stanno misurando il danno in metri cubi o ettari, come fossero campi di frumento allettato dal vento. Come se chi è nato al settimo piano di un condominio in centro fosse tenuto a sapere quanto cuba un abete di 80 anni, o quanto è difficile coltivare un solo ettaro di bosco in montagna.
Cari giornalisti, provate a trasformare quegli alberi nell’ossigeno che 950.000 persone respirano in una vita, sarà più facile. O a misurare quei circa 7.500.000 di alberi lungo una strada, trasformandoli in 112.500 chilometri: quasi 200 volte la distanza fra Asiago e la capitale.Aspetto con ansia la facile trasformazione da metri cubi a quintali. Anche perché di questo si tratterà: buona parte di quel legname, invece di vederlo marcire, sarà cippato e messo sul mercato nella sua forma più povera. Briciole di albero da trasformare in calore e anidride carbonica, nella speranza che altre piante riescano ad assorbirla.Il danno vero, però, è un altro e ben maggiore: quello che i montanari non ammetteranno mai per quel pudore che gli è innato. Perché il bosco non si misura in alberi, o in violini che non usciranno più dalle foreste di Paneveggio.I boschi sono identità culturale e sociale, orgogliosa appartenenza.Chi abita l’Altopiano o il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane parla bosco, odora di bosco, E’ bosco. E allora immaginate una casa comune distrutta, grande quelle migliaia di ettari.Credete davvero che fra 100 anni, quando avremo di nuovo abeti di 100 anni, sarà come la settimana scorsa?La vedo difficile. A meno che non troviamo il coraggio per una rivoluzione culturale, magari prima che la neve ci stenda un bel lenzuolo bianco sopra.Fra qualche giorno si terrà il decennale Congresso Nazionale di Selvicoltura e di questo evento si parlerà a lungo, spero. Ci sarà anche chi dirà “è solo colpa dei cambiamenti climatici”, chi dirà “io però l’avevo detto” o “se l’incarico per il piano di assestamento l’avessero dato a me”.Ecco, mi piacerebbe che non fossero i soliti nomi a tenere le redini della discussione, mi piacerebbe che fossero le nuove generazioni di ricercatori e di tecnici.Di bravi ce ne sono tanti: quelli che non sono ancora fedeli a certi dogmi culturali e ai molti aggettivi che si possono dare alla selvicoltura.I nuovi boschi dovranno essere reinventati da loro, gestiti dai loro figli e goduti dai loro nipoti._ _ _ _Dopo aver pubblicato il post ho ricevuto questo messaggio da una mia studentessa, alla quale non posso che dar ragione.“Gent.le Prof. Montecchio,Sono C.Le scrivo perché ho sentito il bisogno di voler esprimerle un piccolo e segreto commento, riguardo al suo articolo “Metricubi” pubblicato nel suo blog.Vorrei cominciare ponendole un quesito: Nella frase “… Chi abita l’Altopiano, o il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane parla di bosco, odora bosco, E’ bosco…”, non crede che manchi qualcosa? O meglio qualcuno?Non crede quindi che anche il Bellunese, ma in particolare l’Agordino e GLI Agordini, odorino di bosco, SIANO bosco? Crede quindi che sappiano solo di gas di scarico della Luxottica?Eppure le assicuro che il profumo del bosco aleggia anche in queste valli, tra le strade e la gente che abita con fatica quei piccoli paesini dimenticati dal mondo.Le posso assicurare come Agordina, che in questi ultimi giorni si sentiva ancora di più. Mentre si percorrevano in macchina quelle poche strade che erano rimaste libere, o che da poco erano state riaperte, si poteva sentire quello spiccato, aromatico, balsamico e inconfondibile profumo di resina… profumo di bosco!Lo vada a raccontare alla Valle di San Lucano: prima distrutta dal fuoco e dulcis in fundo, dall’acqua e dal vento! Lei era la più bella delle valli. Io (e non solo) ho passato l’infanzia a costruire dighe sul Tegnas, ad avventurarmi nel bosco e a correre sui suoi sentieri.Lo vada a raccontare alle Lonie: sradicata dal vento. Era il paesino più bello del mondo. In quel bosco andavo a fare la legna, raccoglievo i funghi e costruivo le capanne con il mio nonno. Mi facevo rincorrere dalla mia nonna perché non volevo mai mettermi le scarpe.Lo vada a raccontare al Martino o agli allevatori dei comuni di Selva di Cadore, Colle Santa Lucia, Livinallongo e anche quelli che non ho formalmente citato: sono stati per giorni senza corrente, acqua potabile e telefono… e chi le munge le vacche? A chi si lo si porta il latte? Non è stata danneggiata la stalla?Lo vada a chiedere ad Arabba e Rocca Pietore, ad Alleghe e Falcade se non gli sono caduti degli alberi o macerie sugli impianti da sci o nei sentieri nel bosco!Vada a parlare con il Dario, il Sandro e tutti i coinvolti nei C.A.I di Agordo: ha idea dell’ulteriore tanta fatica e tempo per liberare e ricostruire tutti i sentieri che ora, sono sotto “Metricubi” di legname e che sono stati mangiati dai corsi d’acqua?Potrei poi raccontargliela all’infinito.Lei mi dirà: i boschi ricrescono (magari è la buona volta che si decidono di non favorire solamente quei maledetti abeti rossi!), le strade e le infrastrutture si ricostruiscono e l’economia di montagna ricomincia! Lo dovresti sapere tu che ti stai laureando in Scienze Forestali e Ambientali!Ragionamento logico, lineare e da manuale.C’è solo un piccolo inghippo: se non si sa che anche lì c’è il problema, questo non si risolve!Se ci si dimentica, anche questa volta, di quei paesi sulle montagne, i soldi e le menti che sanno gestire con professionalità queste situazioni, non arrivano e non ci aiutano a far ricrescere, a riscostruire e a ricominciare!L’ Agordino è tanto importante quanto “…l’Altopiano, il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane…”!I telegiornali li possiamo perdonare, alla fine, a forza di insulti sui social qualche secondo ce lo hanno concesso. Lei però non parla alla gente comune ma ai convegni internazionali “in materia di foreste ecc..”, parla con i suoi colleghi selvicoltori, forestali e soprattutto parla agli studenti. Sono sicura che a loro narrerà “…dell’Altopiano, il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane…” dimenticandosi che esistono altre realtà che hanno bisogno proprio delle persone come lei e come i suoi colleghi perché sennò io ho il sospetto che il finale sarà questo: il bosco rimane così com’è adesso o si favorisce di nuovo quel stramaledetto abete rosso, le strade e infrastrutture non si ricostruiscono perché non arrivano i soldi e l’economia di montagna muore perché gli allevatori ci rinunciano e i turisti non vengono perché “è troppo disordinato”!Questo territorio muore e la filastrocca dei “Padovani gran dottori… e Belun? Pore Belun, te se proprio de nisun!” continuerà a rieccheggiare in queste valli!Con questa riflessione non voglio in alcun modo sminuirla o insegnarle niente. Rispetto con sincerità l’autorità e la sua veste di Professore e mio Insegnante! Il mio intento non è quello di attaccarla o offenderla!Volevo solamente alzare la mano e dire: CI SIAMO ANCHE NOI!Penserà: “Che esagerata! È matta!”Io le rispondo: “Amo il mio territorio e le mie valli e so i sacrifici che la gente fa per mantenere quel tipo di <<cultura montana>> che la Luxottica parzialmente si è appropriata e quindi SONO DEGNI di essere messi sul piedistallo come “…l’Altopiano, il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane…”!Alla fine i telegiornali li abbiamo perdonati e quindi “perdono” pure lei perché anche se la mia faccia dice una cosa, le assicuro: non penso affatto che il Prof. Montecchio dica solamente eresie!Però una soddisfazione me la sono presa: alla fine i calcoli dei “Metricubi” li ha sbagliati pure lei…CordialmenteC. “Lucio Montecchio

Castagne e vin novo

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E anche quest’anno abbiamo raccolto un po’ delle nostre castagne.

Di quelle piccole e saporite che ci portava mio nonno quando veniva a trovarci col motorino, per Sant’Andrea. Castagne, arance e carne da spezzatino. Anni sessanta: regali poveri, regali utili.

Castagne così piccole da essere uscite dal mercato, come certe noci e mele.

E chi la sa più la differenza fra castagne e marroni? O fra i marroni del Monfenera e quelli di Combai?

“Gira massa schei!”, direbbe sicuramente Carlo.

Castagno, albero generoso. Garanzia di sopravvivenza per chi, nei secoli, se l’è portato appresso assieme ai rastrelli e alle pecore dalla Persia fino al vallo di Adriano.

Fiori da miele e frutti da consumare arrostiti o bolliti, o da seccare per avere farina là dove il frumento non cresce.

Fusti larghi per i mobili, dritti e lunghi per il tetto di casa, o più sottili per tendere i cavi delle viti e quelli del telefono. O ancora più sottili per legarci le piante dell’orto o per affumicare la carne.

Perché, nelle mani giuste, del castagno si usa tutto (vero Mario?). Compresa la corteccia, ricca dei tannini che fino a qualche decennio fa servivano per conciare la pelle delle scarpe e delle cinture.

Poi, il boom economico è arrivato anche in questa terra di regali utili.

Abbiamo dato ospitalità a decine di concerie chimiche in cambio di centinaia di nuovi posti di lavoro e dell’inquinamento dell’aria e delle falde di mezzo Veneto, che continua a bere acqua che sgorga da bottiglie di plastica come fosse normale.

I castagneti esposti a sud li abbiamo venduti a chi ne ha saputo fare vigneti e noi ci siamo camuffati da siòri, ma è ancora facilissimo riconoscerci: villetta con telecamere perimetrali, quadri d’autore comprati in tivù e italiano ostentato, ma pur sempre privo di dòpie.

E’ triste provare vergogna del proprio passato. Andare alla sagra di paese e leggere crema di mais invece di polenta, o pork rack invece di costicine. Oppure scegliere “castagne e vin novo” e vedersi arrivare un vassoio di enormi marroni spagnoli accompagnati da un novello col nome in francese.

Me ne farò una ragione, cercherò di convincermi che anche questa è una voce di spesa inevitabile, oramai scritta da tempo nel libro mastro del nostro progresso.

Lucio Montecchio