Pane e noci

Mio padre ha fatto il fornaio sei notti su sette fino alla pensione.

Il forno era di pietra, vecchio ma così robusto da essere poi stato smontato e rimontato in Croazia subito dopo la guerra. (Chissà dov’è? Funziona ancora? Perché non ne ho tenuto traccia?)

Il pane, una volta, non diventava gomma oppure sasso in poche ore. Per un motivo semplice: era pane.

Farina, acqua, lievito e sale miscelati, impastati, riposati e cotti col tempo che ci vuole.

Poi sono arrivati altri ingredienti, fra i quali quella che inizialmente veniva chiamata gergalmente “la bomba”: una bustina d’alluminio con una scritta rossa fuori e una polverina miracolosa dentro che permetteva di velocizzare l’intero processo da molte ore a qualche mezzora, di svegliarsi alle cinque invece che a mezzanotte e di avere dei panetti tutti uguali, con la crosta bella e dorata come nelle pubblicità.

Per mio padre era troppo tardi, per quelle cose lì. Non l’ha mai fatto sia perché bisognava saperlo fare, sia perché solo i forni moderni riuscivano a gestire con precisione la successione delle temperature in modo da lasciar fare alla chimica.

Ma torniamo a noi, che non è di questo che vi volevo parlare.

Noi ne facevamo sui due quintali al giorno, di pane, prevedendo che probabilmente qualche chilo sarebbe restato invenduto ma certi del fatto che, nella peggiore delle ipotesi, quello del giorno prima avrebbe trovato una sua destinazione come “pane vecchio”, solo un po’ più secco del giorno prima, che mio padre vendeva al prezzo della farina che aveva usato a chi lo prenotava per le galline, i cani e i maiali.

Spesso e semplicemente lo “dava”, secondo l’usanza antica del baratto: ti do una cosa che non mi serve e tu fai altrettanto; una gallina o qualche salsiccia quando sarà il momento. Non erano cortesie, sia chiaro, erano consuetudini.

Due volte all’anno passavano sull’argine di fonte a casa i due soliti pastori di Monte Magrè con un centinaio di pecore, due cani neri come Meg e due asini carichi di quel che serve: una tenda dentro alla quale ripararsi di notte, ombrelli enormi, vestiti vari e cibo durevole.

Erano incontri brevi. Giusto il tempo di aggiornarsi reciprocamente sulle novità degli ultimi sei mesi perché c’era da lavorare, ma i due pastori se ne andavano sempre con due sacchi di pane, vecchio e fresco. Mio padre, invece, rientrava con gli occhi felici e una sbrancà (un’abbondante manciata) di noci raccolte chissà dove e chissà quando.

“Nostrane”, piccole, con la scorza che lascia le dita nere di tannini, dure da rompere, croccanti da mangiare.

Un concentrato di sapori antichi che, ogni metà ottobre, ritrovo in quelle che stanno cadendo dai due noci qui di fronte.

E sorrido.

Lucio Montecchio

Giuggiolo (ingredienti per un rap)

Còrniolo, prùgnolo, nòcciolo, nèspolo, prùgnolo, cìrmolo, trèmolo, pìrolo, pàrolo, scrìcciolo, ròccolo, zìgolo, àssiolo, régolo, àssolo, pìgolo, tèmolo, bòvolo, nébbiolo, bàrolo, bìsciolo, pìcciolo, tìmolo, bènzolo, fènolo, mèntolo, màmmolo, cùcciolo, èolo, pìsolo, bròntolo, émbolo, gòngolo, crèsolo, stèrolo, stìrolo, stùdiolo, dìpolo, brìciolo, bràcciolo, spìcciolo, giàggiolo, càpriolo, dicàpriolo, tricàpriolo, ghiàcciolo, lìsolo, sìngolo, pìgnolo, pìnolo, càvolo, cétriolo, glàdiolo, vàiolo, cìcciolo, crògiolo, nùvolo, bòcciolo, pòggiolo, fàgiolo, lènzuolo, cànnolo, cànnula, ìdolo, ìndolo, ìttiolo, pòpolo, fìgliolo, rìcciolo, rìgolo, làcciolo, lùcciolo, lìcciolo, pàscolo, bìgolo, bàgolo, òriolo, màgliolo, màriolo, làcciolo, tàvolo, cìgolo, pòmolo, sìnodo, pìgnolo, pìccolo, pàrgolo, pàiolo, bùgliolo, ròtolo, sròtolo, ràviolo, mèntolo, trìtolo, strìtolo, rèfolo, sàndolo, sàndalo, sàntolo, pèndolo, pénzolo, scàpolo, sòrvolo, scìvolo, rìvolo, spàgnolo, mòngolo, crèolo, dòndolo, dìscolo, brùfolo, diàvolo, stabbiolo, tùbulo, òvolo, òbolo, zùfolo, vìcolo, vìncolo, ùgnolo, zòccolo, tùtolo, tùmolo, tìtolo, mèstolo, mèscolo, lènzuolo, sècolo, nùgolo, mùgolo, gìgolo, còdolo, brùfolo, bòtolo, càlcolo, lùppolo, zùfolo, vìncolo, svìncolo, trògolo, trèfolo, rèfolo, tòrsolo, sùbdolo, stìmolo, spìgolo, sìmbolo, bòzzolo, bòssolo, pùngolo, òstiolo, rìvolo, nìnnolo, mùscolo, mòccolo, smòccolo, mìgnolo, miàgolo, grùfolo, frùgolo, frègolo, frìvolo, còrdolo, cìrcolo, cìngolo, cànnolo, bòccolo, bàndolo, dàmmelo, dàglielo, dìglielo, àngolo, àngelo, ròmolo, bombolo, bòrtolo, bàrtolo, mànolo, pàolo, sàssuolo, asolo, cògollo, tòmbolo, èdolo, pìnzolo, méolo, grùmolo, téolo, jèsolo.

Lucio Montecchio (lo)

Primo d’ottobre

Il primo giorno d’ottobre del 69 fu il mio primo giorno di scuola e mi ci accompagnò mio padre a piedi. Plesso scolastico “Maria Montessori”.

Avevo una cartella più grande di me di plasticone blu cartonato, con due tiracche bianche che servivano a infilarci dentro le spalle per poi correre sgangheratamente.

I miei compagni di classe li conoscevo già quasi tutti, tranne quelli che abitavano più lontano come Gabriele (ciao Lele!).

Il primo giorno fu abbastanza drammatico, devo ammetterlo. Lo fu ancor di più per Sergio, abituato a saltare i fossi per lungo e trovatosi recluso da un momento all’altro.

Di fronte alle scuole c’era, e c’è ancora, un campo da pallacanestro con la parte perimetrale a uso pattinaggio, a sinistra la palazzina rosa delle medie e a destra quella delle “differenziali”: un primo piano al quale si accedeva da una scala esterna come a dover espiare chissà quale peccato prima di poter accedere all’istruzione.

Alle “differenziali” ci mettevano i bambini differenti, alla faccia della Montessori. Quelli che venivano da famiglie così povere che prevedibilmente avrebbero rallentato il programma della maestra Franca, quelli un po’ burrascosi che certamente avrebbero rallentato il programma della maestra Franca e quelli che dopo pochi giorni non riuscivano a ricopiare per bene la effe di farfalla che la maestra Franca ghirigoreggiava sulla lavagna.

La ricreazione sul piazzale inghiaiato la facevamo in momenti diversi, per una questione di distanziamento sociale.

“Fantoìn, i o ga messo ae diferensiài” significava qualcosa come “povero bambino, non è colpa sua, ma cos’altro ci si può fare?”.

Di disagio familiare e di autismo non si parlava, all’epoca.

Alle “differenziali” ci misero anche il mio amico Vittorino, che abitava a quaranta metri da casa mia. Un bambino enorme, gentile e di troppo poche parole.

Vittorino è quell’omone che, dopo una quarantina d’anni che non ci si vedeva, al funerale di mio padre mi è venuto incontro, mi ha detto “condoglianze, Lucio” posandomi una mano sulla spalla attraverso il finestrino aperto e poi mi ha aiutato a parcheggiare la macchina sul piazzale della chiesa.

In fondo si, è vero, Vittorino è sempre stato differente.

Lucio Montecchio (oggi niente storie d’alberi)

Meg

Oggi è il dodicesimo compleanno di Meg e stamattina ci siamo fatti una lunga passeggiata sull’argine, a respirare l’aria frescolina.

Abitualmente non chiacchieriamo molto: lei corre avanti, annusa, torna indietro, fa mille pipì ma ne tiene sempre una in canna “perché non si sa mai”, dice. Spesso si lamenta dei podisti troppo sgargianti e cerca di spiegare alle gallinelle d’acqua l’origine del loro nome finché loro annuiscono e chiudono la questione con un tuffo sgangherato. Un cane intelligente, ecco.

Soprattutto, però, di Meg mi stupisce la memoria.

Pensate che stamattina si è messa seduta sotto a un olmo, mi ha fissato e mi ha chiesto: “Senti un po’: ma se è vero che le foglie catturano la polvere, respirano l’aria cattiva e soffiano fuori quella buona, come mai il nostro vicino, quello con la Punto rossa, ieri ha rasato la siepe di alloro?”.

Si ricordava che il vicino ha una Punto rossa!

Buon compleanno, Meg

Parole semplici

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“Le parole semplici non sanno ingannare”, scrisse José Saramago.

Parecchi anni fa invitai il dottor Angelo Funes Nova a tenere una lezione sulle complicate e mutevoli relazioni fra l’albero e i suoi condòmini, una moltitudine di organismi diversi che ne governano la salute e l’esistenza stessa attraverso scelte che solo ai nostri occhi sembrano lente.

Fu un discorso ricco e affascinante, durante il quale la mia mente si perse in un viaggio in cui l’albero assumeva gradualmente la definizione di luogo, poi di comunità e infine di ecosistema; una narrazione suggestiva e ricca di spunti nuovi, semplici e di buonsenso. Immaginando un albero-pianeta presi anche molti appunti, che a leggerli ora sembrano dei vagheggiamenti da ambientalista degli anni Settanta.

Al termine chiesi ad Angelo come fosse riuscito a comporre un racconto così fluido e chiaro e, soprattutto, aperto a chiavi di lettura diverse.

Lui fece un sorriso timido e rispose: “imparando a rinunciare”. Rinunciare allo sfoggio di frasi complicate che spesso costringono le parole verso un solo destino, lasciando poco spazio alla riflessione. Secondo me avrebbe aggiunto volentieri “e uscendo dal perimetro della cattedra”.

Sono innumerevoli i rapporti che ci legano all’albero, allegoria dell’ambiente ben più ampio del quale facciamo parte e con il quale il nostro originario rapporto di simbiosi sta velocemente mutando in un parassitismo miope.

Sta a noi riorientare le nostre scelte, anche con parole e gesti semplici, di quelli “che non sanno ingannare”.

Lucio Montecchio

Linda

 

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L’ha piantato Francis, e la targa bianca dice che è per Linda.

A lei piacevano, i tigli.

Era in Sudafrica a seguire un mio progetto di ricerca. Io non avevo voglia di andarci e lei si, come sempre.

Trentanove anni di amore per la vita, sguardo e futuro radiosi.

Quel sabato pomeriggio è scesa la notte.

Ad esempio

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Se io dovessi farmi un’idea della qualità di un qualsiasi lavoro prenderei come riferimento chi, oltre a farlo, ha l’esperienza e i mezzi per farlo bene.

Vorrei un caffè come quello del Pedrocchi e un’auto verniciata secondo lo standard della Ferrari.

Se  io volessi far potare un mio albero, lo farei potare secondo lo standard di un’amministrazione pubblica.

Ma sbaglierei.

Lucio Montecchio

 

Simbiosi

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Credo che la potenza emotiva che inconsapevolmente ci sa trasmettere il bosco stia nelle relazioni sinergiche fra le sue centinaia di componenti che, come in un’orchestra affiatata, sanno relazionarsi nel pieno rispetto reciproco, finalizzato a un solo e semplice obiettivo: il benessere complessivo del bosco.

Le più intime relazioni fra piante e funghi risalgono a 350 milioni di anni fa, quando le prime terre emerse furono colonizzate con difficoltà da piante e funghi acquatici che in pochi millenni riuscirono a costituire relazioni simbiotiche durevoli e indispensabili alla sopravvivenza di entrambi. I rapporti indissolubili fra piante e funghi continuano da allora ad amministrare la salute dei nostri boschi attraverso compromessi quotidiani fra piante e funghi.

Basti pensare al seme di un abete che, una volta caduto a terra, riesce a conservarsi e poi a germogliare grazie alla presenza al suo interno di una molteplicità di batteri e funghi che la pianta madre sa selezionare, passare al fiore e poi al seme, capaci di produrre con costanza una quantità di molecole tossiche sufficienti a tener lontano altri funghi e batteri, a comportamento parassitario.

Dopo poche ore dalla produzione delle radichette, poi, la differenza fra la vita e la morte di quel giovane abete dipenderà dalla sua capacità di entrare in simbiosi con funghi microscopici e sotterranei che sanno avvolgere di micelio ogni singolo apice assorbente formando una struttura che chiamiamo micorriza (i cappuccetti chiari nella foto), in grado di mascherare la presenza della radichetta a funghi parassiti ancora diversi e spesso letali.

Si tratta di equilibri delicati e preziosi, e quel giovane albero potrà sopravvivere e svilupparsi come la sua natura vorrebbe solo se sarà in grado di continuare una convivenza pacifica sia coi funghi ricevuti in dote dalla madre, che nel frattempo fluiscono lungo il fusto impregnandolo di tossine e proteggendolo così da parassiti esterni che potrebbero penetrare da ferite, sia coi simbionti micorrizici, assecondando così consuetudini di sopravvivenza che ci sono in gran parte ancora oscure.

Mano a mano che l’albero invecchia, però, quegli stessi simbionti che albergano nel legno iniziano a modificare gradualmente il loro comportamento verso il parassitismo, non più accontentandosi di piccole quantità di amido o di cellulosa, quindi, ma intensificando così velocemente la loro attività enzimatica da degradare il legno stesso. Velocizzando il deperimento dell’albero e favorendo l’ingresso di nuovi parassiti attraverso le radici o i rami.

Questo processo, lento ma irreversibile, si conclude con la caduta della parte maggiormente marcescente e poi dell’albero intero, il quale sarà colonizzato da funghi saprotrofi che lo degraderanno allo stato di humus.

È grazie a questa successione di eventi pilotata dai funghi, che in quello spazio prima inesistente potranno germinare e nutrirsi di humus i semi delle piante vicine.

La resilienza di un bosco, le dinamiche naturali che portano alla sostituzione degli alberi più deperenti con altri più adeguati a quel luogo e in quel momento dipende in larga misura dai funghi: organismi microscopici poco conosciuti, che spesso vivono nascosti sottoterra o all’interno dell’albero per evitare la luce e la disidratazione.

Specie capaci di adeguarsi all’ambiente circostante attraverso comportamenti così vari e mutevoli da rendere spesso vana la rigida distinzione fra mutualisti, parassiti e saprotrofi.

Comunità complesse capaci di adeguare la loro composizione in funzione della composizione vegetale e delle caratteristiche ambientali e climatiche del luogo.

Organismi che occasionalmente si rendono visibili ai nostri occhi producendo strutture di forme e colori peculiari, indispensabili alla produzione e alla diffusione delle spore: i corpi fruttiferi che noi chiamiamo ad esempio porcini, lattari o cortinari.

Anche per questo, le nostre aree montane sono un insostituibile serbatoio di diversità biologica.

Lucio Montecchio

(Prefazione ad un Atlante micologico di molto prossima uscita. Grazie agli autori per avermi coinvolto)

 

Quello che non so

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Ho già avuto modo di dirlo più volte: a me piacciono le persone che le piante le amano per il sorprendente fatto che esistono, indipendentemente dall’utilità, dalle dimensioni e, tanto meno, dall’età.

Poi, come si sa, ho un debole per gli alberi.

Però ci sono cose che non ho ancora capito.

Non ho ancora capito perché il piantare alberi affinché rinfreschino le nostre città passi come una grande idea, quando siamo stati noi a toglierli solo pochi anni fa per far spazio al nostro parcheggio, al nostro supermercato e al nostro cassonetto dell’umido.

Non ho ancora capito perché piantare sessanta milioni di alberi sia un’idea geniale, quando esiste la legge su un albero per ogni nato da anni che però viene disattesa perché non ci sono i soldi e, soprattutto, spazio.

Non ho ancora capito perché nessuno si ribella quando un’amministrazione pianta alberi sul bordo di una strada o in mezzo a una rotatoria destinandoli a essere massacrati da parcheggiatori e potatori.

Non ho ancora capito perché c’è chi dice di aver cura degli alberi ma sul furgone ostenta una motosega.

Non ho ancora capito perché un albero di 110 anni, 20 metri e mezzo marcio sia più meritevole di attenzione di uno più giovane, basso e sano.

Soprattutto, non ho capito perché diventa un dramma tale da scatenare telefonate ed e-mail il fatto che durante una diretta alla quale non ho chiesto io di partecipare dico che a me sono simpatici i movimenti di cittadini che si mobilitano per il fatto di voler sapere il motivo per cui vengono abbattuti alberi loro.

E’ la libertà, la cosa più preziosa che mi viene in mente.

E’ da quando avevo sui 16 anni che parteggio senz’altro per la gestione condivisa di qualsiasi bene comune, e non l’ho mai nascosto. Poi, sia chiaro, l’amministratore te lo sei votato tu e se non ti ha spiegato il perché di queste scelte prima di applicarle, sappi che hai sempre un’arma potentissima in mano: il prossimo voto.

A corollario: la simpatia non significa appoggio, ma condivisione del coraggio di voler sapere il perché delle cose.

Ecco, come chiuderebbe un mio amico con una delle più belle considerazioni del secolo: “era solo un pensiero”.

– Grazie a Gabriele Romorini (compagno di banco in prima elementare e fino alla fine del liceo) per la bella foto, scattata a Bibione poco fa –

Lucio Montecchio

Mr. Tyler e le foglie lobate

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Nel pomeriggio di oggi risponderò ad alcune domande attraverso un webinar  sull’argomento “Comunicare l’albero”.

Sarà in diretta e non so bene cosa dirò, perché “comunicazione” significa tanto, oppure poco.

Però penso che la comunicazione, per quanto leggera, debba posarsi su conoscenze solide e incontrovertibili, perché il rischio in agguato è sempre il solito: se lo dice uno che ne sa più di me, allora è vero (” l’han detto in televisione”, “si, ma chi?”).

La tazza del caffè di stamattina e la forma della foglia che c’è disegnata sopra, però, mi hanno portato consiglio.

E allora mi è venuto da pensare al fatto che, in natura, la forma spesso coincide con la sostanza. Ma perché una farnia ha le foglie lobate?

“E’ così perché è così”, mi rispondeva sbrigativamente mio padre dopo la dodicesima ora di lavoro, porocristo.

“E’ per prendere più sole”, “No, è per prenderne meno”, direbbe qualcun altro.

La vera risposta è molto semplice: la foglia lobata è un deterrente, un chiaro parametro di adattamento alle situazioni quotidiane, insomma. Di furbizia, se volete.

L’ha dimostrato per primo Steven Tyler nel 1979 in un articolo che, all’epoca, fu certamente sottovalutato.

Lo stesso argomento, poi, fu ridimostrato avvalendosi di metodi più moderni da Mark Robinson nel 1983. E’ un peccato che quest’ultimo non abbia citato Tyler e si sia appropriato di paternità, ipotesi e dimostrazioni non sue attribuendosi ogni merito, ma son cose deplorevoli che a volte succedono.

Ma torniamo a noi. La lobatura della foglia, oramai è chiaro, è un messaggio che dice grossomodo così: “Caro insetto appassionato di croccante mesofillo fogliare, non lo vedi che la parte più saporita se la sono già mangiata i tuoi amici più mattinieri? Se fossi in te non perderei altro tempo e mi sposterei al tiglio lì vicino”.

Eh, si. Ci sono alberi che sono disposti a rinunciare a qualche centimetro quadrato di foglia, pur di ingannare il nemico. Semplice.

.

Ecco, in queste poche righe spero di aver dimostrato come una persona con un po’ di credibilità possa rendere vera una balla inventata fra un caffè e una doccia, perché questa cosa l’ho inventata “di sana pianta” (qui potete sorridere, se volete).

Morale della balla: le informazioni scientifiche sono una cosa seria. Tutto il resto, spesso, è fuffa gratis e piacevole.

La madre delle informazioni scientifiche è una sola: la ricerca scientifica. Che richiede tempo, energia, risorse e confronto aperto. La differenza fra realtà e irrealtà però la si smaschera facilmente, sia chiaro: basta andare a verificare chi l’ha scritto, dove l’ha scritto e chi gliel’ha pubblicato.

Intendo dire che è davvero improbabile che un ricercatore tenga il risultato di una ricerca innovativa in un cassetto o lo racconti solo alle fiere del pisello dolce o lo pubblichi solo nei bollettini parrocchiali, ecco.

Comunque chiudiamo in bellezza: Steven Tyler si arrabbiò tantissimo, mandò in frantumi una tavolata di calici con un bemolle altissimo e mise su una rock band. Tuttora è nel giro della comunicazione, quindi, e da protagonista. Non tutto il male vien per nuocere.

Di Mr. Robinson, invece, mi dicono che continua a frequentare i peggiori bar di Caracas. Male non fare …

A stasera.

Lucio Montecchio

6 luglio 2020

 

 

 

 

 

 

Ciliegie

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“Two lovely cherries on one stem”.

A Midsummer Night’s Dream, W. Shakespeare

Il ciliegio è una pianta furba, perché nasconde ogni singolo seme dentro a un frutto bello, rosso, tondo, fragrante e sensuale.

Sul mio ciliegio i merli ci litigano, per le ciliegie, le ghiandaie invece se le rubano con tanto di picciolo e ogni tanto ne perdono qualcuna in volo, ad esempio sul tetto della macchina che parcheggio quaranta metri più su.

Mi piace pensare che sia perchè, finché volano goffe verso chissaddove, gli tirano una leccatina, socchiudono gli occhi e si distraggono quell’attimo che basta per perdere il controllo.

Le poche che riesco a raccogliere me le assaporo con calma e pudore sotto al portico, possibilmente con un bianco fresco-il-giusto e con una musichina delicata che viene dal blututt.

Me le godo proprio, ecco.

Perché, vedete, la ciliegia non è per tutti: richiede un suo rituale. E’ lei a comandare, mica tu.

La cerimonia, poi, comprende il naturale spargimento aerodinamico del nocciolo affinché anche l’albero, madre e padre, abbia la sua meritata soddisfazione e un buon motivo per farne ancora l’anno venturo.

Io, sulla proiezione del nocciolo ho un record personale di 420 centimetri.

Non un granché, lo so. Oramai credo che non ci siano altri margini di miglioramento, ma notate che l’operazione avviene a parecchi metri dall’albero e quindi, per quanto poco, la mia parte la faccio. Al resto, appunto, ci pensa la ghiandaia e, credo, qualche cornacchia.

Quello che invece non avevo mai pensato si potesse fare è il consumo rozzo e compulsivo, della ciliegia.

Presa così, nella versione “pietà l’è morta”, senza degnarla neanche di uno sguardo direttamente dal cestino di plastica del fruttivendolo, annuendo distrattamente a chi vicino a te sta parlando di cose parecchio serie per poi sputarsi addosso il nocciolo. Sulla mano, intendo.

Ecco, tutto questo per suggerire a chi pensava di pubblicizzare la ciliegia locale in quel modo là di cambiare velocemente consulente, che non ci vuole molto per far meglio.

Sotto a un portico con una ciotola di vetro tonda piena di ciliegie e qualche cubetto di ghiaccio, con un bianchino di fianco e una musichina dei Genesis nell’aria sarebbe venuta meglio, e la proiezione dell’osso sul prato vicino avrebbe anche fatto sorridere.

Di politica, invece, lascio parlare chi ne sa più di me.

Lucio Montecchio

 

 

 

 

Estinzione

Continuo a leggere “Ci meritiamo l’estinzione”, “Ci estingueremo” e via così.

Io credo che questa eventualità non sia nel menù evolutivo, e spero di non sbagliare.

Facendo un ragionamento rapido, fra le 10 persone che frequento di più non se lo merita nessuno, fra le successive 50 neppure.

Arrivando a 100 un paio mi vengono in mente con chiarezza, ma a questi forse basterebbe centuplicare per qualche lungo tempo il costo della corrente elettrica (anche di quella che serve a far andare la pompa quando vanno a fare benzina).

Lucio Montecchio

Facce da Bar

Oltre questa mia tastiera c’è il FaceBar, con le pareti blu e le foto dei clienti in vetrina. Come dal barbiere in Penny Lane.

Soprattutto in tempi di isolamento fisico, il “Bar delle Facce” costa meno del telefono e fa più compagnia, perché ti fa sentire parte di un gruppo, come fino al mese scorso al Bar Centrale.

Al Bar delle Facce ogni giorno è il giorno che vuoi tu.

Chiudi gli occhi, pensa al lunedì e i commenti sul calcio saranno abbondanti, anche in questo periodo di lockdown. Ad esempio, in attesa di tempi migliori c’è chi posta il video (falso o vero non so) di un politico di grido che, incurante dei vicini col cellulare in mano, si fa recapitare a casa un gruppo di ragazzi per far fare una partitella spensierata al figlio.

Negli altri giorni cambia il soggetto, ad esempio si parla parecchio dei vantaggi della bava di lumaca come anti-age (eh, si, perché dovete sapere che la bava sa rallentare il tempo, come ben dimostrato dalla lentezza delle lumache), di quella lì di Sanremo che è brutta perché ha il naso rifatto, oppure delle possibili geometrie del nostro pianeta.

Le dinamiche della discussione sono sostanzialmente le stesse: si confrontano opinioni opposte, ci si insulta per un po’ e poi si da’ tutti ragione all’esperto di turno, che se non fosse che gli mancavano ventotto esami si sarebbe laureato con una tesi in chirurgia dell’esofago. Tanto, a cosa serve una laurea? Lui fa il macellaio già da quattro mesi e la laurea se l’è conquistata sul campo, alla faccia dei figli di papà che vanno all’Università.

Vi faccio un esempio: durante la serata dedicata a “piante, dadi e datteri” si presenta immancabilmente qualcuno con due foto sfocate di un albero che ha già deciso di salvare da un destino crudele, chiedendo di che specie si tratti e soprattutto di che cosa è malato e cosa fare. Perché, si sa, gli alberi sono sempre malati, basta cercare bene. Anzi, no, scusate, non sono mai malati, va tutto bene. Anzi, no, devo sentire un amico, che lui sa. Diagnosi per corrispondenza, insomma, ecco. Smart working.

Ma torniamo a noi.

Nel tempo di cinque minuti parte il “toto-opinione”.
A me interessa: “seguo”, nel frattempo faccio gli auguri di buon compleanno a un amico che neppure conosco, scusandomi (cioè chiedendo scusa a me stesso) del ritardo.
Torno nella pagina dopo venti minuti, osservo e sorrido, pensando al fatto che al mio medico non spedirei mai la foto dei miei occhi arrossati, perché certamente mi risponderebbe “amico mio, devo vederti. Magari poi ti mando da un oculista, o da un epatologo, non lo so. Forse sono solo le grappe che ci siamo fatti ieri sera dal telefonino, ricordi? No, vero?”.
Per fortuna fra gli avventori c’è spesso Gregorio Rasputìn, il vecchio allenatore dell’Albignasego Football Club: lui sa, perché dieci anni fa curava la rubrica scientifica “Io sono io” nel Bollettino di una parrocchia che purtroppo oggi non esiste più per via dei cambiamenti climatici.

Rasputìn posa il calice, si pulisce il naso adunco con la manica sinistra e da sotto i capelli lunghi sentenzia annoiato “carenza idrica: dategli un buon insetticida!”. Si, come abbiamo fatto a non pensarci prima? Non piove da tre mesi ed chiaro che gli insetti pur di bere vanno a succhiare foglie. Ora che ci penso, me l’aveva già detto il mio imbianchino.

E qui, finalmente, arriva il momento tanto atteso. Quello della coesione sociale, del vogliamoci bene, del siamo fortissimi: alziamo tutti il pollice urlando “Like” e brindiamo felici, dandoci delle gran pacche sulla fronte col palmo della mano.

Anch’io, sia chiaro!

Non è difficile: mi convinco per qualche minuto di non aver “mai aperto i libri alle mie spalle, che tra l’altro non sono neanche miei”, come ebbe a dire con orgoglio un personaggio interpretato da quel genio assoluto di Natalino Balasso, il quale chiudeva la questione con “e comunque adesso devo portar fuori il cane”.

Lucio Montecchio

Driomìo!

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Incontrarci per visitare una foresta vergine o un bosco sconosciuto al turismo, è un lusso che io e altri tre amici ci concediamo da qualche anno, sempre in giugno.

Con un anno d’anticipo sappiamo in quale Paese ci si vedrà, con un mese d’anticipo la data e il luogo del ritrovo e tutto il resto ha il sapore della sorpresa, perché chi dei quattro organizza l’incontro cerca di superare ogni aspettativa.

Ci divertiamo come dei ragazzini, lo ammetto.

E così, dopo una giornata di cammino in una faggeta antica, di quelle dove ti aspetti di veder saltare fuori da un momento all’altro Puck, all’ora di cena di qualche mese fa ci siamo abbondantemente rifocillati in attesa che venisse a prenderci … un tale.

Altro non sapevamo, e chiedere, in questi casi, è del tutto inutile.

Ed ecco arrivare Davor e il suo fucile sovrapposto che sarebbero stati, rispettivamente, la nostra guida e il custode della nostra incolumità.

Dopo una decina di chilometri in un fuoristrada coi fari quasi sempre spenti, arriva l’unico ordine, imperativo e categorico: “Da adesso in poi non fate nessun rumore e nessun odore” (si riferiva alle sigarette).

Facciamo un po’ di strada a piedi con lui davanti e finalmente ci arrampichiamo dentro a una vecchia altàna che viene usata per i censimenti faunistici.
“Ecco, stanotte vedrete gli orsi da molto, molto vicino”, ci sussurra il nostro amico con un sorriso soddisfatto.

Passa un’ora, e niente. Passa un’altra ora, e men che meno. E così, infreddolito e inumidito, con in mente un po’ degli orsi che ho avuto la fortuna di vedere in passato, mi abbiocco con la testa appoggiata alla parete foderata di pezzi di moquette finché mi sveglia uno squittìo.
Apro gli occhi, cerco di capire, ma non vedo nulla.

Contravvenendo agli ordini di Davor accendo lo schermo del telefonino e vedo … vedo questa faccina qui, quella della foto.
Un driòmio! Probabilmente curioso di sapere chi gli stava guastando la nottata. Ecco, questo non l’avevo mai visto, neppure da lontano.

Verso le tre, dopo un gruppo di cinghiali passato per rotolarsi nel fango, una gran fuga suina e un silenzio impressionante, sono arrivati gli orsi. Dapprima uno, in avanscoperta, poi altri due a una decina di metri da noi.

Però la sorpresa di quella sera è stato la visita di questo piccolo roditore, schivo e curioso.

Ragazzi, quanto manca a giugno?

Lucio Montecchio

Tre domande secche a … Andrea Pasquini

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Padova, 22 gennaio 2020

Andrea ricorda con precisione alcune cose che gli ho raccontato tre anni fa, ma è il tipo di persona che ti lascia comunque ripetere, così almeno esaurisci l’argomento in fretta e poi si fa sul serio, perché tempo da perdere non ne ha. O, almeno, questa è l’impressione che ho avuto io.

Andrea Pasquini è autore e regista RAI e ha costruito la sua carriera sulla comunicazione e la divulgazione ambientale a vari livelli, da Sereno Variabile a Linea Blu, Linea Bianca, Linea Verde e, non ultimo, SuperQuark.

Ecco a voi le risposte che ha dato a tre mie domande secche, fatte a bruciapelo passeggiando nell’Orto Botanico della mia Università.

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Andrea,

Come mai le trasmissioni televisive di divulgazione scientifica e ambientale destano sempre grande attenzione?
Il nostro pianeta è veramente molto grande e, per quanto ne sappiamo, è un’eccezione straordinaria, complessa ed unica.

Questi programmi televisivi servono ad orientarsi, a soddisfare la necessità del pubblico di conoscere sempre di più i nostri ambienti, anche attraverso la voce di chi li abita. Chiaramente, è necessario che la forma di comunicazione sia sufficientemente semplice e comprensibile.

 

Qual è la trasmissione che ti ha fatto più crescere professionalmente?

Certamente SuperQuark.

Piero Angela mi ha insegnato che per spiegare un evento, qualsiasi esso sia, bisogna prima capirlo a fondo. Sembra una banalità, ma ultimamente non la sottovaluterei.

 

E il luogo che ti è rimasto nel cuore più di altri?

Ho avuto il privilegio, grazie alla RAI, di viaggiare per tutto il mondo, ma proprio tutto. È difficile esprimere una preferenza.

Però la Faggeta del Monte Cimino è davvero, davvero incantevole…

 

La conosco anch’io! L’ho visitata un bel po’ di anni fa, un 21 luglio.

Haha … Ricordo anche la corsa in moto per rientrare a Padova in tempo per il mio matrimonio, alle 10 del giorno dopo.

Buon lavoro, Andrea!

Lucio Montecchio

Vade retro!

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Più di trent’anni fa, il prete di una piccola parrocchia suoi colli euganei ci disse “Mi piacerebbe avere sul sagrato alcuni di quegli alberi piccoli e belli, quelli col fiore viola, come si chiamano?”.

“Cercis siliquastrum, l’Albero di Giuda” rispose Paolo, fresco d’esame di botanica sistematica.

“Ah, no … allora no” ribatté il Don, mogio mogio.

Paolo, ricordi?

Ridemmo per giorni.

E davanti a questo monitor, credetemi, ancora sorrido.

 

13 dicembre 2019

Lucio Montecchio

Amarcord dicembrino

Marco, tornato dopo il referendum del 46, aveva trovato lavoro alla cokeria di Marghera.

Lasciava la bicicletta allo stallo di Correzzola alle 5 e si lasciava cadere sulle panche di legno della littorina, che tutti continuavano a chiamare Vàca Mòra per via del fatto che la motrice di prima era nera, panciuta e ansimava muggiti di vapore.

“Vaca mora, vaca mora, te ne ghé portà in malora” ripetevano gli ex-contadini scendendo a Marghera. In malora, lontano da casa e in un paesaggio che nessuno mai avrebbe immaginato di fronte a Venezia, fatto di petroliere alla fonda, raffinerie e ciminiere che sbuffavano giorno e notte.

Stipendio fisso, straordinari pagati, giorno di riposo e colonia estiva per i bambini furono una succosa carota.

E così, senza un adeguato ricambio generazionale, queste campagne strappate al mare dai nostri antenati persero velocemente il loro valore intrinseco, che prima si misurava nel numero di persone che un campo (un terzo di ettaro) poteva sfamare.

I campi migliori se li comprò a buon mercato uno numero esiguo di forestieri, che cominciò ad accorparli e a farne colture nuove ed estensive, ingorde di fertilizzanti e pesticidi. Veleni, che oggi chiamiamo più elegantemente agrofarmaci.

Il boschetto di pioppi e salici dove passavo molti pomeriggi estivi a giocare coi miei compagni di scuola, invece, in un batter d’occhi diventò uno dei molti campi di bietole che il Beljo, lo zuccherificio costruito con capitali belgi, trangugiava senza sosta per tutta la durata della campagna saccarifera.

Un giorno raccolsi dal fosso una tartaruga d’acqua capovolta e oramai mezzo mangiata dai pesci gatto.

Mio zio Bepi, da dietro il suo enorme naso adunco,  mi disse di non bere più l’acqua del rubinetto, che era avvelenata.

Invece di rimuovere la causa, da allora iniziammo a comprare acqua confezionata.

Padova, 6 dicembre 2019

Lucio Montecchio

 

Paraballe

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Capo! Cosa ne facciamo di quel container di interni per mutande?

A cosa ti riferisci?

Ai paraballe da 4 euro, quelli modello Tafazzi.

BiPPO: Biconchiglia  Protettiva POlistirenica. Chiamiamo le cose col loro nome, per cortesia.

Va ben, dai, BiPPO. Comunque sono là da tre anni, non se ne vendono più e smaltirli costa più di quel che li abbiamo pagati.

Dobbiamo trovargli un’altra funzione. Fammici pensare … Dai, che è la settimana del Black Friday e la gente compra di tutto.

Se li macinassimo e ne facessimo neve da presepe?

Capo, oramai col riscaldamento globale nei presepi ci mettono gli ombrelloni.

E vassoietti monouso? Che così noi li vendiamo e se li smaltisce chi li compra?

E chi vuoi che li compri, capo?

Beh … Dobbiamo renderli interessanti, valorizzarli. Renderli preziosi scrigni per qualcosa di ricercato, colorato, che attiri l’occhio.

Palle di Natale?

No, dev’essere qualcosa che non ci costa nulla. Dobbiamo vendere paraballe, mica quel che ci mettiamo dentro!

Cachi!

Scusa?

Cachi, capo! Dove abito io è pieno, cadono per terra e restano là a marcire. Sono belli, tondi e arancione.

Ottima idea, Arsenio! Ottima idea.

Ci mettiamo sopra una pellicola di plastica e una bella etichetta col simbolo del riciclo, che fa figo. Vassoio, secco. Pellicola, plastica. Residuo organico, umido. Etichetta, carta.

Signorina, ci faccia portare due prosecchini.

Fu così che, nell’arco di pochi anni, il frutto più povero che più povero non si può, arrivò nei nostri supermercati a 4 euro al chilo: il prezzo di un paraballe modello Tafazzi.

Mettete un caco nel vostro giardino: sarà un generoso, saporito albero di Natale.

Padova, 28 novembre 2019

Lucio Montecchio

Ho sognato mio padre

Ho sognato mio padre, stanotte.

Di solito lo vedo camminare lungo una salita. Spesso si gira e mi sorride come a dire “Avanti, dai”.

Stanotte, invece, la lapide era a casa mia e l’ho fatta scivolare di lato.

Lui era lì, immobile come in quell’ultimo giorno.

Poi ha aperto gli occhi e spostato lo sguardo, indicandomi un piccolo tiglio che stava crescendo là dentro.

Ho sognato mio padre e un tiglio, stanotte.

Parigi, 21 novembre 2019

Lucio Montecchio