Germogli!

Ma che soddisfazione!

Ieri pomeriggio è uscito Germogli, una raccolta di racconti tratta da questo blog.

Però devo essere sincero: è stato Matteo Righetto a convincermi a fare questo passo, io mi sarei fermato alle mie storielle da insonne. E poi ci ha messo il suo bel carico anche Giorgio Gobbo, che quando ti guarda dai sui due metri di statura non gli puoi mica dire di no, giusto?

Allora succede che l’ego sborda dal buonsenso e osi chiedere ad un editore, così tanto per provare, mettendo come condizione il “visto e piaciuto, parolacce comprese”, sperando forse in un “allora no” liberatorio. E invece ti senti rispondere “va bene!”.

A dir la verità pensavo che estrapolare i racconti più graditi, rivederli, aggiungere e togliere qualcosa per poi dargli una passatina di colla e impacchettarli l’uno dopo l’altro sarebbe stata una cosa semplice e veloce, e invece mi ci è voluto tutto Agosto.

Ed eccoci qui: Germogli, il titolo di uno dei racconti nel quale descrivo una passeggiata intima a Paneveggio con un Maestro della letteratura.

E poi, a leggere la meravigliosa prefazione di Matteo Righetto che trovate qui fa voglia di comprarlo anche a me.

Dimenticavo la cosa più importante (vedi l’ego che scherzi ti gioca?).

Questa è un’operazione di fundraising: i proventi della prima edizione andranno dritti dritti al “Progetto400” dell’Università di Padova (c’è scritto sulla copertina), grazie al quale stiamo cercando di piantare alberi giovani per proteggerli, lasciarli crescere in libertà e studiarli durante il loro sviluppo per i prossimi 400 anni. Non l’ha mai fatto nessuno e non credo proprio che noi avremo la fortuna di vedere come va a finire, ma l’UniPD sta per celebrare i suoi 800 anni di storia e mi sento di poter dire che, in fondo, basta crederci.

Allora, se volete essere complici di questo sogno, correte in libreria o pigiate qui (è anche possibile comprarne moltissime copie, ad esempio per farne regali di Natale).

Germogli !!!

Lucio Montecchio

Austerità

All’inizio degli anni settanta il petrolio e i suoi derivati, fino alla corrente elettrica, erano contingentati.

I motivi erano sostanzialmente bellici: la chiusura del Canale di Suez durante le guerre mediorientali a cavallo fra anni 60 e 70 e l’embargo arabo dovuto al fatto che nel 73 ci eravamo schierati dalla parte di Israele.

L’illuminazione delle vetrine e le insegne elettriche furono proibite, per strada c’era un lampione acceso ogni tre ma, soprattutto, nei giorni festivi si potevano usare solo mezzi pubblici e biciclette.

Le domeniche invadevamo le strade di palloni e biciclette.

Non credo che sia morto qualcuno, di austerity (ma perché non la chiamarono in italiano?).

Abbiamo risparmiato soldi e ambiente.

Dal primo ottobre la bolletta elettrica aumenterà del 40%, dice il Ministro alla Transizione ecologica.

Quaranta per cento.

Dice che le aziende, dopo il rallentamento dovuto al Covid, stanno producendo a pieno regime e hanno bisogno di più energia che, prodotta coi metodi attuali, non basta più.

Tutto questo si scaricherà sul prezzo finale dei prodotti di quelle aziende (che potremo scegliere se comperare oppure no) e sulle nostre bollette di casa.

Quaranta per cento.

Non credo che cambieremo le nostre abitudini.

Sarà più facile cambiare opinione sulla necessità del nucleare, ma spero di sbagliarmi.

Penso che un po’ di austerity preventiva, prima che siano le guerre e i grandi colossi dell’energia a imporcela, non sarebbe male neanche oggi.

LM

Il traguardo

A volte mi capita di non farcela, ad arrivare in cima.

Anzi, praticamente sempre.

Arrivo dove posso, mi fermo a fare qualche foto come questa, mi lamento con me stesso e poi dell’età e degli scarponi che ho fatto risuolare già due volte.

Osservo la calluna in fiore, l’ultimo bombo della stagione, un masso coi licheni e i muschi; cerco di ricordarmene il nome ma lo so già, che è una fatica inutile.

Allora cerco un posticino tutto mio all’ombra di un larice, tiro fuori mezzo filoncino, un culo di salame o un pezzo di Vézzena, la borraccia grigia col cabernet.

Tolgo scarponi e calzettoni, metto i piedi nel torrente gelato e saluto chi passa di là.

Con calma.

Io volevo arrivare fin qui.

E’ che non lo sapevo.

LM

Roots’n’Seeds

“Roots and Seeds XXI” è stata una manifestazione organizzata la scorsa settimana da Quo Artis all’Università di Barcellona alla quale sono stato immeritatamente invitato a dire la mia sulla cosiddetta Biodiversity Crisis.

Non vi nascondo che su un tema così abusato mi aspettavo una cosa forse un po’ pallosa e invece è stata un’esperienza fantastica, inattesa, cordiale e ricca di emozioni nuove da portare a casa.

Immaginate un gruppo di 25 persone piluccate nel mondo fra botanici, coltivatori, filosofi, imprenditori, architetti, giornalisti, curatori di musei e artisti, la maggior parte, giovani e meno giovani. A parlare assieme per due giorni, cordialmente, senza gelosie e protagonismi.

Tutti con una visione diversa e complementare, a raccontarsi dei mille incroci possibili fra discipline solo apparentemente lontane, ma che si possono incontrare e amalgamare nel complesso sistema della comunicazione ambientale.

A respirare erbari, panorami, installazioni di artisti giovanissimi, giardini e orti.

E poi a provare a farla, una comunicazione diversa, passeggiando nell’orto botanico, fermandosi a disegnare una pianta e a commentarla. C’è stato chi ha scelto un cipresso, chi una felce, chi una palma, chi un’erbetta che cresceva fra i mattoni del vialetto. C’è stato chi ha disegnato cose che vedeva solo la sua immaginazione. Nei commenti nessuno (nessuno) ha parlato di ossigeno, di anidride carbonica o di riscaldamento globale, ma di emozioni.

Germogli, finalmente!

Per me, abituato a congressi fra parrucconi, questa è stata una delle cose più strane e più belle.

Da ripetere mille volte.

Grazie a Tatiana, a Claudia e a tutti i miei nuovi amici, davvero.

Lucio Montecchio

(una sintesi più argomentata dell’incontro del primo giorno la trovate su El Pais, qui).

E’ Primaveeraaaa

Stamattina è andata così, e perciò rilancio “Boschi fluviali”, tratto da Germogli (e spero che la Cleup mi perdoni).

Boschi fluviali

Pellice, Dora Baltea, Doria Riparia, Sesia, Ticino, …

A nove anni recitavo a memoria gli affluenti del Po di sinistra e poi quelli di destra, in bell’ordine.

Saperli era un obbligo, così com’era doveroso balzare in piedi all’ingresso del Maestro Ferro e recitare con lui il Padrenostro.

Con tutte quelle erre, Doria Riparia mi faceva ridere. Taro era gradevole, anche Oglio non era male.

Sono nato lungo un fiume, vissuto lungo un altro fiume e la prima cosa che vedo ogni mattina è un fiume ancora diverso, “Sacro alla Patria”.

Se ci nasci, un fiume è parte di te, vivi e soffri con lui.

Scopri quanto questo ecosistema che attraversi frettolosamente tutti i giorni, che parte sottile e veloce e termina largo e lento, possa essere vario. Di metro in metro e di giorno in giorno. Per chilometri e per anni.

Il fiume della mia infanzia è fatto di pioppi e salici sotto ai quali far festa il giorno di San Marco, di macchie impenetrabili di canavèra dalla quale ricavare canne da pesca rudimentali, di rovo inespugnabile che dà rifugio ai fagiani scampati alla stagione di caccia, di topinambur ed erbe varie che le nostre mamme ci hanno insegnato quando raccogliere e come cuocere.

Ogni tanto ci torno, su questo mio fiume d’infanzia.

Parcheggio nel solito posto e cammino fino alla piazzola che si è attrezzato il pescatore che ogni tanto scorgo con la coda dell’occhio passando veloce, per andare a salutare mia madre.

Se l’erba non è bagnata mi siedo un po’ più in alto sotto al pruno storto, a riassaporare profumi di cinquanta anni fa e a riflettere su cose più moderne.

Quando sono a casa, invece, sul fiume ci vengo tutte le mattine un po’ prima dell’alba.

A volte l’insonnia e la pigrizia mi autorizzerebbero a procrastinare, ma Meg non ne vuol sapere perché c’è da far corse avanti-indietro, svegliare le gallinelle e rompere le balle alle garzette e agli aironi che dormono in quella posa ridicola.

Passeggio, ascolto, mi fermo a osservare.

Credo che il merlo di stamattina stesse esplorando l’edera abbarbicata sui resti del ponticello di ferro in previsione di metter su famiglia o, forse, anche lui era semplicemente curioso.

…, Secchia, Panaro, Maira, Enza.

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Lucio Montecchio

Grazieeee

È da un bel po’ che non scrivo, mi mancano i pensieri. Forse, più semplicemente, mi mancano le parole che sentivo al bar: il mio teatro quotidiano.

Però poco fa ho ricevuto questo messaggio da un amico che mi è stato Professore quando avevo vent’anni.

E mi emoziona.

E mi sta tornando la voglia.

Grazie, F. Grazie.

Il ragazzo (de ‘na volta)

“Che ti posso dire di più, ora, Lucio? Ora che l’ho terminato, e che ho ripreso a leggerlo, saltando di qua e di là, a godermi e a rigoderei alcuni passaggi? Non so, non so davvero cosa dire di più: forse che dentro c’è genialità, una sottile genialità che colpisce per l’imprevedibilità? C’è un uso particolarissimo, di sicuro personale, credo non ragionato, del fraseggio, che in alcuni passaggi è tronco, ed è come un pugno che ti sospende il respiro, e ti lascia attonito a pensare, ma altre volte invece si distende, e scivola via portandoti altrove, e devi tornare indietro di corsa a capire, a capire di più quello che hai nascosto tra le parole … Stupefacente. Negli anni passati sono stato in giuria di un premio letterario. Ha litigato a lungo con gli altri giurati, figure certo di buon livello culturale, ma tutte di formazione diversissima, e dunque inclini ad una visione particolare, spesso forzata, della scrittura: metti insieme un architetto ed un alpinista-scalatore, un sociologo ed un paesaggista urbano … impresa impossibile. Eppure tutti si dovevano cimentare intorno al concetto di Letteratura, o di Letterario, l’attributo che è ancora più sfuggente da intendere. Ricordi il liceo? E la letteratura italiana, o quella latina o quella greca, se hai fatto il classico? Studiavi Letteratura, ma da nessuna parte ne trovavi una vera definizione. Beh, siamo arrivati alla conclusione che è letterario ciò che sposa logos con ethos e con pathos, cioè che trasmette un pensiero (si diceva la morale della storia, una volta) attraverso le parole, o il linguaggio (può essere anche quello dei colori, o delle forme) facendo tremare l’anima con le emozioni. Li ho messi tutti d’accordo. E capisci la morale: hai fatto vera letteratura. Mi piaci, ragazzo!!!!”

Repubblica.it

Orti botanici – Padova, dalla salute delle piante la salute del pianeta

Riuscite a immaginare un mondo senza piante? Ecco perché la vita per noi esseri umani e per le altre specie non sarebbe possibile. Lo spiega Lucio Montecchio, patologo vegetale dell’Università di Padova per la terza tappa del nostro viaggio alla scoperta dei giardini d’Italia.

A cura di Fabio Marzano (video.repubblica.it)

https://video.repubblica.it/green-and-blue/biodiversita/orti-botanici-padova-dalla-salute-delle-piante-la-salute-del-pianeta/377487/378097?fbclid=IwAR1XLiMReMTTmVYliTJlSfsAglf6Wvk4Smbypgaf9Xo3h4t34cjnKzMS-1A

Il due percento

Caro Assessore, da quanto tempo!

Bene, bene, grazie. E lei? Eh, lo so, con questo smart working non si riesce più a far le cose per bene …

Senta, come starà già immaginando, la chiamo per parlare di alberi.

No, non quello della foto, dai, lo sappiamo tutti e due che non sono capitozzature e che il collare dei rami è stato salvaguardato. No, no, proprio un bel lavoro, ineccepibile. Proprio come dicono le antiche ma pur sempre sacre letture.

A dir la verità io la chiamavo per darle un’ideona primaverile.

L’ho chiamata “Due per cento”. Eccola qui. Facile facile.

Si prende il numero totale di alberi della città, che lei avrà sicuramente in uno dei tanti faldoni, e se ne calcola il 2% applicando la seguente formula: numero totale x 2 / 100.

Non è difficile. Se ad esempio ha 1274 alberi, 1274 x 2 fa 2.548, che diviso 100 fa 25,48. Siccome però le frazioni di albero sono previste solo nell’ambito del quotidiano uso della motosega, come nel caso della foto, arrotondiamo pure per difetto: 25 alberi.

Il più è fatto, ancora un attimo di pazienza.

A questo punto si fa un giretto a piedi e si scelgono, fra i 1274 alberi, tutti quelli che non hanno nessun ostacolo in un raggio di quaranta metri. Intendo case strade vicoli e palazzi, piste ciclabili, fontanelle e quant’altro (che poi non ho mai capito cos’è questo “quant’altro”). Panchine e cestini si possono spostare.

Facciamo che siano un centinaio. Ecco, fra questi si scelgono i 25 che piacciono di più (vecchi o giovani, dritti o storti, conifere o latifoglie, vicini o lontani) e si decide di non toccarli più, mai più. Neanche se pèrdono un ramo, neanche se cadono per terra. Li si lascia là per sempre, per vedere cosa succede, per portarci le scolaresche a vedere i funghi e i lombrichi, per poter dire ai nipoti “questa cosa qui l’ho voluta io e ho fatto risparmiare un sacco di soldi”.

Poi si va dal sindaco e si fa fare una bella ordinanza, si chiama il solito giornalista proponendogli già il titolo “Eccolo qua il duepercento” e ci si mette sopra il proprio nome in bella vista, che alle prossime amministrative può tornare utile.

Tutto qui. Del 98% che resta si continua a fare come si crede, come sempre. Come nella foto qui sopra.

Cosa ne pensa?

Buona primavera!

Lucio Montecchio


Piantumare

Oh, come li capisco i colleghi che strabuzzano gli occhi quando leggono o sentono dire “piantumare” invece di “piantare”.

Ma, si sa, oramai se non usiamo parole che riempiono per bene la bocca ci resta una specie di colpo in canna che rischia di prendere l’umido. Una specie di languorino residuo che non è proprio fame, ma un’irrefrenabile voglia di farla fuori dal vaso. Vero Ambrogio?

A me, ad esempio, spiace dare un buon voto agli studenti che studiano su libri stampati da case editrici importanti fidandosi degli autori e poi, parlando di legno cariato, scuro e marcio, lo definiscono “discolorato”, oppure “decaduto”. Ma in quei libri c’è scritto così, i traduttori dall’inglese vanno perdonati perché non sanno quello che fanno, il mio non è un esame di fisica nucleare e così tralascio. Quasi sempre.

Che poi vorrei anche parlarvi dell’imperscrutabile concetto di “legno secco fisiologico”, che anche lui riempie la bocca, ma su questo mi creerei troppi nemici e un cambio di gomme mi costerebbe mezzo stipendio.

Per tornare al vero problema del secolo, comunque, mi sento di proporre le seguenti alternative a “piantumare” (a condizione che poi si proceda in fretta, scegliendo alberi orgogliosi di esserlo e immaginandoli già grandi come farebbe un padre con un figlio, insomma. Oppure come farebbe una persona intelligente).

Ecco, a me piace l’agreste “trapiantare” ma offro volentieri, e giuro che mi adeguerò, baccheggiare, baciucchiare, barbicare, battimare, bifilare, bilanciare, bollicare, brillantare, bulinare, calandrare, campicchiare, capillare, caricare, coricare, cicalare, compattare, immolare, incappare, interzare, inzuppare, livellare, palettare, premurare, regalare, sostanziare, zufolare, fischiettare, fusteggiare, festeggiare e poi brindare.

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Che poi, alla fine, a me va bene anche “piantumare”, sia chiaro. Mal che vada tralascio. Quasi sempre.

Lucio Montecchio

DAD (discussione a distanza)

Caro zio.

La maestra Rosa, che come dice il papà sarebbe bella anche se avrebbe un nome diverso, mi à detto che si vede propio che non vieni dal ramo della mamma. Che loro sì che sono di rassa intelligente.

E à detto anche che una volta eri anche bravo, come quando che ai scritto il libro dei Germogli, ma dopo ti è andato il grasso della sopressa di Valli del Pasubio fin drento al sangue e non ài voluto fare il reàb col cataplasma di bacche di gogi, che io non so gnanche cosa vuole dire.

D’ognimodo la maestra à sbuffato drento la mascherina e poi à detto che sei propio un sìnpio, perché i alberi inportanti nella storia dell’uomo sono propio pochipochi, come il pomaro della Eva che non era neanche un uomo e l’albero di Natale, che Natale sì che era un uomo che faceva il postino maschio che entrava sensa suonare.

E la maestra Rosa à detto anche che se i alberi fossero davvero inportanti per la nostra storia come dici tu alora esisterebbe l’età dei alberi inoltre a l’età della pietra e a l’età del ferro e a l’età del rame e a l’età del bronzo.

Che ai siensiati ci sarebbe costato ben poco aggiungere una riga indentro il libro di storia e meterci anche l’età dei alberi, perché bastava contare i anelli. Onò?

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Però adesso non rispondere che va bene così che devo studiare come si fa il sapone antivirus col grasso dei bisontignù.

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Tuo Marzio che ti vuole bene lo stesso anche se forse à ragione la maestra

DAD (didattica a domicilio)

Componimento: cosa ai fatto ieri di bello

Ieri che pioveva di stravento il mio zio Lucio mi ha fatto vedere un documentario che si vedeva che i alberi sono molto importanti, perché se non cerano i alberi eravamo ancora indentro le caverne a fare il fuoco con la paglia che non dura neanche tanto e a ingrumarci tutti assieme sotto la pelliccia stanfona di qualche bisontegnù morto di tristessa e crepacuore.

E invece coi alberi siamo stati buoni a fare le case di legno e anche i archi e le frecce e lo spiedo di bisontegnù che corre veloce meno di una freccia. E poi i recinti per metterci dentro le bisontesse che facevano i gnù domestici.

E anche le sedie e le porte e il pavimento parchè.

E anche la carta igienica profumata e morbida e coi coniglietti disegnati sopra. Che se non era per gli alberi sinò ci tocava di pulirci il culo con le foglie di melansana che però l’anno inportata con le navi di legno.

Eco maestra, questo ò inparato ieri, ma per fortuna oggi cè il sole e si riprende con la didatica a scuola, perché a me i documentari dei alberi mi fano venire sonno.

Marzio