Vaia

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Dall’alto della valle, Sbrègo si lasciava carezzare dall’ultimo venticello caldo e piovoso di fine stagione, prima che l’inverno arrivasse a fare il suo.

Scirocco: profumo di salsedine, di sole e di rosmarino.

Immaginava di sorvolare il sūq di Tunisi, e poi una distesa di dune fino a un’oasi lontana, coi bambini intenti a prendere gli scorpioni per la coda e una Fata Morgana seducente e irraggiungibile.

Non sapeva spiegarselo neanche lui, ma era iniziato tutto cinquant’anni prima, quando un lampo l’aveva aperto per lungo. Fu un elettroshock brutto brutto, però da allora prendeva Capodistria, la Rai e qualche TV minore.

Quando il cielo era terso riusciva anche a vedere dei bei documentari alla BBC.

Però se la tirava. Oh, se se la tirava!

Non vedeva l’ora che crescesse un nuovo albero per dar sfoggio di saperi sportivi, cromatici, ecologici, pentatonici ed endecasillabi.

Una volta riuscì a stupire un gruppo di salici raccontandogli che dall’altra parte del mondo ci sono alberi acquatici con le radici all’insù, ma quando un paio d’aceri si girò ridacchiando, chiuse velocemente il discorso con un altezzoso “Idit qui non servat occidit”.

Non sapeva neanche lui cosa significasse, ma quel moncone di frase rubata alla pubblicità del Petrus suonava bene.

Saccente e permaloso come un vecchio. Stimato e rispettato come un saggio.

“An ancient tree”, commenterebbe Neville.

 

“Non è niente, è solo vento africano. Annusatelo e godetene”, disse con voce rassicurante ai giovani pioppi che tremolavano lungo la riva del torrente.

Di lì a poco, però, la pioggia si mise a cadere sempre più forte, aprendo dei rivoli veloci nel bosco.

Soprattutto, pioveva sabbia fine e rossa, di quella che smeriglia le foglie.

Le chiome oramai garrivano.

Anche quelle degli abeti, che lui chiamava “soldatini di legno”: stessa livrea, età e statura. Allineati e coperti come in una piazza d’armi.

“Mi spezzo ma non mi piego” recitava il loro motto.

“Vedremo, vedremo, con quelle gambe lunghe e la chioma così alta. Vedremo”.

E poi ci fu quel bagliore fumoso e rossastro che veniva dall’appennino, o giù di là.

“Ragazzi, mi sa che stavolta vien su un vento che ricorderemo a lungo. Aspettiamo ancora qualche ora e, se non cala, ci organizziamo. Tutti pronti alle prime luci”.

Fu una notte insonne.

Per il vento, per la pioggia e perché la memoria lo portava sempre a quel maledetto fulmine.

Anche lui, nel buio, tremava.

“Fra dieci minuti! Pronti con la testuggine!”, tuonò.

Qualcuno iniziò a girare su se stesso, altri iniziarono a piegarsi indietro. C’era chi copiava dal vicino e chi fischiettava guardando in alto. Insomma, un gran casino disordinato.

“Va ben, dai. Mischia ordinata!

– Applauso –

Aceri e frassini: tutti a destra.

Faggi: tutti a sinistra.

Tutti gli altri: occupate i buchi più bassi. Anche voi, noccioli là in fondo. Anche le betulle!

Ancorate le radici al sasso più grosso che trovate.

Piegatevi lentamente in avanti. Piano, che così a freddo vi rompete.

Abeti, cervi e caprioli, dietro.

Prima linea, in ginocchio. Seconda e terza linea, coprire i buchi e pronti a spingere.

Quando la prima raffica toccò i  100 all’ora, Sbrégo urlò “Crouch!”

“Scusa, cossa vol dire?” Chiese un sorbo arrivato da poco.

“Legatevi coi vicini e intrecciatevi con quelli dietro!

Il vento cercherà di sollevarvi. Non fatelo passare o vi rovescerà tutti assieme.

Deve volarvi sopra come foste un corpo unico, rigido ed elastico, duro e morbido. Alla fine, lui si stancherà prima di voi, vedrete.

L’acqua cadeva e correva, i sassi correvano e cadevano.

Il vento si trasformò in una massa densa e nera. Per qualche motivo irrilevante urlò il nome di una signora tedesca e iniziò a tirar mazzate come un ariete spartano.

Bam. Bam. Bam. Bam. Per ore.

Ammainate le vele!

“Scusa?” chiese perplesso il sorbo di prima.

“Mollate le foglie alte, porcamalora! Dovete far sfiatare l’aria che passa da sotto, sennò vi scoperchia”.

“Anh … ‘desso go capìo, Mister”.

 “E’ solo aria. Chiudete gli occhi e spingete. Tu, là in fondo, abbassa i rami fino a terra e spingi!”.

“Fatelo per voi, fatelo per i vostri figli, la vostra famiglia, la patria, la gloria!”

– Forse mi sono lasciato prendere la mano – pensò, ma ne ebbe certezza quando uno dei molti piloni schierati a sud, che spingeva come un toro da ore, urlò a denti stretti “Va in mona!”.

Fu dura, durissima, ma fu così che la squadra più selvatica, sgangherata, irriverente, multietnica e multietà di Sbrègo riuscì a rimbalzare il vento chissadove.

Certo, rimasero a terra molti feriti e alcuni morti, ma il bosco aveva salvato sé stesso, come tutte le volte precedenti. E anche i due paesini a valle.

Sbrégo ne uscì con qualche altra ferita, ma ancora troneggia spavaldo dall’alto della sua collina. Pronto a nuove battaglie e certo delle future vittorie.

“A veteran tree!”, esclamerebbe Neville.

___

Fra pochi giorni, giornali e televisioni celebreranno gli abeti spezzati da Vaia. Parleranno ancora di metricubi o di ettari e misureranno il danno in soldi.

Ben pochi spiegheranno perché molti boschi ce l’hanno fatta.

Padova, 18 ottobre 2019

Lucio Montecchio

Game over

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Però io ve l’avevo detto che non c’era più tempo.

Ci avevano provato in mille modi a farcelo capire, anche scendendo a compromessi discutibili.

E noi niente, a tagliare per il gusto di tagliare, a piantarli dove non volevano, ad avvelenarli per un po’ di mele in più, ad ammazzare quelli che pretendevano di spostarsi troppo.

Non dite che non lo sapevamo …

Lo sapevamo da quando abbiamo deciso di tagliare più alberi di quelli che crescevano.

Ne abbiamo uccisi milioni per far spazio alla soia ogm, alle piste da sci, alla palma da olio e a quell’autostrada inutile.

Lo sapevamo da quando abbiamo iniziato a violare le tombe dei loro antenati per farne gomme invernali, scarpe da tennis, moplen e bambole gonfiabili.

A comprare zucchine avvolte nel domopak e a sprecare la carta perché “tanto, si ricicla”.

Abbiamo riempito di diserbante i fossi, le tartarughe e l’acqua del rubinetto. Avvelenato le farfalle e le api. Le api!

E così, il bosco ha chiamato questa interminabile pioggia per un fuoco di copertura, per impedirci di accendere decespugliatori e motoseghe.

Eccoli qui, li ho fotografati di nascosto: sono Aceri, fanteria d’assalto. Un Battaglione San Marco perfettamente mimetizzato fra l’erba.

Tutti su col periscopio ad osservare le nostre debolezze, ad aspettare il momento buono per dare il via a una guerra chimica globale, epocale.

Sarà un’enorme nuvola trasparente, un prolungato rigùrgito di anidride carbonica. Peggio del fosgene sul San Michele.

Lo sentite già questo pizzicore al naso?

Ammazziamoli tutti, subito, o sarà troppo tardi !!!

Gino, vai col glifosate!

Lucio Montecchio

Fra i rami e il cielo

“Sembrerò morto e non sarà vero”. Antoine de Saint-Exupéry.

Ho conosciuto Teresa il giorno in cui è entrata in chiesa, scagliandosi come una furia verso quel prete che poco prima aveva cacciato in malo modo Nicola dall’incontro di preparazione alla prima comunione perché, a suo dire, aveva i capelli troppo lunghi.

Erano semplicemente dei lunghi boccoli biondi, come quelli del bambino sulla scatola dei biscotti Nipiol che lei aveva ritagliato e teneva con orgoglio fra le foto e le pagelle di un figlio al quale aveva fatto anche da padre.
“Vai a tagliarti la lana, capellone” negli anni ’70 significava un sacco di cose, tutte negative.
Ero troppo lontano per sentire cos’ha detto a Don Severino quel giorno, ma alla fine se n’è andata indicando con fermezza la lunga chioma di Gesù, sul dipinto in fondo.
Quelli erano i tempi in cui, per essere parte di una comunità di tremila persone, dovevi essere ben voluto dal sindaco, dal farmacista e dal prete. Il resto veniva dopo.
Quel giorno, lei aveva scelto di allontanarsi dal prete e dalla chiesa.

Da quella chiesa.

Teresa era l’ultima di sei figli, cresciuta come tanti altri in una famiglia che aveva imparato a sue spese che, per sopravvivere alle difficoltà, lamentarsi serve a ben poco.

Ognuno contribuiva secondo le proprie capacità.

Papà Piero era il primo a uscire e l’ultimo a rientrare.

Quando tornava dallo zuccherificio andava nei campi finché c’era luce e poi si attardava sotto al solito ciliegio, pensoso e in compagnia di quel trinciato forte che sapeva rollare con una mano sola.

Teresa, “la piccola”, lo raggiungeva quasi sempre, curiosa di nomi di animali e di storie, vere o finte che fossero.

Come quella volta in cui, sulle ginocchia di papà, scoprì che quell’albero era il braccio di un uomo enorme che saliva da terra, con la mano aperta per toccare le nuvole con le dita.

E’ per questo che mi fermo qui ogni sera. Sotto di noi c’è l’altra mano, che regge il peso delle nostre giornate.

Ascolta: lo senti sussurrare fra i rami?

Gli indiani chiamano questi alberi Totem.

Gli alberi sanno, perché sono fatti di tempo, di quello nostro e di quello di chi li ha protetti prima di noi.

Quando io non ci sarò più toccherà a te tenergli compagnia. Lui saprà ascoltarti, e ti parlerà con la voce del vento.

Teresa non poteva sapere che, dopo qualche giorno, papà sarebbe andato in cielo per colpa di un brutto male.

Si, all’epoca non si diceva morto, non si diceva tumore.

E così, negli anni, Teresa aveva preso l’abitudine di andare al ciliegio quasi ogni sera, anche in quelle giornate autunnali bagnate, quelle che velano i colori di grigio.

Si sedeva su una di quelle radici grosse e guardando la chioma alla rovescia gli raccontava di com’era andata la giornata, della mamma sempre più anziana e soprattutto di Nicola, coi boccoli biondi come il bambino dei biscotti.

Capitava anche che Teresa infilasse dentro a quel buco enorme fra le dita del ciliegio una sigaretta sottratta a Guido, oppure un bigliettino coi suoi segreti più intimi.

Perché, se l’albero era fatto di tempo, papà era ancora lì.

Da qualche parte, fra i rami e il cielo.

Lucio Montecchio

L’albero di Natale

Natale passa i suoi giorni fra un letto e una carrozzina.

Spesso, quando dorme rivede quella curva ghiacciata e si sveglia con l’ansia, ma non c’è nessuno a stringergli la mano.

Allora cadenza il respiro sul blues della lucetta che lampeggia sopra alla presa dell’ossigeno e pensa a Teresa che passerà nel pomeriggio, ai figli che verranno appena potranno, alla casa, agli amici e ad altre cose. Soprattutto se gli scappa lo sguardo sul culo della Loredana, quella del turno di notte.

Natale ha un albero. E’ suo o, quanto meno, sono quindic’anni che gli piace pensarlo.

E’ il pino che spunta dal muro di cinta, di fronte alla vetrata del soggiorno.

Guarda, osserva, immagina.

Ricorda il profumo del mare e lo trasforma in parole, per non dimenticarlo.

Compone poesie, Natale.

Teresa lo sa.

Lucio Montecchio

 

 

Amarcord dicembrino

 

 

Marco, tornato dopo il referendum del 46, aveva trovato lavoro alla cokeria di Marghera.

Lasciava la bicicletta allo stallo di Correzzola alle 5 e si lasciava cadere sulle panche di legno della littorina, che tutti continuavano a chiamare Vàca Mòra per via del fatto che la motrice di prima era nera, panciuta e ansimava muggiti di vapore.

“Vaca mora, vaca mora, te ne ghé portà in malora” ripetevano gli ex-contadini scendendo a Marghera. In malora, lontano da casa e in un paesaggio che nessuno mai avrebbe immaginato di fronte a Venezia, fatto di petroliere alla fonda, raffinerie e ciminiere che sbuffavano giorno e notte.

Stipendio fisso, straordinari pagati, giorno di riposo e colonia estiva per i bambini furono una succosa carota. La creazione di nuova categoria sociale sostanzialmente priva di diritti che oggi diamo per scontati, furono il bastone.

E così, senza un adeguato ricambio generazionale, queste campagne strappate al mare dai nostri antenati persero velocemente il loro valore intrinseco, che prima si misurava nel numero di persone che un campo (un terzo di ettaro) poteva sfamare.

I campi migliori se li comprò a buon mercato uno numero esiguo di forestieri, che cominciò ad accorparli e a farne colture nuove ed estensive, ingorde di fertilizzanti e pesticidi.

Il boschetto di pioppi e salici dove passavo molti pomeriggi estivi a giocare coi miei compagni di scuola, invece, in un batter d’occhi diventò uno dei molti campi di bietole che il Beljo, lo zuccherificio costruito con capitali belgi, trangugiava senza sosta per tutta la durata della campagna saccarifera.

Un giorno raccolsi dal fosso una tartaruga d’acqua capovolta e oramai mezzo mangiata dai pesci gatto.

Mio zio Bepi, da dietro il suo enorme naso adunco,  mi disse di non bere più l’acqua del rubinetto, che era avvelenata.

Padova, 6 dicembre 2019

Lucio Montecchio

 

Paraballe

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Capo! Cosa ne facciamo di quel container di interni per mutande?

A cosa ti riferisci?

Ai paraballe da 4 euro, quelli modello Tafazzi.

BiPPO: Biconchiglia  Protettiva POlistirenica. Chiamiamo le cose col loro nome, per cortesia.

Va ben, dai, BiPPO. Comunque sono là da tre anni, non se ne vendono più e smaltirli costa più di quel che li abbiamo pagati.

Dobbiamo trovargli un’altra funzione. Fammici pensare … Dai, che è la settimana del Black Friday e la gente compra di tutto.

Se li macinassimo e ne facessimo neve da presepe?

Capo, oramai col riscaldamento globale nei presepi ci mettono gli ombrelloni.

E vassoietti monouso? Che così noi li vendiamo e se li smaltisce chi li compra?

E chi vuoi che li compri, capo?

Beh … Dobbiamo renderli interessanti, valorizzarli. Renderli preziosi scrigni per qualcosa di ricercato, colorato, che attiri l’occhio.

Palle di Natale?

No, dev’essere qualcosa che non ci costa nulla. Dobbiamo vendere paraballe, mica quel che ci mettiamo dentro!

Cachi!

Scusa?

Cachi, capo! Dove abito io è pieno, cadono per terra e restano là a marcire. Sono belli, tondi e arancione.

Ottima idea, Arsenio! Ottima idea.

Ci mettiamo sopra una pellicola di plastica e una bella etichetta col simbolo del riciclo, che fa figo. Vassoio, secco. Pellicola, plastica. Residuo organico, umido. Etichetta, carta.

Signorina, ci faccia portare due prosecchini.

Fu così che, nell’arco di pochi anni, il frutto più povero che più povero non si può, arrivò nei nostri supermercati a 4 euro al chilo: il prezzo di un paraballe modello Tafazzi.

Mettete un caco nel vostro giardino: sarà un generoso, saporito albero di Natale.

Padova, 28 novembre 2019

Lucio Montecchio

Ho sognato mio padre

Ho sognato mio padre, stanotte.

Di solito lo vedo camminare lungo una salita. Spesso si gira e mi sorride come a dire “Avanti, dai”.

Stanotte, invece, la lapide era a casa mia e l’ho fatta scivolare di lato.

Lui era lì, immobile come in quell’ultimo giorno.

Poi ha aperto gli occhi e spostato lo sguardo, indicandomi un piccolo tiglio che stava crescendo là dentro.

Ho sognato mio padre e un tiglio, stanotte.

Parigi, 21 novembre 2019

Lucio Montecchio

Geometria piana per politici solidi

Facciamo due calcoli semplici:

la chioma di un albero adulto di medie dimensioni ha un raggio di almeno (almeno!) 3 metri.

La superficie del cerchio è “raggio x raggio x 3.14” e, quindi, 3m x 3m x 3,14 fa poco più di 27 metri quadrati. Questo è una superficie minima (molto), ma la terremo come unità di misura per comodità.

Se il raggio fosse di solo un metro in più, la superficie balzerebbe quasi al doppio (4 x 4 x 3,14= 50 metri quadrati). E’ la matematica, bellezza.

La superficie di un chilometro quadrato (un quadrato di un chilo di metri di lato) è 1000 m x 1000 m, cioè 1.000.000 mq. Questa invece è una certezza.

E’ chiaro quindi che un chilometro quadrato può ospitare al massimo 1.000.000 mq diviso 27 mq = 37.037 alberi con una chioma di tre metri di raggio. Così come un campo sportivo ne terrebbe 7.000 mq / 27 mq = 260.

Ora non è per fare il maestrino ma, cari surfisti del cambiamento climatico, mi spiegate dove avete trovato, in Italia, uno spazio complessivo di 1620 chilometri quadrati (più della provincia di Milano) di terreno pubblico e inutilizzato, privo di panchine, parcheggi, fossi, campi sportivi, scuole, ospedali, sottoservizi, rotatorie e, soprattutto, adatto allo sviluppo di alberi vigorosi e che restino sani per un periodo ben più lungo di un mandato elettorale, nei quali piantare 60 milioni di alberi che abbiano la speranza di diventare adulti?

E’ che da queste parti noi viviamo già sovrapposti, in condomini sempre più alti.

Non sarà, forse, che per ora è sufficiente piantarne uno piccolino ogni metro quadrato, farci una bella “Festa dell’albero” e poi si vedrà?

Perché allora si, trovare 60 milioni di metri quadrati, 60 chilometri quadrati qui e là in Italia, è ben più facile.

Sapendo però che, fra 50 anni, di quei 60 milioni di piantine (che avete pagato una ad una) ne resteranno comunque una ogni 27 mq: due milioni o poco più.

Perché gli alberi, per fortuna loro e nostra, crescono.

Ma allora perché non pianificare l’impianto di 2 milioni di alberi da subito, per bene, dando loro un futuro certo?

Chiedo per un amico.

Grazie

Lucio Montecchio

Via Sbotticelli

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“It’s silly, no?
When a rocket blows and everybody still wants to fly.
Some say man ain’t happy truly, until a man truly dies.
Oh why, oh why?”
(Sign O’ the Times, Prince)

“Ma secondo lei gli alberi sono intelligenti?”.

E’ una domanda frequente, al termine degli incontri pubblici ai quali partecipo.

E poi arrivi a casa stanco, accendi la tivù su un canale a caso e scopri che si vincono applausi e soldi se indovini l’età o il mestiere di una persona mai vista.

Esci e incroci la vicina orgogliosa dell’asciugatrice, che le evita la fatica di stendere il bucato all’aria.

Mio cugino, che abita in campagna, invece di correre dietro casa prende la macchina e va in una palestra a dieci chilometri, con la parete di vetro che dà sul parcheggio di un supermercato e l’aria condizionata a manetta (ma se ci vai per motivi più nobili, Francesco, hai tutta la mia stima).

La settimana scorsa, all’ufficio postale di Legnaro c’era un ragazzo sui 30 anni che affermava di abitare in via Sbotticelli.

Conosco una persona che si beve mezzo stipendio al bar, ma ritiene che un libro da 25 euro “costa massa”. Tempo fa, nello stesso bar uno diceva che “i mussulmani [due miliardi nel mondo] sono tutti terroristi”. Però il barista è simpatico.

Non so chi sia, ma c’è qualcuno che, pur pagando la tassa sui rifiuti, trova certamente gratificante mettersi l’immondizia in auto e buttarla giù dall’argine dove porto a correre Meg.

Ho una tosse bestia e continuo a fumare un pacchetto di sigarette al giorno.

Sto aspettando dalle 9.00 un signore che mi ha chiesto un appuntamento per una cosa che interessa a lui, non a me. Gli avevo risposto “Si, volentieri, dalle 9 alle 9.30 ho tempo”. Sono le 10,39. Sarò scortese.

“E tutto questo cosa c’entra con l’intelligenza degli alberi?”, vi chiederete.

Niente, niente.

Lucio Montecchio

Stargate

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Ieri sera sono entrato nella galleria sotterranea di un insetto e ho passeggiato seguendo il micelio di un fungo simbionte, per poi ritrovarmi in una radice, nuotare nella linfa, uscire e rientrare dal foro di un picchio, ascoltare la voce di una ghianda, prendere la via di un ramo, sbucare dentro a una foglia e saltellare fra un tilacoide e l’altro, rimbalzando su una membrana cellulare.

E poi … ho alzato gli occhi e ho visto la fotosintesi; anzi, c’ero così dentro da sentirmene parte. Dopo trent’anni di formule e disegnini, stavolta l’ho toccata con mano, ‘sta meraviglia della natura (che a spiegarla in aula ci vuole mezz’ora buona).

Alla fine sono uscito da uno stoma, ho visto la Basilica dal Santo dall’alto e con calma mi sono tolto il caschetto spazio-temporale.

Un anno esatto di lavoro che ci ha permesso di costruire dal nulla la rappresentazione virtuale e dettagliata di una quercia, dentro e fuori.

Per superare le nuove frontiere della comunicazione botanica, in fondo, è bastato poco (ma si fa per dire): una squadra coesa e motivata, l’attrezzatura fantascientifica dell’ HIT Unipd, un bel po’ di esperienza alle spalle di tutti noi, tanto entusiasmo e pochi soldi.

Grazie, grazie davvero a Luciano, Laura, Rosa, Barbara e Giada, Alice, Marta, Eric, Piotr, Maria Barbara, Carlo e, chiaramente, all’Università di Padova e alla Regione del Veneto.

Che figo, ragazzi!

Lucio Montecchio

Alberi-Foresta

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“Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”

J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

Sono più che mai convinto che un albero sia luogo, un ambiente complesso frutto del lavoro di centinaia di specie che, sotto e sopra la corteccia, convivono secondo regole ed equilibri che non capiremo mai appieno.

Un sistema implicitamente e necessariamente dinamico in grado imparare, adeguarsi agli eventi e prepararsi al futuro. Perché la vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi.

La quercia che ho di fronte ci ha messo nove secoli a diventare com’è, cambiando chissà quante forme. E così, quell’alberello nato finché Riccardo Cuor di Leone guerreggiava con Saladino è cresciuto, ha sbagliato, ha capito, ha provato in un altro modo e negli ultimi anni ha scelto di lasciar cadere qualche ramo molto grosso pur di far spazio a rami più sottili. E’ un problema? Non per lui, evidentemente.

Ma c’è di più: negli spazi più aperti, dove le branche si aprono quasi orizzontali creando un pianoro centrale, ha lasciato che foglie e rami diventassero dapprima humus e poi un vero suolo, nel quale lasciar crescere muschi, felci e giovani alberi che affondano le radichette nella sua parte più centrale, ormai marcescente.

Quando altri rami cadranno e lasceranno penetrare più luce, loro saranno pronti a crescere.

A prescindere dall’età e dalle dimensioni, questo “albero-foresta” è certamente un monumento: alle dinamiche della natura e a chi non ha avuto tempo o voglia di ingessarlo fra cavi, cavetti e puntelli.

Windsor, 10 settembre 2019

Lucio Montecchio

La panchina rosa

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Sun streaking cold, an old man wandering lonely taking time,

the only way he knows.

Aqualung (I. Anderson e J. Fanks, 1971).

 

Settimo è morto su una panchina rosa, l’ 11 agosto.

Settimo. Quasi nessuno si è mai rivolto a lui in modo diverso, a parte un gruppo di ragazzini frustrati e fumàti di fuori paese che a volte gli lanciava qualche parolaccia offensiva o un pezzo di panino, come fosse un cane.

Lui sollevava la testa, guardava il pane da sotto i capelli lunghi e, zoppicando, si avvicinava al cibo con un cenno di gratitudine.

Quando aveva sui 40 anni, Settimo era il ragazzone spavaldo che raccontava di viaggi in Germania e in Inghilterra, di concerti, fiere e di sesso-droga-e-rock’n’roll.

“Time is on my side”, ripeteva spesso con un sorriso ammiccante.

Ma sapevamo tutti dell’infanzia difficile, della famiglia sventurata e del padre violento.

Per questo, probabilmente, la persona più mite al mondo aveva scelto una vita in giro, alla giornata.

“Tanto, da queste parti non cambia nulla, non cambia”. Spesso sottolineava una frase ripetendone una parte.

Un paio di volte l’anno tornava, con quello zaino di cotone scuro in spalla, e raccontava.

Il pastore in Val D’Aosta, il boscaiolo in Austria o il bagnino a Rimini. Si, a volte raccontava cose poco credibili; forse non sapeva neanche nuotare. Forse tornava a casa per leccarsi nuove ferite invisibili, chissà …

Col passare degli anni ha continuato a girovagare, ma restando in zona: la vendemmia delle mele in Trentino o, più spesso, vari lavoretti da muratore o da facchino qui e là.

Non era il classico indigente. Avrebbe potuto andare a vivere nella casa di famiglia, della quale era oramai l’unico erede. Abitarci, farsi l’orto, tenere qualche gallina e trovarsi una morosa. Ma non ha mai voluto farci ritorno.

“Voglio vederla crollare”, diceva. Chissà cos’era successo là dentro, mi sono sempre chiesto.

Da alcuni anni la sua casa era diventata la panchina rosa, quella sotto al pioppo. Quella col sacco a pelo arrotolato e infilato sotto.

E’ un po’ fuori mano, ma in molti fingevamo di passarci per caso, scambiavamo due parole e gli lasciavamo sempre qualche bottiglia d’acqua e della frutta.

Lui stava là. Pensava, parlava, ricordava, canticchiava, tossiva.

Forse pianificava un ultimo viaggio a Capo Nord in autostop, ma Settimo è morto l’ 11 agosto, all’ombra del suo pioppo.

Non so cosa si fossero detti o promessi in questi ultimi mesi, ma mi piace pensare che gli alberi si innamorino degli uomini buoni: ieri il pioppo di Settimo si è lasciato cadere a terra per sempre, portando con sé la sua ombra e la panchina. Quella rosa.

Lucio Montecchio

La foto è di Andrea Sgarbossa. Grazie.

E povero anche il cavallo

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Trattoria di montagna.

Due coppie sui quarantacinque sedute al tavolo di fianco al nostro.

A vederli, un abbigliamento che non ci fai neanche due chilometri. Di marca, certo, ma buono per lo spritz in Piazza dei Signori. “Sai, è in materiale tecnico” si saranno detti salendo dalla città in cerca di un po’ di panorami da mettere su Instagram.

Cosa significhi tecnico, lo giuro, non lo so.

Dalle parti mie si dice durevole, comodo, oppure leggero. A dir la verità, per prima cosa Carlo mi chiederebbe “quanto l’hai pagato”, e inevitabilmente commenterebbe “massa!”.

A sentirli parlare, appassionati di tradizioni, storia, arte e cultura montanara. 

Era piacevole orecchiare. Magari ci avrei anche attaccato bottone chiedendogli un parere sul vino, che funziona sempre.

Fino a quando si son messi a far commenti sull’impresa boschiva incrociata per strada e sul carico di faggio nel rimorchio.

Non del boscaiolo che si spezza la schiena, quello mai.

Sono anche arrivati a dire “deforestazione”. Deforestazione!

 

Io li invidio, davvero.

Ignorano la fatica del coltivare e vendere quel poco che, molto lentamente, vien su da queste parti: legno. Biologico, ma nessuno lo dice mai.

Facilmente loro si scaldano col solare, il fotovoltaico o le pale eoliche. Oppure fra un bue e un asinello o stando abbracciati a lungo fino alla primavera, a dimostrazione del loro amore per l’ecosistema.

Si, certamente i miei quattro vicini sanno resistere alla tentazione di avere tavoli e sedie di legno e invece della carta igienica usano un’ampia foglia di melanzana biologica. Almeno fra maggio e settembre, poi non si sa.

Io li invidio, davvero, questi ambientalisti col coccodrillo pronto a pinzargli il petto, che quando scoreggiano arricchiscono l’atmosfera di ossigeno profumato di violetta.

 

Si, lo so, questo post è molto breve, ma devo andare a far legna. Perché qui l’inverno arriva in un attimo.

 

Casa, 13 agosto 2019.

Lucio Montecchio

Overshooting

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“It lies with me!”, cried the Queen of Maybe”.

Dancing with the moonlit knight, Genesis.

 

Il profumo che proveniva dalla caffettiera non era un granché: “Lo faccio coi fondi di caffè che ci porta Clara il sabato. Li metto al sole ad asciugare e li mescolo alla miscela Leone”.

Il cartoccio di caffè, quello vero, mia nonna lo teneva dentro a un vaso di vetro per le occasioni importanti, che spesso coincidevano con la visita del fratello che se n’era andato a lavorare a Pioltello o con quella del prete, per la benedizione pasquale.

Era la fine dei ‘60 e lei era stata abituata così fin da bambina: parsimonia e risparmio, perché non si sa mai.

Ha fatto una vita che per l’epoca era più che dignitosa, sia chiaro, ed è morta con il bilancio in pareggio: né debiti né crediti.

All’epoca, i debiti li facevano solo quelli che consideravamo ricchi. Che cosa strana …

La parola debito, semplicemente, nel vocabolario della generazione di mia nonna non esisteva. Credito, poi, era sinonimo di temporanea cortesia fra vicini bisognosi. Mutuo soccorso, ecco.

Poi il boom economico e la sensazione del riscatto meritato, fino all’ostentazione di un benessere che a volte, nel mio paese di campagna, sfiorava il ridicolo.

Come la Gemma, che andava a far “sciopping” fino a Padova.

E poi hanno aperto il primo supermercato a Piove di Sacco, con prezzi così bassi da mettere in qualche difficoltà i negozi di paese ma, soprattutto, facendo uscire i soldi dal circuito locale.

In quel periodo avevo sui 15 anni e la regola di casa era “Chi lavora magna: se vuoi fare il liceo mi devi dare una mano, sennò quei soldi mi servono per assumere un dipendente”.

Sono stato fortunato, molto, ad essere stato costretto a capire il valore dei soldi.

“Se prendi 100 spendi 80”, ripeteva mio padre, che passava quel tempo teoricamente libero riparando la 850 o l’impianto elettrico di casa.

Del pollo ci lasciava le parti migliori e lui mangiava cose che oggi buttiamo nell’umido, orgogliosi di un riciclo che suona bene e funziona male.

Erano gli anni in cui si stava concretizzando il movimento ambientalista e sull’armadio in camera avevo un autoadesivo giallo e tondo che diceva “Forsa ‘tomica? no grassie”, con un sole che ride al centro.

E poi il Panda incollato sulla vespa e quella tessera che ho strappato pubblicamente quando una facoltosa presidente non si è opposta ai tralicci dell’alta tensione da mettere nel bel mezzo del primo parco nazionale italiano. I tralicci servivano a portare corrente francese e a soddisfare i bisogni dell’allora triangolo industriale.

Leggevamo la Carson, Humboldt, Muir e ascoltavamo quel rock progressivo che dall’Inghilterra ci faceva immaginare mille futuri possibili. Ci credevamo davvero.

Poi è successo qualcosa che non riesco a mettere a fuoco.

Ci siamo ubriacati di consumismo, di usa e getta, prima coi kleenex e poi col resto. Dell’onnipotenza del chissenefrega, del meglio un uovo oggi.

Di quelle cose che danno un torpore piacevole e una assuefazione inconsapevole.

Di “sostituire costa meno che riparare e in più ho 2 anni di garanzia”, di “tanto, si ricicla”.

Di “la corrente nucleare la fanno i francesi e gli sloveni, mica noi”.

Di piselli surgelati, bastoncini di merluzzo, mele lucide e bollicine alcoliche.

E così facendo, fingendo di non ricordare i nostri bei discorsi di trent’anni prima sui costi ambientali, considerando unicamente il valore economico di un bene, siamo arrivati a oggi.

A riempirci la bocca di parole come “Overshooting” per tre giorni.

Tanto, ad ogni primo gennaio gli economisti ci azzerano i debiti ambientali e se ne riparla l’anno dopo, in vacanza, lontano dalla vita reale.

Lucio Montecchio

Dynamo

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Due mesi di vacanza dalla vita normale alla ricerca di quel tempo andato chissaddove. Di uno spazio tutto mio per pensare a come ottimizzare queste ultime cartucce.

La Comunità Dynamo ha colonizzato questa piccola isola abbandonata di fronte al Montenegro (o, se preferite, di fronte all’Italia) e ne ha fatto un approdo per chi è in cerca di colori nuovi e di gente con una visione diversa.

E’ vero, mancano i beni di prima necessità, ma qui scopri che le priorità possono cambiare.
Manca l’acquedotto, ma poco lontano dal mare c’è una fonte di acqua fresca attorno alla quale si è organizzato il villaggio e stiamo coltivando un orto comune.
Manca il gas, ma ad essere sincero non ce l’ho neanche nella casa in montagna.
Quel che mi manca di più è la corrente elettrica.

Provate a immaginare la vita senza questa cosa invisibile e preziosa.

Senza la lavatrice, il gelato al pistacchio e l’MP3.

La corrente elettrica, a dir la verità, non ce l’aveva neanche mio nonno nel profondo Veneto di cent’anni fa, ed è campato a lungo. Ma con un assolo di Prince sono sicuro che avrebbe sorriso di più.

Qui la corrente costa fatica. Movimento fisico che fa girare una dinamo e che carica una batteria.

E’ vero che quella stessa energia la si potrebbe usare per far funzionare un motore elettrico, ma qui la corrente non costa soldi, costa sudore. Ci accendi una lampadina la sera, ricarichi un portatile per stare in contatto col mondo e poco altro.

Quella che serve per l’illuminazione pubblica e l’infermeria la facciamo con una grossa dinamo avvolta da pale di legno che sfiorano l’acqua della fonte.
Per il resto, ognuno si arrangia. Quasi tutti usano il metodo più semplice: pedali-ruota-dinamo-batteria.
Poi c’è chi si dà alla fantasia pura.

Andrea, la signora tedesca del Bar Moon (ma l’insegna in vetrina è appesa per essere letta da dentro), per attirare i selfisti ha fatto fare una enorme ruota da criceti rossa e dentro ci fa correre il marito Samy inseguito da un cinghiale. Samy è un senegalese secco secco che dicono essere superdotato. Non è proprio nero, direi marron scuro. Insomma, di colore.

Hiang invece la corrente se la fa dentro a un bidone immerso nel bagnasciuga sfruttando le onde e il movimento alta-bassa marea. Non so bene come, ma ci riesce. Vai a capirli ‘sti ingegneri cinesi. No, forse è coreano, oppure vietnamita. Insomma, per essere giallo è giallo. Ma non proprio giallo, direi piuttosto un giallo abbronzato. Insomma, di colore.

E poi c’è il sindaco Piotr, austr’ungarico, anche lui di colore: rosa-brunastrino, come me.

Qualcuno insinua che, con quel fisico da terzotempista livello “esperto”, la corrente la rubi dalle batterie del municipio.

Però io lo vedo pedalare spesso. Lento ma costante.

Tempo fa gli hanno messo il rene di un brasiliano.
Con lui mi faccio delle buone bevute di birra tiepida, quella che arriva due volte alla settimana col postale delle 15.
Ci sediamo nel boschetto e chiacchieriamo di cose della vita.

Anche di boschi e di alberi, perché qui ce ne sono molti e lui vuol sempre sapere i nomi scientifici. Dice che sono uno bravo a riconoscere le razze. Si, lo so, ha poca confidenza con l’italiano.

“Ecco, vedi quello là in fondo? Pinus nigra: pino nero, black pine. Che poi non è proprio nero, direi verde scuretto. Insomma, di colore“.

Mah, no so. Sotto questo sole a me sembriamo tutti marroncino e gli alberi mi sembrano tutti verdi.

Dev’essere ‘sta birra calda.

Buone vacanze!

Lucio Montecchio

M49

Altre parole sono del tutto inutili.

Lucio Montecchio

 

Dicono che sia capace di uccidere un uomo.
Non per difendersi, ma perché non è buono.

Lo dicono loro, che sono scienziati affermati. Classe di uomini scelti e di gente sicura.
Ma l’unica cosa evidente, l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura.
Il mostro ha paura.
È alla ricerca di un posto lontano dal male. Certo: una grotta in un bosco sarebbe ideale.

Ma l’unico posto tranquillo è quel vecchio cortile: l‘unico spazio che c’è per un grande animale.
Dicono: “siamo in diretta, lo scoop è servito”! 
“Questa è la tana del mostro, l’abbiamo seguito!”, dicono loro, che sono cronisti d’assalto, classe di uomini scelti di gente sicura. 

Ma l’unica cosa evidente, l‘unica cosa evidente è che il mostro ha paura.
Il mostro ha paura.
Basta passare la voce che il mostro è cattivo, poi aspettare un minuto e un esercito arriva

Bombe e fucili. Ci siamo: l’attacco è totale.

Gruppi speciali circondano il vecchio cortile.
Dicono che sono pronti a sparare sul mostro. 
“Lo prenderemo sia vivo che morto, sul posto!”, dicono loro che sono soldati d’azione.
Classe di uomini scelti e di gente sicura.
Ma l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura.
Il mostro ha paura.

Vorrebbe farsi un letargo e prova a chiudere gli occhi, ma lui sa che il letargo viene solo d’inverno.
E riapre gli occhi sul mondo, questo mondo di mostri che hanno solo due zampe, ma sono molto più mostri.
Gli resta solo una cosa: chiamare il suo mondo lontano.
Lo fa con tutto il suo fiato, ma sempre più piano“. 

Testo (l’ho ripunteggiato, chiedo scusa all’autore) e musica di Samuele Bersani.

Foto forestalinews.it

Controluce

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Entrerò nei tuoi pensieri ogni tanto, probabilmente accadrà fino all’ultimo

(Massimo Bisotti)

Ed eccomi qui, dopo un anno, al cospetto della mia quercia preferita.

Pam, la Parliament Oak (il racconto precedente è qui).

Del fatto che il più vecchio dei tre fusti fosse caduto a terra ero già stato informato, ma era prevedibile.

Del fatto che lei non avrebbe fatto una piega e avrebbe provveduto a far di necessità virtù, arricchendo le due chiome di rami e foglie, anche.

Scatto un paio di foto, ma a dir la verità sono qui per un altro motivo.

Tiro fuori una coperta, una birra e mi siedo all’ombra. “Dove sei, Pam?”

Niente, non succede niente. Fino a quella sensazione di abbiocco che mi prende ogni tanto, quando i pensieri escono e i suoni entrano.

Sono gli spiriti viandanti: dapprima rumorini e bisbiglii, poi la tromba vellutata di Chet, Suzanne di Leonard, Rick a cavallo di un Hammond, l’assolo di Firth of fifth, la Marsigliese dei Beatles, un riff qualsiasi di Keith e Prince che limona con Michelle MaBelle.

Uno a uno bravissimi, si, ma pur sempre un’orchestra sgarruffata, come la banda del mio paese dopo la mezzanotte.

Vedo batteri e funghi litigare per quel residuo di fusto, una moltitudine di insetti golosi di foglie fresche e una farfalla blu con un ombrellino giallo passeggiare su una fragola. Una cornacchia curiosa dalla lapide vicina.

E poi il silenzio, e quel profumo dolce che mi si è stampato nella mente l’anno scorso.

E’ lei, è sicuramente lei.

E allora vedo una donna bellissima, la sosia di Cindy Crawford.

E questa chi è?

“Sono sempre io, stupidotto”, risponde sorridendo come una vecchia amica.

“E’ che anche tu vedi quel che vuoi vedere. Ricordi che tempo fa vedevi tuo padre dentro a quel ciliegio? Ero io”.

“Ciao Pam, come stai?”, chiedo con un fil di voce.

“Bene, bene. A parte il fatto che più invecchio, più devo restare nei paraggi. Tutti buoni e bravi, ma quando manco io hai visto come si comportano i miei ragazzi …

Per il resto sto bene. E tu? Lo sai che sto ancora aspettando l’invito che avresti voluto farmi ieri?”, ammicca.

“Beh, Pam, a dir la verità sono venuto fin qui per questo. E, a dir la verità, è passato un anno”.

“Il tempo fra due sonni: tu la chiami notte, io lo chiamo inverno. Ma non fa niente. In fondo, ‘che cos’è un nome, Romeo?’ ”.

Sorride e mi guarda ancora una volta di trequarti, col braccio allungato sul fusto, con …. (beh, questa ve la racconto di persona).

Porcamiseria, e se mi rispondesse sì ?

“Accetterei. È che non hai il coraggio di andare oltre solo perché sono anima”.

E allora mi faccio coraggio e mi alzo. Apro la porta destra per invitarla a salire con un accenno d’inchino e lei scoppia a ridere.

Che figuraccia … è la porta di guida.

“Italiani…. Tanto galanti, si, ma poi vi mancano i fondamentali”. E il suo riso è calore, energia pura.

Al lodge più bello del circondario ci arriviamo in pochi minuti e al bancone c’è ancora il cameriere con la faccia da Bilbo e la tuba fucsia.

Tavolino in fondo, candela, penombra.

“Bentornato, IPA come eri?”

Beh, come l’anno scor …

“Signore, mi scusi, stiamo per atterrare. Può tirar su lo schienale?”.

La sosia di Cindy Crawford raccoglie la lattina vuota, sorride al mio vicino e si allontana dentro ad una gonna stretta stretta.

Il comandante manda “Sogno che tu venga a farmi visita”, mentre laggiù si intravvede già la foresta di Sherwood.

Lucio Montecchio

Alla fine della fiera

E venne il condizionatore

Che bruciò il contatore

Che dava la corrente

Che arrivava da distante

Fatta col petrolio

Oppure col plutonio

O forse col carbone

Che il polacco Jaro’slaw scavo’.

E venne il grande caldo,

E dopo il troppo caldo

Niente più corrente

Solo braghe corte

Niente lavatrice

Niente incubatrice

Zero da brindare

Solo meditare

Solo meditare

Solo meditare…

.

Lucio Montecchio

#alberinfiniti

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Sabato scorso pioveva, ad Assisi.

Eppure ci siamo trovati a piantare un giovane ginko in un settantina, sotto l’ombrello e lasciando in un angolo gli innaffiatoi pieni, del tutto inutili.

Niente di strano, comprese le foto di rito e il mio prevedibile “questo albero è per i nostri figli, sono loro che dovranno averne cura”.

Finché richiudevamo le macchine fotografiche e ci avviavamo in fila verso casa, però, in 4-5 abbiamo assistito ad un gesto semplice, indimenticabile.

Un bambino sui 6 anni in arancione (alla mia destra nella foto) è andato a prendere un innaffiatoio azzurro e se l’è annaffiato tutto.

Da solo, con calma, attento, incurante del richiamo dei genitori.
Ci sono gesti spontanei che rendono inutile ogni parola dei grandi.
Grazie, bambino in arancione.

Lucio Montecchio

Germogli

Me lo ricordo bene quel gesto morbido, rotondo, dall’alto al basso.

Pollice sotto, indice e medio sopra a tirar via con delicatezza un po’ di giovani foglie di faggio per portarle alla bocca e assaporarle.

Gliel’avevo chiesto io, di mostrarmi com’era sopravvissuto.

 

Ripeto in silenzio quel gesto primaverile da allora.

Una liturgia tutta mia, ripensando a qualche sigaretta assaporata lentamente, assieme, di nascosto.

Lucio Montecchio

Ghiri buongustai e cani curiosi

I veri specialisti della diffusione su lunga distanza delle querce sono uccelli col becco grande e tozzo. Còrvidi come la cornacchia, la gazza e la ghiandaia: Garrulus glandarius, un nome che ne racchiude lo stretto legame di simbiosi.

Poi ho letto un dato interessante: nella ghianda, i tannini (decisamente amari) sono concentrati attorno embrionale, cioè nell’estremità appuntita dalla quale germoglierà la piantina.

Se fosse vero, ho pensato, i roditori dovrebbero preferire la parte opposta, più dolce, lasciando all’embrione una speranza di successo.

Ho tagliato in due alcune ghiande ed effettivamente la parte sotto la cupola è decisamente più dolce, quasi gradevole. D’altra parte, noi stessi abbiamo mangiato ghiande per secoli, prima di scoprire e diffondere il castagno.

E allora venti giorni fa sono andato nel querceto qui vicino in cerca di tane di ghiro.

Per me è facile: è sufficiente piegarsi, far finta di annusare con interesse un buco e chiedere a Meg “cerca”. Lei trova qualsiasi cosa sia anomala.

Risultato: nelle tane molte ghiande erano mangiate interamente, ma alcune erano rosicchiate per meno della metà, e tutte dalla parte opposta all’embrione.

Ne ho raccolte una ventina, messe su un foglio di carta bagnata e aspettato fino al sabato successivo, osservando con stupore la fuoriuscita della radichetta e, poco dopo, delle prime foglioline.

Anche i roditori, perciò, contribuiscono alla diffusione delle querce.

Lucio Montecchio

Antefatto

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Perché “Fra i rami e il cielo è troppo breve”, mi ha scritto una signora gentile.

Il mio ego ringrazia.

Piero stava percorrendo gli ultimi metri polverosi che portavano a casa. Erano passati sei interminabili anni, da quando era partito per l’Albania.

La prima a corrergli incontro abbaiando sguaiatamente e lanciandoglisi sul petto fu Selva, con una barba bianca che una volta non c’era.

E poi sentì l’urlo di gioia provenire dall’orto “Piero! Piero!”.

Emma mollò la zappa e corse verso di lui scalza, facendogli perdere l’equilibrio precario per via di quello zaino pesante.

Rotolarono a terra piangendo, ridendo e piangendo per un tempo lunghissimo.

“Lo sapevo che eri vivo, lo sapevo”. Ma dove sei stato? Perché hai smesso di rispondere”.

“È stata dura, Emma, dura. Poi ti spiego”.

Ma a Emma non interessava già più: il suo uomo era vivo ed era tornato.

“Vieni, Teresa sta giocando sotto al portico”.

Di quella bambina che si era subito precipitata ad avvinghiare una gamba della mamma sapeva solo il nome, ma era lei. Quella che aveva cercato di immaginare per sei lunghi anni, che aveva animato i suoi sogni migliori. Ed era bellissima.

Posò un ginocchio a terra, tirò fuori dallo zaino logoro una piccola bambola di pezza rossa e le disse “Sono papà. Questa bambola te la manda una bambina che si chiama Daphne”.

“È papà. Prendila, è un regalo per te”.

Stettero in silenzio a lungo, seduti sulla panca guardandosi e accarezzandosi il viso l’un l’altra.

Com’era invecchiato quel ragazzo che aveva visto partire quella mattina. Com’era dimagrita la ragazza che aveva lasciato a custodire casa e figli.

Emma entrò in casa e uscì con una caraffa d’acqua fresca e due bicchieri.

“Ma dimmi, dove sono i ragazzi?”

“Clara è a servizio da una famiglia di Padova. Sta bene, torna il sabato per poche ore e poi riparte. Guido ha iniziato a falciare il frumento ieri.

Di Marco non sappiamo niente da novembre. Si era nascosto nel granaio, ma qualcuno ha fatto la spia. Per fortuna l’Adele ci ha fatto avvisare per tempo ed è riuscito a scappare verso i Colli, ma non sappiamo altro.

Sai, qui non va molto bene. I tedeschi si sono fermati in paese a lungo e hanno portato via tutto. Se non ci fosse lo stipendio di Clara sarebbe la fame. Guido fa quel che può, ma non basta mai”.

Anche la casa dimostrava il passaggio della guerra, come tutte quelle che aveva visto lungo il ritorno, un po’ a piedi e un po’ sul cassone di qualche camion americano.

Piero si svegliò di soprassalto. Erano gli artificieri americani che facevano brillare le bombe inesplose. Dall’altezza del sole saranno state le sei.

Fece un giro nella stalla vuota e poi nei campi, quei due campi che non facevano neanche un ettaro.

Guido era là, con un cappello di paglia e un fazzoletto rosso al collo, intento a brandeggiare la falce col giusto ritmo.

E poi arrivò al suo ciliegio, quello sotto al quale si fermava fin da ragazzo a riflettere e a prendere le decisioni più importanti.

Socchiuse gli occhi e rivide ancora una volta lo sguardo vuoto di quel ragazzo che aveva ucciso. Si lasciò carezzare da quel venticello leggero e ritmato.

Con quel passato avrebbe dovuto trovare il modo di far pace.

Lucio Montecchio

Il “Survivor Tree”

Debi and Mark 3

Non vi nascondo che quando Stefania propose di invitare al nostro convegno Mark Bays ho avuto alcune riserve: i costi organizzativi lievitavano solo a pensarci, con nessuna garanzia di rientro dalle quote e dagli sponsor.
Però oramai eravamo in ballo, l’esempio che ci avrebbe portato rientrava pienamente nella tematica e fermarsi non avrebbe avuto alcun senso.

E poi Mark ha preso posto, sorriso a Debi, sistemato il microfono e iniziato a raccontarci dell’attentato di Oklahoma City come fosse successo ieri: 840 fra morti e feriti, carri funebri, ambulanze, incendi e macerie sotto le quali si nascondeva un alberello superstite.

Un olmo né bello, né brutto. Un albero del quale prendersi cura per essere reso a una comunità ancora stordita, in cerca di un centro di gravità e di un esempio dal quale imparare i tempi lunghi della guarigione di mille ferite invisibili.
Poi Mark ha chiesto di abbassare le luci e ha proiettato questo breve video senza aggiungere altro. Guardatelo fino in fondo: al termine, tutti noi avevamo gli occhi lucidi.

Si, ne valeva la pena. Eccome se valeva la pena averti con noi, Mark.

Grazie.

Lucio Montecchio