Germogli!

Ma che soddisfazione!

Ieri pomeriggio è uscito Germogli, una raccolta di racconti tratta da questo blog.

Però devo essere sincero: è stato Matteo Righetto a convincermi a fare questo passo, io mi sarei fermato alle mie storielle da insonne. E poi ci ha messo il suo bel carico anche Giorgio Gobbo, che quando ti guarda dai sui due metri di statura non gli puoi mica dire di no, giusto?

Allora succede che l’ego sborda dal buonsenso e osi chiedere ad un editore, così tanto per provare, mettendo come condizione il “visto e piaciuto, parolacce comprese”, sperando forse in un “allora no” liberatorio. E invece ti senti rispondere “va bene!”.

A dir la verità pensavo che estrapolare i racconti più graditi, rivederli, aggiungere e togliere qualcosa per poi dargli una passatina di colla e impacchettarli l’uno dopo l’altro sarebbe stata una cosa semplice e veloce, e invece mi ci è voluto tutto Agosto.

Ed eccoci qui: Germogli, il titolo di uno dei racconti nel quale descrivo una passeggiata intima a Paneveggio con un Maestro della letteratura.

E poi, a leggere la meravigliosa prefazione di Matteo Righetto che trovate qui fa voglia di comprarlo anche a me.

Dimenticavo la cosa più importante (vedi l’ego che scherzi ti gioca?).

Questa è un’operazione di fundraising: i proventi della prima edizione andranno dritti dritti al “Progetto400” dell’Università di Padova (c’è scritto sulla copertina), grazie al quale stiamo cercando di piantare alberi giovani per proteggerli, lasciarli crescere in libertà e studiarli durante il loro sviluppo per i prossimi 400 anni. Non l’ha mai fatto nessuno e non credo proprio che noi avremo la fortuna di vedere come va a finire, ma l’UniPD sta per celebrare i suoi 800 anni di storia e mi sento di poter dire che, in fondo, basta crederci.

Allora, se volete essere complici di questo sogno, correte in libreria o pigiate qui (è anche possibile comprarne moltissime copie, ad esempio per farne regali di Natale).

Germogli !!!

Lucio Montecchio

Gelso e Liana

Gelso era un fustone di trent’anni tracagnotto, ben piantato per terra e con la testa infilata direttamente fra le spalle come un pilone del Sei Nazioni. Che lui avrebbe voluto crescere fino a quindici metri, ma doveva fare foglie così basse da essere prese facilmente dalle ragazze della famiglia in odor di dote. Era orgoglioso, di dar da mangiare ai bachi che avrebbero filato la seta per le lenzuola della prima notte di nozze di Lucia.

Liana invece era una vite di sedici anni, allegra, sbarazzina, con una voglia di guardarsi in giro che non sapete quanto. Faceva grappoli belli e rossi e sodi con degli acini tondi tondi che, se le arrivava una buona forconàta di letame della Gilda, sapevano di fragole e di panna e d’erba appena calpestata.

All’inizio non si erano neanche simpatici, maritàti da Gastone contro il loro volere per l’interesse della famiglia e costretti a farsela piacere così com’era.

Però nel tempo si erano trovati bene.

Chiacchieravano e scherzavano tanto. Ridevano di Gastone che ogni mattina gli pisciava sui piedi fischiettando “La Gigiotta” e delle galline che continuavano a spostarsi mano a mano che Gelso si divertiva a ruotare la sua ombra. Che buone son buone, le galline, ma intelligenti è un’altra cosa.

E poi chiacchieravano con la rosa lì sotto. Anche lei bella, bianca, corteggiata da uno stuolo di api e bombi per quasi tutta la stagione.

Non era male, insomma, sebbene il prezzo da pagare fosse il restare lì avvinghiati a forza in quel metro quadrato.

Un giorno d’estate, però, finché Gastòne era da parenti a Trieste, arrivò il figlio Ganassa accompagnato da un agrimensore, un estimatore e un finanziatore.

“Qui rifacciamo tutto, tiriamo la terra col laser come se fosse un tavolo da biliardo, facciamo gli scoli e il drenaggio nuovi, mettiamo pali di castagno che così ci danno la certificazione Bio e poi un bell’impianto di fertirrigazione centralizzato e automatizzato, che te lo controlli anche da casa”, esclamò l’estimatore.

Il finanziatore aggiunse “parte del vino possiamo farlo anche con l’uva”, ma questa cosa Liana non la capì e rise, pensando a una scena di “Amici miei”.

Però vennero il giorno in cui Gastone si addormentò col cuore che ritmava la marcia di Radetzky e quello delle rose bianche al funerale, e poi arrivò un furgone di sbarbatelle petulanti che ridevano in francese come delle liceali in Piazza San Marco.

“Liana, la vedo male …”, sussurrò Gelso.

Iniziarono togliendo le rose sotto a ogni gelso e poi tagliando i cavi di ogni filare. Per la prima volta Liana e Gelso si separarono, di qualche centimetro.

Poi accesero le motoseghe iniziando dal fondo, via una sotto l’altra.

“È normale che in questa stagione la vite pianga, se la tagli”, disse il capo operaio per rassicurare il ragazzo perplesso.

Liana cominciò a vibrare. Poi arrivarono a lei e lei abbracciò Gelso, per la prima volta.

Gelso fece una lacrima. E questo no, che non era normale.

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Lucio Montecchio

Il due percento

Caro Assessore, da quanto tempo!

Bene, bene, grazie. E lei? Eh, lo so, con questo smart working non si riesce più a far le cose per bene …

Senta, come starà già immaginando, la chiamo per parlare di alberi.

No, non quello della foto, dai, lo sappiamo tutti e due che non sono capitozzature e che il collare dei rami è stato salvaguardato. No, no, proprio un bel lavoro, ineccepibile. Proprio come dicono le antiche ma pur sempre sacre letture.

A dir la verità io la chiamavo per darle un’ideona primaverile.

L’ho chiamata “Due per cento”. Eccola qui. Facile facile.

Si prende il numero totale di alberi della città, che lei avrà sicuramente in uno dei tanti faldoni, e se ne calcola il 2% applicando la seguente formula: numero totale x 2 / 100.

Non è difficile. Se ad esempio ha 1274 alberi, 1274 x 2 fa 2.548, che diviso 100 fa 25,48. Siccome però le frazioni di albero sono previste solo nell’ambito del quotidiano uso della motosega, come nel caso della foto, arrotondiamo pure per difetto: 25 alberi.

Il più è fatto, ancora un attimo di pazienza.

A questo punto si fa un giretto a piedi e si scelgono, fra i 1274 alberi, tutti quelli che non hanno nessun ostacolo in un raggio di quaranta metri. Intendo case strade vicoli e palazzi, piste ciclabili, fontanelle e quant’altro (che poi non ho mai capito cos’è questo “quant’altro”). Panchine e cestini si possono spostare.

Facciamo che siano un centinaio. Ecco, fra questi si scelgono i 25 che piacciono di più (vecchi o giovani, dritti o storti, conifere o latifoglie, vicini o lontani) e si decide di non toccarli più, mai più. Neanche se pèrdono un ramo, neanche se cadono per terra. Li si lascia là per sempre, per vedere cosa succede, per portarci le scolaresche a vedere i funghi e i lombrichi, per poter dire ai nipoti “questa cosa qui l’ho voluta io e ho fatto risparmiare un sacco di soldi”.

Poi si va dal sindaco e si fa fare una bella ordinanza, si chiama il solito giornalista proponendogli già il titolo “Eccolo qua il duepercento” e ci si mette sopra il proprio nome in bella vista, che alle prossime amministrative può tornare utile.

Tutto qui. Del 98% che resta si continua a fare come si crede, come sempre. Come nella foto qui sopra.

Cosa ne pensa?

Buona primavera!

Lucio Montecchio


Piantumare

Oh, come li capisco i colleghi che strabuzzano gli occhi quando leggono o sentono dire “piantumare” invece di “piantare”.

Ma, si sa, oramai se non usiamo parole che riempiono per bene la bocca ci resta una specie di colpo in canna che rischia di prendere l’umido. Una specie di languorino residuo che non è proprio fame, ma un’irrefrenabile voglia di farla fuori dal vaso. Vero Ambrogio?

A me, ad esempio, spiace dare un buon voto agli studenti che studiano su libri stampati da case editrici importanti fidandosi degli autori e poi, parlando di legno cariato, scuro e marcio, lo definiscono “discolorato”, oppure “decaduto”. Ma in quei libri c’è scritto così, i traduttori dall’inglese vanno perdonati perché non sanno quello che fanno, il mio non è un esame di fisica nucleare e così tralascio. Quasi sempre.

Che poi vorrei anche parlarvi dell’imperscrutabile concetto di “legno secco fisiologico”, che anche lui riempie la bocca, ma su questo mi creerei troppi nemici e un cambio di gomme mi costerebbe mezzo stipendio.

Per tornare al vero problema del secolo, comunque, mi sento di proporre le seguenti alternative a “piantumare” (a condizione che poi si proceda in fretta, scegliendo alberi orgogliosi di esserlo e immaginandoli già grandi come farebbe un padre con un figlio, insomma. Oppure come farebbe una persona intelligente).

Ecco, a me piace l’agreste “trapiantare” ma offro volentieri, e giuro che mi adeguerò, baccheggiare, baciucchiare, barbicare, battimare, bifilare, bilanciare, bollicare, brillantare, bulinare, calandrare, campicchiare, capillare, caricare, coricare, cicalare, compattare, immolare, incappare, interzare, inzuppare, livellare, palettare, premurare, regalare, sostanziare, zufolare, fischiettare, fusteggiare, festeggiare e poi brindare.

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Che poi, alla fine, a me va bene anche “piantumare”, sia chiaro. Mal che vada tralascio. Quasi sempre.

Lucio Montecchio

DAD (discussione a distanza)

Caro zio.

La maestra Rosa, che come dice il papà sarebbe bella anche se avrebbe un nome diverso, mi à detto che si vede propio che non vieni dal ramo della mamma. Che loro sì che sono di rassa intelligente.

E à detto anche che una volta eri anche bravo, come quando che ai scritto il libro dei Germogli, ma dopo ti è andato il grasso della sopressa di Valli del Pasubio fin drento al sangue e non ài voluto fare il reàb col cataplasma di bacche di gogi, che io non so gnanche cosa vuole dire.

D’ognimodo la maestra à sbuffato drento la mascherina e poi à detto che sei propio un sìnpio, perché i alberi inportanti nella storia dell’uomo sono propio pochipochi, come il pomaro della Eva che non era neanche un uomo e l’albero di Natale, che Natale sì che era un uomo che faceva il postino maschio che entrava sensa suonare.

E la maestra Rosa à detto anche che se i alberi fossero davvero inportanti per la nostra storia come dici tu alora esisterebbe l’età dei alberi inoltre a l’età della pietra e a l’età del ferro e a l’età del rame e a l’età del bronzo.

Che ai siensiati ci sarebbe costato ben poco aggiungere una riga indentro il libro di storia e meterci anche l’età dei alberi, perché bastava contare i anelli. Onò?

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Però adesso non rispondere che va bene così che devo studiare come si fa il sapone antivirus col grasso dei bisontignù.

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Tuo Marzio che ti vuole bene lo stesso anche se forse à ragione la maestra

DAD (didattica a domicilio)

Componimento: cosa ai fatto ieri di bello

Ieri che pioveva di stravento il mio zio Lucio mi ha fatto vedere un documentario che si vedeva che i alberi sono molto importanti, perché se non cerano i alberi eravamo ancora indentro le caverne a fare il fuoco con la paglia che non dura neanche tanto e a ingrumarci tutti assieme sotto la pelliccia stanfona di qualche bisontegnù morto di tristessa e crepacuore.

E invece coi alberi siamo stati buoni a fare le case di legno e anche i archi e le frecce e lo spiedo di bisontegnù che corre veloce meno di una freccia. E poi i recinti per metterci dentro le bisontesse che facevano i gnù domestici.

E anche le sedie e le porte e il pavimento parchè.

E anche la carta igienica profumata e morbida e coi coniglietti disegnati sopra. Che se non era per gli alberi sinò ci tocava di pulirci il culo con le foglie di melansana che però l’anno inportata con le navi di legno.

Eco maestra, questo ò inparato ieri, ma per fortuna oggi cè il sole e si riprende con la didatica a scuola, perché a me i documentari dei alberi mi fano venire sonno.

Marzio

Trasparenza

Si attardò a osservare un gruppo di folaghe chiassose e poi si incamminò verso il suo olmo, l’albero della trasparenza.

Si, perché dopo la volta in cui, giocando coi fiammiferi, appiccò il fuoco a un pagliaio e si rifugiò per ore sotto a una macchia di rovo sulla riva del Bacchiglione, suo padre lo prese da parte e gli raccontò che lui, da bambino, quando doveva nascondersi andava in un posto più sicuro, all’olmo. Che restando fermi là sotto si diventava invisibili.

Salutò il suo complice silenzioso posandogli una mano sul fusto, gli girò attorno per accertarsi che andasse tutto bene e poi si sedette soddisfatto fra le due radici che sporgevano da terra.

Visto da lì, il mondo non era cambiato per nulla.

Si trattava solo di trovare il modo di ricucire il prima col dopo, di ricomporre la lacerazione profonda che si portava dentro.

Spostò lo sguardo in fondo, si lasciò carezzare dalla brezza, chiuse gli occhi e rivide il ragazzo che gli era comparso davanti all’improvviso, spaventato quanto lui. Avrà avuto venti, forse ventidue anni. Un tempo che lui aveva fermato per sempre trapassandogli lo stomaco. Ci mise molto, a morire, troppo; contorcendosi, sboccando fiotti di sangue e monosillabi. Fissandolo stupito. Non era dalla guerra, che era scappato, ma da quello sguardo.

Gli sembrò di sentire l’albero vibrare, sussurrare, ma forse erano solo le foglie mosse dal vento.

Strisciò il mozzicone per terra, si alzò poggiando le mani sulle ginocchia e rientrò verso casa. Lentamente.

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Lucio Montecchio

(Meg l’ho messa solo per catturare la vostra attenzione)

Avantisempre

Giovedì sera credo di essere morto, per la terza volta. È durato poco, non so, forse tre minuti.

La prima volta è successo una decina d’anni fa: mi sono svegliato steso sul pavimento del bagno con Meg che mi leccava la faccia e Monica che piangeva e mi sollevava le gambe. Dice che diventano bianche e fredde e dure e pesanti come la roccia. In un paio di camomille e di ore mi riprendo.

Tempo fa lo raccontai a un gruppo di amici su un barcone da sgombri sul quale avevo scelto di girare nudo, nudo con me stesso. Fabio “Fotocopie” quasi mi implorò di andare a farmi vedere, perché c’era sicuramente qualcosa che non andava.

Non ne avevo e non ne ho voglia.

Ho avuto così tanto dalla vita che se mi mettessi a fare l’elenco mi stancherei prima di finire.

Ho girato il mondo, attraversato mille boschi, cenato e dormito nei posti più belli e in quelli più brutti; ho avuto l’autista a disposizione che dormiva in macchina in attesa di un mio cenno e ho camminato per chilometri sotto la pioggia nell’inverno svedese. Ho rischiato di morir di freddo in un bivacco da qualche parte verso la Svizzera che non ricordo neanche dove fosse. Pochi mesi dopo Walter mi ha salvato la vita con un cordino da otto su una cascata ghiacciata. Durante una discesa in grotta mi si è aperto il discensore, mi sono sospeso con una mano sulla corda viscida e ce l’ho fatta lo stesso (ma erano altri tempi e altro fisico).

Ho visto l’alba sul Sahara e il giorno di notte in Islanda, scoperto specie mai viste prima, parlato a platee internazionali. Ho stretto mani importanti ma mi manca ancora Mick Jagger (una volta un ministro straniero mi ha rimproverato perché mi sono presentato in Parlamento con un pile blu).

Ho vissuto alla velocità della luce sorridendo; ho fatto buon viso a cattivo gioco tenendo in tasca i classici sinquescheidemona come si usa da queste parti; ho fatto sacrifici anche grandi che sono sempre, sempre stati ricompensati; quando mi sono fermato non ho mai provato nessun giovamento.

Ho ascoltato e letto canzoni e parole meravigliose.

Ho avuto maestri importanti, pochi ma fondamentali. Me ne viene in mente solo uno.

Ho conosciuto persone speciali. Monica, che se non fosse per lei chissà dove sarei adesso e mio padre, col quale a vent’anni ho stretto un accordo generazionale che spero di aver onorato.

Mi sono divertito un sacco. Quasi ogni cosa vi possa venire in mente l’ho fatta. Ho fatto anche scelte importanti, ad esempio di non fare scelte.

Ho visto alcuni miei studenti diventare più bravi di me e ho gioito, perché è questo il patto generazionale.

Ho visto morire amici di sangue e ho pianto di nascosto, a fiotti; poi ho scelto di non vergognarmene più.

E poi ho comprato il bosco che ho davanti agli occhi, che osservo da questa finestra o dal terrazzo e che cammino con discrezione perché io ci ho solo messo i soldi, ma lui c’era già.

Resta inteso che conto di vivere altri 57 anni.

Buon Compleanno, Renzo

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Lucio Montecchio

Rucola e grana

Poco prima del blackout che oramai sta durando da mesi, ebbi modo di trascorrere una settimana in un resort di montagna col baffo della Moretti, Totò e il Colonnello Bernacca.

All’inizio fu divertente, inconsapevolmente omaggiati dalla vita di sciovie seggiovie funivie, giornaliero settimanale mensile, piste nere rosse e blu, saune finlandesi svedesi e tailandesi, caldo freddo e vabenecosìgrazie, ciabattine bianche gialle e grigie che non serviva neanche rubarle, bresaola rucola e grana, bianco rosso e rosé e, senza gran difficoltà, oba oba a volontà.

Dopo qualche giorno, però, un virus s’infilò nella fabbrica della corrente e non funzionò più nulla, neanche il frigo del gelato al pistacchio.

Neanche la pompa della benzina.

Arrampicato sulla porta girevole e ghiacciata della hall, Totò commentò placidamente “La civiltà è avere tutto quello che vuoi quando non ti serve”.

Tornammo a piedi.

Lucio Montecchio

foto e citazione dal film Tototarzan, 1950 (settant’anni fa, così per dire).

Anna

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Il mondo di Anna è una bolla trasparente che solo lei sa misurare: se ti avvicini lei si allontana, se ti fermi lei si ferma.

Ci ho messo un po’ di tempo a ridurre un po’ quella distanza, inginocchiandomi e trapiantando erbe anch’io, copiando da lei. Le tira su con dolcezza, ne annusa le radici e le trapianta poco lontano, come a volersi fare un orto tutto suo; alcune le scarta, non so perché. Forse ripete gesti d’infanzia.

Chissà … oramai ben pochi ricordano quando è entrata in questo Centro.

Centro? Periferia? Questo è un mondo dove ognuno ha i suoi confini.

Finito con l’orto si siede sul bordo della solita panchina, vicino all’olmo.

Mi sono seduto sul cordolo di quel marciapiedi tante volte, sperando in un sorriso, ma lei guarda sempre lontano. A volte si tocca con tenerezza la spalla sinistra con la mano destra e il gomito un po’ sollevato, ondeggiando dolcemente avanti e indietro.

Verso sera cammina lentamente verso la macchinetta del caffè, aspetta che non ci sia nessuno e cerca qualche moneta dimenticata.

Qualche volta la anticipo, ci metto dentro cinquanta centesimi e mi siedo su una delle poltroncine rosse. Lei mi passa quasi vicino guardando in basso, prende una cioccolata e torna fuori, nel suo mondo.

Ieri ho posato sulla panchina un piccolo alloro. Come se fosse una cosa abituale l’ha preso, annusato e portato lungo il bordo più lontano del suo orto, senza toglierlo dal vaso. Forse non l’ha mai fatto o, forse, per ora le basta che sia suo.

Credo che abbia sorriso.

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“The fool on the hill sees the sun going down, and the eyes in his head see the world spinning round”.

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Lucio Montecchio

Neve

Fino agli anni settanta, quando si voleva correggere una parola o una frase ci si tirava sopra una riga e ci si scriveva la parte nuova subito dopo, o sopra, o di lato.

Il maestro Ferro ci lasciava tutto il tempo per riflettere sulla parola definitiva e poi ci aiutava a commentarne l’uso confrontandola con le precedenti, barrate. Avevo sui nove anni e vi sto parlando di bello, buono, grande, piccolo e dei ben pochi sinonimi che un bambino dialettofono poteva usare a quell’età, sia chiaro. La parte più bella dell’esercizio, però, consisteva nel discutere del motivo per cui un aggettivo era stato preferito ad un altro. A volte tornavo sui miei passi barrando l’ultimo immenso e recuperando il primissimo grande.

Alle medie arrivò la gomma bicolore con la parte blu così arrogante da piallare via definitivamente le parole sbagliate e al liceo il bianchetto, buono per nascondere a chiunque altro l’errore e dimenticarsene per sempre.

All’università comparvero i primi computer domestici e la magia del tasto Canc, una vera macchina del tempo che non piallava né copriva, ma permetteva di tornare indietro all’infinito fino ad accontentarsi dell’errore meno sbagliato.

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E penso a questa neve che sta cadendo dal giorno di Natale, ai brindisi e alle telefonate degli ultimi giorni e alla voce di Van Morrison che ora ci sta scivolando sopra, nascondendo molte nostre scelte sbagliate.

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Lucio Montecchio

30.000 grazie!!!

Cari amici,

Il contatore di WordPress mi ha appena avvisato che dal primo gennaio a oggi il blog è stato visitato esattamente trentamila volte.

Grossomodo una visita ogni 17 minuti, notti comprese.

Più dei giorni che ho visto, dei chilometri che ho viaggiato e degli alberi che ho toccato.

E io vi amo, ecco.

Grazie davvero.

Serene feste ❤🌲❤

Lucio

Paesaggi olfattivi: albicocca

The taste of those apricots comes back to comfort me with the notion that abundance is always within reach, if only one knows how to find it

(Isabel Allende)

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albicòca, ambrognaga, apricò, arbicòcca, arbicocch, arbicòcola, arma, armagnaye, armeìn, armelin, armelina, armignèga, armila, armognan, armugnin, baracocolo, baracucca, baricòcolo, barracoc, bicocula, bignaga, biriqoqel, birricòcola, bricòccalo, bricocola, bricòcolo, bricòcql, bricòcula, cresòmme, crésommela, lebbèrgene, cresommele, cresommola, elbir, embrógnaga, erbicoc, fraccocu, ggrasciòmulu, gne, grasciombula, grasciombulu, libbergina, marille, marracocco, miäga, mignaga, minèce, miscimì, mognaga, mugnàga, mugnèga, mugnga, munièga, percòcca, piricoccu, prcoca, precoca, pricopa, pricopia, prn’kokk, ramignaga, rebugnàdega, rebugnaga, vernacocchela, viricocola, viricòculu, viricocunu, zarzillone.

Zarzillone. Zarzillone. Zar-zil-lone.

Lucio Montecchio

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(foto: http://www.intavoliamo.it)

Rumori di fondo

“Questo qui non ci scappa”, commentò con sé stesso il geometra Odilio verniciando una grande X rossa sulla schiena dell’olmo di fianco al “vecchio rustico da restaurare libero sui tre lati e giardino esclusivo, metrature generose, vicinanza al centro, prezzo interessante, incentivi sulla ristrutturazione”.

‘Dìlio aveva letto che in molti campi di concentramento si faceva la stessa cosa fra le spalle degli internati ventenni per dissuaderli dalla fuga, e a lui questa cosa piaceva parecchio.

Si, è vero, quand’era più giovane quell’olmo avrebbe davvero voluto scappare dal tanfo del letamaio poco lontano.

Qualche tentativo l’aveva anche fatto, cercando di lasciarsi strattonare dal vento per provare a scavalcare il fosso, ma poi il proprietario era morto, le vacche pure e quel sogno l’aveva accantonato già da molto tempo, preferendo la compagnia dei passeri circìrp, dei tordi zirlì, dei fringuelli cicciccì, delle cince zzizzì e di una famigliola di ghiri ghighì.

Odilio si allontanò nel bobbobbò di una Lancia Delta oro dell’81 usata-ma-tenutabene che si era sempre rifiutato di far restaurare “perché poi le tolgono l’anima”, diceva al bar con orgoglio.

Il silenzio tornò sovrano.

Fu in quel momento, che l’olmo si accomiatò per sempre dai suoi compagni.

(qui ci sta bene un Leonard Cohen, ma va bene anche un Ardbeg)

Lucio Montecchio

(in alto la copertina di “The End”, di Philippe Chappuis, 2018)

Sostenibile

Sostenibile, un aggettivo che abbiamo inventato per giustificare l’utilità di scelte che potrebbero essere discutibili. Una cosa o un’azione può esserlo oppure no; i quasi, i forse o gli abbastanza non sono previsti. E qui casca l’asino, purtroppo, perché siccome per un sì o per un no servono numeri e non opinioni, il concetto di sostenibilità passa velocemente dalla sfera morale a quella contabile.

In agricoltura abbiamo iniziato a usare sostenibile con una certa leggerezza già una cinquantina d’anni fa, quando sui pomodori ci spruzzavamo prodotti a base di mercurio per rendere possibili grandi produzioni a costi ridicoli. Poi si è scoperto che di mercurio ci si moriva, ma dal cilindro magico della sostenibilità è prontamente uscito il magico Benomyl. Poi si è scoperto che una quota significativa dei figli di chi lo usava nasceva ipovedente o cieco. Per strade diverse, ma nello stesso settore, in quel periodo è arrivata quella cosa che veniva chiamata inizialmente guerra biologica, abbastanza efficace contro un nemico non tanto delle piante di pomodoro, che quelle mica morivano, ma della produzione di pomodori da mettere sul mercato. Un nemico nostro, insomma. Guerra però suonava male, e siamo passati a lotta e poi a controllo (più pacifista), fino ad arrivare a coltivazione organica, che in italiano non significa nulla ma proprio nulla, ma che suona tanto ma tanto bene. Tutte produzioni sostenibili, certificate o autocertificate, frutto di una buona gestione dell’ecosistema agrario che poi non ho ancora capito come si possano sposare queste due nobili parole nelle nostre monocolture: sistema agrario sarebbe più onesto e non ci sarebbe davvero motivo di vergognarsene (ma, oltre a sostenibile, noi siamo abituati a usare a vanvera sia bio- sia eco-).

Ed eccoci qui, ai biscotti col bollino di sostenibilità che ho di fronte, prodotti da mani adulte e consenzienti, coltivazioni organiche, ecocompatibili e senza olio di palma. Che io, sinceramente, non sapevo neppure cosa fosse quest’olio di palma, prima che qualcuno me ne parlasse associandone la produzione a devastazioni ambientali indecenti, ma certamente sostenibili agli occhi di chi le autorizza e di chi le mette in atto, pronti col solito ricatto dei posti di lavoro oramai creati e che andrebbero irrimediabilmente persi a scapito non solo dei singoli lavoratori, ma di intere famiglie e comunità.

Però questi biscottini bicolori sono buoni, dai. Sono profumati, friabili, saporiti e il loro costo (ambientale ed economico, ma non ci vedo una grande differenza) è sostenibile. Se il negozio fosse a 50 chilometri e dovessi andarci appositamente con una Lamborghini, il bilancio della sostenibilità probabilmente sarebbe negativo.

Anzi no, se avessi una Lamborghini probabilmente riterrei questo costo sostenibile e dormirei serenamente. Punti di vista, opinioni, che col concetto di sostenibilità non hanno nessuna affinità.

Siccome la Lamborghini non ce l’ho (ma dentro a una Huracan rossa mi ci vedrei, sia chiaro), per rendere sostenibile l’acquisto di un pacchetto di questi biscotti guido per tre chilometri e già che ci sono prendo anche dell’uva cilena che mi dicono essere sostenibile e della carta igienica che per arrivare fin qui si è fatta due giorni di camion. Gli acquisti multipli ed eterogenei li faccio per una questione di economia di scala, sennò ogni singolo prodotto mi costerebbe troppo, ma questo giochino mi è possibile solo se vado in un supermercato di quelli grandi e senza finestre che pompano aria calda o fresca di continuo e con un bel parcheggio di cemento considerato sostenibile perché il gruppo proprietario, in cambio dell’autorizzazione alla costruzione, ha piantato un po’ d’alberi in un praticello lì vicino dove non ci ho mai visto nessuno, per il semplice fatto che lì vicino non ci abita nessuno.

Mi sono infilato in una storia senza fine, lo so, e i post devono essere brevi.

Io volevo parlare di torrenti lastricati, di paesi costruiti proprio là dove l’acqua è pronta a traboccare da fiumi strizzati all’inverosimile dentro a due fianchi stretti stretti, di autostrade inutili, di parcheggi impermeabili fatti in cambio di quattro alberelli stitici e di gloriose pompe idrovore sulle quali, in queste pianure bonificate, si basa buona parte del nostro concetto di sostenibilità ambientale. Poi, maledetto il cambiamento climatico, succede che in dicembre nevica, piove, salta la corrente, le pompe si spengono e il giocattolo della sostenibilità si rompe.

Biscottino?

Lucio Montecchio

Post snob

Ho la fortuna di frequentare la montagna dai miei primi tre mesi di vita: Asiago in versione “quattro stagioni”.

Il mare era a mezz’ora e la montagna a un’ora e mezza, ma i miei hanno sempre, decisamente preferito la montagna. Dev’essere per via del richiamo delle radici montane testimoniato dai loro cognomi, o che i cromosomi di casa cedono più facilmente al magnetismo del nord.

“Fatto sta” (sintetizzerebbe mio padre) che non appena i miei piedi diventarono lunghi abbastanza per calzare quegli scarponcini di cuoio alti fino alla caviglia, coi lacci rossi e la suola con la punta piatta e il tacco scanalato, iniziai a sciare. Sci di legno senza alcuna marca evidente e con gli attacchi che bloccavano senza via di scampo gli scarponi, con una molla tutto attorno e una leva davanti.

I primi rudimenti li imparai dal maestro Claudio (il figlio di Lino, il custode del cimitero inglese del quale ho già avuto modo di scrivere).

Tutto questo succedeva di mercoledì, perché di domenica “c’è troppa gente” sentenziava papà (una quarantina di persone in tutto; oggi fa sorridere, lo so). Mio padre veniva a prendere Fabio e me con la ottoecinquanta blu a scuola verso mezzogiorno, per spendere assieme un pomeriggio sulla pistina di Cesuna, ricavata tirando uno skilift (“il gancio”) lungo un prato sul quale fino a due mesi prima pascolavano le stesse vacche che sarebbero tornate in primavera (sì, si dice pascolo e non prato, ma volevo evitare il gioco di parole).

Il settantaquattro consacrò la “valanga azzurra” e Gustav Thoeni (mio padre lo chiamava Toni), uno Zeno Colò con lo stesso cuore ma molta più tecnica, con dei cambi di ritmo tali da riuscire a scalare due marce in curva, buttare fuori dal baricentro ginocchio e spalla interni e ridurre così il raggio di curvatura in una frazione di secondo, un attimo dopo il paletto di legno.

Nel frattempo, io ci davo di spazzaneve, peso a valle e “bruco” (per imparare a cadere senza rompersi le caviglie); poi finalmente imparai a comandare gli sci paralleli: peso a monte, molleggio, bastoncino, cambio, rimolleggio e spinta sulle caviglie e le tibie.

Nei tratti diritti cercavo di prendere la posizione “a uovo” per imitare Pierino Gros. Da fermo, però, mi piaceva fare un saltino sui tacchi prima di lanciarmi giù meglio che potevo, emulando Gustav Thoeni al cancelletto.

Ah … quel favoloso, indimenticabile parallelo in Val Gardena contro Stenmark. Di loro due avevo due grandi poster comprati in una libreria del centro a Padova. Ho cercato anche quello di Klammer per molto tempo, senza successo.

Poi ci fu la tragedia di Leo David e la valanga azzurra si sciolse come neve al sole, ma nel frattempo alcune aziende artigianali si erano già industrializzate e divennero famose: Spalding, Colmar, Caber e La Tecnica, che inventò e lanciò un doposci che divenne status symbol anche per chi abitava in Piazza della Frutta: il Moon Boot. Uno stivale peloso buono per lo spritz, ecco (ma all’epoca lo spritz era troppo plebeo).

La moda dirompente dello sci da discesa decollò parecchi anni dopo con “Tomba la bomba”, il caschetto, il burro di cacao colorato, gli occhiali polarizzati, le giacche e le braghe larghe, gli scarponi fluo, i comprensori da millemila chilometri intervallati da finte baite col brulè e il solarium, gli alberghi e le seconde case con accesso diretto alla pista, per quelli che “io vivo nella natura”. Qualche discoteca in centro e, soprattutto un bendiddìo di turisti ricchi e schiamazzoni che non sapevano neppure dov’erano, che fingevano e fingono tuttora di ignorare che la neve finta (che già a chiamarla neve mi mette tristezza) viene fatta squarciando la montagna per metterci dentro vasche e tubi e che da quella striscia bianca si muovevano solo per rientrare in tempo per il brulè serale rigorosamente con fettina d’arancia, nello stile del punch.

L’industria dello sci (perché di industria si tratta) intanto procedeva al ritmo della cavalleria rusticana: colossi finanziari ignoti piantavano da un anno all’altro piste nuove, alberghi, piscine coperte e tutto il resto e noi, stupidamente, ridevamo.

Ho smesso di andarci, in quei posti là. Da almeno trent’anni.

Con Fabio, Giorgio e altri coetanei siamo passati allo sci da fondo nella sua versione vecchio stile: squamatòni Slegar e via, fino a perderci parecchie volte come quella notte, uno dietro l’altro, con la vetrata illuminata di un albergo lontano come unica stella polare.

E poi, un bellissimo giorno abbiamo deciso che “basta così” e, vestiti come al solito con quel che c’era in casa, abbiamo preso una ovovia e ci siamo lanciati fra i turisti fighetti e lenti giù da una “rossa” col solito zaino di cotone sulle spalle e gli sci da fondo, ai quali avevamo dato una definitiva passata di cartavetrata per spianare la maggior parte delle squame e decretare la morte anche di quelli e, per quel che ci riguardava, di tutto quello che il business della montagna d’inverno significava, voluto da businessmen pronti a investire indifferentemente in un comprensorio sciistico, in un resort galleggiante in Thailandia, in uno zoosafari coi leoni spelacchiati o in un parco (?) acquatico coi delfini in gabbia.

Continuo a frequentare la montagna, sia chiaro, e la amo così tanto da abitarci. È che, semplicemente, la montagna non può essere oggetto di profitto brutale, umiliata da raffiche di neve finta sparata dentro a corridoi racchiusi da boschi finti.

Se scaricassimo qualche milione di tonnellate di sale nel Garda solo per poterlo chiamare mare, non sarebbe stupido? E allora perché non riteniamo stupida la scelta di coprire di polvere di ghiaccio strisce di montagna, là dove la neve non cade oramai da trent’anni, con tutte le implicazioni ecologiche di breve e (quel che mi preoccupa di più) lungo periodo?

Spero che il turismo invernale non mancherà, in queste nostre montagne con gli impianti di risalita chiusi per motivi sanitari, perché questa potrebbe essere finalmente una buona occasione per visitare davvero la montagna, quella vera.

Mettiamo da parte, almeno per quest’anno, le riviste patinate e le guide VIP e cominciamo a girarle, queste nostre valli. Lentamente. A fermarci nei paesi grandi e piccoli, di quelli che il sito internet non ce l’hanno, a ricreare un indotto economico nelle periferie dei comprensori famosi dove abita chi, sugli impianti, ci lavora e per un po’ non potrà.

Ci sono un sacco di luoghi meravigliosi da visitare e persone belle da incontrare, anche con le piste chiuse.

Lucio Montecchio

Imparare dagli alberi

Venerdì 20 parteciperò al Convegno “Giardini, alberi … e noi”, organizzato dall’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna (la diretta streaming sarà qui: ibc.regione.emilia-romagna.it/vivilverde ).

Il titolo del mio intervento mi spaventa un po’: “Emergenze climatiche ed epidemiche. Imparare dagli alberi”, perché il rischio di dire delle gran banalità è sempre in agguato. Però ci proverò.

Forse parlerò del fatto che i virus ammalavano le piante da ben prima che le banane ci venissero alla nausea e decidessimo così di scendere dagli alberi, e che virus e piante sono riusciti ad arrivare fin qui trovando una forma di convivenza accettabile.

Oppure racconterò di innate capacità di adattamento alle peggiori difficoltà, del fatto che in un bosco non è mai l’albero più forte a sopravvivere ma quello più capace di adeguarsi ai cambiamenti.

Cercherò di evitare come se fosse il Covid la parola “resilienza” ma alla fine ci cascherò anch’io, lo so già.

E poi sistemerò il nodo, mi alzerò in piedi lentamente tenendo stretto il mio luccicante Shure 55 e scandirò “Together … We … Stand”, che non l’hanno inventato né quello storyteller di Esopo, né Sua Maestà Roger Waters.

Questo Motto sventolava sul gonfalone delle querce più veloci della glaciazione già cinquanta milioni di anni fa.

Lucio Montecchio