Darwin: dalla Teoria alla Pratica

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Sono miliardi di anni che gli alberi fanno esperienza nel trovare il miglior modo di “ammonticchiare nodi, germinare e rinnovare la propria forma”, di trovare le migliori combinazioni possibili per sopravvivere all’ambiente e alla competizione, arrivare almeno all’età della riproduzione e rimescolare il proprio corredo genetico con quello di un loro simile.

Uguali nella forma ma diversi nella sostanza delle potenzialità genetiche, solo gli alberi più adeguati a quel luogo e in quel momento riescono a sopravvivere.

Motore principale della selezione sono microscopici funghi e batteri che già vivono nella pianta senza creare danni particolari. L’albero ne delimita l’espansione e loro, pur mangiando un po’ di albero, producono tossine che tengono lontani i parassiti esterni al sistema, più pericolosi.

Quando però quell’albero si indebolisce, le sue difese rallentano e questi collaboratori iniziano a moltiplicarsi oltre il normale, indebolendo inesorabilmente l’albero intero.

Per il fatto che solo a questo punto prendono più di quel che danno li chiamiamo “parassiti”.

Se il danno è sostenibile si secca qualche vecchio ramo o l’intero fusto lasciando alle radici, se lo sanno fare, il compito di rigenerarne di nuovi. Se invece l’albero è ormai troppo debole per reagire, muore.

In natura funziona così da millenni. Abbiamo ancora alberi e parassiti di alberi, entrambi sempre più vigorosi. I genotipi meno adeguati invece lentamente scompaiono o provano a migrare dove possono.

È la selezione naturale mediata dalla competizione per le risorse ben descritte da Charles Darwin, il manifesto del cui pensiero è senz’altro “Sulla origine delle specie per elezione naturale, ovvero conservazione delle razze perfezionate nella lotta per l’esistenza” (1859).

Mai titolo fu più chiaro e incisivo nell’esprimere compiutamente un concetto antidogmatico che già fermentava da anni nell’ambiente scientifico. Teoria che è rapidamente diventata Certezza con gli studi sulla fecondazione incrociata dell’abate Mendel e “certificata” nel 1962 dal Premio Nobel a Watson, Crick e Wilkins per la scoperta della struttura del DNA e del suo significato nel trasferimento delle informazioni genetiche, positive o negative, da genitori a figli.

Nonostante ritenesse che Linneo fosse “sedotto dall’apparenza”, Darwin ne rivalutò la classificazione: i caratteri morfologici delle strutture di riproduzione implicitamente includono l’idea di discendenza e, perciò, di ereditarietà, di quella parentela fra gruppi tassonomici che oggi chiamiamo filogenesi.

È un vero peccato che a scuola si continui a chiamarla Teoria dell’evoluzione …

Lucio Montecchio

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