Alex L. Shigo, un ricercatore fuori dagli schemi

Oggi, 6 ottobre, ricorre l’anniversario della morte del Dottor Alex Lloyd Shigo.

Con una formazione di base fortemente radicata nella biologia e nella patologia forestale, cercava il perché delle cose fuori dai binari abituali. Oltre a essere curioso, come dovrebbero essere tutti i ricercatori, non temeva di andare controcorrente.

Spesso diceva che lo studio dei libri di botanica e di arboricoltura vale poco, se non è accompagnato dalla lettura degli alberi. Dal toccarli, annusarli e guardarci dentro.

Il suo lavoro di ricerca e divulgazione è stato un argine netto fra il mondo che sapeva di carta ingiallita nel quale hanno studiato quelli della mia generazione, e quello che profuma di legno e resina dell’ “Arboricoltura Moderna”, titolo di uno dei sui manuali più famosi, uscito nel 1991.

All’epoca il tree-climbing era soprattutto una di quelle trovate americane fra lo sportivo e il ludico, che consisteva nell’arrampicare alberi.

Non c’erano telefonini, internet era per pochi e il fax era arrivato da qualche mese. Per avere informazioni di prima mano bisognava girare costosi, lontanissimi congressi. Ricordo che l’attesa di quel manuale “dall’America”, corposo e pesante, dove in ogni pagina c’era una novità, è stata interminabile. Anche Amazon Prime non esisteva.

Poco tempo dopo, un arboricoltore italiano ben più illuminato di altri l’ha tradotto e reso disponibile in Italia, dove la confidenza con l’inglese era un po’ zoppicante.

Ricco di frasi solo apparentemente semplici e disegni facili, “Arboricoltura Moderna” ci ha insegnato che un albero non è un palo con delle biforcazioni, e che invece di carpentieri e motoseghisti servono arboricoltori. Preparati, aggiornati, curiosi e pronti a mettere in discussione il loro sapere.

Che a un albero è ben difficile chiedere qualcosa di diverso dalla collaborazione. Che prima di fare male è meglio non fare, pensando al risultato in un arco temporale lungo. Che la forma è effetto e non causa. Che la capacità di reagire a danni brevi o lunghi, leggeri o intensi, dipende da flussi di energia, da meristemi attivi o latenti, da movimenti e trasformazioni di glucosio, amido e cellulose.

Che se sigilliamo un parassita dentro all’albero non va per niente bene, ma che è molto peggio se a invitarlo a infettare la ferita siamo noi.

Tutte cose che oggi sembrano banali, sia chiaro, ma nessuno ce l’aveva spiegato e dimostrato prima.

E’ stato grazie alla questa visione lontana da ogni dogma che abbiamo iniziato a osservare invece di guardare. A porci e a porre domande. Passando ore nel reparto legno del Bricocenter a toccare “perline” di pino, cercando di capire le fasi del CODIT dal tavolo della taverna e, poi, segando rami e fusti anche noi.

Più tardi, alcuni fortunati come il sottoscritto hanno potuto approfondire la cosa nell’ambito del proprio lavoro, grazie alla disponibilità di risorse, laboratori e strumenti modernissimi. Per vedere se era proprio vero, se qualcosa cambiava con il diametro della ferita, con l’epoca di taglio, con e senza mastici, prima o dopo la fioritura, o la dormienza. Conifere o latifoglie, sempreverdi o caduche.

Dire “flush” e “stub” ci piaceva molto e fra i miei miti dell’epoca, chiaramente dopo Mick Jagger, veniva lui.

Usavamo antiparassitari tossici anche per noi e che ora, e per fortuna, non esistono più.

In quel periodo iniettavo prodotti che non ho il coraggio di dire attraverso fori da 18 millimetri fatti con una motosega modificata e collegata a un mandrino. Ora le iniezioni le faccio solo se il beneficio è maggiore del danno, prima ci penso a lungo e in ogni caso il trapano non lo uso più. Grazie ai suoi insegnamenti.

Le molte specie di Trichoderma (e altre, comprese quelle  micorriziche) che ora troviamo pronte all’uso al consorzio agrario ce le isolavamo dal terreno, le purificavamo e moltiplicavamo su semi di avena bolliti. Guidando verso l’albero, poi, capitava di romperne un sacco e di ritrovarsi con una puzza indescrivibile provenire da sotto i tappetini della Mini Metro azzurra dopo qualche settimana.

Ne è passato del tempo, ma se Shigo ci fosse ancora avrebbe continuato a segare, osservare e dire.

Senza paura di approfondire, integrare o correggere le sue ipotesi.

Probabilmente avrebbe scritto “Arboricoltura per il nuovo millennio”, dimostrando che alberi di età, specie e condizioni di salute diverse si potano in modi e momenti diversi, che quella specie lì in quel posto lì, per oggi non si pota. E non la si pota almeno fino ad aprile.

Che la bontà della potatura, come quella di una dieta dimagrante, non si valuta da una foto prima-dopo.

Che la potatura non si riduce a un taglio appena sopra il collare del ramo, “tanto poi c’è il CODIT”. A meno che non diamo per scontato che il nostro taglio provocherà una carie, e sarebbe un bel problema. Perché quella D vuol dire carie, non ferita.

Che essere contro la capitozzatura senza però saperla definire dopo tanti anni di proclami, beh …. un qualche dubbio lo crea in molte persone.

Che la capacità di un albero vigoroso di cicatrizzare (ops, “chiudere”) una ferita non sdogana l’abuso quotidiano della potatura.

Che lui non è mai stato contrario all’iniezione di antiparassitari nei vasi, ma ai danni causati per riuscire a farla.

Che se la salute degli alberi è importante, lo è anche la patologia vegetale, fatta di sintomi, cicli, diagnosi e terapia. Che non si può più far finta di non sapere che i parassiti che possono causare danni importanti ai nostri alberi sono elencati fitti fitti in circa 500 pagine e che la maggior parte sono microscopici.

Che oggi ci sono strumenti, prodotti e metodi che nel 1991 non c’erano e che prima di dire che non funzionano bisogna provarli nel modo adeguato.

Sorridendo di chi recita i capitoli di quel suo manuale come fossero dei salmi, credo che lui farebbe tutto questo.

Lucio Montecchio