Orda urbana

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Meg assomiglia a un pastore belga, ma le orecchie grandi e le zampe grosse tradiscono l’antica usanza dei pastori di incrociare razze diverse per avere cani sempre più bravi e robusti.

E’ nata a due chilometri da qui e riconosce ogni rumore insolito con cinque minuti d’anticipo. Se poi c’è qualcuno in avvicinamento, mostra un senso della proprietà addirittura superiore al mio.

Dal suo posto di vedetta abituale lancia un abbaio baritono, mi raggiunge di corsa e, borbottando, alza la coda e si mette dritta nella direzione del rumore. E’ un messaggio che conosco bene. Continuo a legare la catasta.

Dopo un po’ li sento anch’io.

Ecco l’Orda Urbana, “chiassoso gruppo composto da più di due persone, abbigliato in modo visibilmente inadeguato al luogo, accessoriato di strumenti che producono informazioni utilissime come la temperatura a Brindisi, il numero di passi fatti dal primo gennaio e le coordinate del più vicino ponte tibetano”.

Quest’orda qui è fatta di otto persone, sette sui 16 anni e uno sui 25. Oltre a indossare divise ridicole, uno porta una bandiera. Sempre utile nel caso si dovesse conquistare una cima inesplorata.

Meg ringhia, lascio fare. Si lancia, lascio fare. Arriva a dieci metri dal portabandiera assaporando l’idea di tastare un polpaccio peloso. Con un fischio secco le dico Non sono cattivi, ci penso io. Bloccali e basta”. Il gruppo si blocca. Sorrido.

Con un po’ di difficoltà e accennando un saluto, il portabandiera mi chiede “Scusi, è la strada giusta per il faggio monumentale?”

Strada? Quella più vicina è a due chilometri e il sentiero l’hanno scavalcato dritto per dritto, da cento metri.

Soprattutto, stanno calpestando con noncuranza gli alberi giovani. I miei.

Anch’io ho imparato, amato e trasformato in mestiere la montagna camminando tanti boschi altrui. Però ai miei tempi si girava con una tavoletta IGM, la si sapeva leggere e si restava sui sentieri, che fino a prova contraria sono lì per quello.

Scorro velocemente la top ten del mio ricco elenco di parolacce. Escludo d’ufficio tutte quelle che riguardano le mamme, ma alla fine decido di lasciar perdere: troppo giovani per capire certe raffinatezze.

Non ho né la voglia di litigare, né il tempo di mettermi a spiegare che quei faggi sotto i loro bei scarponi me li stavo coltivando perché mi piacevano, per non scaldarmi a gasolio e per dare l’opportunità a quelli più vigorosi di diventare vecchi.

Potrei dare dimostrazione di cordialità mostrandogli Fausto, sotto al quale sono passati senza accorgersene venti metri fa. O raccontagli che lassù ce ne sono altri sette o otto di uguali dimensioni. Ma non ne ho nessuna voglia.

Il “loro” faggio, noto grazie alla caparbietà di Carlo e del compianto Corpo Forestale dello Stato è là in fondo, poco prima di un enorme cespuglio di rosa canina che ha appena iniziato a germogliare.

La cosa più semplice e veloce sarebbe quella di dirgli andate su per cento metri, passate di fianco a casa mia, salite seicento metri tenendo la sinistra e lo vedrete.

Però mi sento piacevolmente inospitale. “Tornate indietro fino al sentiero, percorretelo tenendovi a ovest e alla terza vallecola salite trecento metri. Però state attenti alle vipere eh?”.

Lui ringrazia, si gira e fa rapporto al gruppo, che nel frattempo ha iniziato ad abbuffarsi di barrette e bibite energetiche.

Dopo un po’ si rigira e mi chiede dov’è l’ovest.

Meg mi guarda e scodinzola orgogliosa.

E’ l’ora della nostra merenda energetica: pane di Monica e salame di Giancarlo.

Lucio Montecchio

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