La memoria di Cesare

L’accordo De Gasperi-Van Acker del 1946 barattava carbone belga contro manodopera italiana. Così, abbindolando i molti disoccupati con dei bei manifesti rosa che promettevano casa, salario, assistenza sanitaria, istruzione per i figli e ferie pagate, dopo dieci anni i migranti italiani in Belgio erano già duecentoventiquattromila.

Anche perché, oltre ai centri ufficiali, c’era anche della gentaglia che, per conto di alcune compagnie minerarie, facevano espatriare illegalmente molti poveri cristi affamati e analfabeti. Migranti economici. Clandestini invisibili e senza diritti.

Ci cascò anche Cesare, amico d’infanzia di mio padre, i cui lavoretti da muratore non producevano alcun effetto concreto nelle tasche della sua famiglia numerosa.

Basso, secco e muscoloso come un fantino del palio, nel ’48 prese un treno e partì a nutrire la già folta comunità di macaroni.

Di giorno scavava carbone a 800 metri di profondità e col buio risaliva lurido e con la schiena spezzata, si fermava nei bagni comuni e poi si trascinava in una baracca di lamiera ondulata, gelida d’inverno e rovente d’estate. Fino a pochi anni prima quel villaggio era un campo per prigionieri tedeschi.

La domenica Cesare dormiva un po’ di più, trovava la forza di ripulirsi per bene e si ritrovava con gli altri italiani sotto ai tigli lì di fronte a parlare di casa e di speranze, in un miscuglio di dialetti. Trovò anche una moglie abruzzese e fece tre figli.

Nel 1961 i minatori italiani erano il 44% della popolazione straniera in Belgio, nonostante ne morissero centinaia ogni anno. L’incendio sotterraneo di Marcinelle ne è solo l’esempio più noto.

A conti fatti a lui andò bene: prese la silicosi e, quasi incapace di respirare, a 41 anni tornò con tutta la famiglia. Le stesse valigie dell’andata con in più qualche foto ingiallita di lui davanti alla cava, del matrimonio, dei battesimi e una manciata di semi di tiglio.

Il fiato era corto, ma la pensione d’invalidità non bastava. Arrotondava con piccoli lavori di muratura e carpenteria.

“El tira el fià in tre volte”, sussurrava mio padre preoccupato.

Nel troppo tempo libero stava seduto davanti alla casa popolare, oppure curava quei tre giovani tigli con amore.

Ci raccontava che in maggio l’odore dei fiori se lo portava sotto terra e che ora, quando usciva di notte per respirare un po’ meglio, quello stesso profumo gli ricordava solo le cose belle. Di quand’era fidanzato, del minestrone della domenica e dei bambini che giocavano.

Quegli alberi erano la sua memoria, forse più delle foto, ma Cesare non c’è più da molti anni e dei suoi tigli ne rimane uno.

È quello che quel ragazzo, che non sa, sta per tagliare per far posto alla piscina gonfiabile.

Fra un paio d’anni il tiglio della foto sarà pronto per il bosco. Si chiama Cesare.

Lucio Montecchio