Via Sbotticelli

firmate33

“It’s silly, no?
When a rocket blows and everybody still wants to fly.
Some say man ain’t happy truly, until a man truly dies.
Oh why, oh why?”
(Sign O’ the Times, Prince)

“Ma secondo lei gli alberi sono intelligenti?”.

E’ una domanda frequente, al termine degli incontri pubblici ai quali partecipo.

E poi arrivi a casa stanco, accendi la tivù su un canale a caso e scopri che si vincono applausi e soldi se indovini l’età o il mestiere di una persona mai vista.

Esci e incroci la vicina orgogliosa dell’asciugatrice, che le evita la fatica di stendere il bucato all’aria.

Mio cugino, che abita in campagna, invece di correre dietro casa prende la macchina e va in una palestra a dieci chilometri, con la parete di vetro che dà sul parcheggio di un supermercato e l’aria condizionata a manetta (ma se ci vai per motivi più nobili, Francesco, hai tutta la mia stima).

La settimana scorsa, all’ufficio postale di Legnaro c’era un ragazzo sui 30 anni che affermava di abitare in via Sbotticelli.

Conosco una persona che si beve mezzo stipendio al bar, ma ritiene che un libro da 25 euro “costa massa”. Tempo fa, nello stesso bar uno diceva che “i mussulmani [due miliardi nel mondo] sono tutti terroristi”. Però il barista è simpatico.

Non so chi sia, ma c’è qualcuno che, pur pagando la tassa sui rifiuti, trova certamente gratificante mettersi l’immondizia in auto e buttarla giù dall’argine dove porto a correre Meg.

Ho una tosse bestia e continuo a fumare un pacchetto di sigarette al giorno.

Sto aspettando dalle 9.00 un signore che mi ha chiesto un appuntamento per una cosa che interessa a lui, non a me. Gli avevo risposto “Si, volentieri, dalle 9 alle 9.30 ho tempo”. Sono le 10,39. Sarò scortese.

“E tutto questo cosa c’entra con l’intelligenza degli alberi?”, vi chiederete.

Niente, niente.

Lucio Montecchio

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