Ah … la Dendromachìa

cortina

Dendromachia, dal greco déndron (albero, sostantivo) e máchē (battaglia).

Combattimento rituale con alberi o altre piante legnose di bell’aspetto, diffuso nella quasi globalità della parte terrea del globo terracqueo.

Di probabile origine minozoica e di chiara impostazione democratica (dal greco démos, “popolo” e krátos, “potere”), la Dendromachìa è esercitata, direttamente oppure su commissione, dal popolo.

Trovato un avversario valido, indipendentemente da sesso, razza, numero di tatuaggi, fede, età, status sociale e preferenze alimentari, chiunque è libero di esercitare la Dendromachìa in ogni stagione e luogo, sebbene tale attività sia da intendersi tradizionalmente come prova iniziatica volta a dar dimostrazione, una volta per tutte, della maturità raggiunta da giovani maschi col petto depilato.

La regola è una sola ed è semplice: il primo che cade perde e gli altri applaudono.

Degna di nota è una particolare trasposizione veneta della Dendromachìa denominata  “Capèa” , alla stregua dell’omonima versione della corrida spagnola (per approfondimenti, cliccare qui). Essa consiste nel recidere con un taglio veloce e netto non l’intero albero (“che cossì ze boni tutti”, commentava a tal proposito il Ruzante), ma soltanto la sua parte sommitale, o Capo, eventualmente avvalendosi di macchine o armature all’uopo forgiate e spesso caratterizzate da insegne rappresentanti, scaramanticamente, il nemico.

Il vincitore che annualmente si aggiudica l’ambìto “Contest regionale della befana” viene premiato in Piazza San Marco a mezzodì di ogni 6 gennaio con quattro pecore rivestite di lana vergine, una pentola in terracotta senza coperchio e, soprattutto, col titolo di “Gran Capèa”.

Lucio Montecchio

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