Il profumo dell’erba

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Dal dieci marzo è sempre martedì.

L’altro giorno, poi, si è spento anche l’orologio della cucina, e così sono sempre le undici e tre minuti, anche quando mi intrattengo a lungo con un’amica di vecchia data ma pur sempre affascinante, l’insonnia.

Credo di aver imparato un po’ di cose, in questo time lapse che dura da tre settimane.

Ad esempio, che questo smart working ha un sacco di benefici per me, il mio datore di lavoro e per l’ambiente. Anche perché, altrimenti, più di dieci anni fa l’avrebbero chiamato diversamente.

E poi ho ancora il serbatoio pieno, dormo mezz’ora di più e inizio a lavorare mezz’ora prima. Per le video-cose da cravatta posso tenere le braghe del pigiama e le ciabatte (smart dressing).

Qui fuori gli alberi sembrano non soffrire della mancata potatura, alcuni addirittura sorridono.

L’erba non tagliata ha il suo fascino e Meg mi ricorda tutti i giorni il bello del rotolarcisi sopra fino a prenderne il profumo.

Ai merli in amore del nostro virus non gliene frega niente.

Da qui ne approfitto anche per leggere più del solito e su suggerimento dell’amico Davide, professore di Teologia, oggi ho letto i primi capitoli della Genesi.

Vi faccio una sintesi di quel che ho capito:

La scena madre si svolge in un villaggio turistico superlusso prepagato e all-inclusive con quattro sole regole: non ci si ubriaca oltre lo stadio 3, non si importunano le cameriere, non si fa il bagno nudi e non si parla al conducente. In ogni camera c’è un avviso chiaro: chi trasgredisce a due delle quattro regole “dovrà immediatamente abbandonare la casa”.

Atto primo: da un elicottero rosa si tuffano due sposini in luna di miele, di quelli fra lo chic e il freak coi soldi del papà notabile. Finisce qui.

Atto secondo (one week later): convinti di essere più furbi degli altri ospiti, i due ragazzi trafugano una cassa di Vecchio Amaro del Capo dal magazzino e se la vanno a scolare in spiaggia. Accendono il falò, accennano a qualche canzone di Battisti e quasi tutte le bottiglie finiscono in men che non si dica (anche perché il Vecchio Amaro del Capo non è proprio amaro e va giù che è una bellezza). E’ chiaro che dopo i mojiti del pomeriggio questi due si imbruttiscono di brutto ma brutto. Poi si tuffano in mare, si spogliano e fanno all’amore perdendo così i vestiti fra i flutti.

Fanno per accasciarsi felici sulla sabbia, ma un occhio di bue illumina a giorno l’unico scoglio, enorme, con sopra “un vecchio con la barba bianca” (l’ho rubata a Guccini) che si rivela essere il “paron dei peri” (questa la capiranno solo i veneti over 50; il burbero proprietario, insomma) che cerca di farli ragionare sperando in una giustificazione plausibile.

La ragazza per tutta risposta si alza barcollando e, con un fondino ancora in mano, gli urla “vecchio, non rompere le balle che se voglio mio padre me lo compra domani, questo villaggio qui”.

Il ragazzo, nel frattempo, appoggia la fronte ad una palma e non dà un bello spettacolo di sé.

Il vecchio con la faccia da Gandalf chiaramente s’incazza, percuote a terra il lungo bastone e gli dà tempo fino alla mattina seguente per andarsene, bandendoli da ogni villaggio turistico del gruppo ClubMeg.

Fine.

“Come, tutto qui”?

Si, tutto qui.

Credo di aver capito che la Genesi non è un libro di storia e neanche di religione. Sostanzialmente è un manuale di convivenza che prevede anche la sculacciata e il lancio della ciabatta.

Nella storia della mela e del serpente, dell’Amaro del Capo e del non sapersi accontentare di una vita agiata, c’è una grande morale che anche un ateo come me ha capito. Parla di arroganza e di mancanza di una visione prospettica. Del sentirsi più Dio degli altri in questo villaggio turistico col mojito gratis, le cameriere carine e il mare cristallino.

Parla anche di quel politico che, dopo aver visitato un luogo molto prestigioso di proprietà dello Stato, al termine chiese “Quanto potrebbe venire a costarmi?”.

Parla di risorse inesauribili si, ma fino a un certo punto.

Porca miseria, mi sono infilato in un discorso contorto, scusate.

Io volevo scrivere di pangolini, di deforestazione del sudest asiatico e di cosa sto imparando dalla lezione che ci sta dando, a suon di mazzate, ‘sto cosino microscopico.

Lucio Montecchio

One thought on “Il profumo dell’erba”

  1. Nella genesi c’è un’altra cosa importante. Che cosa rispondono i due quando viene loro chiesto conto del loro operato? Eva ammette onestamente: “Il serpente mi ha sedotta e io ho mangiato”. E quell’impunito di Adamo? “Ah, mì no so gnente, xe sta ea dona (quea che te me ghè meso tacà, ricordate, te si sta tì a metarmea tacà), ga fato tuto ea, xe sta tuta colpa sua…” E da allora la storia continua sempre uguale.

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