Le Grandi scoperte dell’umanità – parte seconda

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prima parte– 

Fu un viaggio lunghetto, quello verso l’America, ma semplice: tennero la costa sulla destra fin dopo la Sicilia e poi sempre dritto, attraversarono la strettoia di Gibilterra e poi dritto ancora fino a ormeggiare da qualche parte della Florida.

“Eh no, porcamalora, ancora laguna e zanzare? Se lo sapevo ti portavo a Samos” esclamò Galdino, quasi per scusarsi.

Montarono le ruote, accesero il motore e presero una strada a caso fino a fermarsi a Orlando. Così, perché gli piacevano i gerundi.

Fu lì che scoprirono la loro America. Uno spettacolo che neanche Netflix: indiani e cowboy, Pippo e Nonna papera, cascate di cocacola, fontane di pop corn al cheddar, alette di pollo al checciap e, soprattutto, gnocca a tamburo battente, da commentare rigorosamente in dialetto. “Tanto, chi vuoi che ci capisca da queste parti?”.

Attirato da una lingua familiare gli si avvicinò James Din, un italo-texano di seconda generazione che parlava ancora la lingua di Cirvoi. Chiacchierarono amabilmente del più e del meno, gli raccontarono dell’invenzione del motore e della volontà di espandere il mercato del carro anche in America.

“Vi faccio io da concessionario”, esclamò James. “Io ho petrolio che schizza fuori da sottoterra a barili e lo vendo come fertilizzante. Venite a vedere, son solo tre giorni di viaggio”.

I pozzi non erano tanti: erano tantissimi! Grandi, enormi, in continuo movimento su e giù, su e giù, su e giù.

“Visto, Carlo? E tu che ridevi quando parlavo del movimento perpetuo. Qui ci facciamo un movimento perpetuo di soldi: portiamo motori e prendiamo petrolio”.

Tornati a casa con un accordo di esclusiva, misero su una start up innovativa con un finanziamento a fondo perduto e si misero a provare usi alternativi per tutto quel gasolio. E così una sera d’estate, provando a mescolarci resina d’abete e farina da polenta, il pentolone incominciò a ribollire una schiuma bianca ed elastica, pura, soffice, profumata.

Avevano inventato la plastica. Moplen, la chiamarono.

Lungimiranti come un falco, cedettero una quota del brevetto a una grossa azienda di Marghera e dopo poco tempo l’intero Veneto fu invaso di vasche e vaschette, bottiglie, piatti, bicchieri e mille altri oggetti che prima c’erano già (a parte le bambole gonfiabili).

Plastica dappertutto, insomma. Bella, sana, pulita, colorata, indispensabile, ad alto valore aggiunto. “Cossa vol dire?”. “Che co gnente se ciapa tanti schei”, rispose Galdino facendo così con le dita.

Dopo un po’, però, ‘sta stronza di plastica si mise a galleggiare nei torrenti e poi nei fiumi, fino ad arrivare a Sottomarina.

Che non è bello.

Però un bicchiere di plastica costava pur sempre meno del detersivo che serviva a lavarne uno di vetro, e così tutti fecero finta di niente per lungo tempo fino a quando decisero di raccoglierla, portarla lontano e dargli fuoco. Dapprima gli ambientalisti si opposero strenuamente, ma per farli ragionare bastò qualche donazione quasi anonima.

Quella che continuava a uscire dalle ciminiere, però, diciamocelo: non era aria fresca.

Era così calda da far sudare la gente anche in febbraio. Addirittura, parecchie persone tossivano di caldo e alcune ci morivano, di caldo.

“Presto, inventiamo i condizionatori!” Telefonò il capo di Marghera a Galdino.

“Dottore, guardi che secondo me la gente non muore per il caldo, perché qui a Belluno è morto anche Plinio, quello del rifugio”.

“Tu non preoccuparti, che per ora va bene così, inventami un condizionatore. Prova a dire ‘con-di-zio-na-to-re’. Senti come suona bene? E’ la soluzione a un problema e alla gente piace possedere soluzioni, credimi”.

“Si, ma è la soluzione a un effetto, non a una causa, Dottore. Mio padre direbbe che così non funsiona”.

“Certo che funziona così, Galdino, funziona così da sempre, funzionerà anche stavolta”.

“E come li facciamo funzionare, i condizionatori? A gasolio no eh, che sinò ci sparano”.

“A corrente! Ho appena comprato un brevetto per produrla in un posto lontanissimo, dalle parti di Bergamo. Si potrebbe farla col vento e con le cascate, ma col gasolio costa meno, e meno ancora col carbone oppure con delle piccole bombe atomiche. Che poi, anche ‘atomico’ suona bene, senti? Suona come invisibile, essenziale, pulito”.

“Va ben, va ben, Dottore, ma se il caldo continuerà ad aumentare, la pelle della Luisa mi diventerà come la carta vetrata, casso!”

“Ecco, questo effettivamente è un problema che va risolto”, rispose sorridendo alla Samantha. “Trovami un prodotto da chiamare con un nome romantico. Chessò, balzi primaverili di scoiattolo, voli lacustri di libellula, bianche orchidee d’oriente, …”.

“Piscio di lumaca?”.

“Si, ecco, quello andrebbe benissimo, pensaci tu”.

– Fine della seconda parte –

terza parte

Lucio Montecchio

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