Totem

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Non so bene come succedano queste cose dei ricordi, ma oggi mi sono alzato con l’immagine nitida di un incontro di quattro anni fa: cinque giugno 2016 (Dj: non saranno stati gli spritz di ieri sera?).

Ero appena arrivato a Victoria per una riunione di tre giorni e il jet lag mi stava friggendo le tempie e rimbombando la testa. E’ sempre così, anche se cambio fuso di tre ore.

La mattina dopo avrei dovuto parlare a quell’incontro, mostrare e commentare numeri e grafici con un minimo di lucidità, destreggiandomi fra qualche aggettivo elegante per dimostrare senza offendere nessuno che quel tipo di trattamento previsto per legge è quasi sempre inutile.

Niente da fare.

Cinque di mattina: minibar, passeggiata, malborina, attacco bottone col signore che sta pulendo la pensilina dell’autobus. Mi chiede una sigaretta e, forse per giustificarsi degli spray e delle pezze che tiene in una borsetta del supermercato mi racconta che a loro, popolo delle First Nations, spesso non resta altro che il lavoro più umile. Storie note, lo so, come un po’ dappertutto.

Parliamo di questo e di quello e poi gli dico che l’indomani vorrei trovare il tempo per andare al museo e visitare la sezione dedicata alla cultura nativa.

E così lui inizia a raccontarmi di suo nonno, che era un famoso scultore di totem di Vancouver. Totem da casa nuova, da matrimonio, da nascita, da funerale o anche totem spiritosi, fatti per ridicolizzare bonariamente il responsabile di qualche stupidaggine.

“Li fate con un legno particolare?”, chiedo ingenuamente.

“Li facciamo di albero, non di legno!” replica lui.

“Red Cedar, che scegliamo tutti assieme, sotto al quale organizziamo una cerimonia di ringraziamento per poi consegnarlo al nostro scultore”.

(Ah, si, Red Cedar, me lo ricordo, dal corso di Tecnologia del legno. Thuja plicata, legno rossastro, conifera tipica della costa occidentale, sui 60 metri di altezza o forse più).

E così mi parla della forza simbolica dei visi o degli animali che sono dentro all’albero, e che è per questo che un albero va bene e gli altri no, e poi dell’importanza di un linguaggio comune fatto anche di forme e colori, in una civiltà multietnica e multilingue antichissima e che, seppur traballando, esiste ancora.

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Ci sono andato, al museo, ad ammirare decine di totem e un intero piano dedicato alla cultura delle First Nations.

Allo shop ho anche comprato un portafogli in pelle bellissimo, fatto da una cooperativa di nativi. Peccato che sia troppo piccolo: i dollari canadesi sono corti.

Peccato anche che non mi sia annotato il nome vero di quel signore, del quale ricordo il nome inglese con quale si era presentato allungandomi la mano dopo essersela asciugata accuratamente su una delle sue pezze.

Lucio Montecchio

Padova, 5 giugno 2020

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