Primo d’ottobre

Il primo giorno d’ottobre del 69 fu il mio primo giorno di scuola e mi ci accompagnò mio padre a piedi. Plesso scolastico “Maria Montessori”.

Avevo una cartella più grande di me di plasticone blu cartonato, con due tiracche bianche che servivano a infilarci dentro le spalle per poi correre sgangheratamente.

I miei compagni di classe li conoscevo già quasi tutti, tranne quelli che abitavano più lontano come Gabriele (ciao Lele!).

Il primo giorno fu abbastanza drammatico, devo ammetterlo. Lo fu ancor di più per Sergio, abituato a saltare i fossi per lungo e trovatosi recluso da un momento all’altro.

Di fronte alle scuole c’era, e c’è ancora, un campo da pallacanestro con la parte perimetrale a uso pattinaggio, a sinistra la palazzina rosa delle medie e a destra quella delle “differenziali”: un primo piano al quale si accedeva da una scala esterna come a dover espiare chissà quale peccato prima di poter accedere all’istruzione.

Alle “differenziali” ci mettevano i bambini differenti, alla faccia della Montessori. Quelli che venivano da famiglie così povere che prevedibilmente avrebbero rallentato il programma della maestra Franca, quelli un po’ burrascosi che certamente avrebbero rallentato il programma della maestra Franca e quelli che dopo pochi giorni non riuscivano a ricopiare per bene la effe di farfalla che la maestra Franca ghirigoreggiava sulla lavagna.

La ricreazione sul piazzale inghiaiato la facevamo in momenti diversi, per una questione di distanziamento sociale.

“Fantoìn, i o ga messo ae diferensiài” significava qualcosa come “povero bambino, non è colpa sua, ma cos’altro ci si può fare?”.

Di disagio familiare e di autismo non si parlava, all’epoca.

Alle “differenziali” ci misero anche il mio amico Vittorino, che abitava a quaranta metri da casa mia. Un bambino enorme, gentile e di troppo poche parole.

Vittorino è quell’omone che, dopo una quarantina d’anni che non ci si vedeva, al funerale di mio padre mi è venuto incontro, mi ha detto “condoglianze, Lucio” posandomi una mano sulla spalla attraverso il finestrino aperto e poi mi ha aiutato a parcheggiare la macchina sul piazzale della chiesa.

In fondo si, è vero, Vittorino è sempre stato differente.

Lucio Montecchio (oggi niente storie d’alberi)

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