Pane e noci

Mio padre ha fatto il fornaio sei notti su sette fino alla pensione.

Il forno era di pietra, vecchio ma così robusto da essere poi stato smontato e rimontato in Croazia subito dopo la guerra. (Chissà dov’è? Funziona ancora? Perché non ne ho tenuto traccia?)

Il pane, una volta, non diventava gomma oppure sasso in poche ore. Per un motivo semplice: era pane.

Farina, acqua, lievito e sale miscelati, impastati, riposati e cotti col tempo che ci vuole.

Poi sono arrivati altri ingredienti, fra i quali quella che inizialmente veniva chiamata gergalmente “la bomba”: una bustina d’alluminio con una scritta rossa fuori e una polverina miracolosa dentro che permetteva di velocizzare l’intero processo da molte ore a qualche mezzora, di svegliarsi alle cinque invece che a mezzanotte e di avere dei panetti tutti uguali, con la crosta bella e dorata come nelle pubblicità.

Per mio padre era troppo tardi, per quelle cose lì. Non l’ha mai fatto sia perché bisognava saperlo fare, sia perché solo i forni moderni riuscivano a gestire con precisione la successione delle temperature in modo da lasciar fare alla chimica.

Ma torniamo a noi, che non è di questo che vi volevo parlare.

Noi ne facevamo sui due quintali al giorno, di pane, prevedendo che probabilmente qualche chilo sarebbe restato invenduto ma certi del fatto che, nella peggiore delle ipotesi, quello del giorno prima avrebbe trovato una sua destinazione come “pane vecchio”, solo un po’ più secco del giorno prima, che mio padre vendeva al prezzo della farina che aveva usato a chi lo prenotava per le galline, i cani e i maiali.

Spesso e semplicemente lo “dava”, secondo l’usanza antica del baratto: ti do una cosa che non mi serve e tu fai altrettanto; una gallina o qualche salsiccia quando sarà il momento. Non erano cortesie, sia chiaro, erano consuetudini.

Due volte all’anno passavano sull’argine di fonte a casa i due soliti pastori di Monte Magrè con un centinaio di pecore, due cani neri come Meg e due asini carichi di quel che serve: una tenda dentro alla quale ripararsi di notte, ombrelli enormi, vestiti vari e cibo durevole.

Erano incontri brevi. Giusto il tempo di aggiornarsi reciprocamente sulle novità degli ultimi sei mesi perché c’era da lavorare, ma i due pastori se ne andavano sempre con due sacchi di pane, vecchio e fresco. Mio padre, invece, rientrava con gli occhi felici e una sbrancà (un’abbondante manciata) di noci raccolte chissà dove e chissà quando.

“Nostrane”, piccole, con la scorza che lascia le dita nere di tannini, dure da rompere, croccanti da mangiare.

Un concentrato di sapori antichi che, ogni metà ottobre, ritrovo in quelle che stanno cadendo dai due noci qui di fronte.

E sorrido.

Lucio Montecchio

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