Rumori di fondo

“Questo qui non ci scappa”, commentò con sé stesso il geometra Odilio verniciando una grande X rossa sulla schiena dell’olmo di fianco al “vecchio rustico da restaurare libero sui tre lati e giardino esclusivo, metrature generose, vicinanza al centro, prezzo interessante, incentivi sulla ristrutturazione”.

‘Dìlio aveva letto che in molti campi di concentramento si faceva la stessa cosa fra le spalle degli internati ventenni per dissuaderli dalla fuga, e a lui questa cosa piaceva parecchio.

Si, è vero, quand’era più giovane quell’olmo avrebbe davvero voluto scappare dal tanfo del letamaio poco lontano.

Qualche tentativo l’aveva anche fatto, cercando di lasciarsi strattonare dal vento per provare a scavalcare il fosso, ma poi il proprietario era morto, le vacche pure e quel sogno l’aveva accantonato già da molto tempo, preferendo la compagnia dei passeri circìrp, dei tordi zirlì, dei fringuelli cicciccì, delle cince zzizzì e di una famigliola di ghiri ghighì.

Odilio si allontanò nel bobbobbò di una Lancia Delta oro dell’81 usata-ma-tenutabene che si era sempre rifiutato di far restaurare “perché poi le tolgono l’anima”, diceva al bar con orgoglio.

Il silenzio tornò sovrano.

Fu in quel momento, che l’olmo si accomiatò per sempre dai suoi compagni.

(qui ci sta bene un Leonard Cohen, ma va bene anche un Ardbeg)

Lucio Montecchio

(in alto la copertina di “The End”, di Philippe Chappuis, 2018)

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