Neve

Fino agli anni settanta, quando si voleva correggere una parola o una frase ci si tirava sopra una riga e ci si scriveva la parte nuova subito dopo, o sopra, o di lato.

Il maestro Ferro ci lasciava tutto il tempo per riflettere sulla parola definitiva e poi ci aiutava a commentarne l’uso confrontandola con le precedenti, barrate. Avevo sui nove anni e vi sto parlando di bello, buono, grande, piccolo e dei ben pochi sinonimi che un bambino dialettofono poteva usare a quell’età, sia chiaro. La parte più bella dell’esercizio, però, consisteva nel discutere del motivo per cui un aggettivo era stato preferito ad un altro. A volte tornavo sui miei passi barrando l’ultimo immenso e recuperando il primissimo grande.

Alle medie arrivò la gomma bicolore con la parte blu così arrogante da piallare via definitivamente le parole sbagliate e al liceo il bianchetto, buono per nascondere a chiunque altro l’errore e dimenticarsene per sempre.

All’università comparvero i primi computer domestici e la magia del tasto Canc, una vera macchina del tempo che non piallava né copriva, ma permetteva di tornare indietro all’infinito fino ad accontentarsi dell’errore meno sbagliato.

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E penso a questa neve che sta cadendo dal giorno di Natale, ai brindisi e alle telefonate degli ultimi giorni e alla voce di Van Morrison che ora ci sta scivolando sopra, nascondendo molte nostre scelte sbagliate.

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Lucio Montecchio

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