Trasparenza

Si attardò a osservare un gruppo di folaghe chiassose e poi si incamminò verso il suo olmo, l’albero della trasparenza.

Si, perché dopo la volta in cui, giocando coi fiammiferi, appiccò il fuoco a un pagliaio e si rifugiò per ore sotto a una macchia di rovo sulla riva del Bacchiglione, suo padre lo prese da parte e gli raccontò che lui, da bambino, quando doveva nascondersi andava in un posto più sicuro, all’olmo. Che restando fermi là sotto si diventava invisibili.

Salutò il suo complice silenzioso posandogli una mano sul fusto, gli girò attorno per accertarsi che andasse tutto bene e poi si sedette soddisfatto fra le due radici che sporgevano da terra.

Visto da lì, il mondo non era cambiato per nulla.

Si trattava solo di trovare il modo di ricucire il prima col dopo, di ricomporre la lacerazione profonda che si portava dentro.

Spostò lo sguardo in fondo, si lasciò carezzare dalla brezza, chiuse gli occhi e rivide il ragazzo che gli era comparso davanti all’improvviso, spaventato quanto lui. Avrà avuto venti, forse ventidue anni. Un tempo che lui aveva fermato per sempre trapassandogli lo stomaco. Ci mise molto, a morire, troppo; contorcendosi, sboccando fiotti di sangue e monosillabi. Fissandolo stupito. Non era dalla guerra, che era scappato, ma da quello sguardo.

Gli sembrò di sentire l’albero vibrare, sussurrare, ma forse erano solo le foglie mosse dal vento.

Strisciò il mozzicone per terra, si alzò poggiando le mani sulle ginocchia e rientrò verso casa. Lentamente.

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Lucio Montecchio

(Meg l’ho messa solo per catturare la vostra attenzione)

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