Gelso e Liana

Gelso era un fustone di trent’anni tracagnotto, ben piantato per terra e con la testa infilata direttamente fra le spalle come un pilone del Sei Nazioni. Che lui avrebbe voluto crescere fino a quindici metri, ma doveva fare foglie così basse da essere prese facilmente dalle ragazze della famiglia in odor di dote. Era orgoglioso, di dar da mangiare ai bachi che avrebbero filato la seta per le lenzuola della prima notte di nozze di Lucia.

Liana invece era una vite di sedici anni, allegra, sbarazzina, con una voglia di guardarsi in giro che non sapete quanto. Faceva grappoli belli e rossi e sodi con degli acini tondi tondi che, se le arrivava una buona forconàta di letame della Gilda, sapevano di fragole e di panna e d’erba appena calpestata.

All’inizio non si erano neanche simpatici, maritàti da Gastone contro il loro volere per l’interesse della famiglia e costretti a farsela piacere così com’era.

Però nel tempo si erano trovati bene.

Chiacchieravano e scherzavano tanto. Ridevano di Gastone che ogni mattina gli pisciava sui piedi fischiettando “La Gigiotta” e delle galline che continuavano a spostarsi mano a mano che Gelso si divertiva a ruotare la sua ombra. Che buone son buone, le galline, ma intelligenti è un’altra cosa.

E poi chiacchieravano con la rosa lì sotto. Anche lei bella, bianca, corteggiata da uno stuolo di api e bombi per quasi tutta la stagione.

Non era male, insomma, sebbene il prezzo da pagare fosse il restare lì avvinghiati a forza in quel metro quadrato.

Un giorno d’estate, però, finché Gastòne era da parenti a Trieste, arrivò il figlio Ganassa accompagnato da un agrimensore, un estimatore e un finanziatore.

“Qui rifacciamo tutto, tiriamo la terra col laser come se fosse un tavolo da biliardo, facciamo gli scoli e il drenaggio nuovi, mettiamo pali di castagno che così ci danno la certificazione Bio e poi un bell’impianto di fertirrigazione centralizzato e automatizzato, che te lo controlli anche da casa”, esclamò l’estimatore.

Il finanziatore aggiunse “parte del vino possiamo farlo anche con l’uva”, ma questa cosa Liana non la capì e rise, pensando a una scena di “Amici miei”.

Però vennero il giorno in cui Gastone si addormentò col cuore che ritmava la marcia di Radetzky e quello delle rose bianche al funerale, e poi arrivò un furgone di sbarbatelle petulanti che ridevano in francese come delle liceali in Piazza San Marco.

“Liana, la vedo male …”, sussurrò Gelso.

Iniziarono togliendo le rose sotto a ogni gelso e poi tagliando i cavi di ogni filare. Per la prima volta Liana e Gelso si separarono, di qualche centimetro.

Poi accesero le motoseghe iniziando dal fondo, via una sotto l’altra.

“È normale che in questa stagione la vite pianga, se la tagli”, disse il capo operaio per rassicurare il ragazzo perplesso.

Liana cominciò a vibrare. Poi arrivarono a lei e lei abbracciò Gelso, per la prima volta.

Gelso fece una lacrima. E questo no, che non era normale.

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Lucio Montecchio

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