Antologia del Bacchiglione

“Vocalizza”, commenta con imbarazzo la badante che accompagna il Dogno sulla carrozzina, quasi per scusarsi.

A… A… A… A… A… Acute. Prolungate. Interminabili.

Anche mio padre faceva così negli ultimi mesi. Lui aveva una passione per le E. Decadimento cognitivo, Alzheimer. Il medico ci disse che le vocali urlate sono il modo più facile di comunicare il dolore, forse del fisico o forse dell’anima o forse di entrambi. Io non lo sapevo e lui non smetteva mai e, si, per un po’ di tempo me ne sono vergognato anch’io.

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Il Dogno di nome fa Pietro, ma qui tutti lo conoscono così perché fu uno dei primi a ritornare a casa da Codogno, nella lontana Lombardia, dopo aver placato la fame del dopoguerra.

Quando avevo sui sette anni fu lui, a insegnarmi i numeri romani e il loro buon uso (a evitarli per le date, insomma, che gli avrebbero ricordato il sapore dell’olio di ricino).

Ogni lunedì mattina, giorno di mercato, si fermava all’ombra della stradina che fa angolo con casa nostra, metteva sul cavalletto la bici, collegava la puleggia al disco della mola appena sopra al manubrio, riempiva d’acqua un piccolo serbatoio d’ottone, apriva il rubinetto fino a far cadere le gocce col ritmo giusto e viachevà.

Pedalava, arrotava e cantava.

Cantava le canzoni dell’epoca sua e quelle del momento, spesso sostituendo le parole vere con altre altrettanto vere. Quando arrivava una signora con un paio di coltelli o delle forbici alzava lo sguardo da dietro gli occhiali e, continuando a molare, partiva con “E’ primavera svegliatevi bambine …” ricamandoci sopra delle parole più adeguate al momento, un po’ in italiano e un po’ in dialetto.

Cantavano tutti. Orfeo, che spandeva il profumo del pane appena sfornato su un ballabile romagnolo; Cesare, che intonacava i muri con in testa un cappello fatto con la carta del sacco di cemento; la Graziella, che vendeva la sua verdura nella piazza del cinema; Maurizio, che sarchiava il biancoperla sotto il sole di giugno; la signora Luciana, che solfeggiava Rossini dietro ad una tenda bianca.

Qualche anno fa, Danko mi fece riflettere sul fatto che le canzoni italiane sono una distesa di vocali posate su una musica allegra, “è una reazione positiva alle difficoltà, un atto di sfida alle fatiche di ogni giorno. Le nostre sono così tristi …” commentò.

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Chissà, quante canzoni allegre stanno uscendo dalla mente del Dogno proprio adesso?

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Lucio Montecchio

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