Pagherei

Eccomi qui, agli scaffali di un supermercato dove non c’è nessuno che mi suggerisca cosa è fresco e cosa non lo è.

Cos’è un’arancia Navel? Dentro è rossa? Dolce? Aspra? Ce la faccio una buona spremuta o va bene solo a spicchi? Dentro li avrà i semi? – si, perché un frutto senza semi non è un frutto-.

Però c’è scritto bello grande “Provenienza Italia”. E chissenefrega? A me interessa sapere se mi piacerà e se è sana. A me va bene anche se è stata coltivata in Spagna o in Grecia, se è sana. Cosa cambia, a parte il concetto che condivido di tenere i soldi quanto più vicino a casa?

A proposito, sulla destra c’è il reparto “Chilometri zero”, con le carote coltivate vicino alla discarica che si vede là in fondo.

La Graziella me la faceva assaggiare, la sua frutta, e se mi piaceva ne prendevo una cassetta intera e poi dentro a quel profumo mi ci perdevo per tutto il viaggio fino a casa.

Eppure eccomi qui, ad assumermi la responsabilità di quel che sono costretto a scegliere coi guanti addosso. Ma che scelta è questa? Che non so neanche cosa ci hanno messo sopra, a queste mele, per farle così belle, simmetriche, turgide e così lucide che sembrano passate da un estetista.

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Cos’è successo, in questi pochi anni? Com’è possibile che anch’io abbia accettato passivamente le regole di un mercato perverso che mi fa comprare con gli occhi e con l’ansia di arrivare alla cassa prima di quella signora col carrello troppo pieno?

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Pagherei, si, pagherei per riempirmi il naso di profumo di carote che sanno ancora di terra fresca e di pomodori che sanno di sole (ma non è stagione, lo so).

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Lucio Montecchio

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