Primavera silenziosa

Rachel Carson scrisse Primavera Silenziosa nel 1962, l’anno in cui i miei si sposarono.

Io lo lessi quando avevo sui sedici anni e la tessera di un’associazione ambientalista in tasca.

La visione che saremmo arrivati alla scomparsa del cinguettio primaverile degli uccelli che mangiano insetti avvelenati mi sembrava inverosimile.

Quella pazza della Carson, madre dei movimenti ambientalisti moderni, dava quasi tutta la colpa all’uso di quello stesso DDT che secondo i miei nonni era tanto miracoloso da aver sconfitto le zanzare e con esse la malaria, in tutte le nostre regioni bonificate. E poi, la grandezza del DDT era anche certificata da un Premio Nobel, no?

Insomma, a casa mia sembrava quasi un’eresia parlar male del DDT, più famoso come “Flit” e allegramente protagonista del motivetto “AmmàzzaLaMosca | col Flìt”.

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Poi però si scoprì che il problema non era il DDT, ma il come e il perché lo si usava. Un po’ come per la dinamite, inventata per agevolare i lavori nelle miniere. Aveva ragione la Carson, insomma.

Il DDT fu tolto quasi velocemente dal mercato e sostituito con insetticidi più sicuri ma pur sempre “insetti-cidi”, uccisori d’insetti, cruenti soprattutto alle orecchie di chi pensava alle farfalle colorate e alle api stecchite per terra. Fu per questo, che insetticida fu sostituito con agrofarmaco, ben più vicino al nostro concetto di medicina e quindi di salute.

I prodotti rimasero gli stessi e gli agrofarmaci continuarono e continuano a fare il loro mestiere, gli insetticidi.

Perché sì, d’accordo, moriranno anche un po’ degli uccelli che allietano le nostre mattine, anche le rondini e altri uccelli che cantano meno, ma è nel conto del progresso. Sostenibile, insomma.

Perché sì, d’accordo, moriranno anche un po’ di lucertole, ramarri e altri inutili rettili che non cantano e che sono anche brutti.

Perché sì, d’accordo, ma vuoi mettere le mele lucide e il parabrezza senza più moscerini da grattar via?

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E’ il soggettivo concetto di sostenibilità, che si traduce più facilmente con “il male minore”.

Ed eccola qui la sostenibilità, alla sua ennesima potenza, in questa fotografia che ho scattato venerdì scorso in un vivaio di piante da fiore. Piante “da bello”, non “da cibo”.

Nomi esotici, molti mai sentiti prima, selezioni artificiali col fiore enorme, divisi in “da ombra”, “da mezzo sole” e “da pieno sole”.

L’aria aveva ancora un po’ di quel retrogusto amarognolo che conosco bene e in tutto il vivaio non c’era una mosca, un’ape, un bruco o una farfalla; non c’era neppure una lucertola.

Silenzio biologico nel chiacchiericcio di clienti inconsapevoli, in cerca dell’orchidea col colore adeguato all’evento del giorno.

Ho temporeggiato (“sto aspettando mia moglie”), poi me ne sono andato.

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Lucio Montecchio

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