La fionda

Nella mia mente, le cose e gli eventi sono classificate in epoche iconiche.

La mia epoca “della fionda” è compresa fra quella del “restate nel cortile in modo che vi possa vedere” e quella della “vespetta cinquanta con la sella della ET3 che magari ci sale la Marina” e sostanzialmente è quella delle prime confidenze con le cose manuali da fare con attenzione e cura, perché per fare una fionda che non fionda basta poco: una forcella d’albero, un quadrato di pelle per trattenere un sasso e due elastici di collegamento da tendere e lasciare. Per fare una fionda vera, invece, ci vogliono manualità e pazienza. Che sennò i tuoi compagni di gioco ti coglionano (ma poi ti insegnano, vero Sergio?).

Se fosse un articolo scientifico, la prima parte di quanto segue si intitolerebbe “Materiali e metodi”, lasciando poi spazio ai risultati e alle considerazioni.

Per prima cosa bisogna andare lungo l’argine destro e camminare verso la casa dei Trevisan fino all’ansa esterna, dove l’acqua e il tempo sono più lenti, e cercare con pazienza l’albero giusto, di quelli col legno elastico e con una forcella che non sia a V ma a U dalla quale partano due rami entrambi sul centimetro e mezzo di diametro o poco più. Il corniolo e l’acero vanno bene, anche l’orniello. Che poi va bene quel che c’è, perché dipende da dove abiti: è solo un gioco.

Chiaramente servono alberi giovani, perché se sei alto un metro e venti e la tua forcella ideale è a due metri devi essere in grado di piegare tutto il fusto e segare la parte buona venti centimetri sotto la forcella.

Poi ci si siede all’ombra e si tagliano tutti i rami e rametti superflui immaginando chissà quali prede future da centrare, lasciando i due rami della forcella belli lunghi, sui quaranta centimetri; si sbuccia via la corteccia con delicatezza senza intaccare il legno, si legano le estremità a monte in modo da spanciare  un po’ di più la forcella e trovarne la curvatura giusta; si taglia via tutto quel che c’è sopra la legatura, si corre a casa orgogliosi del risultato e si mette tutto nel forno della cucina a legna, a seccare. Meglio ancora sarebbe vicino al fuoco, senza però scottare il legno e spruzzandoci dell’acqua in caso di dubbi (ma per questo serve qualche anno in più di coraggio).

Ogni tanto si tasta l’elasticità dei due rami e alla fine si toglie il legaccio, verificando che la nuova curvatura imposta al legno tenga. Raffreddato il tutto, si taglia quel che non serve fino ad avere un’impugnatura lunga un po’ più di un pugno chiuso e i due bracci, identici, lunghi sui sei-sette centimetri. Un’ultima rifilata superficiale con la schiena di un coltello può servire.

Si passa poi all’assemblaggio: un rettangolo di pelle morbida, da tomaia, ritagliata dalla lingua sotto l’incrocio dei lacci di una scarpa dimenticata o, più semplicemente, donato dal sorridente Bepi scarpàro. Due buchi laterali, centrali e simmetrici fatti con la punta di una forbice ospiteranno altrettante strisce di camera d’aria di quella rossa (che adesso non c’è più, credo), offerta da Sergio mecànico, che ce la dava già tagliata a strisce perfettamente parallele e di misura (“che sennò voi vi fate male”), orgoglioso dell’origine sportiva del prezioso bene: “tubolare Pirelli, come quello di Gino Bartali”.

Bene, a questo punto è quasi fatta: si scavalcano le estremità libere di queste due strisce sulle teste della forcella e le si lega strette strette con due elastici robusti. Si fanno alcune prove generali di tensione e di mira, se serve si smonta e rimonta e poi si torna sull’argine, dove diventare finalmente esploratori e cacciatori, mirando quel che attira di più l’attenzione e che non vi dirò, perché a ciascuno dei pochi bersagli presi corrispondeva un danno.

Passavamo così, i pomeriggi estivi: lontano da casa con gli amici della nostra età, col tempo regolato dalla fame e dalla luce, con le ginocchia sbucciate e le gambe grattate dal rovo e con una fionda che penzolava orgogliosamente da una tasca.

Non ci crederete, lo so, ma ci divertivamo parecchio.

Lucio Montecchio

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