Bacajòn

Appesi al muro c’erano ancora i vecchi remi del padre di sua madre, barcàro sui burci che portavano la scaglia da Battaglia fino al cementificio di Chioggia seguendo il corso del Bacchiglione: Bacajòn, brontolone, burbero, insofferente.

Acqua di palude costretta a diventare fiume, in continua attesa dello scirocco giusto per sbordare dagli argini più bassi e tornare a ricoprire i campi che erano suoi; via di comunicazione fra i Colli e il mare, ma capace di nascondere fino all’ultimo momento un isolotto melmoso per divertirsi a incagliare i barconi più pesanti.

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Tirò dentro la pancia per passare senza sporcarsi fra il muro e il telo impolverato che copriva la sgranapannocchie ed entrò nella stalla semibuia.

Nella penombra intravvide il carro vuoto e un po’ di balle di paglia in disordine, le poste delle vacche col santino di Sant’Antonio Abate inchiodato alla trave appena sopra e le greppie di fronte, vuote, in perenne attesa del fieno fatto con l’erba e i fiori che prima della guerra lui andava a falciare sull’argine.

Gli tornò alla mente la notte in cui aiutò suo padre a far nascere il figlio della Nina. Attila, volle chiamarlo, come il personaggio che aveva imparato a scuola.

Anche il letamaio appena fuori era sparito, consumato per concimare i due campi a mais che non facevano neanche un ettaro.

Usci, aveva bisogno di star solo per un po’.

Passò di fianco al doppio filare di gelsi e piluccò qualche mora.

More bianche.

Sorrise.

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Lucio Montecchio

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