I boschi di papà

Anche quest’anno il 14 maggio è arrivato puntuale.

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È una giornata bellissima da qui sopra, e le montagne sembra di poterle toccare.

Sono nato in marzo e mio padre ha iniziato a portarmi in Altopiano da quel giugno e finché sono diventato grande.

Faccio questo mestiere anche grazie a lui che, uomo di pianura, la montagna la viveva con curiosità e rispetto.

Quei pascoli lì sotto li abbiamo attraversati in tutte le stagioni.

Cose da scoprire non ne mancavano mai: larici avvinghiati ai massi, ammoniti che sporgevano dalle lastre di confine, girini che nuotavano nelle pozze di abbeveramento e giovani mazze di tamburo da veder maturare a casa, in un bicchiere.

Noi chiedevamo, ma a volte il non avere risposte adeguate lo imbarazzava. Forse è perché era nato nel trentuno e, tra un bombardamento e l’altro, per la scuola c’era stato poco tempo; però aveva il dono di attaccar bottone con gran facilità e così faceva un bel sorriso e, a sua volta, chiedeva.

Con Lino, il custode del cimitero inglese, faceva delle chiacchierate lunghissime. Sedevano e parlavano di cose della vita, ciascuno della sua. Forse non era amicizia, però era confidenza spontanea, quella che si scambiano le persone vere. Io ascoltavo e le parole diventavano immagini, come in un romanzo di Jack London. Ma quello lì era mio padre.

In quella bella casa rosa verso il Kubelek ci si vedeva da pensionato, ma i soldi non bastavano e debiti non ne ha mai fatti. Qualche volta ci portava fin là solo per guardarla da lontano, con la malcelata scusa di un panino sul prato davanti.

Facevamo camminate interminabili e ridevamo, ridevamo tanto.

Spesso prendevamo la direzione di una delle tante malghe con l’obiettivo di un pranzo frugale. Fuori c’era scritto “polenta e soppressa”.

A fine agosto, però, andavamo sempre nella solita, quella verso il Portule. Diceva che il burro e il formaggio che facevano là sapevano di fiori. E così passava in rassegna le forme messe a stagionare sulle tavole di legno, ne tirava su alcune e sceglieva quella da portare a casa annusandola e percuotendola col palmo. Nel frattempo io e Fabio mangiavamo la panna, quella vera.

In settembre, invece, c’erano due appuntamenti fissi: la gita in barca a remi a Lavarone e le stelle alpine, verso Cima Dodici. Che testardo, quella volta in cui si mise a riparare l’ottoecinquanta blu in mezzo a una stradina persa, pur di continuare la salita. Eravamo dentro a una nuvola e mia madre insisteva per tornare indietro, ma niente da fare. Fu quando mi mostrò come si pulisce un filtro dell’aria, e quel «ruba con gli occhi» me l’avrebbe ripetuto in mille altre occasioni.

Durante questi giri autunnali capitava che prendesse un alberello da trapiantare a casa. «Senti che profumo» sussurrava scavando con le mani.

Di quella terra ne prendeva sempre due sacchetti, perché diceva che «gli alberi vanno sempre piantati piccoli e con la loro terra, sennò deperiscono e poi prendono le malattie». Il perché l’avrei capito molti anni dopo dai libri, ma lui osservava e praticava il buonsenso.

Come quando ci disse che quel grosso faggio verso Lusiana nessuno l’aveva mai tagliato perché era troppo scomodo, e che stava così bene perché era in mezzo ad altri faggi.

Quei boschi sono ancora là sotto. Uguali uguali, continuano a parlare a chi sa ascoltarli.

Lui però direbbe che sono uguali e diversi. Guardandomi negli occhi mi direbbe che quando il faggio vecchio cade, i giovani devono essere pronti a prenderne il posto.

Mi piacerebbe averlo di fianco, oggi, vederlo guardare i suoi boschi dal finestrino di un aereo che non ha mai preso.

E ascoltarlo, ancora.

Lucio Montecchio

(Copyright CLEUP)

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