Confuso e felice

Eh, se fossimo stati più attenti …

Per bilanciare l’inquinamento prodotto da una famiglia media, compreso l’inquinamento “su commissione” che fingiamo di non sapere (il far costruire e trasportare fino a casa la batteria del monopattino elettrico, lo spremiagrumi, il cellulare, l’asciugatrice, il condizionatore eccetera) servono più di due ettari. Se ci aggiungiamo un viaggio in aereo all’anno diventano di più.

Negli anni ’60 il mio paesello aveva i suoi boschetti comunali fino all’argine. C’erano perché c’erano da sempre, senza un motivo vero. I nostri antenati avevano deciso che quella terra non serviva a niente di meglio; lì attorno facevano gli artigiani del bosco e presero il cognome dal lavoro che facevano: bosco, boschiero, rovere, sambugaro, capenedo, manàra, bottaro, cestaro, marangon, carraro, carradore, brusaferro e via così.

Nei ’60 c’erano 1.200 famiglie distribuite in 1.100 ettari, una lavatrice durava vent’anni e l’unica auto di famiglia durava per sempre. Però stavano già iniziando gli anni della plastica e dei materassi abbandonati giù dall’argine, col fiume che trasportava i nostri peccati verso Chioggia (all’epoca si diceva “onto come Ciosa”, ma lo sporco di Chioggia era il nostro).

Oggi di famiglie ce ne sono ottomila, comprese quelle che vivono nei due quartieri che prima erano bosco. Siccome lo spazio non basta più, i condomini sono sempre più alti; gente di campagna in condomini di cemento di sette piani, ve l’immaginate?

Per tornare ai nostri calcoli, bisognerebbe ricostituire 16.000 ettari di bosco (l’equivalente di 20.000 campi da calcio, per intenderci) dentro a quella stessa superficie di 1.100 ettari.

Questi numeri sono tutti veri e sono certo che piantare alberi sia una delle poche strade possibili, ma mi spiacerebbe che queste politiche sbandierate nello stile “cchiu’ pilu pi’ tutti” del geniale Albanese ci facessero immaginare un facile azzeramento dei debiti.

Un bosco è un bosco, ragazzi. Non li sa fare, i miracoli.

Dobbiamo inquinare molto ma molto meno. Questo è l’unico trucco. La vita è difficile, lo so, “felicità a momenti e futuro incerto” (Tonino Carotone, il titolo originale non lo scrivo).

Un bosco è un bosco, ragazzi. Con tutti i disagi che a noi uomini urbani può comportare, come è stato ampiamente dimostrato dai mille racconti scritti per bambini e adulti impressionabili.

Mi immagino già i conflitti fra scarpine bianche a mezzo tacco e fango inevitabile, gli “oddio, ci sono le bisce”, i “meglio Sottomarina”, e poi mettiamoci pure “maledetto tutto quel rovo, che i jeans già strappati nei punti giusti li avevo pagati un botto”.

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Io sogno Parchi urbani, tanti, grandi quanto si può, fruibili da tutti, con le radure, i laghetti e dei boschi comunali facili, ospitali, concatenati fra loro fino a formarne uno solo, ampio. Una specie di Parco Urbano dalla sorgente del fiume fino al mare.

Un luogo dove star bene (e poi è implicito che gli alberi assorbiranno un po’ della nostra anidride carbonica: è il loro unico modo di vivere).

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Proviamo a sognarla assieme, questa cosa qui.

Di uscire dall’ufficio mezz’ora prima, dopo una giornata di zoom, chat, whatsapp, telefonate, nodo della cravatta sempre troppo stretto, condizionatore a palla.

Di prendere finalmente la bicicletta e attraversare la città, e poi gli orti urbani, i campi coltivati, i frutteti, i pioppeti e di salire su un argine coi papaveri in fiore.

Di attraversare un ponticello di legno e scendere verso la prima radura a destra, seguendo un coniglio bianco. E poi un fosso di scolo, un laghetto, un pescatore, una ragazza che legge un libro, un prato, dei bambini che giocano con un cane, un nonno che spiega a una scolaresca di lepri e di starne.

Profumo d’erba, aria dal mare, una capra zoppa fra le nuvole (questa è per Giorgio).

Posate la bicicletta vicino a una panchina e passeggiate fino all’antica cascina diventata un centro culturale per persone di ogni età, di ogni abilità, di ogni disabilità e di ogni sesso (si, in questo blog si può dire).

Un bianchino fresco al banco del baretto, un saluto ad un amico che non vedevate da prima del Covid e quattro chiacchiere senza fretta, osservando vostro nipote e i suoi compagni di classe di questo futuro possibile discutere sulla vecchia aia trasformata in un piccolo teatro all’aperto.

Stanno provando una commedia leggera, estiva, da mettere in scena ad una festa di piazza.

E ridono e scherzano e giocano e si divertono.

Il burlone della compagnia indossa una maschera da somaro per far ridere la ragazza più carina. Si chiama Alice, quintacì.

E tutti loro si chiamano come i nostri vecchi, anche se non sanno il perché: Bosco, Boschiero, Rovere, Sambugaro, Capenedo, Manara, Carbonaro, Bottaro, Cestaro, Marangon, Carraro, Carradore, Brusaferro e via così.

Ecco, a me piacerebbe un Parco urbano per andarci a bere un bianco.

Contrari? Astenuti?

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Lucio Montecchio

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