Caro Roberto

Caro Roberto,

hai proprio ragione: da parecchi mesi scrivo poco e raramente (orca, questa è la prima volta che ti do del tu).

È che mi si è intorpidita la mente.

Fotografo cavolfiori: ti sembra normale ‘sta cosa?

Per scrivere ho bisogno di vicinanza sociale, di risate, di far tardi, di sorrisi liberi da mascherine.

In questi due anni solitari ho cercato di ingannare il tempo raccogliendo molti ricordi che mi si erano incastrati nella memoria da quand’ero bambino. E’ stato un bell’esercizio.  Alcuni erano freschi, molti li ho restaurati con l’aiuto di mia madre e di qualche vecchio del paese. Ne ho fatto una nuova raccolta. C’è anche quel racconto sulle scuole differenziali che sai.

Ma il tempo, ‘sto stronzo, lui non si lascia ingannare.

Niente-da-fare.

E così sono daccapo.

Ho un taccuino ricco di immagini povere, malinconiche. Ma così non va bene.

Mi piacerebbe scrivere della politica del piantare millemila alberi, dappertutto, per fare “biodiversità”, incuranti delle logiche minime di un ecosistema, degli arbusti, dell’erba, delle lepri, delle starne, della terra (che noi lo sappiamo che è lei la madre di tutto).

Mi piacerebbe scrivere del costante massacro di alberi compiuto da chi ama gli alberi perché, “tanto, quando hanno sessant’anni vanno sostituiti”.

Mi piacerebbe anche scrivere dell’esclusione di un albero dal concorso che poche settimane fa ha premiato l’ “albero europeo dell’anno”. Era un albero colpevole di essere nato in Russia. Un albero. Colpevole. Mah… (che poi non è neppure bello, non avrebbe vinto comunque).

Vedi, sono queste cose qui che mi fiaccano la voglia di scrivere, Roberto.

Ma appena si scalda un po’ l’aria sono convinto che ‘sta cosa finirà.

Magari vengo a trovarti con una bottiglia di raboso.

Un abbraccio

Lucio

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