Nove ottobre

La sera del 9 ottobre del 1963 Marco era in trasferta a Belluno con tutta la squadra di Alfeo, impegnati a costruire un piccolo condominio.


Fare il manovale dall’alba al tramonto gli pesava, ma con quel lavoro stava mettendo da parte i soldi necessari a finire la casa dove andare a vivere con Marta. Una casa tutta loro. Lavorandoci il sabato e la domenica, secondo i suoi piani avrebbero dovuto entrarci per Natale.

Le risate dei ragazzi al bar del pianterreno attraversavano il pavimento della camera da letto e, pur non sapendone il motivo, veniva da sorridere anche a lui.

Stava bene, si sentiva bene.

Pensava a Marta, al suo bel pancione rotondo e se la immaginava seduta sul sofà con sua madre, a chiacchierare e a cucire il corredo per il bambino.

Che poi non lo sapevano mica se sarebbe stato un bambino o una bambina, ma a lui piaceva immaginare un maschietto vispo e con gli occhi neri, che gli correva incontro con un pupazzo in mano.

La scelta del nome si era ridotta a Nicola o Andrea, oppure a Chiara o Letizia. A lui piaceva Nicola.

Ah … se avessero avuto il telefono in casa sarebbe sceso e l’avrebbe chiamata per un Buonanotte.

*

Saranno state le due, quando Alfeo iniziò a strillare e a battere la porta delle camere come una furia, bestemmiando e urlando che l’acqua aveva scavalcato la diga e distrutto Longarone e tutto quel che c’era attorno.

Si fiondarono al camioncino.


Il Piave era gonfio di fango, di tronchi e di cose che col buio non si capivano. La strada era intasata di macchine, trattori e camion. Fecero l’ultimo pezzo a piedi, di corsa.


“Un pezzo di montagna grande come Longarone ha creato un’onda grande come Longarone, che ha preso il posto di Longarone”, gli spiegarono.

Marco cercò ovunque. Scavò ovunque. Per ore, fino a spellarsi le dita. Poi tornò a quel po’ che restava di casa sua e si sedette, con gli occhi fissi su un legno che chissà cos’era prima.

Avrebbe voluto essere stato lì anche lui. Avrebbe stretto Marta a sé fino alla fine, in quell’abbraccio che lunedì mattina non le aveva dato. “Vado, che sono in ritardo”.

Nella sua mente continuava a immaginare una montagna gravida che partoriva un serpente fatto d’acqua, un drago lungo come il Vajont, con la testa enorme e la bocca spalancata. Vorace di tutto quel che c’era sulla sua strada.

Era quello, il Leviatano del catechismo? Era un demone? Una punizione? E Dio? dov’era Dio? Forse quella sera non c’era. Forse c’era e aveva perso-


Dopo tre giorni trovarono suo padre sotto a due metri di fango. Di sua madre e di Marta non si seppe più nulla.

“Disperse”, dissero.

Disperse: né vive né morte, in un purgatorio eterno.

*

Marco passò l’inverno da un cugino di Feltre, poi chiese di poter usare una vecchia casèra abbandonata verso la Tovanella e provò a iniziare una vita nuova assieme a sei capre e un cane nero.

Ma i pensieri erano sempre gli stessi, in un vortice senza fine.

Gli mancava Marta, il profumo della sua pelle, il suono della sua voce allegra.
Gli mancava una fotografia sulla quale piangere, una qualsiasi.

A mano a mano che le immagini cercavano di affievolirsi lui provava a tenerle vive. Chiudeva gli occhi e si concentrava sui ricordi più nitidi: lo sguardo severo di suo padre, i movimenti lenti di sua madre e il modo da bambina che Marta aveva nell’allargare le braccia per invitarlo a stringerla.

Col passare dei mesi e degli anni, però, il tempo fece la sua parte.

*

Oggi Marco ha 82 anni e vive con una quarantina di capre e tre cani da pastore in una casa senza fotografie.
Il mercoledì pomeriggio scende in paese a prendere gli scarti di verdura che il fruttivendolo gli mette da parte per le capre, si ferma al consorzio per un sacco di avena e poi da Piero, che sa già che pane dargli.

A volte lo si vede a qualche funerale, in disparte.
Il resto del tempo lo passa sui pascoli dietro a casa modulando dei fischi che i cani sanno, e così il gregge si chiude, gira e torna verso casa. Oppure si rintana sotto alla tettoia e armeggia su una delle mille cose rotte che ha accumulato negli anni.

Qualche tempo fa, finché carezzavo uno dei suoi cuccioli, mi disse: “Nicola avrebbe la tua età”.

LM

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