Categoria: ecologia

Onyricon

parquad

 

Mai provata la sensazione di non sapere se sei sveglio o se stai ancora sognando?

Neo (The Matrix, 1999)

 

Della Parliament Oak raccolgo materiale da mesi, provando a immaginarne l’evoluzione nel tempo dalle foto, disegnandoci sopra.

Maggio: il compleanno di Monica e il concerto acustico dei Simple Minds giustificano ampiamente il viaggio.

Quasi nascosta all’incrocio fra la statale e una delle strade laterali che attraversano i campi, se non la stai cercando non te ne accorgi. Non dà fastidio a nessuno e nessuno dà fastidio a lei. Libera di decidere il suo destino.

Praticamente è un sistema radicale che da più di mille anni continua a sostituire il fusto più pesante e meno efficiente con altri più giovani e vigorosi, tutto attorno.

Fra i due fusti grossi e cariati sulla destra e quello giovane a sinistra c’è uno spazio ampio e circolare.

Lì dentro si sono avvicendati tutti quelli precedenti, secondo logiche che possiamo solo ipotizzare. Forse secondo scelte di convenienza e di sopravvivenza che le radici hanno avuto il tempo di sbagliare e di perfezionare.

A terra ci sono un po’ di ghiande: a saperle leggere, lì dentro ci sono molte risposte.

La farnia è sana, almeno quanto quelle che hanno mille anni di meno e che da noi sono “monumento”, certificato da una targa luccicante.

Monumento a che cosa, però, non si sa. Forse “all’oblio”. Al fatto che quelle poche, fortunatamente, ci siamo dimenticati di tagliarle.

Fotografo un po’ di dettagli e mi allontano di una ventina di metri per inquadrarla tutta.

Apro il diaframma per mettere a fuoco solo il ramo che viene verso di me. Faccio per ripetere, ma mi fermo: dal centro sfocato compare una signora coi capelli rossi sciolti sulle spalle.

Lei appoggia una mano sul fusto più giovane e mi sorride di trequarti. È in posa. Sicura di sé, spontaneamente elegante.

Chiudo il diaframma e scatto. E scatto ancora. Me l’immagino già in bianco e nero.

Finalmente alzo gli occhi dal mirino e saluto con un cenno della mano.

È bellissima … quanti anni avrà?

A una signora non si chiede, sussurra con la voce di Norah Jones.

Aggiro il rovo, tolgo il berretto e mi presento. Profumo di bosco.

Gli amici mi chiamano Pam, da quando Re Giovanni ha organizzato un Parlamento qui sotto.

Avresti dovuto esserci!

Quando è arrivato il messaggero, il Re stava cacciando sulla collina là in fondo. Pensa, senza distogliere lo sguardo dal cervo apprese della rivolta in Galles e convocò i suoi sette consiglieri per il giorno dopo.

“Dove, Maestà?” Chiese il messaggero già in sella a un cavallo fresco. “Sotto la quercia del bivio, stronzo!”, rispose stizzito. Scoccò la freccia e sbagliò di dieci metri, ma i suoi compagni di caccia urlarono “Quasi!” e applaudirono a lungo.

Nel pomeriggio del giorno dopo, finché Giovanni cavalcava verso Edimburgo, i suoi soldati sgozzavano un po’ di poveracci affamati, poco lontano da qui.

E’ turbata.

Potrei raccontartene altri, di aneddoti.

Così come potrebbero farlo le molte querce qui vicino. Ognuna ha un nome e una storia.

Se domani passi dalla Major portale i miei saluti. Se non sarà troppo indaffarata con tutti quei turisti, ti dirà che è la più famosa e la più antica, ma non fidarti: si regge su una decina di stampelle ed è nata da una ghianda mia.

Faccio per raccogliere l’aria e invitarla per un aperitivo senza balbettare, ma arrivano due ciclisti frettolosi col caschetto arancione che chiedono strada a suon di campanello. Campanello, campanello, campanello, camp …

 

Mi sveglio sudato, immerso in un piumone caldissimo.

Ah, si. È il lodge di ieri sera, quello con un’infinita rastrelliera di birre e whisky al piano terra, quello col barman con la faccia di Bilbo Baggins.

Doccia. Un po’ meglio, scendo.

Simulo lucidità: full breakfast, please.

Bilbo mi guarda divertito, con l’indice solleva dalla fronte la tuba fucsia, mi mostra la copertina di un vinile che conosco a memoria e spara “Superstition”.

Dal tovagliolo rotola una ghianda.

Lucio Montecchio

Boschi fluviali

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Pellice, Dora Baltea, Doria Riparia, Sesia, Ticino, …

A nove anni recitavo a memoria gli affluenti del Po di sinistra e poi quelli di destra.

Il Maestro Ferro ci teneva molto. Io un po’ meno: erano semplicemente dei suoni da impacchettare in ordine.

Con tutte quelle erre, Doria Riparia era molto piacevole. Taro invece mi faceva ridere. Anche Oglio non era male.

Però alla parola non corrispondeva mai alcuna immagine. Un po’ come con “stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro”, immagazzinata a undici anni e che ha preso pieno valore solo di recente.

Semplicemente, pensavo che tutti i fiumi fossero identici al Bacchiglione, a pochi metri dalle finestre del primo piano e sospeso fra due argini verso l’interno e due muri di mattoni verso la strada, come succede in queste terre strappate alla palude e alla malaria. Cordoni che disegnano un confine artificiale con la terra, sulla quale l’acqua tornerebbe volentieri.

Se ci nasci, anche un fiume può essere parte di te. Dapprima inconsapevolmente, come quelle parole vuote, ma col tempo anche lui prende vita, colore e profumo.

Sono nato lungo un fiume, vissuto lungo un altro fiume e la prima cosa che vedo ogni mattina è un fiume ancora diverso, “Sacro alla Patria”.

E allora, se non hai fretta, passi dal guardare all’osservare. Scopri quanto questo ecosistema che attraversi frettolosamente tutti i giorni, che parte sottile e veloce e termina largo e lento, possa essere vario. Di metro in metro e di giorno in giorno. Per chilometri e per anni.

Stamattina era un concerto di uccelli frementi di primavera. Quelli piccoli. Garzette e aironi, invece, dormivano ancora in quella posa ridicola.

Il fiume della mia infanzia è fatto di pioppi e salici, tanti, sotto ai quali far festa il giorno di San Marco. Di macchie impenetrabili di quella canna che chiamiamo “bambù”, dalla quale ricavare canne da pesca rudimentali. Di quel rovo inespugnabile che dà rifugio ai pochi fagiani scampati alla stagione di caccia, di topinambur ed erbe varie che le nostre mamme ci hanno insegnato quando e come raccogliere e cuocere.

Il mio fiume è fatto anche dell’edera che ho visto arrampicarsi sui resti di una vecchia passerella in disuso, di fronte a una chiesetta che tanto usata non è. L’edera è una liana sempreverde, leggerissima, che non dà fastidio a nessuno, che in pochi metri quadrati cattura polveri e inquinanti e regala ossigeno anche d’inverno, che dà polline alle api e bacche a una miriade di uccelli.

Credo che il merlo di stamattina la stesse esplorando in previsione di metter su famiglia o, forse, anche lui era semplicemente curioso.

Per quanto mi riguarda, anche questo è bosco.

…, Secchia, Panaro, Maira, Enza.

 

Lucio Montecchio

Scusa, cos’è un bosco?

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Senza alcuna velleità statistica, l’ho chiesto a una ventina di persone di estrazione culturale diversa.

Per la maggioranza di loro il bosco è un contenitore di emozioni che sta lì da sempre, spontaneamente, silenzioso. Inviolato e inviolabile. Dev’essere perché ci hanno letto un sacco di favole ambientate nei boschi. Oppure perché ci andiamo di domenica, giorno di riposo dei boscaioli.

Alcuni amano il bosco e ritengono di aver voce in capitolo sulla buona gestione perché “i boschi sono pubblici e perciò anche miei”. I mappali catastali, nella maggior parte dei casi, la raccontano diversamente.

Ignoranti, certo, ma non c’è vera colpa.

Non ho mai visto un programma televisivo raccontare la coltivazione del bosco, l’assestamento, i diradamenti, gli abbattimenti, le piste, le teleferiche, le segherie e le falegnamerie.

Non ho mai sentito dire che, per soddisfare le necessità di chi compra un mobile in legno, si coltiva il capitale-bosco per raccoglierne gli interessi-legno maturati dopo un certo periodo.

La coltivazione del bosco è difficile. È come dover cambiare l’olio a un motore in corsa.

La selvicoltura non è motosega e metri cubi, quella è rapina.

La coltivazione del bosco è praticamente invisibile. E’ fatta di sensibilità ed esperienza. Del saper contestualizzare, prevedere e giocare d’anticipo, agevolando una fra le molte scelte che il bosco ha a disposizione.

Spesso è conservazione. A volte, e purtroppo, è immobilizzazione di dinamiche delle quali il bosco prima o poi si riapproprierà.

Una bella responsabilità di questa percezione confusa ce l’hanno alcune associazioni ambientaliste, pronte all’adozione a distanza del pippolino dagli occhi blù del centramerica ma del tutto assenti, in modo professionale e non emotivo, su questi temi.

Se è per questo, ne sono responsabili anche alcuni improvvisati docenti di materie forestali che evitano con molta cura di dire che il titolo che campeggia sulle locandine si riferisce a una breve carriera di Professore di geografia alle medie.

Tempo fa, a uno di questi esperti mi è capitato di chiedere cos’è il bosco. Così, tanto per provocare. Balbettii. Free jazz su uno standard mal eseguito: “Area basimetrica”, arricchito di inutili gesti che disegnavano in aria percorsi improbabili. Comprensibilissimo. Grazie.

Un bosco non è alberi. È sistema, disordine, entropia.

Una decina d’anni fa Franco, amico e collega purtroppo in pensione, scendendo dal Monte Bondone mi ha risposto che un bosco è quel che un suolo forestale sa dare. Nobel per l’ecologia, subito!

Stavo scrivendo queste righe ed è venuto a trovarmi Francesco, otto anni. Dice che “il bosco è la casa degli alberi”.

Casa, òikos.

Lucio Montecchio

C’era una volta una ghianda

Aveva avuto la rara fortuna di cadere dentro a un vecchio cespuglio di rovo e di sopravvivere a caprioli e scoiattoli.

Nella sua tana spinosa non faceva né caldo né freddo, né secco né umido, e così si era appisolata per un po’.

Quel giorno, un raggio di sole la risvegliò delicatamente. Alzò lo sguardo e, poco lontano, vide il vecchio Rovere.

Ciao piccola, aspettavo compagnia da quarant’anni. Torna a dormire, dai, che questa non è ancora la Primavera. Ti sveglio io fra un paio di mesi.

Ma ormai sono sveglia …

Stanotte farà freddissimo.

Non ho più sonno!

Senti, ti racconto una favola.

C’era una volta una ghianda. Aveva avuto la rara fortuna di cadere dentro a un vecchio cespuglio di rovo e di sopravvivere a caprioli e scoiattoli …

Un albero è un luogo

Quando dico che un albero non è una specie ma un ambiente che ospita centinaia di specie, i miei studenti mi contrappongono il solito dogma della botanica sistematica: “eh no … se quello è un faggio, è una sola specie, Fagus sylvatica“.

Quello che intendo dire è che i nostri occhi vedono un guscio di corteccia con sopra delle foglie al quale è stato dato un nome, spesso in base alla forma del fiore, ma che lì dentro c’è un sistema implicitamente e necessariamente dinamico quanto una foresta o un oceano.

Ogni singolo albero è il risultato di interminabili conflitti, tregue e collaborazioni fra migliaia di batteri, virus, funghi e insetti che si danno da fare per farne parte. Ad esempio c’è chi è bravo a catturare acqua e nutrienti dal suolo e portarli al sistema linfatico, chi alza le difese dell’albero producendo tossine.

La vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi. “Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”, J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

Nelle fasi di tregua o di pace, questi condòmini hanno un obiettivo condiviso: mantenere il sistema complessivamente vigoroso e produttivo di ciò che solo la componente vegetale sa fare: zucchero nelle sue varianti glucosio, amido e cellulose varie; energia pura da prendere quando serve.

Meglio vive l’albero, meglio vivono tutti.

Come in ogni comunità, però, c’è anche chi vivacchia nascosto dando in cambio nulla all’albero, ma molto alla comunità d’alberi. Se ci danno fastidio li chiamiamo “parassiti”. Sono pronti a uscire allo scoperto nelle fasi di minor efficienza del sistema. Ad esempio, quando l’albero subisce danni naturali o artificiali (trapianto, potatura, … ) che non poteva prevedere.

Finchè le diverse popolazioni di conviventi si metteranno d’accordo sul da farsi, i parassiti si moltiplicheranno e mangeranno legno, foglie o frutti.

Questo è il momento in cui, guardando all’effetto e non alla causa, crediamo di risolvere il problema bombardando l’intero albero di antiparassitari.

Lucio Montecchio