Categoria: Pensieri in libertà

Le grandi scoperte dell’umanità – parte terza

cetriolo

Parte prima

Parte seconda

La plastica fu una grande invenzione, non c’è alcun dubbio, ma quello che per gli utilizzatori era un punto di forza, per i produttori era una debolezza: non si rompeva e non serviva sostituirla. Al limite la si buttava nel fosso, ma ancora nel pieno delle sue potenzialità.

“Capo, non riusciamo più a venderne, la gente se la tiene finché non gli serve più. Ne compra di nuova solo se il colore passa di moda, ma ormai li abbiamo proposti già tutti, i colori”.

“Fammici pensare … dovremmo inventarne un tipo che vada rotto appena comprato. Dunque … palloncini gonfiabili no, pneumatici neanche, preservativi neppure, …

“Ecco: una pelle da salame!”

“L’idea è buona – commentò con sguardo malizioso il Dottore – ma dobbiamo farne un asset solido, durevole. Stiamo pur sempre parlando dell’unica invenzione che ha cambiato la storia dell’umanità, no?”

“Beh, la ruota di mio padre non era male, capo”.

“Si, ma quelli sono tempi lontani, caro il mio Galdino”.

“Facciamo una specie di pelle da salame buona per tutti i cibi, che se vuoi mangiarli la devi rompere”.

“Grande! Una pellicola trasparente e leggera, da plasmare sui cetrioli, le carote e il pane. Dobbiamo creare una specie di dipendenza, farla diventare normale, igienica, che magari permetta di conservare il cibo a lungo ma non troppo. Anzi, sai cosa facciamo? Ci incartiamo anche il petto di pollo”.

“Ma per quello c’è già tutto il resto di pollo attorno, capo, non serve”.

“Serve, serve. Ascolta, portiamo sul mercato pezzi di animale incartati con la plastica, che così mettiamo su anche qualche bell’allevamento industriale di uova, filetti di manzo e cosce di tacchino da confezionare appena pescate nell’Adriatico e da mettere in bella vista al supermercato con la data di scadenza che diciamo noi”.

“In che senso?”

“Nel senso che basta usare le parole giuste e la gente si compra di tutto, amico mio. Hai presente la cacca di gallina che insacchettiamo come ‘ecologico guano del Cile’? Va a ruba e non ho mai capito perché. Galdy! guarda che è il marketing che fa la differenza. Tu scrivi uovo allevato a terra e vedrai!”

“Gallina, vorrà dire”.

“No, uovo: chi vuoi che compri una cosa che esce da un buco di culo? Tanto, questi non sanno un casso, non preoccuparti. Molti sono ancora convinti che Gesù sia morto di freddo, credimi. Basta dirgli quello che vogliono sentire, è semplice”.

.

Per qualche anno andò tutto bene, ma qualche concorrente del Dottore di Marghera pensò di fargli una specie di concorrenza importando pezzi d’animale esotico pre-imballato da fuori Veneto: Italia, Americhe, Asia e Oceania. Dall’Africa no: troppo lontana.

Fu un successo. Bastò semplicemente che un noto chef stellato proponesse nella TV regionale la sottofesa di furetto, le lombatine di pipistrello al sangue, gli spiedini di ghiro letargico serviti su un letto di rucola e scaglie di pangolino, e poi un sacco di altre parti d’animali mai visti neanche nei documentari della BBC.

Moda, era una moda come quella del sussi, sciusci, ciuzzi; insomma, il pesce crudo che avremmo potuto mangiare da sempre senza fare la fatica di cuocerlo.

Resta il fatto che su quest’onda esterofila si aprirono rapidamente nuovi mercati internazionali.

C’era chi andava in Cina a far scorta di magliette della Fila, chi in un pub neozelandese a vedere gli All Blacks dal maxi schermo, chi a Londra a comprare gli occhiali che fanno ad Agordo oppure in Olanda, a comprare pomodori in idroponica.

“Capo, con tutti ‘sti viaggi aerei per andare a spendere soldi in giro, il pianeta si sta scaldando come se avesse una malattia. I ghiacciai si sciolgono, gli orsi polari muoiono, le mamme imbiancano e la Luisa ha le scaldàne. Hanno appena inventato il termine ‘isola di calore’ per le città più cementificate”.

“E allora piantiamo milioni di alberi! Importiamo alberi tropicali colorati da mettere dappertutto, vedrai che quelli resisteranno. Inventiamo ‘isole di colore’. Verde, chiaramente. Soprattutto dentro alle città, che così facciamo una bella frescura e nuovi posti di lavoro”.

“Beh, non è che ci voglia tanto lavoro per piantare un albero, e quello dura duecento anni”.

“Piantarli e potarli, ogni anno. E poi abbatterli e piantarne ancora”.

“Ma io non ho mai visto potare gli alberi nella valle da me, capo”.

“Si farà perché servirà, Galdy. Credimi”.

“E a cosa? A buttar via schei?”

“Eh, no, caro. A farli, i schei!”

Fu così, che il capo di Marghera esperto di polivinilpropil, mise su un commercio florido di alberi in partnership coi vivai Exotik Nurseries Ltd.

Erano alberi di poco valore ma di grande effetto, importati in grossi vasi con dentro, inevitabilmente, qualche erbaccia rustica, frugale, adattabile ad ogni clima.

Fu da quegli alberi con le loro erbacce e da quelle lombatine di pipistello coi loro virus, che l’umanità e tutte le sue invenzioni cominciarono a traballare, ma la natura trovò nuovi equilibri.

O forse vecchi, chissà.

.

Molto, molto tempo dopo, in un luogo imprecisato della Val d’Assa, Karim stava squadrando dei tronchi di abete per farne delle travi e allargare un po’ la baita.

Era difficile spingere le travi pesanti dal piazzale alla casa, ma Samir, figlio geniale, si armò di un tirascorza e si accinse a smussarne gli angoli per farle rotolare con una discreta facilità.

Fortunatamente, Karim se ne accorse per tempo e gli tirò un sasso urlandogli dietro “Ma che casso stavi per fare, che se li volevo tondi li lasciavo com’erano?”

#AndòTuttoBene.

Per un po’ di tempo.

– Fine della terza e ultima parte –

Lucio Montecchio

Le Grandi scoperte dell’umanità – parte seconda

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prima parte– 

Fu un viaggio lunghetto, quello verso l’America, ma semplice: tennero la costa sulla destra fin dopo la Sicilia e poi sempre dritto, attraversarono la strettoia di Gibilterra e poi dritto ancora fino a ormeggiare da qualche parte della Florida.

“Eh no, porcamalora, ancora laguna e zanzare? Se lo sapevo ti portavo a Samos” esclamò Galdino, quasi per scusarsi.

Montarono le ruote, accesero il motore e presero una strada a caso fino a fermarsi a Orlando. Così, perché gli piacevano i gerundi.

Fu lì che scoprirono la loro America. Uno spettacolo che neanche Netflix: indiani e cowboy, Pippo e Nonna papera, cascate di cocacola, fontane di pop corn al cheddar, alette di pollo al checciap e, soprattutto, gnocca a tamburo battente, da commentare rigorosamente in dialetto. “Tanto, chi vuoi che ci capisca da queste parti?”.

Attirato da una lingua familiare gli si avvicinò James Din, un italo-texano di seconda generazione che parlava ancora la lingua di Cirvoi. Chiacchierarono amabilmente del più e del meno, gli raccontarono dell’invenzione del motore e della volontà di espandere il mercato del carro anche in America.

“Vi faccio io da concessionario”, esclamò James. “Io ho petrolio che schizza fuori da sottoterra a barili e lo vendo come fertilizzante. Venite a vedere, son solo tre giorni di viaggio”.

I pozzi non erano tanti: erano tantissimi! Grandi, enormi, in continuo movimento su e giù, su e giù, su e giù.

“Visto, Carlo? E tu che ridevi quando parlavo del movimento perpetuo. Qui ci facciamo un movimento perpetuo di soldi: portiamo motori e prendiamo petrolio”.

Tornati a casa con un accordo di esclusiva, misero su una start up innovativa con un finanziamento a fondo perduto e si misero a provare usi alternativi per tutto quel gasolio. E così una sera d’estate, provando a mescolarci resina d’abete e farina da polenta, il pentolone incominciò a ribollire una schiuma bianca ed elastica, pura, soffice, profumata.

Avevano inventato la plastica. Moplen, la chiamarono.

Lungimiranti come un falco, cedettero una quota del brevetto a una grossa azienda di Marghera e dopo poco tempo l’intero Veneto fu invaso di vasche e vaschette, bottiglie, piatti, bicchieri e mille altri oggetti che prima c’erano già (a parte le bambole gonfiabili).

Plastica dappertutto, insomma. Bella, sana, pulita, colorata, indispensabile, ad alto valore aggiunto. “Cossa vol dire?”. “Che co gnente se ciapa tanti schei”, rispose Galdino facendo così con le dita.

Dopo un po’, però, ‘sta stronza di plastica si mise a galleggiare nei torrenti e poi nei fiumi, fino ad arrivare a Sottomarina.

Che non è bello.

Però un bicchiere di plastica costava pur sempre meno del detersivo che serviva a lavarne uno di vetro, e così tutti fecero finta di niente per lungo tempo fino a quando decisero di raccoglierla, portarla lontano e dargli fuoco. Dapprima gli ambientalisti si opposero strenuamente, ma per farli ragionare bastò qualche donazione quasi anonima.

Quella che continuava a uscire dalle ciminiere, però, diciamocelo: non era aria fresca.

Era così calda da far sudare la gente anche in febbraio. Addirittura, parecchie persone tossivano di caldo e alcune ci morivano, di caldo.

“Presto, inventiamo i condizionatori!” Telefonò il capo di Marghera a Galdino.

“Dottore, guardi che secondo me la gente non muore per il caldo, perché qui a Belluno è morto anche Plinio, quello del rifugio”.

“Tu non preoccuparti, che per ora va bene così, inventami un condizionatore. Prova a dire ‘con-di-zio-na-to-re’. Senti come suona bene? E’ la soluzione a un problema e alla gente piace possedere soluzioni, credimi”.

“Si, ma è la soluzione a un effetto, non a una causa, Dottore. Mio padre direbbe che così non funsiona”.

“Certo che funziona così, Galdino, funziona così da sempre, funzionerà anche stavolta”.

“E come li facciamo funzionare, i condizionatori? A gasolio no eh, che sinò ci sparano”.

“A corrente! Ho appena comprato un brevetto per produrla in un posto lontanissimo, dalle parti di Bergamo. Si potrebbe farla col vento e con le cascate, ma col gasolio costa meno, e meno ancora col carbone oppure con delle piccole bombe atomiche. Che poi, anche ‘atomico’ suona bene, senti? Suona come invisibile, essenziale, pulito”.

“Va ben, va ben, Dottore, ma se il caldo continuerà ad aumentare, la pelle della Luisa mi diventerà come la carta vetrata, casso!”

“Ecco, questo effettivamente è un problema che va risolto”, rispose sorridendo alla Samantha. “Trovami un prodotto da chiamare con un nome romantico. Chessò, balzi primaverili di scoiattolo, voli lacustri di libellula, bianche orchidee d’oriente, …”.

“Piscio di lumaca?”.

“Si, ecco, quello andrebbe benissimo, pensaci tu”.

– Fine della seconda parte –

terza parte

Lucio Montecchio

Le grandi scoperte dell’umanità – parte prima

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Molto tempo fa, in un luogo imprecisato della Val Belluna, Sergio stava squadrando dei tronchi di abete per farne delle travi e allargare un po’ la baita.

Era difficile spingere le travi pesanti dal piazzale alla casa, ma Galdino, figlio geniale, si armò di un tirascorza e ne smussò velocemente gli angoli fino a riuscire a far rotolare le travi con una discreta facilità.

Sergio se ne accorse troppo tardi e si mise a rincorrerlo urlando “Ma che casso hai fatto, che se li volevo tondi li lasciavo com’erano?”, e così Galdino lasciò immediatamente la presa e scappò verso monte. La trave, invece, rotolò verso valle.

Fu quel gesto inconsapevole, che permise la scoperta della ruota.

Le rotelle fatte con gli alberi permisero la nascita dei primi carri e del lavoro di carradore, dei cavallivapore e degli stallieri, del trasporto e dei trasportatori, del commercio e dei commercianti.

Benessere, insomma.

Dopo qualche mese, però, Sergio si accorse che le ruote erano così piccole da incastrarsi frequentemente dentro alle buche della strada e sfiancare i cavallivapore.

Riflettendo sulle soluzioni possibili pensò ad alta voce, come sua abitudine “Mi sa che dobbiamo aumentare il diametro, sinò i cavallivapore li amassiamo tutti”. Lo fece al massimo della concentrazione, grattandosi la testa con una mano e strattonandosi il cavallo dei pantaloni con l’altra.

“E come si fa?”, chiese Galdino da sopra il fienile?

Sergio rispose infastidito “Quattroterzipigrecoerretrè, con lo scappellamento a destra”, ma fu da quella frase priva di senso, che nacquero la matematica, la geometria piana e il lavoro di geometra.

Chiaramente, le circostanze della vita si misero a richiedere tempi sempre più rapidi, e per evitare che i carri con le ruote maggiorate alzassero troppa polvere al loro passaggio, lo scalpellino del paese inventò le strade lastricate. In questo modo, però, i carri prendevano troppa velocità, soprattutto in discesa e, nonostante l’immediata invenzione dei freni, ogni tanto qualche cavallovapore si accasciava a terra così stremato che allo stalliere non restava che finirlo in modo ecocompatibile (con un pugno in mezzo agli occhi, insomma) per poi andare a protestare da Sergio, che nel frattempo aveva aperto una concessionaria di carri.

“Nel manuale del proprietario non c’era, sta cosa qui. E adesso cosa me ne faccio di un cavallovapore morto?”

“Prova a magnarlo!” Rispose scherzando Sergio.

Si perché, vedete, i bellunesi erano un popolo sano, abituato a vivere di aria fresca, amore, poesia, patate e fagioli di Lamon.

Nonostante questo e ben pochi altri inconvenienti, però, in questa remota valle bellunese in pochi anni fiorì la prosperità, basata sull’abilità di trovare quasi sempre la soluzione ad un problema, qualsiasi fosse.

Raggiunti i vent’anni, Galdino si trasferì su verso Agordo a cavare roccia stradale finché un bel giorno, arrotolandosi una sigaretta di trinciato, posò lo sguardo su alcune pietre che gemevano un olio denso e scuro.

“Orca! E’ olio di pietra questo!”, esclamò a sé stesso.

“Questa roba qui posso filtrarla con le calze collant della mamma, usarla per fare girare un motore e farci i soldi. Altro che cavallivapore! Altro che spezzarmi la schiena dall’alba al tramonto!”. Telefonò a un mecenate, noto produttore di jeans del trevigiano, e in quattro e quattr’otto inventarono il motore a scoppio, che chiaramente prese il nome dei jeans.

Era un motore potentissimo: almeno 100, forse 200 volte un cavallovapore. Così potente da frantumare all’istante le poche lavastoviglie a pedali sulle quali provarono a montarlo.

Fu così che in breve tempo i cavalli furono lasciati correre liberi nelle praterie degli altopiani e i carri a motore presero la strada di luoghi remoti: Eraclea, Cavallino Treporti e tutta la zanzarilandia fin giù a Brondolo.

Al mare, insomma. Un posto pieno d’acqua calda, neanche buona da bere e che già mostrava le prime chiazze di gasolio bluastre in superficie.

“E adesso cosa facciamo? Andiamo giù verso il campeggio dell’Isola Verde?” chiese Carlo, amico d’infanzia.

“Ma no, mona, basta inventare una barca e il gioco è fatto. Togliere le ruote dal carro e remare, ecco”, rispose Galdino.

Così fecero, e pian pianino si diressero verso l’America.

Fine della prima parte

seconda parte

terza parte

Lucio Montecchio

Vicinanza sociale

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Sono passati più di nove anni, da quando il fiume ha rotto l’argine ed è entrato lentamente nelle nostre case.

Ci siamo dati tutti una mano, in quei venti giorni di allontanamento da casa prima e di pulizie poi. Cantine, seminterrati e piani terra.

Un pomeriggio, nel fare il cumulo di cose da buttare, la signora Laura temporeggiò sulla fotografia fradicia di due bambini al mare.

“Questa la tengo lo stesso, eravamo a Caorle” mi disse, spiegandomi che erano lei e il suo gemello, che negli anni sessanta era andato in cerca di lavoro a Cinisello Balsamo.

“Siamo cresciuti assieme e siamo ancora molti legati, sa? Come quei due tigli. Ora è in pensione e potrebbe tornare, ma preferisce rimanere là con la moglie, i figli e i nipotini. È un brav’uomo”.

Da allora ci siamo incontrati spesso, io con Meg e lei con Lapo. Chiacchiere di poco conto, ma sempre piacevoli.

Suo fratello è stato ricoverato per dei problemi di cuore il mese scorso, ma non so altro. La chiusura del parco e dell’argine ci ha fatto perdere di vista. Io esco davanti a casa mia e lei davanti a casa sua. Se ci vediamo ci salutiamo da lontano con la mano.

Poco fa ero sul terrazzo e l’ho vista camminare da sola, lenta, fino ai due tigli. Ha tenuto le mani posate a lungo su quello di destra.

Credo fosse un abbraccio.

Lucio Montecchio

Facce da Bar

Oltre questa mia tastiera c’è il FaceBar, con le pareti blu e le foto dei clienti in vetrina. Come dal barbiere in Penny Lane.

Soprattutto in tempi di isolamento fisico, il “Bar delle Facce” costa meno del telefono e fa più compagnia, perché ti fa sentire parte di un gruppo, come fino al mese scorso al Bar Centrale.

Al Bar delle Facce ogni giorno è il giorno che vuoi tu.

Chiudi gli occhi, pensa al lunedì e i commenti sul calcio saranno abbondanti, anche in questo periodo di lockdown. Ad esempio, in attesa di tempi migliori c’è chi posta il video (falso o vero non so) di un politico di grido che, incurante dei vicini col cellulare in mano, si fa recapitare a casa un gruppo di ragazzi per far fare una partitella spensierata al figlio.

Negli altri giorni cambia il soggetto, ad esempio si parla parecchio dei vantaggi della bava di lumaca come anti-age (eh, si, perché dovete sapere che la bava sa rallentare il tempo, come ben dimostrato dalla lentezza delle lumache), di quella lì di Sanremo che è brutta perché ha il naso rifatto, oppure delle possibili geometrie del nostro pianeta.

Le dinamiche della discussione sono sostanzialmente le stesse: si confrontano opinioni opposte, ci si insulta per un po’ e poi si da’ tutti ragione all’esperto di turno, che se non fosse che gli mancavano ventotto esami si sarebbe laureato con una tesi in chirurgia dell’esofago. Tanto, a cosa serve una laurea? Lui fa il macellaio già da quattro mesi e la laurea se l’è conquistata sul campo, alla faccia dei figli di papà che vanno all’Università.

Vi faccio un esempio: durante la serata dedicata a “piante, dadi e datteri” si presenta immancabilmente qualcuno con due foto sfocate di un albero che ha già deciso di salvare da un destino crudele, chiedendo di che specie si tratti e soprattutto di che cosa è malato e cosa fare. Perché, si sa, gli alberi sono sempre malati, basta cercare bene. Anzi, no, scusate, non sono mai malati, va tutto bene. Anzi, no, devo sentire un amico, che lui sa. Diagnosi per corrispondenza, insomma, ecco. Smart working.

Ma torniamo a noi.

Nel tempo di cinque minuti parte il “toto-opinione”.
A me interessa: “seguo”, nel frattempo faccio gli auguri di buon compleanno a un amico che neppure conosco, scusandomi (cioè chiedendo scusa a me stesso) del ritardo.
Torno nella pagina dopo venti minuti, osservo e sorrido, pensando al fatto che al mio medico non spedirei mai la foto dei miei occhi arrossati, perché certamente mi risponderebbe “amico mio, devo vederti. Magari poi ti mando da un oculista, o da un epatologo, non lo so. Forse sono solo le grappe che ci siamo fatti ieri sera dal telefonino, ricordi? No, vero?”.
Per fortuna fra gli avventori c’è spesso Gregorio Rasputìn, il vecchio allenatore dell’Albignasego Football Club: lui sa, perché dieci anni fa curava la rubrica scientifica “Io sono io” nel Bollettino di una parrocchia che purtroppo oggi non esiste più per via dei cambiamenti climatici.

Rasputìn posa il calice, si pulisce il naso adunco con la manica sinistra e da sotto i capelli lunghi sentenzia annoiato “carenza idrica: dategli un buon insetticida!”. Si, come abbiamo fatto a non pensarci prima? Non piove da tre mesi ed chiaro che gli insetti pur di bere vanno a succhiare foglie. Ora che ci penso, me l’aveva già detto il mio imbianchino.

E qui, finalmente, arriva il momento tanto atteso. Quello della coesione sociale, del vogliamoci bene, del siamo fortissimi: alziamo tutti il pollice urlando “Like” e brindiamo felici, dandoci delle gran pacche sulla fronte col palmo della mano.

Anch’io, sia chiaro!

Non è difficile: mi convinco per qualche minuto di non aver “mai aperto i libri alle mie spalle, che tra l’altro non sono neanche miei”, come ebbe a dire con orgoglio un personaggio interpretato da quel genio assoluto di Natalino Balasso, il quale chiudeva la questione con “e comunque adesso devo portar fuori il cane”.

Lucio Montecchio

Il profumo dell’erba

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Dal dieci marzo è sempre martedì.

L’altro giorno, poi, si è spento anche l’orologio della cucina, e così sono sempre le undici e tre minuti, anche quando mi intrattengo a lungo con un’amica di vecchia data ma pur sempre affascinante, l’insonnia.

Credo di aver imparato un po’ di cose, in questo time lapse che dura da tre settimane.

Ad esempio, che questo smart working ha un sacco di benefici per me, il mio datore di lavoro e per l’ambiente. Anche perché, altrimenti, più di dieci anni fa l’avrebbero chiamato diversamente.

E poi ho ancora il serbatoio pieno, dormo mezz’ora di più e inizio a lavorare mezz’ora prima. Per le video-cose da cravatta posso tenere le braghe del pigiama e le ciabatte (smart dressing).

Qui fuori gli alberi sembrano non soffrire della mancata potatura, alcuni addirittura sorridono.

L’erba non tagliata ha il suo fascino e Meg mi ricorda tutti i giorni il bello del rotolarcisi sopra fino a prenderne il profumo.

Ai merli in amore del nostro virus non gliene frega niente.

Da qui ne approfitto anche per leggere più del solito e su suggerimento dell’amico Davide, professore di Teologia, oggi ho letto i primi capitoli della Genesi.

Vi faccio una sintesi di quel che ho capito:

La scena madre si svolge in un villaggio turistico superlusso prepagato e all-inclusive con quattro sole regole: non ci si ubriaca oltre lo stadio 3, non si importunano le cameriere, non si fa il bagno nudi e non si parla al conducente. In ogni camera c’è un avviso chiaro: chi trasgredisce a due delle quattro regole “dovrà immediatamente abbandonare la casa”.

Atto primo: da un elicottero rosa si tuffano due sposini in luna di miele, di quelli fra lo chic e il freak coi soldi del papà notabile. Finisce qui.

Atto secondo (one week later): convinti di essere più furbi degli altri ospiti, i due ragazzi trafugano una cassa di Vecchio Amaro del Capo dal magazzino e se la vanno a scolare in spiaggia. Accendono il falò, accennano a qualche canzone di Battisti e quasi tutte le bottiglie finiscono in men che non si dica (anche perché il Vecchio Amaro del Capo non è proprio amaro e va giù che è una bellezza). E’ chiaro che dopo i mojiti del pomeriggio questi due si imbruttiscono di brutto ma brutto. Poi si tuffano in mare, si spogliano e fanno all’amore perdendo così i vestiti fra i flutti.

Fanno per accasciarsi felici sulla sabbia, ma un occhio di bue illumina a giorno l’unico scoglio, enorme, con sopra “un vecchio con la barba bianca” (l’ho rubata a Guccini) che si rivela essere il “paron dei peri” (questa la capiranno solo i veneti over 50; il burbero proprietario, insomma) che cerca di farli ragionare sperando in una giustificazione plausibile.

La ragazza per tutta risposta si alza barcollando e, con un fondino ancora in mano, gli urla “vecchio, non rompere le balle che se voglio mio padre me lo compra domani, questo villaggio qui”.

Il ragazzo, nel frattempo, appoggia la fronte ad una palma e non dà un bello spettacolo di sé.

Il vecchio con la faccia da Gandalf chiaramente s’incazza, percuote a terra il lungo bastone e gli dà tempo fino alla mattina seguente per andarsene, bandendoli da ogni villaggio turistico del gruppo ClubMeg.

Fine.

“Come, tutto qui”?

Si, tutto qui.

Credo di aver capito che la Genesi non è un libro di storia e neanche di religione. Sostanzialmente è un manuale di convivenza che prevede anche la sculacciata e il lancio della ciabatta.

Nella storia della mela e del serpente, dell’Amaro del Capo e del non sapersi accontentare di una vita agiata, c’è una grande morale che anche un ateo come me ha capito. Parla di arroganza e di mancanza di una visione prospettica. Del sentirsi più Dio degli altri in questo villaggio turistico col mojito gratis, le cameriere carine e il mare cristallino.

Parla anche di quel politico che, dopo aver visitato un luogo molto prestigioso di proprietà dello Stato, al termine chiese “Quanto potrebbe venire a costarmi?”.

Parla di risorse inesauribili si, ma fino a un certo punto.

Porca miseria, mi sono infilato in un discorso contorto, scusate.

Io volevo scrivere di pangolini, di deforestazione del sudest asiatico e di cosa sto imparando dalla lezione che ci sta dando, a suon di mazzate, ‘sto cosino microscopico.

Lucio Montecchio

Amico mio

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Caro Amico mio,

Sono otto ore che aspetto le parole giuste per questa lettera e non so ancora cosa scrivere.

Nel frattempo ho bevuto una bottiglia di quella Lancillotta che abbiamo imbottigliato assieme sei anni fa. E’ ancora buona sai, ma il tuo bicchiere è pieno, qui, di fronte a me.

Fuori c’è l’ultima neve e il sole sta battendo sul Grappa. Si, sarebbe una giornata bellissima, se non fossi dentro a un tornado fatto delle tante immagini e suoni che hanno accompagnato questi nostri ultimi vent’anni, o forse più.

Quand’è successo? Dev’essere stato in qualche bosco, con una frotta dei tuoi studenti per i quali sei sempre stato un supereroe, con tanto di nome d’arte. O forse al bancone del Sant’Osvaldo, chissà …

Mi si sovrappongono confuse le notti sotto la pioggia, infreddoliti, immobili, ad aspettare il bramìto giusto. E poi la scogliera di Montecristo, i nostri libri antichi e muffi, i cedroni e i taj di Tarvisio, le zingarate da Alfio, il mercato del pesce alle cinque, la tappa “cascasse-il-mondo” da Er Panzone e i rami di eucalipto infilati di nascosto sotto al mio sedile. “Questi i profuma mejo de l’arbre magìc”, ripetevi ogni volta ridendo.

Tutte le cose in qualche modo commestibili che abbiamo mangiato, come quella nutria grassa. “Gastronomia no limits”, e ridevamo complici.

Gli orsi di Kocevje, il tramonto dal tetto di Villa Jolanda, Lubiana di notte, quell’interminabile E45 alla quale siete affezionati solo tu e i tuoi cinquanta all’ora del cazzo, i cistercensi di Kostanevica e mille altri posti.

Quasi sempre per boschi, in posti freddi d’inverno e caldi d’estate. Perché poi?

Ci rivedo a passo lento giù, verso la Val Menera, a chiacchierare di abeti e di cervi, e poi seduti per terra a parlare di bosco fino a prenderne l’odore; a far lezione assieme il giorno dopo e poi a scherzare fino a tardi, mangiando le costicine della sera prima alle quattro di mattina.

Quante emozioni si stanno sovrapponendo, Amico Generoso!

Tutte belle, morbide, profumate.

Tutte difficili da scrivere, come è la vita vissuta.
E’una frase bellissima, quella che mi hai fatto recapitare stamattina. Breve, profonda, ricca. Parole d’amicizia vera, che le cose e il tempo non sapranno diluire.

Sarai un tatuaggio invisibile. “Un tatuaggio nel cuore”, ha detto Monica.

Si, sarà proprio così.

Ti sto tenendo la mano, lo senti?

Lucio

 

9 marzo

Lasciatemi essere

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Lasciatemi essere.

Essere quello che sono, coi capelli bianchi e le rughe della vita che è stata.

Lasciatemi essere quello che il tempo vorrà.

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(Questa volta solo poche righe, perché “se gli accordi sono più di tre è jazz”, diceva Lou Reed. Questo è blues).

Lucio Montecchio

Il vecchio e il giardino

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– presunzione umana –

Come ogni anno, Marco Bellosguardo si arrampicò sugli alberi del giardino.

Ne aveva dodici e ne potava quattro all’anno, in modo da tornare sugli stessi ogni tre anni: così indicavano i testi sacri dell’ addomesticazione vegetale, quella dolce e romantica.
A Marco piaceva liberare i suoi alberi dei rami prodotti per errore, in modo approssimativo e disordinato; soprattutto gli piaceva sagomarli fino a far prendere loro una forma finalmente equilibrata.
Si sentiva utile, una specie di “angelo delle piante distratte”, ecco.
E le potava con attenzione, attento alle regole d’oro che trovava nei libri e alle indicazioni di amici che non mancavano mai di mettere il pollice in su alle sue foto prima-dopo.
Un giorno lesse distrattamente che in epoca romana il pollice in su significava l’esatto contrario e che in alcuni Paesi significa “questo te lo metterei dove non batte il sole”, ma liquidò la faccenda abbozzando un sorriso.

Nonostante le sue approfondite letture sul comportamento e l’intelligenza delle piante, però, non si capacitava del fatto che le sue fossero così distratte da continuare a rifare nuovi rami esattamente da dove li aveva tolti, costringendolo a tornarci sopra ogni volta.

Finché, un bel giorno di fine febbraio, un raggio di sole filtrò attraverso la boccia dei pesci rossi ed ebbe finalmente La Rivelazione: le piante chiedevano la sua compagnia!
Far rami dove a lui non piaceva era l’unico modo per richiamare la sua presenza.

Stappò un bianco da grandi occasioni e, col calice in mano, andò ad inciderci sopra un grande, profondo cuore.

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L’ignoranza genera fiducia più spesso della conoscenza”, scrisse Charles Darwin ne L’origine dell’uomo.

Lucio Montecchio

Driomìo!

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Incontrarci per visitare una foresta vergine o un bosco sconosciuto al turismo, è un lusso che io e altri tre amici ci concediamo da qualche anno, sempre in giugno.

Con un anno d’anticipo sappiamo in quale Paese ci si vedrà, con un mese d’anticipo la data e il luogo del ritrovo e tutto il resto ha il sapore della sorpresa, perché chi dei quattro organizza l’incontro cerca di superare ogni aspettativa.

Ci divertiamo come dei ragazzini, lo ammetto.

E così, dopo una giornata di cammino in una faggeta antica, di quelle dove ti aspetti di veder saltare fuori da un momento all’altro Puck, all’ora di cena di qualche mese fa ci siamo abbondantemente rifocillati in attesa che venisse a prenderci … un tale.

Altro non sapevamo, e chiedere, in questi casi, è del tutto inutile.

Ed ecco arrivare Davor e il suo fucile sovrapposto che sarebbero stati, rispettivamente, la nostra guida e il custode della nostra incolumità.

Dopo una decina di chilometri in un fuoristrada coi fari quasi sempre spenti, arriva l’unico ordine, imperativo e categorico: “Da adesso in poi non fate nessun rumore e nessun odore” (si riferiva alle sigarette).

Facciamo un po’ di strada a piedi con lui davanti e finalmente ci arrampichiamo dentro a una vecchia altàna che viene usata per i censimenti faunistici.
“Ecco, stanotte vedrete gli orsi da molto, molto vicino”, ci sussurra il nostro amico con un sorriso soddisfatto.

Passa un’ora, e niente. Passa un’altra ora, e men che meno. E così, infreddolito e inumidito, con in mente un po’ degli orsi che ho avuto la fortuna di vedere in passato, mi abbiocco con la testa appoggiata alla parete foderata di pezzi di moquette finché mi sveglia uno squittìo.
Apro gli occhi, cerco di capire, ma non vedo nulla.

Contravvenendo agli ordini di Davor accendo lo schermo del telefonino e vedo … vedo questa faccina qui, quella della foto.
Un driòmio! Probabilmente curioso di sapere chi gli stava guastando la nottata. Ecco, questo non l’avevo mai visto, neppure da lontano.

Verso le tre, dopo un gruppo di cinghiali passato per rotolarsi nel fango, una gran fuga suina e un silenzio impressionante, sono arrivati gli orsi. Dapprima uno, in avanscoperta, poi altri due a una decina di metri da noi.

Però la sorpresa di quella sera è stato la visita di questo piccolo roditore, schivo e curioso.

Ragazzi, quanto manca a giugno?

Lucio Montecchio

Oltre la porta

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Oltre la porta ci sono 14 gradi. Sotto lo zero.

È l’inverno di montagna, la stagione più lunga dell’anno e la più bella, assieme alla primavera, all’estate, all’autunno e a tutte le altre che Meg sa percepire e io no.

L’inverno di montagna ti fa assaporare il freddo sulle labbra, almeno fin quando il respiro imbrìna la barba e poco dopo le labbra si paralizzano e rientri parlando con la voce da ubriaco. Ma, da queste parti, parlare non è un obbligo.

D’inverno qui il tempo è diverso, vive senza alcun legame con questi spazi così bianchi da confondersi col cielo. E così non c’è velocità, non ci sono né la fretta né la calma.

Se non devi lavorare puoi dormire finché non hai più sonno, leggere finché ti va, farti due coccole con chi ami, mettere su un po’ di musica buona, far da mangiare canticchiandoci sopra oppure uscire per una passeggiata al ritmo dello scrocchio degli scarponi sulla neve.

Le tre stufe che ci permettono di scaldare la casa e di far da mangiare bruciano la legna che il nostro bosco ci dà.

Ora però lo dico in modo più brutale: la legna che ci permette di stare al caldo e di cucinare non la porta Babbo Natale: quando la neve se ne va andiamo nel bosco, selezioniamo con cura 7-8 alberi, accendo la motosega e li taglio. Poi la tiro fin davanti a casa col tirfor, la depezzo, la spacco a braccia e l’accatasto.

Non mi produce alcun piacere, ma penso sempre che se andassi in palestra mi toccherebbe far la stessa fatica, depilarmi il petto e pagare.

Monica invece taglia della misura giusta i rami più sottili, che dopo un anno serviranno per accendere il fuoco tutte le mattine. Quel po’ che resta torna in bosco e diventerà humus.

Ecco, tutta questa roba qui alcuni la definiscono ridicolmente “deforestazione”, ma non sanno di cosa stanno parlando.

Sono faggi, noccioli, betulle e aceri. Tagliati da chi lo sa fare (“E chi non lo sa fare è già morto di freddo”, commenterebbe sottovoce Carlo Darwin), pochi mesi dopo producono nuovi germogli dalla base, che nel giro di 8-10 anni raggiungono il diametro giusto per entrare nella stufa. “Màneghi da stùa”, li chiamava mio nonno. E così posso tornare su quegli stessi 80 alberi a rotazione e ricominciare il ciclo, perché le radici non muoiono e, perciò, neanche l’albero.

Se fosse “deforestazione” (eliminazione definitiva del bosco) sarei il primo a rimetterci.

Questa tecnica, per niente facile, viene usata fin dalla notte dei tempi e si chiama ceduazione. Il bosco cosiddetto “ceduo” è implicitamente una coltivazione, alla stregua di qualsiasi altro campo coltivato.

È per questo che esistono ancora moltissimi boschi in Italia: tutti, da sempre e fino a pochi decenni fa, ci si scaldava e si cucinava a legna o a carbone (fatto bruciando legna).

L’uso di combustibili monouso come il gasolio, il kerosene (me le ricordo, le taniche gialle) e il metano sono arrivati dopo.

Anche le guerre e i morti per il petrolio e per il metano. Anche la subsidenza del Polesine.

E’ chiaro che bruciando legna rimetto nell’aria l’anidride carbonica che quel pezzo aveva incapsulato durante quegli 8-10 anni, però è altrettanto chiaro che tutti gli altri miei alberi (ma anche gli arbusti) stanno già catturando non solo la mia, di anidride, ma anche quella emessa da altri.

Qualcuno dice che dovremmo trasformarci in benefattori (più della metà dei boschi italiani sono privati) e abbandonare il bosco a un’evoluzione libera, per aumentare cose nobilissime come la biodiversità e lo stoccaggio di anidride carbonica.

Ne sarei felice, se questo qualcuno mi portasse fino a casa e gratis la legna che mi serve (ma dovrebbe andarla a prendere da qualche altra parte, credo).

Sarebbe favoloso se valesse anche per chi della coltivazione del bosco ne ha fatto un mestiere che gli permette di restare dove è nato, vendendo legna a chi abita troppo lontano dall’allacciamento, a chi non ha più la forza di farsela, alle pizzerie del centro e a chi trova romantico accendere il caminetto nel soggiorno.

In attesa di una proposta sensata (che spero non passi attraverso il depauperamento di energia monouso) coltivo alberi e ne taglio le parti che sanno ricrescere, mescolando l’acqua del terreno con l’anidride carbonica che qualsiasi combustione libera nell’aria. La legna che brucio io, una caldaia a metano di nuova generazione, un’auto Euro 28 o una centrale che produce la corrente per l’auto elettrica.

Ecco, “Era solo un pensiero”, concluderebbe un caro amico.

Lucio Montecchio

Carlo, il Resiliente

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Questa storia partecipa al Blogger Contest.2019

Aldo faceva l’antennista, ma un infarto potente l’ha stroncato finché era sul tetto di un condominio. Dice di essere morto e rinato e che, da allora, ogni giorno in più è gratis.

Ha preso in affitto questo bar senza parcheggio, non mette fretta a nessuno e se la prende con calma. Anche con la mia caraffina di bianco.

Il tavolo è il solito, gli amici anche.

Marco fa l’elettricista ed è sempre prodigo di pettegolezzi locali. Sa di guardie e ladri, di caprioli e bracchi e di corna di origine varia. È un po’ sovrappeso, e quando ride mi ricorda Vincent Vega.

Boga, che a dir la verità si chiama Bogdan, fa il pastore di pecore. È un omone enorme e taciturno, forse perché questo dialetto gli è difficile. Quando torna dalla Romania, mette sul tavolo una bottiglia di ţuică che, ancor prima del cervello, paralizza le ginocchia.

Michele, cappellino arancione permanentemente in testa, è un boscaiolo. Cinquantadue anni portati male, lavora dall’alba al tramonto su un trattore vecchio quanto lui, ma non riesce a pagare l’università alla figlia, cameriera nei fine settimana in nero, a Ponte di Piave. Ogni tanto gli scappa un’ombra di troppo.

Carlo, invece, è in pensione da un po’. I ragazzi del posto lo chiamano Tuby, perché faceva l’idraulico.

Scarpe grosse e cervello fino, Carlo. Commenta le cose della vita con una gestualità secca, un uso sapiente delle pause e un’ampia disponibilità di bestemmie che sceglie con cura; per richiamare l’attenzione, dar corpo a una frase o, più semplicemente, per commentare quello dell’Alessia, la postina che è appena uscita.

Neanche il tempo di sedermi ed eccolo lì, pronto a sventagliarmi un articolo del Corriere delle Alpi sulla frana che si è aperta qualche chilometro più su. Lo fa bonariamente, ma quand’è al terzo Grigioverde conviene annuire, oppure buttarla in ridere.

Ecco qua, voi professoroni!

Eccoli qua i danni che avete combinato, convincendoci a tagliare le nostre foreste per fare piste da sci inutili, neve finta, frutteti e boschi tutti uguali, che basta una pioggia più lunga del solito e vien giù tutto. E invece di fermare le frane da sopra piantando gli alberi che c’erano prima, gli facciamo una gettata di cemento da sotto.

Pomàri industriali e cisterne di veleni! Capisci cosa sto dicendo? Per avere mele sane usiamo i veleni! Ma roba da matti …

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Guarda là – mi dice indicando il bancone – acqua dentro la plastica. E sai perché? Perché in trent’anni abbiamo intossicato tutto, abbiamo.

Ma che progresso è, cercare l’acqua su Marte e non aver cura delle nostre fonti?

La mente mi restituisce l’immagine di uomini coi reati incisi sulla schiena. Forse era Kafka. Vorrei far mente locale, ma Carlo è un ciclone.

Abbiamo ammazzato tutti gli insetti e ci lamentiamo se arriva il miele cinese, che fino a dieci anni fa c’erano batterie di arnie, sul costone là in alto.

Ti sembra benessere, questo? Che Leonardo non sa distinguere un carpino da un olmo, e neanche gli interessa. “Alberi, nonno, sono alberi”, mi risponde ridendo.

E allora sai cosa ti dico?

Mi sto facendo un bosco mio, dietro casa, sul pezzo di terra che mi ha lasciato mio padre.

Ogni tanto raccolgo piantine di acero, sorbo, frassino, faggio, nocciolo, ciliegio, pioppo e le metto là. Sparse. Quel che attecchisce bene e quel che si secca non lo pianto più.

Secondo me vien su un bosco misto come quelli di una volta, di quelli bassi e profondi che tenevano su i versanti, buoni per le api e per gli storni.

Fa una pausa e mi punta gli occhi nei miei.

Tu cosa ne pensi, professore?

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È spaesato a casa sua, Carlo, quinta elementare, 78 anni di vita.

E’ un Eroe romantico, Carlo, di quelli che non chiedono quanti sono i nemici, ma dove sono.

Vorrei rispondergli con una riflessione, con cose intelligenti ma, sarà forse per il vino a stomaco vuoto, esclamo semplicemente: “Orca, Carlo, ma allora sei un montanaro resiliente!”

Residente? Certamente!

Io e la mia famiglia abitiamo qui da sempre.

Il posto più lontano che ho visitato è stato col militare: fanteria. Castiglione dei Pepoli, Tos-ca-na!

Manàta sul tavolo e, a seguire, bestemmia esclamativa.

E ridiamo tutti, di gusto, anche Aldo.

Offro io.

 

Lucio Montecchio

Ah … la Dendromachìa

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Dendromachia, dal greco déndron (albero, sostantivo) e máchē (battaglia).

Combattimento rituale con alberi o altre piante legnose di bell’aspetto, diffuso nella quasi globalità della parte terrea del globo terracqueo.

Di probabile origine minozoica e di chiara impostazione democratica (dal greco démos, “popolo” e krátos, “potere”), la Dendromachìa è esercitata, direttamente oppure su commissione, dal popolo.

Trovato un avversario valido, indipendentemente da sesso, razza, numero di tatuaggi, fede, età, status sociale e preferenze alimentari, chiunque è libero di esercitare la Dendromachìa in ogni stagione e luogo, sebbene tale attività sia da intendersi tradizionalmente come prova iniziatica volta a dar dimostrazione, una volta per tutte, della maturità raggiunta da giovani maschi col petto depilato.

La regola è una sola ed è semplice: il primo che cade perde e gli altri applaudono.

Degna di nota è una particolare trasposizione veneta della Dendromachìa denominata  “Capèa” , alla stregua dell’omonima versione della corrida spagnola (per approfondimenti, cliccare qui). Essa consiste nel recidere con un taglio veloce e netto non l’intero albero (“che cossì ze boni tutti”, commentava a tal proposito il Ruzante), ma soltanto la sua parte sommitale, o Capo, eventualmente avvalendosi di macchine o armature all’uopo forgiate e spesso caratterizzate da insegne rappresentanti, scaramanticamente, il nemico.

Il vincitore che annualmente si aggiudica l’ambìto “Contest regionale della befana” viene premiato in Piazza San Marco a mezzodì di ogni 6 gennaio con quattro pecore rivestite di lana vergine, una pentola in terracotta senza coperchio e, soprattutto, col titolo di “Gran Capèa”.

Lucio Montecchio

Vade retro!

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Più di trent’anni fa, il prete di una piccola parrocchia suoi colli euganei ci disse “Mi piacerebbe avere sul sagrato alcuni di quegli alberi piccoli e belli, quelli col fiore viola, come si chiamano?”.

“Cercis siliquastrum, l’Albero di Giuda” rispose Paolo, fresco d’esame di botanica sistematica.

“Ah, no … allora no” ribatté il Don, mogio mogio.

Paolo, ricordi?

Ridemmo per giorni.

E davanti a questo monitor, credetemi, ancora sorrido.

 

13 dicembre 2019

Lucio Montecchio

L’albero di Natale

Natale passa i suoi giorni fra un letto e una carrozzina.

Spesso, quando dorme rivede quella curva ghiacciata e si sveglia con l’ansia, ma non c’è nessuno a stringergli la mano.

Allora cadenza il respiro sul blues della lucetta che lampeggia sopra alla presa dell’ossigeno e pensa a Teresa che passerà più tardi, ai figli che verranno appena potranno, alla casa, agli amici e ad altre cose. Soprattutto se gli scappa lo sguardo sul culo della Loredana, quella del turno di notte.

Natale ha un albero: è il pino che spunta dal muro di cinta di fronte alla vetrata dove passa molti pomeriggi.

A lui ricorda il profumo del mare e le cicale.

Compone poesie, Natale.

Teresa lo sa.

Lucio Montecchio

Amarcord dicembrino

Marco, tornato dopo il referendum del 46, aveva trovato lavoro alla cokeria di Marghera.

Lasciava la bicicletta allo stallo di Correzzola alle 5 e si lasciava cadere sulle panche di legno della littorina, che tutti continuavano a chiamare Vàca Mòra per via del fatto che la motrice di prima era nera, panciuta e ansimava muggiti di vapore.

“Vaca mora, vaca mora, te ne ghé portà in malora” ripetevano gli ex-contadini scendendo a Marghera. In malora, lontano da casa e in un paesaggio che nessuno mai avrebbe immaginato di fronte a Venezia, fatto di petroliere alla fonda, raffinerie e ciminiere che sbuffavano giorno e notte.

Stipendio fisso, straordinari pagati, giorno di riposo e colonia estiva per i bambini furono una succosa carota.

E così, senza un adeguato ricambio generazionale, queste campagne strappate al mare dai nostri antenati persero velocemente il loro valore intrinseco, che prima si misurava nel numero di persone che un campo (un terzo di ettaro) poteva sfamare.

I campi migliori se li comprò a buon mercato uno numero esiguo di forestieri, che cominciò ad accorparli e a farne colture nuove ed estensive, ingorde di fertilizzanti e pesticidi. Veleni, che oggi chiamiamo più elegantemente agrofarmaci.

Il boschetto di pioppi e salici dove passavo molti pomeriggi estivi a giocare coi miei compagni di scuola, invece, in un batter d’occhi diventò uno dei molti campi di bietole che il Beljo, lo zuccherificio costruito con capitali belgi, trangugiava senza sosta per tutta la durata della campagna saccarifera.

Un giorno raccolsi dal fosso una tartaruga d’acqua capovolta e oramai mezzo mangiata dai pesci gatto.

Mio zio Bepi, da dietro il suo enorme naso adunco,  mi disse di non bere più l’acqua del rubinetto, che era avvelenata.

Invece di rimuovere la causa, da allora iniziammo a comprare acqua confezionata.

Padova, 6 dicembre 2019

Lucio Montecchio

 

Paraballe

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Capo! Cosa ne facciamo di quel container di interni per mutande?

A cosa ti riferisci?

Ai paraballe da 4 euro, quelli modello Tafazzi.

BiPPO: Biconchiglia  Protettiva POlistirenica. Chiamiamo le cose col loro nome, per cortesia.

Va ben, dai, BiPPO. Comunque sono là da tre anni, non se ne vendono più e smaltirli costa più di quel che li abbiamo pagati.

Dobbiamo trovargli un’altra funzione. Fammici pensare … Dai, che è la settimana del Black Friday e la gente compra di tutto.

Se li macinassimo e ne facessimo neve da presepe?

Capo, oramai col riscaldamento globale nei presepi ci mettono gli ombrelloni.

E vassoietti monouso? Che così noi li vendiamo e se li smaltisce chi li compra?

E chi vuoi che li compri, capo?

Beh … Dobbiamo renderli interessanti, valorizzarli. Renderli preziosi scrigni per qualcosa di ricercato, colorato, che attiri l’occhio.

Palle di Natale?

No, dev’essere qualcosa che non ci costa nulla. Dobbiamo vendere paraballe, mica quel che ci mettiamo dentro!

Cachi!

Scusa?

Cachi, capo! Dove abito io è pieno, cadono per terra e restano là a marcire. Sono belli, tondi e arancione.

Ottima idea, Arsenio! Ottima idea.

Ci mettiamo sopra una pellicola di plastica e una bella etichetta col simbolo del riciclo, che fa figo. Vassoio, secco. Pellicola, plastica. Residuo organico, umido. Etichetta, carta.

Signorina, ci faccia portare due prosecchini.

Fu così che, nell’arco di pochi anni, il frutto più povero che più povero non si può, arrivò nei nostri supermercati a 4 euro al chilo: il prezzo di un paraballe modello Tafazzi.

Mettete un caco nel vostro giardino: sarà un generoso, saporito albero di Natale.

Padova, 28 novembre 2019

Lucio Montecchio

Ho sognato mio padre

Ho sognato mio padre, stanotte.

Di solito lo vedo camminare lungo una salita. Spesso si gira e mi sorride come a dire “Avanti, dai”.

Stanotte, invece, la lapide era a casa mia e l’ho fatta scivolare di lato.

Lui era lì, immobile come in quell’ultimo giorno.

Poi ha aperto gli occhi e spostato lo sguardo, indicandomi un piccolo tiglio che stava crescendo là dentro.

Ho sognato mio padre e un tiglio, stanotte.

Parigi, 21 novembre 2019

Lucio Montecchio

Vaia

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Dall’alto della valle, Sbrègo si lasciava carezzare dall’ultimo venticello caldo e piovoso di fine stagione, prima che l’inverno arrivasse a fare il suo.

Scirocco: profumo di salsedine, di sole e di rosmarino.

Immaginava di sorvolare il sūq di Tunisi, e poi una distesa di dune fino a un’oasi lontana, coi bambini intenti a prendere gli scorpioni per la coda e una Fata Morgana seducente e irraggiungibile.

Non sapeva spiegarselo neanche lui, ma era iniziato tutto cinquant’anni prima, quando un lampo l’aveva aperto per lungo. Fu un elettroshock brutto brutto, però da allora prendeva Capodistria, la Rai e qualche TV minore.

Quando il cielo era terso riusciva anche a vedere dei bei documentari alla BBC.

Però se la tirava. Oh, se se la tirava!

Non vedeva l’ora che crescesse un nuovo albero per dar sfoggio di saperi sportivi, cromatici, ecologici, pentatonici ed endecasillabi.

Una volta riuscì a stupire un gruppo di salici raccontandogli che dall’altra parte del mondo ci sono alberi acquatici con le radici all’insù, ma quando un paio d’aceri si girò ridacchiando, chiuse velocemente il discorso con un altezzoso “Idit qui non servat occidit”.

Non sapeva neanche lui cosa significasse, ma quel moncone di frase rubata alla pubblicità del Petrus suonava bene.

Saccente e permaloso come un vecchio. Stimato e rispettato come un saggio.

“An ancient tree”, commenterebbe Neville.

 

“Non è niente, è solo vento africano. Annusatelo e godetene”, disse con voce rassicurante ai giovani pioppi che tremolavano lungo la riva del torrente.

Di lì a poco, però, la pioggia si mise a cadere sempre più forte, aprendo dei rivoli veloci nel bosco.

Soprattutto, pioveva sabbia fine e rossa, di quella che smeriglia le foglie.

Le chiome oramai garrivano.

Anche quelle degli abeti, che lui chiamava “soldatini di legno”: stessa livrea, età e statura. Allineati e coperti come in una piazza d’armi.

“Mi spezzo ma non mi piego” recitava il loro motto.

“Vedremo, vedremo, con quelle gambe lunghe e la chioma così alta. Vedremo”.

E poi ci fu quel bagliore fumoso e rossastro che veniva dall’appennino, o giù di là.

“Ragazzi, mi sa che stavolta vien su un vento che ricorderemo a lungo. Aspettiamo ancora qualche ora e, se non cala, ci organizziamo. Tutti pronti alle prime luci”.

Fu una notte insonne.

Per il vento, per la pioggia e perché la memoria lo portava sempre a quel maledetto fulmine.

Anche lui, nel buio, tremava.

“Fra dieci minuti! Pronti con la testuggine!”, tuonò.

Qualcuno iniziò a girare su se stesso, altri iniziarono a piegarsi indietro. C’era chi copiava dal vicino e chi fischiettava guardando in alto. Insomma, un gran casino disordinato.

“Va ben, dai. Mischia ordinata!

– Applauso –

Aceri e frassini: tutti a destra.

Faggi: tutti a sinistra.

Tutti gli altri: occupate i buchi più bassi. Anche voi, noccioli là in fondo. Anche le betulle!

Ancorate le radici al sasso più grosso che trovate.

Piegatevi lentamente in avanti. Piano, che così a freddo vi rompete.

Abeti, cervi e caprioli, dietro.

Prima linea, in ginocchio. Seconda e terza linea, coprire i buchi e pronti a spingere.

Quando la prima raffica toccò i  100 all’ora, Sbrégo urlò “Crouch!”

“Scusa, cossa vol dire?” Chiese un sorbo arrivato da poco.

“Legatevi coi vicini e intrecciatevi con quelli dietro!

Il vento cercherà di sollevarvi. Non fatelo passare o vi rovescerà tutti assieme.

Deve volarvi sopra come foste un corpo unico, rigido ed elastico, duro e morbido. Alla fine, lui si stancherà prima di voi, vedrete.

L’acqua cadeva e correva, i sassi correvano e cadevano.

Il vento si trasformò in una massa densa e nera. Per qualche motivo irrilevante urlò il nome di una signora tedesca e iniziò a tirar mazzate come un ariete spartano.

Bam. Bam. Bam. Bam. Per ore.

Ammainate le vele!

“Scusa?” chiese perplesso il sorbo di prima.

“Mollate le foglie alte, porcamalora! Dovete far sfiatare l’aria che passa da sotto, sennò vi scoperchia”.

“Anh … ‘desso go capìo, Mister”.

 “E’ solo aria. Chiudete gli occhi e spingete. Tu, là in fondo, abbassa i rami fino a terra e spingi!”.

“Fatelo per voi, fatelo per i vostri figli, la vostra famiglia, la patria, la gloria!”

– Forse mi sono lasciato prendere la mano – pensò, ma ne ebbe certezza quando uno dei molti piloni schierati a sud, che spingeva come un toro da ore, urlò a denti stretti “Va in mona!”.

Fu dura, durissima, ma fu così che la squadra più selvatica, sgangherata, irriverente, multietnica e multietà di Sbrègo riuscì a rimbalzare il vento chissadove.

Certo, rimasero a terra molti feriti e alcuni morti, ma il bosco aveva salvato sé stesso, come tutte le volte precedenti. E anche i due paesini a valle.

Sbrégo ne uscì con qualche altra ferita, ma ancora troneggia spavaldo dall’alto della sua collina. Pronto a nuove battaglie e certo delle future vittorie.

“A veteran tree!”, esclamerebbe Neville.

___

Fra pochi giorni, giornali e televisioni celebreranno gli abeti spezzati da Vaia. Parleranno ancora di metricubi o di ettari e misureranno il danno in soldi.

Ben pochi spiegheranno perché molti boschi ce l’hanno fatta.

Padova, 18 ottobre 2019

Lucio Montecchio

Via Sbotticelli

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“It’s silly, no?
When a rocket blows and everybody still wants to fly.
Some say man ain’t happy truly, until a man truly dies.
Oh why, oh why?”
(Sign O’ the Times, Prince)

“Ma secondo lei gli alberi sono intelligenti?”.

E’ una domanda frequente, al termine degli incontri pubblici ai quali partecipo.

E poi arrivi a casa stanco, accendi la tivù su un canale a caso e scopri che si vincono applausi e soldi se indovini l’età o il mestiere di una persona mai vista.

Esci e incroci la vicina orgogliosa dell’asciugatrice, che le evita la fatica di stendere il bucato all’aria.

Mio cugino, che abita in campagna, invece di correre dietro casa prende la macchina e va in una palestra a dieci chilometri, con la parete di vetro che dà sul parcheggio di un supermercato e l’aria condizionata a manetta (ma se ci vai per motivi più nobili, Francesco, hai tutta la mia stima).

La settimana scorsa, all’ufficio postale di Legnaro c’era un ragazzo sui 30 anni che affermava di abitare in via Sbotticelli.

Conosco una persona che si beve mezzo stipendio al bar, ma ritiene che un libro da 25 euro “costa massa”. Tempo fa, nello stesso bar uno diceva che “i mussulmani [due miliardi nel mondo] sono tutti terroristi”. Però il barista è simpatico.

Non so chi sia, ma c’è qualcuno che, pur pagando la tassa sui rifiuti, trova certamente gratificante mettersi l’immondizia in auto e buttarla giù dall’argine dove porto a correre Meg.

Ho una tosse bestia e continuo a fumare un pacchetto di sigarette al giorno.

Sto aspettando dalle 9.00 un signore che mi ha chiesto un appuntamento per una cosa che interessa a lui, non a me. Gli avevo risposto “Si, volentieri, dalle 9 alle 9.30 ho tempo”. Sono le 10,39. Sarò scortese.

“E tutto questo cosa c’entra con l’intelligenza degli alberi?”, vi chiederete.

Niente, niente.

Lucio Montecchio

Stargate

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Ieri sera sono entrato nella galleria sotterranea di un insetto e ho passeggiato seguendo il micelio di un fungo simbionte, per poi ritrovarmi in una radice, nuotare nella linfa, uscire e rientrare dal foro di un picchio, ascoltare la voce di una ghianda, prendere la via di un ramo, sbucare dentro a una foglia e saltellare fra un tilacoide e l’altro, rimbalzando su una membrana cellulare.

E poi … ho alzato gli occhi e ho visto la fotosintesi; anzi, c’ero così dentro da sentirmene parte. Dopo trent’anni di formule e disegnini, stavolta l’ho toccata con mano, ‘sta meraviglia della natura (che a spiegarla in aula ci vuole mezz’ora buona).

Alla fine sono uscito da uno stoma, ho visto la Basilica dal Santo dall’alto e con calma mi sono tolto il caschetto spazio-temporale.

Un anno esatto di lavoro che ci ha permesso di costruire dal nulla la rappresentazione virtuale e dettagliata di una quercia, dentro e fuori.

Per superare le nuove frontiere della comunicazione botanica, in fondo, è bastato poco (ma si fa per dire): una squadra coesa e motivata, l’attrezzatura fantascientifica dell’ HIT Unipd, un bel po’ di esperienza alle spalle di tutti noi, tanto entusiasmo e pochi soldi.

Grazie, grazie davvero a Luciano, Laura, Rosa, Barbara e Giada, Alice, Marta, Eric, Piotr, Maria Barbara, Carlo e, chiaramente, all’Università di Padova e alla Regione del Veneto.

Che figo, ragazzi!

Lucio Montecchio

Alberi-Foresta

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“Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”

J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

Sono più che mai convinto che un albero sia luogo, un ambiente complesso frutto del lavoro di centinaia di specie che, sotto e sopra la corteccia, convivono secondo regole ed equilibri che non capiremo mai appieno.

Un sistema implicitamente e necessariamente dinamico in grado imparare, adeguarsi agli eventi e prepararsi al futuro. Perché la vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi.

La quercia che ho di fronte ci ha messo nove secoli a diventare com’è, cambiando chissà quante forme. E così, quell’alberello nato finché Riccardo Cuor di Leone guerreggiava con Saladino è cresciuto, ha sbagliato, ha capito, ha provato in un altro modo e negli ultimi anni ha scelto di lasciar cadere qualche ramo molto grosso pur di far spazio a rami più sottili. E’ un problema? Non per lui, evidentemente.

Ma c’è di più: negli spazi più aperti, dove le branche si aprono quasi orizzontali creando un pianoro centrale, ha lasciato che foglie e rami diventassero dapprima humus e poi un vero suolo, nel quale lasciar crescere muschi, felci e giovani alberi che affondano le radichette nella sua parte più centrale, ormai marcescente.

Quando altri rami cadranno e lasceranno penetrare più luce, loro saranno pronti a crescere.

A prescindere dall’età e dalle dimensioni, questo “albero-foresta” è certamente un monumento: alle dinamiche della natura e a chi non ha avuto tempo o voglia di ingessarlo fra cavi, cavetti e puntelli.

Windsor, 10 settembre 2019

Lucio Montecchio