Categoria: Pensieri in libertà

Pagherei

Eccomi qui, agli scaffali di un supermercato dove non c’è nessuno che mi suggerisca cosa è fresco e cosa non lo è.

Cos’è un’arancia Navel? Dentro è rossa? Dolce? Aspra? Ce la faccio una buona spremuta o va bene solo a spicchi? Dentro li avrà i semi? – si, perché un frutto senza semi non è un frutto-.

Però c’è scritto bello grande “Provenienza Italia”. E chissenefrega? A me interessa sapere se mi piacerà e se è sana. A me va bene anche se è stata coltivata in Spagna o in Grecia, se è sana. Cosa cambia, a parte il concetto che condivido di tenere i soldi quanto più vicino a casa?

A proposito, sulla destra c’è il reparto “Chilometri zero”, con le carote coltivate vicino alla discarica che si vede là in fondo.

La Graziella me la faceva assaggiare, la sua frutta, e se mi piaceva ne prendevo una cassetta intera e poi dentro a quel profumo mi ci perdevo per tutto il viaggio fino a casa.

Eppure eccomi qui, ad assumermi la responsabilità di quel che sono costretto a scegliere coi guanti addosso. Ma che scelta è questa? Che non so neanche cosa ci hanno messo sopra, a queste mele, per farle così belle, simmetriche, turgide e così lucide che sembrano passate da un estetista.

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Cos’è successo, in questi pochi anni? Com’è possibile che anch’io abbia accettato passivamente le regole di un mercato perverso che mi fa comprare con gli occhi e con l’ansia di arrivare alla cassa prima di quella signora col carrello troppo pieno?

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Pagherei, si, pagherei per riempirmi il naso di profumo di carote che sanno ancora di terra fresca e di pomodori che sanno di sole (ma non è stagione, lo so).

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Lucio Montecchio

Antologia del Bacchiglione

“Vocalizza”, commenta con imbarazzo la badante che accompagna il Dogno sulla carrozzina, quasi per scusarsi.

A… A… A… A… A… Acute. Prolungate. Interminabili.

Anche mio padre faceva così negli ultimi mesi. Lui aveva una passione per le E. Decadimento cognitivo, Alzheimer. Il medico ci disse che le vocali urlate sono il modo più facile di comunicare il dolore, forse del fisico o forse dell’anima o forse di entrambi. Io non lo sapevo e lui non smetteva mai e, si, per un po’ di tempo me ne sono vergognato anch’io.

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Il Dogno di nome fa Pietro, ma qui tutti lo conoscono così perché fu uno dei primi a ritornare a casa da Codogno, nella lontana Lombardia, dopo aver placato la fame del dopoguerra.

Quando avevo sui sette anni fu lui, a insegnarmi i numeri romani e il loro buon uso (a evitarli per le date, insomma, che gli avrebbero ricordato il sapore dell’olio di ricino).

Ogni lunedì mattina, giorno di mercato, si fermava all’ombra della stradina che fa angolo con casa nostra, metteva sul cavalletto la bici, collegava la puleggia al disco della mola appena sopra al manubrio, riempiva d’acqua un piccolo serbatoio d’ottone, apriva il rubinetto fino a far cadere le gocce col ritmo giusto e viachevà.

Pedalava, arrotava e cantava.

Cantava le canzoni dell’epoca sua e quelle del momento, spesso sostituendo le parole vere con altre altrettanto vere. Quando arrivava una signora con un paio di coltelli o delle forbici alzava lo sguardo da dietro gli occhiali e, continuando a molare, partiva con “E’ primavera svegliatevi bambine …” ricamandoci sopra delle parole più adeguate al momento, un po’ in italiano e un po’ in dialetto.

Cantavano tutti. Orfeo, che spandeva il profumo del pane appena sfornato su un ballabile romagnolo; Cesare, che intonacava i muri con in testa un cappello fatto con la carta del sacco di cemento; la Graziella, che vendeva la sua verdura nella piazza del cinema; Maurizio, che sarchiava il biancoperla sotto il sole di giugno; la signora Luciana, che solfeggiava Rossini dietro ad una tenda bianca.

Qualche anno fa, Danko mi fece riflettere sul fatto che le canzoni italiane sono una distesa di vocali posate su una musica allegra, “è una reazione positiva alle difficoltà, un atto di sfida alle fatiche di ogni giorno. Le nostre sono così tristi …” commentò.

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Chissà, quante canzoni allegre stanno uscendo dalla mente del Dogno proprio adesso?

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Lucio Montecchio

Arrivederci

Cari amici,

tredici mesi sono lunghi anche per me, è dura.

Da oggi comparirò in questo blog molto meno frequentemente. Almeno fino a che non tornerò a vedere gente bella e a ridere con gli amici, col gomito ben saldo sul bancone del Centrale.

A presto!

LM

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“Fra’ Martino campanaro, dormi tu?”

Picchiò il picchio sul balcone giallo e blu.

“Lo sfalcio sta iniziando

e la lepre sta tremando.

Suona le campane, Fra’ Martino, fallo tu”.

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CoviBlues

Ciaff … ciaff … ciaff … ciaff

Ciaff … ciaff … ciaff … ciaff

Lo conosco quel pallone, è un Jordan Legacy con la sagoma nera di MJ che sembra disegnata da Danijel.

Conosco anche Marco, praticamente l’ho visto nascere e ora ha 19 anni. Da quand’era bambino e fino a un anno fa passava i pomeriggi in questo campo da basket fra la chiesetta e l’argine con tutti i suoi amici. Giocavano, ridevano, chiassavano e si prendevano in giro per far colpo sulle ragazzine.

Conosco anche quel ciaff ciaff triste e monotòno. La prima volta è stato parecchi anni fa, dalle mani di Son House che ritmavano Grinnin’ in your face. Mani, voce e il crepitìo di un vinile di seconda mano.

Blues.

Suoni e movimenti: quel che mi faccio bastare per riconoscere i vicini. Lontani, uguali, senza le labbra.

Chissà se anche a loro stanno crescendo queste placche ispide sulla schiena.

Io resto qui, aggrappato allo schienale della panchina con le palpebre che si stanno lacerando lentamente, lentamente, senza dolore.

Aspetto i colori.

Aspetto il rosso della ragazza che cammina controcorrente. E’ un bug del sistema, lo so, ma va bene così.

Blues.

Lucio Montecchio

Grazieeee

È da un bel po’ che non scrivo, mi mancano i pensieri. Forse, più semplicemente, mi mancano le parole che sentivo al bar: il mio teatro quotidiano.

Però poco fa ho ricevuto questo messaggio da un amico che mi è stato Professore quando avevo vent’anni.

E mi emoziona.

E mi sta tornando la voglia.

Grazie, F. Grazie.

Il ragazzo (de ‘na volta)

“Che ti posso dire di più, ora, Lucio? Ora che l’ho terminato, e che ho ripreso a leggerlo, saltando di qua e di là, a godermi e a rigoderei alcuni passaggi? Non so, non so davvero cosa dire di più: forse che dentro c’è genialità, una sottile genialità che colpisce per l’imprevedibilità? C’è un uso particolarissimo, di sicuro personale, credo non ragionato, del fraseggio, che in alcuni passaggi è tronco, ed è come un pugno che ti sospende il respiro, e ti lascia attonito a pensare, ma altre volte invece si distende, e scivola via portandoti altrove, e devi tornare indietro di corsa a capire, a capire di più quello che hai nascosto tra le parole … Stupefacente. Negli anni passati sono stato in giuria di un premio letterario. Ha litigato a lungo con gli altri giurati, figure certo di buon livello culturale, ma tutte di formazione diversissima, e dunque inclini ad una visione particolare, spesso forzata, della scrittura: metti insieme un architetto ed un alpinista-scalatore, un sociologo ed un paesaggista urbano … impresa impossibile. Eppure tutti si dovevano cimentare intorno al concetto di Letteratura, o di Letterario, l’attributo che è ancora più sfuggente da intendere. Ricordi il liceo? E la letteratura italiana, o quella latina o quella greca, se hai fatto il classico? Studiavi Letteratura, ma da nessuna parte ne trovavi una vera definizione. Beh, siamo arrivati alla conclusione che è letterario ciò che sposa logos con ethos e con pathos, cioè che trasmette un pensiero (si diceva la morale della storia, una volta) attraverso le parole, o il linguaggio (può essere anche quello dei colori, o delle forme) facendo tremare l’anima con le emozioni. Li ho messi tutti d’accordo. E capisci la morale: hai fatto vera letteratura. Mi piaci, ragazzo!!!!”

Repubblica.it

Orti botanici – Padova, dalla salute delle piante la salute del pianeta

Riuscite a immaginare un mondo senza piante? Ecco perché la vita per noi esseri umani e per le altre specie non sarebbe possibile. Lo spiega Lucio Montecchio, patologo vegetale dell’Università di Padova per la terza tappa del nostro viaggio alla scoperta dei giardini d’Italia.

A cura di Fabio Marzano (video.repubblica.it)

https://video.repubblica.it/green-and-blue/biodiversita/orti-botanici-padova-dalla-salute-delle-piante-la-salute-del-pianeta/377487/378097?fbclid=IwAR1XLiMReMTTmVYliTJlSfsAglf6Wvk4Smbypgaf9Xo3h4t34cjnKzMS-1A

Gelso e Liana

Gelso era un fustone di trent’anni tracagnotto, ben piantato per terra e con la testa infilata direttamente fra le spalle come un pilone del Sei Nazioni. Che lui avrebbe voluto crescere fino a quindici metri, ma doveva fare foglie così basse da essere prese facilmente dalle ragazze della famiglia in odor di dote. Era orgoglioso, di dar da mangiare ai bachi che avrebbero filato la seta per le lenzuola della prima notte di nozze di Lucia.

Liana invece era una vite di sedici anni, allegra, sbarazzina, con una voglia di guardarsi in giro che non sapete quanto. Faceva grappoli belli e rossi e sodi con degli acini tondi tondi che, se le arrivava una buona forconàta di letame della Gilda, sapevano di fragole e di panna e d’erba appena calpestata.

All’inizio non si erano neanche simpatici, maritàti da Gastone contro il loro volere per l’interesse della famiglia e costretti a farsela piacere così com’era.

Però nel tempo si erano trovati bene.

Chiacchieravano e scherzavano tanto. Ridevano di Gastone che ogni mattina gli pisciava sui piedi fischiettando “La Gigiotta” e delle galline che continuavano a spostarsi mano a mano che Gelso si divertiva a ruotare la sua ombra. Che buone son buone, le galline, ma intelligenti è un’altra cosa.

E poi chiacchieravano con la rosa lì sotto. Anche lei bella, bianca, corteggiata da uno stuolo di api e bombi per quasi tutta la stagione.

Non era male, insomma, sebbene il prezzo da pagare fosse il restare lì avvinghiati a forza in quel metro quadrato.

Un giorno d’estate, però, finché Gastòne era da parenti a Trieste, arrivò il figlio Ganassa accompagnato da un agrimensore, un estimatore e un finanziatore.

“Qui rifacciamo tutto, tiriamo la terra col laser come se fosse un tavolo da biliardo, facciamo gli scoli e il drenaggio nuovi, mettiamo pali di castagno che così ci danno la certificazione Bio e poi un bell’impianto di fertirrigazione centralizzato e automatizzato, che te lo controlli anche da casa”, esclamò l’estimatore.

Il finanziatore aggiunse “parte del vino possiamo farlo anche con l’uva”, ma questa cosa Liana non la capì e rise, pensando a una scena di “Amici miei”.

Però vennero il giorno in cui Gastone si addormentò col cuore che ritmava la marcia di Radetzky e quello delle rose bianche al funerale, e poi arrivò un furgone di sbarbatelle petulanti che ridevano in francese come delle liceali in Piazza San Marco.

“Liana, la vedo male …”, sussurrò Gelso.

Iniziarono togliendo le rose sotto a ogni gelso e poi tagliando i cavi di ogni filare. Per la prima volta Liana e Gelso si separarono, di qualche centimetro.

Poi accesero le motoseghe iniziando dal fondo, via una sotto l’altra.

“È normale che in questa stagione la vite pianga, se la tagli”, disse il capo operaio per rassicurare il ragazzo perplesso.

Liana cominciò a vibrare. Poi arrivarono a lei e lei abbracciò Gelso, per la prima volta.

Gelso fece una lacrima. E questo no, che non era normale.

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Lucio Montecchio

Il due percento

Caro Assessore, da quanto tempo!

Bene, bene, grazie. E lei? Eh, lo so, con questo smart working non si riesce più a far le cose per bene …

Senta, come starà già immaginando, la chiamo per parlare di alberi.

No, non quello della foto, dai, lo sappiamo tutti e due che non sono capitozzature e che il collare dei rami è stato salvaguardato. No, no, proprio un bel lavoro, ineccepibile. Proprio come dicono le antiche ma pur sempre sacre letture.

A dir la verità io la chiamavo per darle un’ideona primaverile.

L’ho chiamata “Due per cento”. Eccola qui. Facile facile.

Si prende il numero totale di alberi della città, che lei avrà sicuramente in uno dei tanti faldoni, e se ne calcola il 2% applicando la seguente formula: numero totale x 2 / 100.

Non è difficile. Se ad esempio ha 1274 alberi, 1274 x 2 fa 2.548, che diviso 100 fa 25,48. Siccome però le frazioni di albero sono previste solo nell’ambito del quotidiano uso della motosega, come nel caso della foto, arrotondiamo pure per difetto: 25 alberi.

Il più è fatto, ancora un attimo di pazienza.

A questo punto si fa un giretto a piedi e si scelgono, fra i 1274 alberi, tutti quelli che non hanno nessun ostacolo in un raggio di quaranta metri. Intendo case strade vicoli e palazzi, piste ciclabili, fontanelle e quant’altro (che poi non ho mai capito cos’è questo “quant’altro”). Panchine e cestini si possono spostare.

Facciamo che siano un centinaio. Ecco, fra questi si scelgono i 25 che piacciono di più (vecchi o giovani, dritti o storti, conifere o latifoglie, vicini o lontani) e si decide di non toccarli più, mai più. Neanche se pèrdono un ramo, neanche se cadono per terra. Li si lascia là per sempre, per vedere cosa succede, per portarci le scolaresche a vedere i funghi e i lombrichi, per poter dire ai nipoti “questa cosa qui l’ho voluta io e ho fatto risparmiare un sacco di soldi”.

Poi si va dal sindaco e si fa fare una bella ordinanza, si chiama il solito giornalista proponendogli già il titolo “Eccolo qua il duepercento” e ci si mette sopra il proprio nome in bella vista, che alle prossime amministrative può tornare utile.

Tutto qui. Del 98% che resta si continua a fare come si crede, come sempre. Come nella foto qui sopra.

Cosa ne pensa?

Buona primavera!

Lucio Montecchio


Piantumare

Oh, come li capisco i colleghi che strabuzzano gli occhi quando leggono o sentono dire “piantumare” invece di “piantare”.

Ma, si sa, oramai se non usiamo parole che riempiono per bene la bocca ci resta una specie di colpo in canna che rischia di prendere l’umido. Una specie di languorino residuo che non è proprio fame, ma un’irrefrenabile voglia di farla fuori dal vaso. Vero Ambrogio?

A me, ad esempio, spiace dare un buon voto agli studenti che studiano su libri stampati da case editrici importanti fidandosi degli autori e poi, parlando di legno cariato, scuro e marcio, lo definiscono “discolorato”, oppure “decaduto”. Ma in quei libri c’è scritto così, i traduttori dall’inglese vanno perdonati perché non sanno quello che fanno, il mio non è un esame di fisica nucleare e così tralascio. Quasi sempre.

Che poi vorrei anche parlarvi dell’imperscrutabile concetto di “legno secco fisiologico”, che anche lui riempie la bocca, ma su questo mi creerei troppi nemici e un cambio di gomme mi costerebbe mezzo stipendio.

Per tornare al vero problema del secolo, comunque, mi sento di proporre le seguenti alternative a “piantumare” (a condizione che poi si proceda in fretta, scegliendo alberi orgogliosi di esserlo e immaginandoli già grandi come farebbe un padre con un figlio, insomma. Oppure come farebbe una persona intelligente).

Ecco, a me piace l’agreste “trapiantare” ma offro volentieri, e giuro che mi adeguerò, baccheggiare, baciucchiare, barbicare, battimare, bifilare, bilanciare, bollicare, brillantare, bulinare, calandrare, campicchiare, capillare, caricare, coricare, cicalare, compattare, immolare, incappare, interzare, inzuppare, livellare, palettare, premurare, regalare, sostanziare, zufolare, fischiettare, fusteggiare, festeggiare e poi brindare.

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Che poi, alla fine, a me va bene anche “piantumare”, sia chiaro. Mal che vada tralascio. Quasi sempre.

Lucio Montecchio

DAD (discussione a distanza)

Caro zio.

La maestra Rosa, che come dice il papà sarebbe bella anche se avrebbe un nome diverso, mi à detto che si vede propio che non vieni dal ramo della mamma. Che loro sì che sono di rassa intelligente.

E à detto anche che una volta eri anche bravo, come quando che ai scritto il libro dei Germogli, ma dopo ti è andato il grasso della sopressa di Valli del Pasubio fin drento al sangue e non ài voluto fare il reàb col cataplasma di bacche di gogi, che io non so gnanche cosa vuole dire.

D’ognimodo la maestra à sbuffato drento la mascherina e poi à detto che sei propio un sìnpio, perché i alberi inportanti nella storia dell’uomo sono propio pochipochi, come il pomaro della Eva che non era neanche un uomo e l’albero di Natale, che Natale sì che era un uomo che faceva il postino maschio che entrava sensa suonare.

E la maestra Rosa à detto anche che se i alberi fossero davvero inportanti per la nostra storia come dici tu alora esisterebbe l’età dei alberi inoltre a l’età della pietra e a l’età del ferro e a l’età del rame e a l’età del bronzo.

Che ai siensiati ci sarebbe costato ben poco aggiungere una riga indentro il libro di storia e meterci anche l’età dei alberi, perché bastava contare i anelli. Onò?

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Però adesso non rispondere che va bene così che devo studiare come si fa il sapone antivirus col grasso dei bisontignù.

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Tuo Marzio che ti vuole bene lo stesso anche se forse à ragione la maestra

DAD (didattica a domicilio)

Componimento: cosa ai fatto ieri di bello

Ieri che pioveva di stravento il mio zio Lucio mi ha fatto vedere un documentario che si vedeva che i alberi sono molto importanti, perché se non cerano i alberi eravamo ancora indentro le caverne a fare il fuoco con la paglia che non dura neanche tanto e a ingrumarci tutti assieme sotto la pelliccia stanfona di qualche bisontegnù morto di tristessa e crepacuore.

E invece coi alberi siamo stati buoni a fare le case di legno e anche i archi e le frecce e lo spiedo di bisontegnù che corre veloce meno di una freccia. E poi i recinti per metterci dentro le bisontesse che facevano i gnù domestici.

E anche le sedie e le porte e il pavimento parchè.

E anche la carta igienica profumata e morbida e coi coniglietti disegnati sopra. Che se non era per gli alberi sinò ci tocava di pulirci il culo con le foglie di melansana che però l’anno inportata con le navi di legno.

Eco maestra, questo ò inparato ieri, ma per fortuna oggi cè il sole e si riprende con la didatica a scuola, perché a me i documentari dei alberi mi fano venire sonno.

Marzio

Trasparenza

Si attardò a osservare un gruppo di folaghe chiassose e poi si incamminò verso il suo olmo, l’albero della trasparenza.

Si, perché dopo la volta in cui, giocando coi fiammiferi, appiccò il fuoco a un pagliaio e si rifugiò per ore sotto a una macchia di rovo sulla riva del Bacchiglione, suo padre lo prese da parte e gli raccontò che lui, da bambino, quando doveva nascondersi andava in un posto più sicuro, all’olmo. Che restando fermi là sotto si diventava invisibili.

Salutò il suo complice silenzioso posandogli una mano sul fusto, gli girò attorno per accertarsi che andasse tutto bene e poi si sedette soddisfatto fra le due radici che sporgevano da terra.

Visto da lì, il mondo non era cambiato per nulla.

Si trattava solo di trovare il modo di ricucire il prima col dopo, di ricomporre la lacerazione profonda che si portava dentro.

Spostò lo sguardo in fondo, si lasciò carezzare dalla brezza, chiuse gli occhi e rivide il ragazzo che gli era comparso davanti all’improvviso, spaventato quanto lui. Avrà avuto venti, forse ventidue anni. Un tempo che lui aveva fermato per sempre trapassandogli lo stomaco. Ci mise molto, a morire, troppo; contorcendosi, sboccando fiotti di sangue e monosillabi. Fissandolo stupito. Non era dalla guerra, che era scappato, ma da quello sguardo.

Gli sembrò di sentire l’albero vibrare, sussurrare, ma forse erano solo le foglie mosse dal vento.

Strisciò il mozzicone per terra, si alzò poggiando le mani sulle ginocchia e rientrò verso casa. Lentamente.

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Lucio Montecchio

(Meg l’ho messa solo per catturare la vostra attenzione)

Avantisempre

Giovedì sera credo di essere morto, per la terza volta. È durato poco, non so, forse tre minuti.

La prima volta è successo una decina d’anni fa: mi sono svegliato steso sul pavimento del bagno con Meg che mi leccava la faccia e Monica che piangeva e mi sollevava le gambe. Dice che diventano bianche e fredde e dure e pesanti come la roccia. In un paio di camomille e di ore mi riprendo.

Tempo fa lo raccontai a un gruppo di amici su un barcone da sgombri sul quale avevo scelto di girare nudo, nudo con me stesso. Fabio “Fotocopie” quasi mi implorò di andare a farmi vedere, perché c’era sicuramente qualcosa che non andava.

Non ne avevo e non ne ho voglia.

Ho avuto così tanto dalla vita che se mi mettessi a fare l’elenco mi stancherei prima di finire.

Ho girato il mondo, attraversato mille boschi, cenato e dormito nei posti più belli e in quelli più brutti; ho avuto l’autista a disposizione che dormiva in macchina in attesa di un mio cenno e ho camminato per chilometri sotto la pioggia nell’inverno svedese. Ho rischiato di morir di freddo in un bivacco da qualche parte verso la Svizzera che non ricordo neanche dove fosse. Pochi mesi dopo Walter mi ha salvato la vita con un cordino da otto su una cascata ghiacciata. Durante una discesa in grotta mi si è aperto il discensore, mi sono sospeso con una mano sulla corda viscida e ce l’ho fatta lo stesso (ma erano altri tempi e altro fisico).

Ho visto l’alba sul Sahara e il giorno di notte in Islanda, scoperto specie mai viste prima, parlato a platee internazionali. Ho stretto mani importanti ma mi manca ancora Mick Jagger (una volta un ministro straniero mi ha rimproverato perché mi sono presentato in Parlamento con un pile blu).

Ho vissuto alla velocità della luce sorridendo; ho fatto buon viso a cattivo gioco tenendo in tasca i classici sinquescheidemona come si usa da queste parti; ho fatto sacrifici anche grandi che sono sempre, sempre stati ricompensati; quando mi sono fermato non ho mai provato nessun giovamento.

Ho ascoltato e letto canzoni e parole meravigliose.

Ho avuto maestri importanti, pochi ma fondamentali. Me ne viene in mente solo uno.

Ho conosciuto persone speciali. Monica, che se non fosse per lei chissà dove sarei adesso e mio padre, col quale a vent’anni ho stretto un accordo generazionale che spero di aver onorato.

Mi sono divertito un sacco. Quasi ogni cosa vi possa venire in mente l’ho fatta. Ho fatto anche scelte importanti, ad esempio di non fare scelte.

Ho visto alcuni miei studenti diventare più bravi di me e ho gioito, perché è questo il patto generazionale.

Ho visto morire amici di sangue e ho pianto di nascosto, a fiotti; poi ho scelto di non vergognarmene più.

E poi ho comprato il bosco che ho davanti agli occhi, che osservo da questa finestra o dal terrazzo e che cammino con discrezione perché io ci ho solo messo i soldi, ma lui c’era già.

Resta inteso che conto di vivere altri 57 anni.

Buon Compleanno, Renzo

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Lucio Montecchio

Rucola e grana

Poco prima del blackout che oramai sta durando da mesi, ebbi modo di trascorrere una settimana in un resort di montagna col baffo della Moretti, Totò e il Colonnello Bernacca.

All’inizio fu divertente, inconsapevolmente omaggiati dalla vita di sciovie seggiovie funivie, giornaliero settimanale mensile, piste nere rosse e blu, saune finlandesi svedesi e tailandesi, caldo freddo e vabenecosìgrazie, ciabattine bianche gialle e grigie che non serviva neanche rubarle, bresaola rucola e grana, bianco rosso e rosé e, senza gran difficoltà, oba oba a volontà.

Dopo qualche giorno, però, un virus s’infilò nella fabbrica della corrente e non funzionò più nulla, neanche il frigo del gelato al pistacchio.

Neanche la pompa della benzina.

Arrampicato sulla porta girevole e ghiacciata della hall, Totò commentò placidamente “La civiltà è avere tutto quello che vuoi quando non ti serve”.

Tornammo a piedi.

Lucio Montecchio

foto e citazione dal film Tototarzan, 1950 (settant’anni fa, così per dire).

Anna

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Il mondo di Anna è una bolla trasparente che solo lei sa misurare: se ti avvicini lei si allontana, se ti fermi lei si ferma.

Ci ho messo un po’ di tempo a ridurre un po’ quella distanza, inginocchiandomi e trapiantando erbe anch’io, copiando da lei. Le tira su con dolcezza, ne annusa le radici e le trapianta poco lontano, come a volersi fare un orto tutto suo; alcune le scarta, non so perché. Forse ripete gesti d’infanzia.

Chissà … oramai ben pochi ricordano quando è entrata in questo Centro.

Centro? Periferia? Questo è un mondo dove ognuno ha i suoi confini.

Finito con l’orto si siede sul bordo della solita panchina, vicino all’olmo.

Mi sono seduto sul cordolo di quel marciapiedi tante volte, sperando in un sorriso, ma lei guarda sempre lontano. A volte si tocca con tenerezza la spalla sinistra con la mano destra e il gomito un po’ sollevato, ondeggiando dolcemente avanti e indietro.

Verso sera cammina lentamente verso la macchinetta del caffè, aspetta che non ci sia nessuno e cerca qualche moneta dimenticata.

Qualche volta la anticipo, ci metto dentro cinquanta centesimi e mi siedo su una delle poltroncine rosse. Lei mi passa quasi vicino guardando in basso, prende una cioccolata e torna fuori, nel suo mondo.

Ieri ho posato sulla panchina un piccolo alloro. Come se fosse una cosa abituale l’ha preso, annusato e portato lungo il bordo più lontano del suo orto, senza toglierlo dal vaso. Forse non l’ha mai fatto o, forse, per ora le basta che sia suo.

Credo che abbia sorriso.

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“The fool on the hill sees the sun going down, and the eyes in his head see the world spinning round”.

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Lucio Montecchio

Neve

Fino agli anni settanta, quando si voleva correggere una parola o una frase ci si tirava sopra una riga e ci si scriveva la parte nuova subito dopo, o sopra, o di lato.

Il maestro Ferro ci lasciava tutto il tempo per riflettere sulla parola definitiva e poi ci aiutava a commentarne l’uso confrontandola con le precedenti, barrate. Avevo sui nove anni e vi sto parlando di bello, buono, grande, piccolo e dei ben pochi sinonimi che un bambino dialettofono poteva usare a quell’età, sia chiaro. La parte più bella dell’esercizio, però, consisteva nel discutere del motivo per cui un aggettivo era stato preferito ad un altro. A volte tornavo sui miei passi barrando l’ultimo immenso e recuperando il primissimo grande.

Alle medie arrivò la gomma bicolore con la parte blu così arrogante da piallare via definitivamente le parole sbagliate e al liceo il bianchetto, buono per nascondere a chiunque altro l’errore e dimenticarsene per sempre.

All’università comparvero i primi computer domestici e la magia del tasto Canc, una vera macchina del tempo che non piallava né copriva, ma permetteva di tornare indietro all’infinito fino ad accontentarsi dell’errore meno sbagliato.

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E penso a questa neve che sta cadendo dal giorno di Natale, ai brindisi e alle telefonate degli ultimi giorni e alla voce di Van Morrison che ora ci sta scivolando sopra, nascondendo molte nostre scelte sbagliate.

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Lucio Montecchio