Categoria: Pensieri in libertà

Prato inglese

“Verde Pantone Greenery, 15-0343 TPX”.

Perfettamente uguale a quello del plastico.

Con gli irrigatori che balzano fuori ogni dodici ore esatte per dissetare l’erba incapace e il robottino che la rasa tutta uguale.

Perfettamente uguale a quella del plastico.

Massimo osserva dalla finestra.

Lui lo odia, il prato inglese.

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LM

Samir

 

Samir è arrivato qui da un posto che non è neppure un paese, ma un insediamento di poche case vicino a un uadi, un letto di torrente stagionale in mezzo ad una zona desertica.

Me li ricordo quei posti, ci sono stato per un mese intero quando avevo vent’anni con Enrico e Sergio, perché suo padre lavorava al metanodotto Algeria-Tunisia-Italia e noi ne abbiamo abbondantemente approfittato.

Samir è partito quindici anni fa dalla Tunisia, da solo, senza una destinazione precisa, senza soldi e con un italiano approssimativo imparato dalla Rai.

Si è arrangiato per qualche anno a tirar su pomodori e a tirar giù arance e coi pochi soldi messi da parte è arrivato nel Veneto, a lavorare da un grosso vivaista che con una mano lo pagava e con l’altra si faceva dare indietro i soldi dell’affitto di un appartamento dove dormiva con altri cinque nordafricani.

Coi pochi soldi messi da parte Samir è arrivato in questo paesino di quattromila abitanti e si è messo a fare kebab.

Li fa con un molto abbondante strato di fettine d’agnello che taglia con una specie di rasoio elettrico e poi ci cosparge sopra tante salsine diverse. L’harissa è uno spettacolo.

Lui li fa a modo suo, sia chiaro. Mica li sapeva fare i kebab. Ma neanche noi sappiamo cosa sono, giusto?

«Cossa ci metto, doc?», mi chiede sempre.

«Tutto», rispondo sempre.

I kebab di Samir sono belli saporiti, forse un po’ pesantini.

Peccato che non abbia il frigo e che, soprattutto, non abbia la birra. Di solito prendo una Coca e consumo al tavolino fuori, cercando di non sbrodolarmi la camicia.

Ecco, vedete, Samir si è adeguato, si è spostato, ha cercato miglior fortuna e un po’ ne ha trovata.

Samir è qui da sei anni, è un bel ragazzo simpatico e benvoluto da molti.

Anche da quelli che continuano a chiamarlo el marochin.

Samir, si chiama Samir.

Ed è tunisino.

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LM

Primo d’ottobre

Il primo giorno d’ottobre del 69 fu il mio primo giorno di scuola e mi ci accompagnò mio padre a piedi. Plesso scolastico “Maria Montessori”.

Avevo una cartella più grande di me di plasticone blu cartonato, con due tiracche bianche che servivano a infilarci dentro le spalle per poi correre sgangheratamente.

I miei compagni di classe li conoscevo già quasi tutti.

Il primo giorno fu abbastanza drammatico, devo ammetterlo. Lo fu ancor di più per Sergio, abituato a saltare i fossi per lungo.

Di fronte alle scuole c’era, e c’è ancora, un campo da pallacanestro con la parte perimetrale a uso pattinaggio, a sinistra la palazzina rosa delle medie e a destra quella delle “differenziali”: un primo piano al quale si accedeva da una scala esterna come a dover espiare chissà quale peccato prima di poter accedere all’istruzione.

Alle “differenziali” ci mettevano i bambini differenti, alla faccia della Montessori. Quelli che venivano da famiglie così povere che prevedibilmente avrebbero rallentato il programma della maestra Franca, quelli un po’ burrascosi che certamente avrebbero rallentato il programma della maestra Franca e quelli che dopo pochi giorni non riuscivano a ricopiare per bene la effe di farfalla che la maestra Franca ghirigoreggiava sulla lavagna.

La ricreazione sul piazzale inghiaiato la facevamo in momenti diversi, per una questione di distanziamento sociale.

“Fantoìn, i o ga messo ae diferensiài” significava qualcosa come “povero bambino, non è colpa sua, ma cos’altro ci si può fare?”.

Di disagio familiare e di autismo non si parlava, all’epoca.

Alle “differenziali” ci misero anche il mio amico Vittorino, che abitava a quaranta metri da casa mia. Un bambino enorme, gentile e di troppo poche parole.

Vittorino è quell’omone che, dopo una quarantina d’anni che non ci si vedeva, al funerale di mio padre mi è venuto incontro, mi ha detto “condoglianze, Lucio” posandomi una mano sulla spalla attraverso il finestrino aperto e poi mi ha aiutato a parcheggiare la macchina sul piazzale della chiesa.

In fondo si, è vero, Vittorino è sempre stato differente.

Lucio Montecchio (oggi niente storie d’alberi)

Gli amici del bar

Quando entri e saluti non è che ti ignorino, è che i miei amici del bar stanno parlando di qualche importantissima e improcrastinabile vaccata e danno per scontato che non puoi che andare a sederti là, dove si discorre con la giusta leggerezza del tempo, della giornata andata, di politica ma non troppo, di sport abbastanza e di donne parecchio. Un grande classico.
Chiaramente Moreno sa già cosa portare senza dover chiedere “il solito”, che quelle sono cose che succedono solo nei film o che reclamano gli avventori fighetti, sempre a voce alta.
Se avrà tempo si siederà con noi, oppure lo farà suo padre. Diranno la loro, ti provocheranno sul tuo punto debole, ascolteranno tutto e dimenticheranno tutto.
Se ne avranno voglia, dopo la chiusura prepareranno qualcosa da mangiare assieme nella saletta di fianco.
Sennò pianificheremo con precisione assoluta il momento giusto di una cena, che spesso dipende dai tempi del tartufo o delle moéche.
Gli amici del bar sono quelli che nel telefono ti memorizzano per nome o per soprannome, perché del cognome e del lavoro che fai chissenefrega?
Se stai cercando un buon elettricista o un bravo meccanico, stai sicuro che qui c’è il cugino dell’amico del genero di un professionista assolutamente fidato. “Digli che il numero te l’ho dato io”.
È anche per questo che mi piace venire al bar a fine giornata, per il piacere di una compagnia scanzonata lontano dal mondo virtuale dei social.
Bar anche quelli, ma finti.
Gli amici del bar sono persone sincere, che se ti devono dire una cosa te la dicono; scherzando ma te la dicono tutta, dritta dritta.
Gli amici del bar sono quelli che ti lasciano uno spritz pagato, per quando passerai.
Gli amici del bar non si accapigliano alla cassa per chi paga per primo. Chi vuole paga, tutto qui.
Quando sarà il tuo turno, starà a te mettere una banconota sul bancone e far roteare l’indice con molta discrezione.
Gli amici del bar sono quelli ai quali rubo le parole e i movimenti per scrivere questi racconti.

LM

Orologio agreste

Ore 6: l’allodola trilla. Sarà un buon giorno.

Ore 8: il tordo zirla, il codirosso ciarla, il chiurlo chiurla, l’asino raglia, il cane abbaia e il pettirosso chiccola. Il picchio ride del gallo, che chicchiricchia.

Ore 10: il colombo tuba, il pulcino pigola, la gallina chioccia, la cornacchia gracchia e il pavone paupula. Il maiale grugnisce, il cavallo nitrisce e la mucca muggisce.

Ore 12: la cicala frinisce, l’ape ronza, il passero cinguetta e il coniglio ziga (porastella …).

Ore 14. Riposino.

Ore 16: l’anatra starnazza, l’oca schiamazza e la poiana fischia a un tacchino, che gloglotta.

Ore 18: La pecora bela, il topo squittisce e la rondine garrisce, come una bandiera sul far della sera.

Ore 20: La rana gracchia, la volpe guàiola e il gatto miagola all’usignolo, cha invece gorgheggia.

Ore 22: Buio. Il barbagianni soffia, il gufo bùbola e la zanzara ronza. Ancora per poco.

Buonanotte.

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LM

Austerità

All’inizio degli anni settanta il petrolio e i suoi derivati, fino alla corrente elettrica, erano contingentati.

I motivi erano sostanzialmente bellici: la chiusura del Canale di Suez durante le guerre mediorientali a cavallo fra anni 60 e 70 e l’embargo arabo dovuto al fatto che nel 73 ci eravamo schierati dalla parte di Israele.

L’illuminazione delle vetrine e le insegne elettriche furono proibite, per strada c’era un lampione acceso ogni tre ma, soprattutto, nei giorni festivi si potevano usare solo mezzi pubblici e biciclette.

Le domeniche invadevamo le strade di palloni e biciclette.

Non credo che sia morto qualcuno, di austerity (ma perché non la chiamarono in italiano?).

Abbiamo risparmiato soldi e ambiente.

Dal primo ottobre la bolletta elettrica aumenterà del 40%, dice il Ministro alla Transizione ecologica.

Quaranta per cento.

Dice che le aziende, dopo il rallentamento dovuto al Covid, stanno producendo a pieno regime e hanno bisogno di più energia che, prodotta coi metodi attuali, non basta più.

Tutto questo si scaricherà sul prezzo finale dei prodotti di quelle aziende (che potremo scegliere se comperare oppure no) e sulle nostre bollette di casa.

Quaranta per cento.

Non credo che cambieremo le nostre abitudini.

Sarà più facile cambiare opinione sulla necessità del nucleare, ma spero di sbagliarmi.

Penso che un po’ di austerity preventiva, prima che siano le guerre e i grandi colossi dell’energia a imporcela, non sarebbe male neanche oggi.

LM

Il traguardo

A volte mi capita di non farcela, ad arrivare in cima.

Anzi, praticamente sempre.

Arrivo dove posso, mi fermo a fare qualche foto come questa, mi lamento con me stesso e poi dell’età e degli scarponi che ho fatto risuolare già due volte.

Osservo la calluna in fiore, l’ultimo bombo della stagione, un masso coi licheni e i muschi; cerco di ricordarmene il nome ma lo so già, che è una fatica inutile.

Allora cerco un posticino tutto mio all’ombra di un larice, tiro fuori mezzo filoncino, un culo di salame o un pezzo di Vézzena, la borraccia grigia col cabernet.

Tolgo scarponi e calzettoni, metto i piedi nel torrente gelato e saluto chi passa di là.

Con calma.

Io volevo arrivare fin qui.

E’ che non lo sapevo.

LM

Roots’n’Seeds

“Roots and Seeds XXI” è stata una manifestazione organizzata la scorsa settimana da Quo Artis all’Università di Barcellona alla quale sono stato immeritatamente invitato a dire la mia sulla cosiddetta Biodiversity Crisis.

Non vi nascondo che su un tema così abusato mi aspettavo una cosa forse un po’ pallosa e invece è stata un’esperienza fantastica, inattesa, cordiale e ricca di emozioni nuove da portare a casa.

Immaginate un gruppo di 25 persone piluccate nel mondo fra botanici, coltivatori, filosofi, imprenditori, architetti, giornalisti, curatori di musei e artisti, la maggior parte, giovani e meno giovani. A parlare assieme per due giorni, cordialmente, senza gelosie e protagonismi.

Tutti con una visione diversa e complementare, a raccontarsi dei mille incroci possibili fra discipline solo apparentemente lontane, ma che si possono incontrare e amalgamare nel complesso sistema della comunicazione ambientale.

A respirare erbari, panorami, installazioni di artisti giovanissimi, giardini e orti.

E poi a provare a farla, una comunicazione diversa, passeggiando nell’orto botanico, fermandosi a disegnare una pianta e a commentarla. C’è stato chi ha scelto un cipresso, chi una felce, chi una palma, chi un’erbetta che cresceva fra i mattoni del vialetto. C’è stato chi ha disegnato cose che vedeva solo la sua immaginazione. Nei commenti nessuno (nessuno) ha parlato di ossigeno, di anidride carbonica o di riscaldamento globale, ma di emozioni.

Germogli, finalmente!

Per me, abituato a congressi fra parrucconi, questa è stata una delle cose più strane e più belle.

Da ripetere mille volte.

Grazie a Tatiana, a Claudia e a tutti i miei nuovi amici, davvero.

Lucio Montecchio

(una sintesi più argomentata dell’incontro del primo giorno la trovate su El Pais, qui).

E’ Primaveeraaaa

Stamattina è andata così, e perciò rilancio “Boschi fluviali”, tratto da Germogli (e spero che la Cleup mi perdoni).

Boschi fluviali

Pellice, Dora Baltea, Doria Riparia, Sesia, Ticino, …

A nove anni recitavo a memoria gli affluenti del Po di sinistra e poi quelli di destra, in bell’ordine.

Saperli era un obbligo, così com’era doveroso balzare in piedi all’ingresso del Maestro Ferro e recitare con lui il Padrenostro.

Con tutte quelle erre, Doria Riparia mi faceva ridere. Taro era gradevole, anche Oglio non era male.

Sono nato lungo un fiume, vissuto lungo un altro fiume e la prima cosa che vedo ogni mattina è un fiume ancora diverso, “Sacro alla Patria”.

Se ci nasci, un fiume è parte di te, vivi e soffri con lui.

Scopri quanto questo ecosistema che attraversi frettolosamente tutti i giorni, che parte sottile e veloce e termina largo e lento, possa essere vario. Di metro in metro e di giorno in giorno. Per chilometri e per anni.

Il fiume della mia infanzia è fatto di pioppi e salici sotto ai quali far festa il giorno di San Marco, di macchie impenetrabili di canavèra dalla quale ricavare canne da pesca rudimentali, di rovo inespugnabile che dà rifugio ai fagiani scampati alla stagione di caccia, di topinambur ed erbe varie che le nostre mamme ci hanno insegnato quando raccogliere e come cuocere.

Ogni tanto ci torno, su questo mio fiume d’infanzia.

Parcheggio nel solito posto e cammino fino alla piazzola che si è attrezzato il pescatore che ogni tanto scorgo con la coda dell’occhio passando veloce, per andare a salutare mia madre.

Se l’erba non è bagnata mi siedo un po’ più in alto sotto al pruno storto, a riassaporare profumi di cinquanta anni fa e a riflettere su cose più moderne.

Quando sono a casa, invece, sul fiume ci vengo tutte le mattine un po’ prima dell’alba.

A volte l’insonnia e la pigrizia mi autorizzerebbero a procrastinare, ma Meg non ne vuol sapere perché c’è da far corse avanti-indietro, svegliare le gallinelle e rompere le balle alle garzette e agli aironi che dormono in quella posa ridicola.

Passeggio, ascolto, mi fermo a osservare.

Credo che il merlo di stamattina stesse esplorando l’edera abbarbicata sui resti del ponticello di ferro in previsione di metter su famiglia o, forse, anche lui era semplicemente curioso.

…, Secchia, Panaro, Maira, Enza.

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Lucio Montecchio

Grazieeee

È da un bel po’ che non scrivo, mi mancano i pensieri. Forse, più semplicemente, mi mancano le parole che sentivo al bar: il mio teatro quotidiano.

Però poco fa ho ricevuto questo messaggio da un amico che mi è stato Professore quando avevo vent’anni.

E mi emoziona.

E mi sta tornando la voglia.

Grazie, F. Grazie.

Il ragazzo (de ‘na volta)

“Che ti posso dire di più, ora, Lucio? Ora che l’ho terminato, e che ho ripreso a leggerlo, saltando di qua e di là, a godermi e a rigoderei alcuni passaggi? Non so, non so davvero cosa dire di più: forse che dentro c’è genialità, una sottile genialità che colpisce per l’imprevedibilità? C’è un uso particolarissimo, di sicuro personale, credo non ragionato, del fraseggio, che in alcuni passaggi è tronco, ed è come un pugno che ti sospende il respiro, e ti lascia attonito a pensare, ma altre volte invece si distende, e scivola via portandoti altrove, e devi tornare indietro di corsa a capire, a capire di più quello che hai nascosto tra le parole … Stupefacente. Negli anni passati sono stato in giuria di un premio letterario. Ha litigato a lungo con gli altri giurati, figure certo di buon livello culturale, ma tutte di formazione diversissima, e dunque inclini ad una visione particolare, spesso forzata, della scrittura: metti insieme un architetto ed un alpinista-scalatore, un sociologo ed un paesaggista urbano … impresa impossibile. Eppure tutti si dovevano cimentare intorno al concetto di Letteratura, o di Letterario, l’attributo che è ancora più sfuggente da intendere. Ricordi il liceo? E la letteratura italiana, o quella latina o quella greca, se hai fatto il classico? Studiavi Letteratura, ma da nessuna parte ne trovavi una vera definizione. Beh, siamo arrivati alla conclusione che è letterario ciò che sposa logos con ethos e con pathos, cioè che trasmette un pensiero (si diceva la morale della storia, una volta) attraverso le parole, o il linguaggio (può essere anche quello dei colori, o delle forme) facendo tremare l’anima con le emozioni. Li ho messi tutti d’accordo. E capisci la morale: hai fatto vera letteratura. Mi piaci, ragazzo!!!!”