Categoria: Pensieri in libertà

S come Stroparo

Stropàro (Salix viminalis), albero utile alla produzione delle stròpe: rami lunghi e flessibili e gialli usati per legare i tralci delle viti o intrecciare ceste di varia foggia d’inverno e per vergare i polpacci di monelli in braghe corte in tutti gli altri momenti, ma anche d’inverno. In questa pratica, che imprime un dolore indimenticabile anche a distanza di decenni, la stròpa è più frequentemente chiamata vis-cia, dal suono visssss emesso un istante prima dell’impatto sulle nude carni.

Lucio Montecchio

La caccia

Mio padre smise di andare a caccia quando nacqui io, per onorare una promessa, perciò non l’ho mai visto sparare.

Qui si dice tràre, che significa anche lanciare.

Una volta vidi mio zio Bepe inarcare la schiena e tràre con assoluta precisione un randello corto, sagomato e bilanciato, dritto in testa a una lepre acquattata nel frumento. Un gesto letale che conosceva da quand’era bambino.

Una quarantina d’anni fa la sorella dello stesso Bepe, non più giovane e atletica, rientrò a casa con un fagiano preso con uno spago sottile, un grosso amo e un chicco di mais.

Una cosa crudele, lo so. Però c’è di peggio, ad esempio il delegare qualcuno a sgozzare un agnello (quando capiscono l’andazzo iniziano a piangere che sembrano dei neonati, ve lo assicuro) e passare fischiettando al supermercato per comprarne le costole, ben confezionate con un rametto di rosmarino.

Ma torniamo alla caccia.

Ho sempre pensato che l’osservare in silenzio, tenere a mente la presenza, le dinamiche di gruppo, gli spostamenti e i luoghi di riproduzione della selvaggina e poi, un certo giorno, decidere che quello lì è proprio il giorno buono, dev’essere un comportamento molto simile a quello delle prime scimmie che, una volta scese per sempre dagli alberi, si chiesero “e adesso?”.

Lungo queste rive, fino a pochi decenni fa di selvaggina ce n’era in abbondanza, per due banali motivi. L’uno di saggezza popolare: dal capitale si prelevano solo gli interessi, l’altro tecnologico: fino a metà degli anni ‘50 un frigorifero costava troppo.

Poi la rete elettrica fu potenziata anche in campagna, ai contatori domestici arrivò una buona quantità di watt e si diffusero i congelatori a pozzetto, rigorosamente in cantina e sopra a un bancale di legno in modo da tenerli lontano dall’umidità del pavimento.

Erano gli anni ’70, e grazie al congelatore iniziammo ad allevare molti più animali da cortile, da macellare contemporaneamente e stoccare per i mesi a venire.

I molti che volevano il pollo ma non avevano il pollaio, invece, crearono una domanda così importante da giustificare i primi allevamenti industriali in capannoni che, visti da fuori, potrebbero essere qualsiasi altra cosa.

Fu in quegli anni, che la caccia per necessità mutò in caccia per svago, per passione venatoria o, come si dice spesso, per sport.

Cosa ci sia di sportivo nella caccia, davvero non lo so.

Si, certo, ci vogliono esperienza e abilità, riflessi giusti, occhio buono, polso fermo, respirazione controllata e piena confidenza con l’arma. Cose che, però, puoi dimostrare anche tirando a un piattello al volo o a un bersaglio fisso, come alle olimpiadi. Io non l’ho mai conosciuto, un medaglia d’oro di tiro alla lepre.

Però sarebbe disonesto raccontarvi che sono contrario alla caccia in assoluto, perché il salame di cervo, lo spezzatino di muflone e le pappardelle col daino mi piacciono eccome. Più del petto di pollo nel polistirolo.

Ho amici cacciatori che, relativamente alle dinamiche di popolazione e all’ecologia delle poche specie che cacciano, ne sanno ben più di qualche faunista da TV, che piuttosto di rischiare di sbagliare un colpo o di “tràre” a una femmina gravida fanno girare il cane e mi chiamano per uno spritz al bar del paese.

È che poi ci sono dei rambominkia che si dicono cacciatori, ecco.

.

Dall’ombra di un Salix bacchiglionensis, per ora, è tutto.

Buon fine settimana.

.

Lucio Montecchio (se vi va iscrivetevi al blog, che è aggratis).

Tempo

Un bastone piantato per terra, con l’ombra che si accorciava dall’alba fino a mezzogiorno per poi allungarsi e spegnersi nel buio.

Spazio e tempo devono essersi incontrati così, per caso, sotto al bastone di un pastore seduto in un prato.

Poi arrivarono i primi campanili, così alti da proiettare ombre così precise, lunghe e appuntite che ogni volta in cui toccavano un pallino rosso già disegnato sul piazzale, la campana iniziava a cantare “attenti, che alla prossima ora manca solo un’ora”.

Un po’ alla volta il tempo diventò fretta e, in breve, nacquero frasi insignificanti come “non ho tempo”.

Come se il tempo fosse di qualcuno.

.

Secondo me, il pastore di ieri ragionava di queste cose.

.

Lucio Montecchio

Confuso e felice

Eh, se fossimo stati più attenti …

Per bilanciare l’inquinamento prodotto da una famiglia media, compreso l’inquinamento “su commissione” che fingiamo di non sapere (il far costruire e trasportare fino a casa la batteria del monopattino elettrico, lo spremiagrumi, il cellulare, l’asciugatrice, il condizionatore eccetera) servono più di due ettari. Se ci aggiungiamo un viaggio in aereo all’anno diventano di più.

Negli anni ’60 il mio paesello aveva i suoi boschetti comunali fino all’argine. C’erano perché c’erano da sempre, senza un motivo vero. I nostri antenati avevano deciso che quella terra non serviva a niente di meglio; lì attorno facevano gli artigiani del bosco e presero il cognome dal lavoro che facevano: bosco, boschiero, rovere, sambugaro, capenedo, manàra, bottaro, cestaro, marangon, carraro, carradore, brusaferro e via così.

Nei ’60 c’erano 1.200 famiglie distribuite in 1.100 ettari, una lavatrice durava vent’anni e l’unica auto di famiglia durava per sempre. Però stavano già iniziando gli anni della plastica e dei materassi abbandonati giù dall’argine, col fiume che trasportava i nostri peccati verso Chioggia (all’epoca si diceva “onto come Ciosa”, ma lo sporco di Chioggia era il nostro).

Oggi di famiglie ce ne sono ottomila, comprese quelle che vivono nei due quartieri che prima erano bosco. Siccome lo spazio non basta più, i condomini sono sempre più alti; gente di campagna in condomini di cemento di sette piani, ve l’immaginate?

Per tornare ai nostri calcoli, bisognerebbe ricostituire 16.000 ettari di bosco (l’equivalente di 20.000 campi da calcio, per intenderci) dentro a quella stessa superficie di 1.100 ettari.

Questi numeri sono tutti veri e sono certo che piantare alberi sia una delle poche strade possibili, ma mi spiacerebbe che queste politiche sbandierate nello stile “cchiu’ pilu pi’ tutti” del geniale Albanese ci facessero immaginare un facile azzeramento dei debiti.

Un bosco è un bosco, ragazzi. Non li sa fare, i miracoli.

Dobbiamo inquinare molto ma molto meno. Questo è l’unico trucco. La vita è difficile, lo so, “felicità a momenti e futuro incerto” (Tonino Carotone, il titolo originale non lo scrivo).

Un bosco è un bosco, ragazzi. Con tutti i disagi che a noi uomini urbani può comportare, come è stato ampiamente dimostrato dai mille racconti scritti per bambini e adulti impressionabili.

Mi immagino già i conflitti fra scarpine bianche a mezzo tacco e fango inevitabile, gli “oddio, ci sono le bisce”, i “meglio Sottomarina”, e poi mettiamoci pure “maledetto tutto quel rovo, che i jeans già strappati nei punti giusti li avevo pagati un botto”.

.

Io sogno Parchi urbani, tanti, grandi quanto si può, fruibili da tutti, con le radure, i laghetti e dei boschi comunali facili, ospitali, concatenati fra loro fino a formarne uno solo, ampio. Una specie di Parco Urbano dalla sorgente del fiume fino al mare.

Un luogo dove star bene (e poi è implicito che gli alberi assorbiranno un po’ della nostra anidride carbonica: è il loro unico modo di vivere).

.

Proviamo a sognarla assieme, questa cosa qui.

Di uscire dall’ufficio mezz’ora prima, dopo una giornata di zoom, chat, whatsapp, telefonate, nodo della cravatta sempre troppo stretto, condizionatore a palla.

Di prendere finalmente la bicicletta e attraversare la città, e poi gli orti urbani, i campi coltivati, i frutteti, i pioppeti e di salire su un argine coi papaveri in fiore.

Di attraversare un ponticello di legno e scendere verso la prima radura a destra, seguendo un coniglio bianco. E poi un fosso di scolo, un laghetto, un pescatore, una ragazza che legge un libro, un prato, dei bambini che giocano con un cane, un nonno che spiega a una scolaresca di lepri e di starne.

Profumo d’erba, aria dal mare, una capra zoppa fra le nuvole (questa è per Giorgio).

Posate la bicicletta vicino a una panchina e passeggiate fino all’antica cascina diventata un centro culturale per persone di ogni età, di ogni abilità, di ogni disabilità e di ogni sesso (si, in questo blog si può dire).

Un bianchino fresco al banco del baretto, un saluto ad un amico che non vedevate da prima del Covid e quattro chiacchiere senza fretta, osservando vostro nipote e i suoi compagni di classe di questo futuro possibile discutere sulla vecchia aia trasformata in un piccolo teatro all’aperto.

Stanno provando una commedia leggera, estiva, da mettere in scena ad una festa di piazza.

E ridono e scherzano e giocano e si divertono.

Il burlone della compagnia indossa una maschera da somaro per far ridere la ragazza più carina. Si chiama Alice, quintacì.

E tutti loro si chiamano come i nostri vecchi, anche se non sanno il perché: Bosco, Boschiero, Rovere, Sambugaro, Capenedo, Manara, Carbonaro, Bottaro, Cestaro, Marangon, Carraro, Carradore, Brusaferro e via così.

Ecco, a me piacerebbe un Parco urbano per andarci a bere un bianco.

Contrari? Astenuti?

.

Lucio Montecchio

Paraballe

vassoio-01

Capo! Cosa ne facciamo di quel container di interni per mutande?

A cosa ti riferisci?

Ai paraballe da 4 euro, quelli modello Tafazzi.

BiPPO: Biconchiglia Protettiva POlistirenica. Chiamiamo le cose col loro nome, per cortesia.

Va ben, dai, BiPPO. Comunque sono là da tre anni, non se ne vendono più e smaltirli costa più di quel che li abbiamo pagati.

Dobbiamo trovargli un’altra funzione. Fammici pensare … Dai, che è la settimana del Black Friday e la gente compra di tutto.

Se li macinassimo e ne facessimo neve da presepe?

Capo, oramai col riscaldamento globale nei presepi ci mettono gli ombrelloni.

E vassoietti monouso? Che così noi li vendiamo e se li smaltisce chi li compra?

E chi vuoi che li compri, capo?

Beh … Dobbiamo renderli interessanti, valorizzarli. Renderli preziosi scrigni per qualcosa di ricercato, colorato, che attiri l’occhio.

Palle di Natale?

No, dev’essere qualcosa che non ci costa nulla. Dobbiamo vendere paraballe, mica quel che ci mettiamo dentro!

Cachi!

Scusa?

Cachi, capo! Dove abito io è pieno, cadono per terra e restano là a marcire. Sono belli, tondi e arancione.

Ottima idea, Arsenio! Ottima idea.

Ci mettiamo sopra una pellicola di plastica e una bella etichetta col simbolo del riciclo, che fa figo. Vassoio, secco. Pellicola, plastica. Residuo organico, umido. Etichetta, carta.

Signorina, ci faccia portare due prosecchini.

Fu così che, nell’arco di pochi anni, il frutto più povero che più povero non si può, arrivò nei nostri supermercati a 4 euro al chilo: il prezzo di un paraballe modello Tafazzi.

Padova, 28 novembre 2019

Lucio Montecchio

I boschi di papà

Anche quest’anno il 14 maggio è arrivato puntuale.

.

È una giornata bellissima da qui sopra, e le montagne sembra di poterle toccare.

Sono nato in marzo e mio padre ha iniziato a portarmi in Altopiano da quel giugno e finché sono diventato grande.

Faccio questo mestiere anche grazie a lui che, uomo di pianura, la montagna la viveva con curiosità e rispetto.

Quei pascoli lì sotto li abbiamo attraversati in tutte le stagioni.

Cose da scoprire non ne mancavano mai: larici avvinghiati ai massi, ammoniti che sporgevano dalle lastre di confine, girini che nuotavano nelle pozze di abbeveramento e giovani mazze di tamburo da veder maturare a casa, in un bicchiere.

Noi chiedevamo, ma a volte il non avere risposte adeguate lo imbarazzava. Forse è perché era nato nel trentuno e, tra un bombardamento e l’altro, per la scuola c’era stato poco tempo; però aveva il dono di attaccar bottone con gran facilità e così faceva un bel sorriso e, a sua volta, chiedeva.

Con Lino, il custode del cimitero inglese, faceva delle chiacchierate lunghissime. Sedevano e parlavano di cose della vita, ciascuno della sua. Forse non era amicizia, però era confidenza spontanea, quella che si scambiano le persone vere. Io ascoltavo e le parole diventavano immagini, come in un romanzo di Jack London. Ma quello lì era mio padre.

In quella bella casa rosa verso il Kubelek ci si vedeva da pensionato, ma i soldi non bastavano e debiti non ne ha mai fatti. Qualche volta ci portava fin là solo per guardarla da lontano, con la malcelata scusa di un panino sul prato davanti.

Facevamo camminate interminabili e ridevamo, ridevamo tanto.

Spesso prendevamo la direzione di una delle tante malghe con l’obiettivo di un pranzo frugale. Fuori c’era scritto “polenta e soppressa”.

A fine agosto, però, andavamo sempre nella solita, quella verso il Portule. Diceva che il burro e il formaggio che facevano là sapevano di fiori. E così passava in rassegna le forme messe a stagionare sulle tavole di legno, ne tirava su alcune e sceglieva quella da portare a casa annusandola e percuotendola col palmo. Nel frattempo io e Fabio mangiavamo la panna, quella vera.

In settembre, invece, c’erano due appuntamenti fissi: la gita in barca a remi a Lavarone e le stelle alpine, verso Cima Dodici. Che testardo, quella volta in cui si mise a riparare l’ottoecinquanta blu in mezzo a una stradina persa, pur di continuare la salita. Eravamo dentro a una nuvola e mia madre insisteva per tornare indietro, ma niente da fare. Fu quando mi mostrò come si pulisce un filtro dell’aria, e quel «ruba con gli occhi» me l’avrebbe ripetuto in mille altre occasioni.

Durante questi giri autunnali capitava che prendesse un alberello da trapiantare a casa. «Senti che profumo» sussurrava scavando con le mani.

Di quella terra ne prendeva sempre due sacchetti, perché diceva che «gli alberi vanno sempre piantati piccoli e con la loro terra, sennò deperiscono e poi prendono le malattie». Il perché l’avrei capito molti anni dopo dai libri, ma lui osservava e praticava il buonsenso.

Come quando ci disse che quel grosso faggio verso Lusiana nessuno l’aveva mai tagliato perché era troppo scomodo, e che stava così bene perché era in mezzo ad altri faggi.

Quei boschi sono ancora là sotto. Uguali uguali, continuano a parlare a chi sa ascoltarli.

Lui però direbbe che sono uguali e diversi. Guardandomi negli occhi mi direbbe che quando il faggio vecchio cade, i giovani devono essere pronti a prenderne il posto.

Mi piacerebbe averlo di fianco, oggi, vederlo guardare i suoi boschi dal finestrino di un aereo che non ha mai preso.

E ascoltarlo, ancora.

Lucio Montecchio

(Copyright CLEUP)

Bacajòn

Appesi al muro c’erano ancora i vecchi remi del padre di sua madre, barcàro sui burci che portavano la scaglia da Battaglia fino al cementificio di Chioggia seguendo il corso del Bacchiglione: Bacajòn, brontolone, burbero, insofferente.

Acqua di palude costretta a diventare fiume, in continua attesa dello scirocco giusto per sbordare dagli argini più bassi e tornare a ricoprire i campi che erano suoi; via di comunicazione fra i Colli e il mare, ma capace di nascondere fino all’ultimo momento un isolotto melmoso per divertirsi a incagliare i barconi più pesanti.

.

Tirò dentro la pancia per passare senza sporcarsi fra il muro e il telo impolverato che copriva la sgranapannocchie ed entrò nella stalla semibuia.

Nella penombra intravvide il carro vuoto e un po’ di balle di paglia in disordine, le poste delle vacche col santino di Sant’Antonio Abate inchiodato alla trave appena sopra e le greppie di fronte, vuote, in perenne attesa del fieno fatto con l’erba e i fiori che prima della guerra lui andava a falciare sull’argine.

Gli tornò alla mente la notte in cui aiutò suo padre a far nascere il figlio della Nina. Attila, volle chiamarlo, come il personaggio che aveva imparato a scuola.

Anche il letamaio appena fuori era sparito, consumato per concimare i due campi a mais che non facevano neanche un ettaro.

Usci, aveva bisogno di star solo per un po’.

Passò di fianco al doppio filare di gelsi e piluccò qualche mora.

More bianche.

Sorrise.

.

Lucio Montecchio

La fionda

Nella mia mente, le cose e gli eventi sono classificate in epoche iconiche.

La mia epoca “della fionda” è compresa fra quella del “restate nel cortile in modo che vi possa vedere” e quella della “vespetta cinquanta con la sella della ET3 che magari ci sale la Marina” e sostanzialmente è quella delle prime confidenze con le cose manuali da fare con attenzione e cura, perché per fare una fionda che non fionda basta poco: una forcella d’albero, un quadrato di pelle per trattenere un sasso e due elastici di collegamento da tendere e lasciare. Per fare una fionda vera, invece, ci vogliono manualità e pazienza. Che sennò i tuoi compagni di gioco ti coglionano (ma poi ti insegnano, vero Sergio?).

Se fosse un articolo scientifico, la prima parte di quanto segue si intitolerebbe “Materiali e metodi”, lasciando poi spazio ai risultati e alle considerazioni.

Per prima cosa bisogna andare lungo l’argine destro e camminare verso la casa dei Trevisan fino all’ansa esterna, dove l’acqua e il tempo sono più lenti, e cercare con pazienza l’albero giusto, di quelli col legno elastico e con una forcella che non sia a V ma a U dalla quale partano due rami entrambi sul centimetro e mezzo di diametro o poco più. Il corniolo e l’acero vanno bene, anche l’orniello. Che poi va bene quel che c’è, perché dipende da dove abiti: è solo un gioco.

Chiaramente servono alberi giovani, perché se sei alto un metro e venti e la tua forcella ideale è a due metri devi essere in grado di piegare tutto il fusto e segare la parte buona venti centimetri sotto la forcella.

Poi ci si siede all’ombra e si tagliano tutti i rami e rametti superflui immaginando chissà quali prede future da centrare, lasciando i due rami della forcella belli lunghi, sui quaranta centimetri; si sbuccia via la corteccia con delicatezza senza intaccare il legno, si legano le estremità a monte in modo da spanciare  un po’ di più la forcella e trovarne la curvatura giusta; si taglia via tutto quel che c’è sopra la legatura, si corre a casa orgogliosi del risultato e si mette tutto nel forno della cucina a legna, a seccare. Meglio ancora sarebbe vicino al fuoco, senza però scottare il legno e spruzzandoci dell’acqua in caso di dubbi (ma per questo serve qualche anno in più di coraggio).

Ogni tanto si tasta l’elasticità dei due rami e alla fine si toglie il legaccio, verificando che la nuova curvatura imposta al legno tenga. Raffreddato il tutto, si taglia quel che non serve fino ad avere un’impugnatura lunga un po’ più di un pugno chiuso e i due bracci, identici, lunghi sui sei-sette centimetri. Un’ultima rifilata superficiale con la schiena di un coltello può servire.

Si passa poi all’assemblaggio: un rettangolo di pelle morbida, da tomaia, ritagliata dalla lingua sotto l’incrocio dei lacci di una scarpa dimenticata o, più semplicemente, donato dal sorridente Bepi scarpàro. Due buchi laterali, centrali e simmetrici fatti con la punta di una forbice ospiteranno altrettante strisce di camera d’aria di quella rossa (che adesso non c’è più, credo), offerta da Sergio mecànico, che ce la dava già tagliata a strisce perfettamente parallele e di misura (“che sennò voi vi fate male”), orgoglioso dell’origine sportiva del prezioso bene: “tubolare Pirelli, come quello di Gino Bartali”.

Bene, a questo punto è quasi fatta: si scavalcano le estremità libere di queste due strisce sulle teste della forcella e le si lega strette strette con due elastici robusti. Si fanno alcune prove generali di tensione e di mira, se serve si smonta e rimonta e poi si torna sull’argine, dove diventare finalmente esploratori e cacciatori, mirando quel che attira di più l’attenzione e che non vi dirò, perché a ciascuno dei pochi bersagli presi corrispondeva un danno.

Passavamo così, i pomeriggi estivi: lontano da casa con gli amici della nostra età, col tempo regolato dalla fame e dalla luce, con le ginocchia sbucciate e le gambe grattate dal rovo e con una fionda che penzolava orgogliosamente da una tasca.

Non ci crederete, lo so, ma ci divertivamo parecchio.

Lucio Montecchio

E’ Primaveeraaaa

Stamattina è andata così, e perciò rilancio “Boschi fluviali”, tratto da Germogli (e spero che la Cleup mi perdoni).

Boschi fluviali

Pellice, Dora Baltea, Doria Riparia, Sesia, Ticino, …

A nove anni recitavo a memoria gli affluenti del Po di sinistra e poi quelli di destra, in bell’ordine.

Saperli era un obbligo, così com’era doveroso balzare in piedi all’ingresso del Maestro Ferro e recitare con lui il Padrenostro.

Con tutte quelle erre, Doria Riparia mi faceva ridere. Taro era gradevole, anche Oglio non era male.

Sono nato lungo un fiume, vissuto lungo un altro fiume e la prima cosa che vedo ogni mattina è un fiume ancora diverso, “Sacro alla Patria”.

Se ci nasci, un fiume è parte di te, vivi e soffri con lui.

Scopri quanto questo ecosistema che attraversi frettolosamente tutti i giorni, che parte sottile e veloce e termina largo e lento, possa essere vario. Di metro in metro e di giorno in giorno. Per chilometri e per anni.

Il fiume della mia infanzia è fatto di pioppi e salici sotto ai quali far festa il giorno di San Marco, di macchie impenetrabili di canavèra dalla quale ricavare canne da pesca rudimentali, di rovo inespugnabile che dà rifugio ai fagiani scampati alla stagione di caccia, di topinambur ed erbe varie che le nostre mamme ci hanno insegnato quando raccogliere e come cuocere.

Ogni tanto ci torno, su questo mio fiume d’infanzia.

Parcheggio nel solito posto e cammino fino alla piazzola che si è attrezzato il pescatore che ogni tanto scorgo con la coda dell’occhio passando veloce, per andare a salutare mia madre.

Se l’erba non è bagnata mi siedo un po’ più in alto sotto al pruno storto, a riassaporare profumi di cinquanta anni fa e a riflettere su cose più moderne.

Quando sono a casa, invece, sul fiume ci vengo tutte le mattine un po’ prima dell’alba.

A volte l’insonnia e la pigrizia mi autorizzerebbero a procrastinare, ma Meg non ne vuol sapere perché c’è da far corse avanti-indietro, svegliare le gallinelle e rompere le balle alle garzette e agli aironi che dormono in quella posa ridicola.

Passeggio, ascolto, mi fermo a osservare.

Credo che il merlo di stamattina stesse esplorando l’edera abbarbicata sui resti del ponticello di ferro in previsione di metter su famiglia o, forse, anche lui era semplicemente curioso.

…, Secchia, Panaro, Maira, Enza.

.

Lucio Montecchio

Primavera silenziosa

Rachel Carson scrisse Primavera Silenziosa nel 1962, l’anno in cui i miei si sposarono.

Io lo lessi quando avevo sui sedici anni e la tessera di un’associazione ambientalista in tasca.

La visione che saremmo arrivati alla scomparsa del cinguettio primaverile degli uccelli che mangiano insetti avvelenati mi sembrava inverosimile.

Quella pazza della Carson, madre dei movimenti ambientalisti moderni, dava quasi tutta la colpa all’uso di quello stesso DDT che secondo i miei nonni era tanto miracoloso da aver sconfitto le zanzare e con esse la malaria, in tutte le nostre regioni bonificate. E poi, la grandezza del DDT era anche certificata da un Premio Nobel, no?

Insomma, a casa mia sembrava quasi un’eresia parlar male del DDT, più famoso come “Flit” e allegramente protagonista del motivetto “AmmàzzaLaMosca | col Flìt”.

.

Poi però si scoprì che il problema non era il DDT, ma il come e il perché lo si usava. Un po’ come per la dinamite, inventata per agevolare i lavori nelle miniere. Aveva ragione la Carson, insomma.

Il DDT fu tolto quasi velocemente dal mercato e sostituito con insetticidi più sicuri ma pur sempre “insetti-cidi”, uccisori d’insetti, cruenti soprattutto alle orecchie di chi pensava alle farfalle colorate e alle api stecchite per terra. Fu per questo, che insetticida fu sostituito con agrofarmaco, ben più vicino al nostro concetto di medicina e quindi di salute.

I prodotti rimasero gli stessi e gli agrofarmaci continuarono e continuano a fare il loro mestiere, gli insetticidi.

Perché sì, d’accordo, moriranno anche un po’ degli uccelli che allietano le nostre mattine, anche le rondini e altri uccelli che cantano meno, ma è nel conto del progresso. Sostenibile, insomma.

Perché sì, d’accordo, moriranno anche un po’ di lucertole, ramarri e altri inutili rettili che non cantano e che sono anche brutti.

Perché sì, d’accordo, ma vuoi mettere le mele lucide e il parabrezza senza più moscerini da grattar via?

.

E’ il soggettivo concetto di sostenibilità, che si traduce più facilmente con “il male minore”.

Ed eccola qui la sostenibilità, alla sua ennesima potenza, in questa fotografia che ho scattato venerdì scorso in un vivaio di piante da fiore. Piante “da bello”, non “da cibo”.

Nomi esotici, molti mai sentiti prima, selezioni artificiali col fiore enorme, divisi in “da ombra”, “da mezzo sole” e “da pieno sole”.

L’aria aveva ancora un po’ di quel retrogusto amarognolo che conosco bene e in tutto il vivaio non c’era una mosca, un’ape, un bruco o una farfalla; non c’era neppure una lucertola.

Silenzio biologico nel chiacchiericcio di clienti inconsapevoli, in cerca dell’orchidea col colore adeguato all’evento del giorno.

Ho temporeggiato (“sto aspettando mia moglie”), poi me ne sono andato.

.

Lucio Montecchio

Pagherei

Eccomi qui, agli scaffali di un supermercato dove non c’è nessuno che mi suggerisca cosa è fresco e cosa non lo è.

Cos’è un’arancia Navel? Dentro è rossa? Dolce? Aspra? Ce la faccio una buona spremuta o va bene solo a spicchi? Dentro li avrà i semi? – si, perché un frutto senza semi non è un frutto-.

Però c’è scritto bello grande “Provenienza Italia”. E chissenefrega? A me interessa sapere se mi piacerà e se è sana. A me va bene anche se è stata coltivata in Spagna o in Grecia, se è sana. Cosa cambia, a parte il concetto che condivido di tenere i soldi quanto più vicino a casa?

A proposito, sulla destra c’è il reparto “Chilometri zero”, con le carote coltivate vicino alla discarica che si vede là in fondo.

La Graziella me la faceva assaggiare, la sua frutta, e se mi piaceva ne prendevo una cassetta intera e poi dentro a quel profumo mi ci perdevo per tutto il viaggio fino a casa.

Eppure eccomi qui, ad assumermi la responsabilità di quel che sono costretto a scegliere coi guanti addosso. Ma che scelta è questa? Che non so neanche cosa ci hanno messo sopra, a queste mele, per farle così belle, simmetriche, turgide e così lucide che sembrano passate da un estetista.

.

Cos’è successo, in questi pochi anni? Com’è possibile che anch’io abbia accettato passivamente le regole di un mercato perverso che mi fa comprare con gli occhi e con l’ansia di arrivare alla cassa prima di quella signora col carrello troppo pieno?

.

Pagherei, si, pagherei per riempirmi il naso di profumo di carote che sanno ancora di terra fresca e di pomodori che sanno di sole (ma non è stagione, lo so).

.

Lucio Montecchio

Antologia del Bacchiglione

“Vocalizza”, commenta con imbarazzo la badante che accompagna il Dogno sulla carrozzina, quasi per scusarsi.

A… A… A… A… A… Acute. Prolungate. Interminabili.

Anche mio padre faceva così negli ultimi mesi. Lui aveva una passione per le E. Decadimento cognitivo, Alzheimer. Il medico ci disse che le vocali urlate sono il modo più facile di comunicare il dolore, forse del fisico o forse dell’anima o forse di entrambi. Io non lo sapevo e lui non smetteva mai e, si, per un po’ di tempo me ne sono vergognato anch’io.

.

Il Dogno di nome fa Pietro, ma qui tutti lo conoscono così perché fu uno dei primi a ritornare a casa da Codogno, nella lontana Lombardia, dopo aver placato la fame del dopoguerra.

Quando avevo sui sette anni fu lui, a insegnarmi i numeri romani e il loro buon uso (a evitarli per le date, insomma, che gli avrebbero ricordato il sapore dell’olio di ricino).

Ogni lunedì mattina, giorno di mercato, si fermava all’ombra della stradina che fa angolo con casa nostra, metteva sul cavalletto la bici, collegava la puleggia al disco della mola appena sopra al manubrio, riempiva d’acqua un piccolo serbatoio d’ottone, apriva il rubinetto fino a far cadere le gocce col ritmo giusto e viachevà.

Pedalava, arrotava e cantava.

Cantava le canzoni dell’epoca sua e quelle del momento, spesso sostituendo le parole vere con altre altrettanto vere. Quando arrivava una signora con un paio di coltelli o delle forbici alzava lo sguardo da dietro gli occhiali e, continuando a molare, partiva con “E’ primavera svegliatevi bambine …” ricamandoci sopra delle parole più adeguate al momento, un po’ in italiano e un po’ in dialetto.

Cantavano tutti. Orfeo, che spandeva il profumo del pane appena sfornato su un ballabile romagnolo; Cesare, che intonacava i muri con in testa un cappello fatto con la carta del sacco di cemento; la Graziella, che vendeva la sua verdura nella piazza del cinema; Maurizio, che sarchiava il biancoperla sotto il sole di giugno; la signora Luciana, che solfeggiava Rossini dietro ad una tenda bianca.

Qualche anno fa, Danko mi fece riflettere sul fatto che le canzoni italiane sono una distesa di vocali posate su una musica allegra, “è una reazione positiva alle difficoltà, un atto di sfida alle fatiche di ogni giorno. Le nostre sono così tristi …” commentò.

.

Chissà, quante canzoni allegre stanno uscendo dalla mente del Dogno proprio adesso?

.

Lucio Montecchio

Arrivederci

Cari amici,

tredici mesi sono lunghi anche per me, è dura.

Da oggi comparirò in questo blog molto meno frequentemente. Almeno fino a che non tornerò a vedere gente bella e a ridere con gli amici, col gomito ben saldo sul bancone del Centrale.

A presto!

LM

.

“Fra’ Martino campanaro, dormi tu?”

Picchiò il picchio sul balcone giallo e blu.

“Lo sfalcio sta iniziando

e la lepre sta tremando.

Suona le campane, Fra’ Martino, fallo tu”.

.

CoviBlues

Ciaff … ciaff … ciaff … ciaff

Ciaff … ciaff … ciaff … ciaff

Lo conosco quel pallone, è un Jordan Legacy con la sagoma nera di MJ che sembra disegnata da Danijel.

Conosco anche Marco, praticamente l’ho visto nascere e ora ha 19 anni. Da quand’era bambino e fino a un anno fa passava i pomeriggi in questo campo da basket fra la chiesetta e l’argine con tutti i suoi amici. Giocavano, ridevano, chiassavano e si prendevano in giro per far colpo sulle ragazzine.

Conosco anche quel ciaff ciaff triste e monotòno. La prima volta è stato parecchi anni fa, dalle mani di Son House che ritmavano Grinnin’ in your face. Mani, voce e il crepitìo di un vinile di seconda mano.

Blues.

Suoni e movimenti: quel che mi faccio bastare per riconoscere i vicini. Lontani, uguali, senza le labbra.

Chissà se anche a loro stanno crescendo queste placche ispide sulla schiena.

Io resto qui, aggrappato allo schienale della panchina con le palpebre che si stanno lacerando lentamente, lentamente, senza dolore.

Aspetto i colori.

Aspetto il rosso della ragazza che cammina controcorrente. E’ un bug del sistema, lo so, ma va bene così.

Blues.

Lucio Montecchio

Grazieeee

È da un bel po’ che non scrivo, mi mancano i pensieri. Forse, più semplicemente, mi mancano le parole che sentivo al bar: il mio teatro quotidiano.

Però poco fa ho ricevuto questo messaggio da un amico che mi è stato Professore quando avevo vent’anni.

E mi emoziona.

E mi sta tornando la voglia.

Grazie, F. Grazie.

Il ragazzo (de ‘na volta)

“Che ti posso dire di più, ora, Lucio? Ora che l’ho terminato, e che ho ripreso a leggerlo, saltando di qua e di là, a godermi e a rigoderei alcuni passaggi? Non so, non so davvero cosa dire di più: forse che dentro c’è genialità, una sottile genialità che colpisce per l’imprevedibilità? C’è un uso particolarissimo, di sicuro personale, credo non ragionato, del fraseggio, che in alcuni passaggi è tronco, ed è come un pugno che ti sospende il respiro, e ti lascia attonito a pensare, ma altre volte invece si distende, e scivola via portandoti altrove, e devi tornare indietro di corsa a capire, a capire di più quello che hai nascosto tra le parole … Stupefacente. Negli anni passati sono stato in giuria di un premio letterario. Ha litigato a lungo con gli altri giurati, figure certo di buon livello culturale, ma tutte di formazione diversissima, e dunque inclini ad una visione particolare, spesso forzata, della scrittura: metti insieme un architetto ed un alpinista-scalatore, un sociologo ed un paesaggista urbano … impresa impossibile. Eppure tutti si dovevano cimentare intorno al concetto di Letteratura, o di Letterario, l’attributo che è ancora più sfuggente da intendere. Ricordi il liceo? E la letteratura italiana, o quella latina o quella greca, se hai fatto il classico? Studiavi Letteratura, ma da nessuna parte ne trovavi una vera definizione. Beh, siamo arrivati alla conclusione che è letterario ciò che sposa logos con ethos e con pathos, cioè che trasmette un pensiero (si diceva la morale della storia, una volta) attraverso le parole, o il linguaggio (può essere anche quello dei colori, o delle forme) facendo tremare l’anima con le emozioni. Li ho messi tutti d’accordo. E capisci la morale: hai fatto vera letteratura. Mi piaci, ragazzo!!!!”

Repubblica.it

Orti botanici – Padova, dalla salute delle piante la salute del pianeta

Riuscite a immaginare un mondo senza piante? Ecco perché la vita per noi esseri umani e per le altre specie non sarebbe possibile. Lo spiega Lucio Montecchio, patologo vegetale dell’Università di Padova per la terza tappa del nostro viaggio alla scoperta dei giardini d’Italia.

A cura di Fabio Marzano (video.repubblica.it)

https://video.repubblica.it/green-and-blue/biodiversita/orti-botanici-padova-dalla-salute-delle-piante-la-salute-del-pianeta/377487/378097?fbclid=IwAR1XLiMReMTTmVYliTJlSfsAglf6Wvk4Smbypgaf9Xo3h4t34cjnKzMS-1A

Il due percento

Caro Assessore, da quanto tempo!

Bene, bene, grazie. E lei? Eh, lo so, con questo smart working non si riesce più a far le cose per bene …

Senta, come starà già immaginando, la chiamo per parlare di alberi.

No, non quello della foto, dai, lo sappiamo tutti e due che non sono capitozzature e che il collare dei rami è stato salvaguardato. No, no, proprio un bel lavoro, ineccepibile. Proprio come dicono le antiche ma pur sempre sacre letture.

A dir la verità io la chiamavo per darle un’ideona primaverile.

L’ho chiamata “Due per cento”. Eccola qui. Facile facile.

Si prende il numero totale di alberi della città, che lei avrà sicuramente in uno dei tanti faldoni, e se ne calcola il 2% applicando la seguente formula: numero totale x 2 / 100.

Non è difficile. Se ad esempio ha 1274 alberi, 1274 x 2 fa 2.548, che diviso 100 fa 25,48. Siccome però le frazioni di albero sono previste solo nell’ambito del quotidiano uso della motosega, come nel caso della foto, arrotondiamo pure per difetto: 25 alberi.

Il più è fatto, ancora un attimo di pazienza.

A questo punto si fa un giretto a piedi e si scelgono, fra i 1274 alberi, tutti quelli che non hanno nessun ostacolo in un raggio di quaranta metri. Intendo case strade vicoli e palazzi, piste ciclabili, fontanelle e quant’altro (che poi non ho mai capito cos’è questo “quant’altro”). Panchine e cestini si possono spostare.

Facciamo che siano un centinaio. Ecco, fra questi si scelgono i 25 che piacciono di più (vecchi o giovani, dritti o storti, conifere o latifoglie, vicini o lontani) e si decide di non toccarli più, mai più. Neanche se pèrdono un ramo, neanche se cadono per terra. Li si lascia là per sempre, per vedere cosa succede, per portarci le scolaresche a vedere i funghi e i lombrichi, per poter dire ai nipoti “questa cosa qui l’ho voluta io e ho fatto risparmiare un sacco di soldi”.

Poi si va dal sindaco e si fa fare una bella ordinanza, si chiama il solito giornalista proponendogli già il titolo “Eccolo qua il duepercento” e ci si mette sopra il proprio nome in bella vista, che alle prossime amministrative può tornare utile.

Tutto qui. Del 98% che resta si continua a fare come si crede, come sempre. Come nella foto qui sopra.

Cosa ne pensa?

Buona primavera!

Lucio Montecchio


Piantumare

Oh, come li capisco i colleghi che strabuzzano gli occhi quando leggono o sentono dire “piantumare” invece di “piantare”.

Ma, si sa, oramai se non usiamo parole che riempiono per bene la bocca ci resta una specie di colpo in canna che rischia di prendere l’umido. Una specie di languorino residuo che non è proprio fame, ma un’irrefrenabile voglia di farla fuori dal vaso. Vero Ambrogio?

A me, ad esempio, spiace dare un buon voto agli studenti che studiano su libri stampati da case editrici importanti fidandosi degli autori e poi, parlando di legno cariato, scuro e marcio, lo definiscono “discolorato”, oppure “decaduto”. Ma in quei libri c’è scritto così, i traduttori dall’inglese vanno perdonati perché non sanno quello che fanno, il mio non è un esame di fisica nucleare e così tralascio. Quasi sempre.

Che poi vorrei anche parlarvi dell’imperscrutabile concetto di “legno secco fisiologico”, che anche lui riempie la bocca, ma su questo mi creerei troppi nemici e un cambio di gomme mi costerebbe mezzo stipendio.

Per tornare al vero problema del secolo, comunque, mi sento di proporre le seguenti alternative a “piantumare” (a condizione che poi si proceda in fretta, scegliendo alberi orgogliosi di esserlo e immaginandoli già grandi come farebbe un padre con un figlio, insomma. Oppure come farebbe una persona intelligente).

Ecco, a me piace l’agreste “trapiantare” ma offro volentieri, e giuro che mi adeguerò, baccheggiare, baciucchiare, barbicare, battimare, bifilare, bilanciare, bollicare, brillantare, bulinare, calandrare, campicchiare, capillare, caricare, coricare, cicalare, compattare, immolare, incappare, interzare, inzuppare, livellare, palettare, premurare, regalare, sostanziare, zufolare, fischiettare, fusteggiare, festeggiare e poi brindare.

.

Che poi, alla fine, a me va bene anche “piantumare”, sia chiaro. Mal che vada tralascio. Quasi sempre.

Lucio Montecchio

DAD (discussione a distanza)

Caro zio.

La maestra Rosa, che come dice il papà sarebbe bella anche se avrebbe un nome diverso, mi à detto che si vede propio che non vieni dal ramo della mamma. Che loro sì che sono di rassa intelligente.

E à detto anche che una volta eri anche bravo, come quando che ai scritto il libro dei Germogli, ma dopo ti è andato il grasso della sopressa di Valli del Pasubio fin drento al sangue e non ài voluto fare il reàb col cataplasma di bacche di gogi, che io non so gnanche cosa vuole dire.

D’ognimodo la maestra à sbuffato drento la mascherina e poi à detto che sei propio un sìnpio, perché i alberi inportanti nella storia dell’uomo sono propio pochipochi, come il pomaro della Eva che non era neanche un uomo e l’albero di Natale, che Natale sì che era un uomo che faceva il postino maschio che entrava sensa suonare.

E la maestra Rosa à detto anche che se i alberi fossero davvero inportanti per la nostra storia come dici tu alora esisterebbe l’età dei alberi inoltre a l’età della pietra e a l’età del ferro e a l’età del rame e a l’età del bronzo.

Che ai siensiati ci sarebbe costato ben poco aggiungere una riga indentro il libro di storia e meterci anche l’età dei alberi, perché bastava contare i anelli. Onò?

.

Però adesso non rispondere che va bene così che devo studiare come si fa il sapone antivirus col grasso dei bisontignù.

.

Tuo Marzio che ti vuole bene lo stesso anche se forse à ragione la maestra