Categoria: Pensieri in libertà

Amico mio

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Caro Amico mio,

Sono otto ore che aspetto le parole giuste per questa lettera e non so ancora cosa scrivere.

Nel frattempo ho bevuto una bottiglia di quella Lancillotta che abbiamo imbottigliato assieme sei anni fa. E’ ancora buona sai, ma il tuo bicchiere è pieno, qui, di fronte a me.

Fuori c’è l’ultima neve e il sole sta battendo sul Grappa. Si, sarebbe una giornata bellissima, se non fossi dentro a un tornado fatto delle tante immagini e suoni che hanno accompagnato questi nostri ultimi vent’anni, o forse più.

Quand’è successo? Dev’essere stato in qualche bosco, con una frotta dei tuoi studenti per i quali sei sempre stato un supereroe, con tanto di nome d’arte. O forse al bancone del Sant’Osvaldo, chissà …

Mi si sovrappongono confuse le notti sotto la pioggia, infreddoliti, immobili, ad aspettare il bramìto giusto. E poi la scogliera di Montecristo, i nostri libri antichi e muffi, i cedroni e i taj di Tarvisio, le zingarate da Alfio, il mercato del pesce alle cinque, la tappa “cascasse-il-mondo” da Er Panzone e i rami di eucalipto infilati di nascosto sotto al mio sedile. “Questi i profuma mejo de l’arbre magìc”, ripetevi ogni volta ridendo.

Tutte le cose in qualche modo commestibili che abbiamo mangiato, come quella nutria grassa. “Gastronomia no limits”, e ridevamo complici.

Gli orsi di Kocevje, il tramonto dal tetto di Villa Jolanda, Lubiana di notte, quell’interminabile E45 alla quale siete affezionati solo tu e i tuoi cinquanta all’ora del cazzo, i cistercensi di Kostanevica e mille altri posti.

Quasi sempre per boschi, in posti freddi d’inverno e caldi d’estate. Perché poi?

Ci rivedo a passo lento giù, verso la Val Menera, a chiacchierare di abeti e di cervi, e poi seduti per terra a parlare di bosco fino a prenderne l’odore; a far lezione assieme il giorno dopo e poi a scherzare fino a tardi, mangiando le costicine della sera prima alle quattro di mattina.

Quante emozioni si stanno sovrapponendo, Amico Generoso!

Tutte belle, morbide, profumate.

Tutte difficili da scrivere, come è la vita vissuta.
E’una frase bellissima, quella che mi hai fatto recapitare stamattina. Breve, profonda, ricca. Parole d’amicizia vera, che le cose e il tempo non sapranno diluire.

Sarai un tatuaggio invisibile. “Un tatuaggio nel cuore”, ha detto Monica.

Si, sarà proprio così.

Ti sto tenendo la mano, lo senti?

Lucio

 

9 marzo

Lasciatemi essere

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Lasciatemi essere.

Essere quello che sono, coi capelli bianchi e le rughe della vita che è stata.

Lasciatemi essere quello che il tempo vorrà.

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(Questa volta solo poche righe, perché “se gli accordi sono più di tre è jazz”, diceva Lou Reed. Questo è blues).

Lucio Montecchio

Il vecchio e il giardino

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– presunzione umana –

Come ogni anno, Marco Bellosguardo si arrampicò sugli alberi del giardino.

Ne aveva dodici e ne potava quattro all’anno, in modo da tornare sugli stessi ogni tre anni: così indicavano i testi sacri dell’ addomesticazione vegetale, quella dolce e romantica.
A Marco piaceva liberare i suoi alberi dei rami prodotti per errore, in modo approssimativo e disordinato; soprattutto gli piaceva sagomarli fino a far prendere loro una forma finalmente equilibrata.
Si sentiva utile, una specie di “angelo delle piante distratte”, ecco.
E le potava con attenzione, attento alle regole d’oro che trovava nei libri e alle indicazioni di amici che non mancavano mai di mettere il pollice in su alle sue foto prima-dopo.
Un giorno lesse distrattamente che in epoca romana il pollice in su significava l’esatto contrario e che in alcuni Paesi significa “questo te lo metterei dove non batte il sole”, ma liquidò la faccenda abbozzando un sorriso.

Nonostante le sue approfondite letture sul comportamento e l’intelligenza delle piante, però, non si capacitava del fatto che le sue fossero così distratte da continuare a rifare nuovi rami esattamente da dove li aveva tolti, costringendolo a tornarci sopra ogni volta.

Finché, un bel giorno di fine febbraio, un raggio di sole filtrò attraverso la boccia dei pesci rossi ed ebbe finalmente La Rivelazione: le piante chiedevano la sua compagnia!
Far rami dove a lui non piaceva era l’unico modo per richiamare la sua presenza.

Stappò un bianco da grandi occasioni e, col calice in mano, andò ad inciderci sopra un grande, profondo cuore.

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L’ignoranza genera fiducia più spesso della conoscenza”, scrisse Charles Darwin ne L’origine dell’uomo.

Lucio Montecchio

Driomìo!

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Incontrarci per visitare una foresta vergine o un bosco sconosciuto al turismo, è un lusso che io e altri tre amici ci concediamo da qualche anno, sempre in giugno.

Con un anno d’anticipo sappiamo in quale Paese ci si vedrà, con un mese d’anticipo la data e il luogo del ritrovo e tutto il resto ha il sapore della sorpresa, perché chi dei quattro organizza l’incontro cerca di superare ogni aspettativa.

Ci divertiamo come dei ragazzini, lo ammetto.

E così, dopo una giornata di cammino in una faggeta antica, di quelle dove ti aspetti di veder saltare fuori da un momento all’altro Puck, all’ora di cena di qualche mese fa ci siamo abbondantemente rifocillati in attesa che venisse a prenderci … un tale.

Altro non sapevamo, e chiedere, in questi casi, è del tutto inutile.

Ed ecco arrivare Davor e il suo fucile sovrapposto che sarebbero stati, rispettivamente, la nostra guida e il custode della nostra incolumità.

Dopo una decina di chilometri in un fuoristrada coi fari quasi sempre spenti, arriva l’unico ordine, imperativo e categorico: “Da adesso in poi non fate nessun rumore e nessun odore” (si riferiva alle sigarette).

Facciamo un po’ di strada a piedi con lui davanti e finalmente ci arrampichiamo dentro a una vecchia altàna che viene usata per i censimenti faunistici.
“Ecco, stanotte vedrete gli orsi da molto, molto vicino”, ci sussurra il nostro amico con un sorriso soddisfatto.

Passa un’ora, e niente. Passa un’altra ora, e men che meno. E così, infreddolito e inumidito, con in mente un po’ degli orsi che ho avuto la fortuna di vedere in passato, mi abbiocco con la testa appoggiata alla parete foderata di pezzi di moquette finché mi sveglia uno squittìo.
Apro gli occhi, cerco di capire, ma non vedo nulla.

Contravvenendo agli ordini di Davor accendo lo schermo del telefonino e vedo … vedo questa faccina qui, quella della foto.
Un driòmio! Probabilmente curioso di sapere chi gli stava guastando la nottata. Ecco, questo non l’avevo mai visto, neppure da lontano.

Verso le tre, dopo un gruppo di cinghiali passato per rotolarsi nel fango, una gran fuga suina e un silenzio impressionante, sono arrivati gli orsi. Dapprima uno, in avanscoperta, poi altri due a una decina di metri da noi.

Però la sorpresa di quella sera è stato la visita di questo piccolo roditore, schivo e curioso.

Ragazzi, quanto manca a giugno?

Lucio Montecchio

Gaudeamus igitur !

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Evviva !!!!
Io, Carlo e gli amici del Bar abbiamo vinto il Premio Speciale Salewa del Blogger Contest 2019 di altitudini.it.

“Vorrei ringraziare” (anzi, facciamo che ringrazio proprio): lo staff di Altitudini e la giuria del Contest (perché sono dei fighi ma soprattutto, diciamocelo, perché mi hanno premiato), Salewa (che mi farà fare l’inviato speciale per tre giorni a una delle sue Clinic e mi vestirà da capo a piedi con materiali che voi umani …), l’insonnia (senza la quale non avrei il tempo di scrivere storielle), tutti-proprio-tutti i miei followerz e anche la mia mamma, che mi fatto tanto, ma tanto umile.

Oltre la porta

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Oltre la porta ci sono 14 gradi. Sotto lo zero.

È l’inverno di montagna, la stagione più lunga dell’anno e la più bella, assieme alla primavera, all’estate, all’autunno e a tutte le altre che Meg sa percepire e io no.

L’inverno di montagna ti fa assaporare il freddo sulle labbra, almeno fin quando il respiro imbrìna la barba e poco dopo le labbra si paralizzano e rientri parlando con la voce da ubriaco. Ma, da queste parti, parlare non è un obbligo.

D’inverno qui il tempo è diverso, vive senza alcun legame con questi spazi così bianchi da confondersi col cielo. E così non c’è velocità, non ci sono né la fretta né la calma.

Se non devi lavorare puoi dormire finché non hai più sonno, leggere finché ti va, farti due coccole con chi ami, mettere su un po’ di musica buona, far da mangiare canticchiandoci sopra oppure uscire per una passeggiata al ritmo dello scrocchio degli scarponi sulla neve.

Le tre stufe che ci permettono di scaldare la casa e di far da mangiare bruciano la legna che il nostro bosco ci dà.

Ora però lo dico in modo più brutale: la legna che ci permette di stare al caldo e di cucinare non la porta Babbo Natale: quando la neve se ne va andiamo nel bosco, selezioniamo con cura 7-8 alberi, accendo la motosega e li taglio. Poi la tiro fin davanti a casa col tirfor, la depezzo, la spacco a braccia e l’accatasto.

Non mi produce alcun piacere, ma penso sempre che se andassi in palestra mi toccherebbe far la stessa fatica, depilarmi il petto e pagare.

Monica invece taglia della misura giusta i rami più sottili, che dopo un anno serviranno per accendere il fuoco tutte le mattine. Quel po’ che resta torna in bosco e diventerà humus.

Ecco, tutta questa roba qui alcuni la definiscono ridicolmente “deforestazione”, ma non sanno di cosa stanno parlando.

Sono faggi, noccioli, betulle e aceri. Tagliati da chi lo sa fare (“E chi non lo sa fare è già morto di freddo”, commenterebbe sottovoce Carlo Darwin), pochi mesi dopo producono nuovi germogli dalla base, che nel giro di 8-10 anni raggiungono il diametro giusto per entrare nella stufa. “Màneghi da stùa”, li chiamava mio nonno. E così posso tornare su quegli stessi 80 alberi a rotazione e ricominciare il ciclo, perché le radici non muoiono e, perciò, neanche l’albero.

Se fosse “deforestazione” (eliminazione definitiva del bosco) sarei il primo a rimetterci.

Questa tecnica, per niente facile, viene usata fin dalla notte dei tempi e si chiama ceduazione. Il bosco cosiddetto “ceduo” è implicitamente una coltivazione, alla stregua di qualsiasi altro campo coltivato.

È per questo che esistono ancora moltissimi boschi in Italia: tutti, da sempre e fino a pochi decenni fa, ci si scaldava e si cucinava a legna o a carbone (fatto bruciando legna).

L’uso di combustibili monouso come il gasolio, il kerosene (me le ricordo, le taniche gialle) e il metano sono arrivati dopo.

Anche le guerre e i morti per il petrolio e per il metano. Anche la subsidenza del Polesine.

E’ chiaro che bruciando legna rimetto nell’aria l’anidride carbonica che quel pezzo aveva incapsulato durante quegli 8-10 anni, però è altrettanto chiaro che tutti gli altri miei alberi (ma anche gli arbusti) stanno già catturando non solo la mia, di anidride, ma anche quella emessa da altri.

Qualcuno dice che dovremmo trasformarci in benefattori (più della metà dei boschi italiani sono privati) e abbandonare il bosco a un’evoluzione libera, per aumentare cose nobilissime come la biodiversità e lo stoccaggio di anidride carbonica.

Ne sarei felice, se questo qualcuno mi portasse fino a casa e gratis la legna che mi serve (ma dovrebbe andarla a prendere da qualche altra parte, credo).

Sarebbe favoloso se valesse anche per chi della coltivazione del bosco ne ha fatto un mestiere che gli permette di restare dove è nato, vendendo legna a chi abita troppo lontano dall’allacciamento, a chi non ha più la forza di farsela, alle pizzerie del centro e a chi trova romantico accendere il caminetto nel soggiorno.

In attesa di una proposta sensata (che spero non passi attraverso il depauperamento di energia monouso) coltivo alberi e ne taglio le parti che sanno ricrescere, mescolando l’acqua del terreno con l’anidride carbonica che qualsiasi combustione libera nell’aria. La legna che brucio io, una caldaia a metano di nuova generazione, un’auto Euro 28 o una centrale che produce la corrente per l’auto elettrica.

Ecco, “Era solo un pensiero”, concluderebbe un caro amico.

Lucio Montecchio

Carlo, il Resiliente

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Questa storia partecipa al Blogger Contest.2019

Aldo faceva l’antennista, ma un infarto potente l’ha stroncato finché era sul tetto di un condominio. Dice di essere morto e rinato e che, da allora, ogni giorno in più è gratis.

Ha preso in affitto questo bar senza parcheggio, non mette fretta a nessuno e se la prende con calma. Anche con la mia caraffina di bianco.

Il tavolo è il solito, gli amici anche.

Marco fa l’elettricista ed è sempre prodigo di pettegolezzi locali. Sa di guardie e ladri, di caprioli e bracchi e di corna di origine varia. È un po’ sovrappeso, e quando ride mi ricorda Vincent Vega.

Boga, che a dir la verità si chiama Bogdan, fa il pastore di pecore. È un omone enorme e taciturno, forse perché questo dialetto gli è difficile. Quando torna dalla Romania, mette sul tavolo una bottiglia di ţuică che, ancor prima del cervello, paralizza le ginocchia.

Michele, cappellino arancione permanentemente in testa, è un boscaiolo. Cinquantadue anni portati male, lavora dall’alba al tramonto su un trattore vecchio quanto lui, ma non riesce a pagare l’università alla figlia, cameriera nei fine settimana in nero, a Ponte di Piave. Ogni tanto gli scappa un’ombra di troppo.

Carlo, invece, è in pensione da un po’. I ragazzi del posto lo chiamano Tuby, perché faceva l’idraulico.

Scarpe grosse e cervello fino, Carlo. Commenta le cose della vita con una gestualità secca, un uso sapiente delle pause e un’ampia disponibilità di bestemmie che sceglie con cura; per richiamare l’attenzione, dar corpo a una frase o, più semplicemente, per commentare quello dell’Alessia, la postina che è appena uscita.

Neanche il tempo di sedermi ed eccolo lì, pronto a sventagliarmi un articolo del Corriere delle Alpi sulla frana che si è aperta qualche chilometro più su. Lo fa bonariamente, ma quand’è al terzo Grigioverde conviene annuire, oppure buttarla in ridere.

Ecco qua, voi professoroni!

Eccoli qua i danni che avete combinato, convincendoci a tagliare le nostre foreste per fare piste da sci inutili, neve finta, frutteti e boschi tutti uguali, che basta una pioggia più lunga del solito e vien giù tutto. E invece di fermare le frane da sopra piantando gli alberi che c’erano prima, gli facciamo una gettata di cemento da sotto.

Pomàri industriali e cisterne di veleni! Capisci cosa sto dicendo? Per avere mele sane usiamo i veleni! Ma roba da matti …

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Guarda là – mi dice indicando il bancone – acqua dentro la plastica. E sai perché? Perché in trent’anni abbiamo intossicato tutto, abbiamo.

Ma che progresso è, cercare l’acqua su Marte e non aver cura delle nostre fonti?

La mente mi restituisce l’immagine di uomini coi reati incisi sulla schiena. Forse era Kafka. Vorrei far mente locale, ma Carlo è un ciclone.

Abbiamo ammazzato tutti gli insetti e ci lamentiamo se arriva il miele cinese, che fino a dieci anni fa c’erano batterie di arnie, sul costone là in alto.

Ti sembra benessere, questo? Che Leonardo non sa distinguere un carpino da un olmo, e neanche gli interessa. “Alberi, nonno, sono alberi”, mi risponde ridendo.

E allora sai cosa ti dico?

Mi sto facendo un bosco mio, dietro casa, sul pezzo di terra che mi ha lasciato mio padre.

Ogni tanto raccolgo piantine di acero, sorbo, frassino, faggio, nocciolo, ciliegio, pioppo e le metto là. Sparse. Quel che attecchisce bene e quel che si secca non lo pianto più.

Secondo me vien su un bosco misto come quelli di una volta, di quelli bassi e profondi che tenevano su i versanti, buoni per le api e per gli storni.

Fa una pausa e mi punta gli occhi nei miei.

Tu cosa ne pensi, professore?

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È spaesato a casa sua, Carlo, quinta elementare, 78 anni di vita.

E’ un Eroe romantico, Carlo, di quelli che non chiedono quanti sono i nemici, ma dove sono.

Vorrei rispondergli con una riflessione, con cose intelligenti ma, sarà forse per il vino a stomaco vuoto, esclamo semplicemente: “Orca, Carlo, ma allora sei un montanaro resiliente!”

Residente? Certamente!

Io e la mia famiglia abitiamo qui da sempre.

Il posto più lontano che ho visitato è stato col militare: fanteria. Castiglione dei Pepoli, Tos-ca-na!

Manàta sul tavolo e, a seguire, bestemmia esclamativa.

E ridiamo tutti, di gusto, anche Aldo.

Offro io.

 

Lucio Montecchio

Ah … la Dendromachìa

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Dendromachia, dal greco déndron (albero, sostantivo) e máchē (battaglia).

Combattimento rituale con alberi o altre piante legnose di bell’aspetto, diffuso nella quasi globalità della parte terrea del globo terracqueo.

Di probabile origine minozoica e di chiara impostazione democratica (dal greco démos, “popolo” e krátos, “potere”), la Dendromachìa è esercitata, direttamente oppure su commissione, dal popolo.

Trovato un avversario valido, indipendentemente da sesso, razza, numero di tatuaggi, fede, età, status sociale e preferenze alimentari, chiunque è libero di esercitare la Dendromachìa in ogni stagione e luogo, sebbene tale attività sia da intendersi tradizionalmente come prova iniziatica volta a dar dimostrazione, una volta per tutte, della maturità raggiunta da giovani maschi col petto depilato.

La regola è una sola ed è semplice: il primo che cade perde e gli altri applaudono.

Degna di nota è una particolare trasposizione veneta della Dendromachìa denominata  “Capèa” , alla stregua dell’omonima versione della corrida spagnola (per approfondimenti, cliccare qui). Essa consiste nel recidere con un taglio veloce e netto non l’intero albero (“che cossì ze boni tutti”, commentava a tal proposito il Ruzante), ma soltanto la sua parte sommitale, o Capo, eventualmente avvalendosi di macchine o armature all’uopo forgiate e spesso caratterizzate da insegne rappresentanti, scaramanticamente, il nemico.

Il vincitore che annualmente si aggiudica l’ambìto “Contest regionale della befana” viene premiato in Piazza San Marco a mezzodì di ogni 6 gennaio con quattro pecore rivestite di lana vergine, una pentola in terracotta senza coperchio e, soprattutto, col titolo di “Gran Capèa”.

Lucio Montecchio

Vade retro!

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Più di trent’anni fa, il prete di una piccola parrocchia suoi colli euganei ci disse “Mi piacerebbe avere sul sagrato alcuni di quegli alberi piccoli e belli, quelli col fiore viola, come si chiamano?”.

“Cercis siliquastrum, l’Albero di Giuda” rispose Paolo, fresco d’esame di botanica sistematica.

“Ah, no … allora no” ribatté il Don, mogio mogio.

Paolo, ricordi?

Ridemmo per giorni.

E davanti a questo monitor, credetemi, ancora sorrido.

 

13 dicembre 2019

Lucio Montecchio

L’albero di Natale

Natale passa i suoi giorni fra un letto e una carrozzina.

Spesso, quando dorme rivede quella curva ghiacciata e si sveglia con l’ansia, ma non c’è nessuno a stringergli la mano.

Allora cadenza il respiro sul blues della lucetta che lampeggia sopra alla presa dell’ossigeno e pensa a Teresa che passerà più tardi, ai figli che verranno appena potranno, alla casa, agli amici e ad altre cose. Soprattutto se gli scappa lo sguardo sul culo della Loredana, quella del turno di notte.

Natale ha un albero: è il pino che spunta dal muro di cinta di fronte alla vetrata dove passa molti pomeriggi.

A lui ricorda il profumo del mare e le cicale.

Compone poesie, Natale.

Teresa lo sa.

Lucio Montecchio

Amarcord dicembrino

Marco, tornato dopo il referendum del 46, aveva trovato lavoro alla cokeria di Marghera.

Lasciava la bicicletta allo stallo di Correzzola alle 5 e si lasciava cadere sulle panche di legno della littorina, che tutti continuavano a chiamare Vàca Mòra per via del fatto che la motrice di prima era nera, panciuta e ansimava muggiti di vapore.

“Vaca mora, vaca mora, te ne ghé portà in malora” ripetevano gli ex-contadini scendendo a Marghera. In malora, lontano da casa e in un paesaggio che nessuno mai avrebbe immaginato di fronte a Venezia, fatto di petroliere alla fonda, raffinerie e ciminiere che sbuffavano giorno e notte.

Stipendio fisso, straordinari pagati, giorno di riposo e colonia estiva per i bambini furono una succosa carota.

E così, senza un adeguato ricambio generazionale, queste campagne strappate al mare dai nostri antenati persero velocemente il loro valore intrinseco, che prima si misurava nel numero di persone che un campo (un terzo di ettaro) poteva sfamare.

I campi migliori se li comprò a buon mercato uno numero esiguo di forestieri, che cominciò ad accorparli e a farne colture nuove ed estensive, ingorde di fertilizzanti e pesticidi. Veleni, che oggi chiamiamo più elegantemente agrofarmaci.

Il boschetto di pioppi e salici dove passavo molti pomeriggi estivi a giocare coi miei compagni di scuola, invece, in un batter d’occhi diventò uno dei molti campi di bietole che il Beljo, lo zuccherificio costruito con capitali belgi, trangugiava senza sosta per tutta la durata della campagna saccarifera.

Un giorno raccolsi dal fosso una tartaruga d’acqua capovolta e oramai mezzo mangiata dai pesci gatto.

Mio zio Bepi, da dietro il suo enorme naso adunco,  mi disse di non bere più l’acqua del rubinetto, che era avvelenata.

Invece di rimuovere la causa, da allora iniziammo a comprare acqua confezionata.

Padova, 6 dicembre 2019

Lucio Montecchio

 

Paraballe

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Capo! Cosa ne facciamo di quel container di interni per mutande?

A cosa ti riferisci?

Ai paraballe da 4 euro, quelli modello Tafazzi.

BiPPO: Biconchiglia  Protettiva POlistirenica. Chiamiamo le cose col loro nome, per cortesia.

Va ben, dai, BiPPO. Comunque sono là da tre anni, non se ne vendono più e smaltirli costa più di quel che li abbiamo pagati.

Dobbiamo trovargli un’altra funzione. Fammici pensare … Dai, che è la settimana del Black Friday e la gente compra di tutto.

Se li macinassimo e ne facessimo neve da presepe?

Capo, oramai col riscaldamento globale nei presepi ci mettono gli ombrelloni.

E vassoietti monouso? Che così noi li vendiamo e se li smaltisce chi li compra?

E chi vuoi che li compri, capo?

Beh … Dobbiamo renderli interessanti, valorizzarli. Renderli preziosi scrigni per qualcosa di ricercato, colorato, che attiri l’occhio.

Palle di Natale?

No, dev’essere qualcosa che non ci costa nulla. Dobbiamo vendere paraballe, mica quel che ci mettiamo dentro!

Cachi!

Scusa?

Cachi, capo! Dove abito io è pieno, cadono per terra e restano là a marcire. Sono belli, tondi e arancione.

Ottima idea, Arsenio! Ottima idea.

Ci mettiamo sopra una pellicola di plastica e una bella etichetta col simbolo del riciclo, che fa figo. Vassoio, secco. Pellicola, plastica. Residuo organico, umido. Etichetta, carta.

Signorina, ci faccia portare due prosecchini.

Fu così che, nell’arco di pochi anni, il frutto più povero che più povero non si può, arrivò nei nostri supermercati a 4 euro al chilo: il prezzo di un paraballe modello Tafazzi.

Mettete un caco nel vostro giardino: sarà un generoso, saporito albero di Natale.

Padova, 28 novembre 2019

Lucio Montecchio

Ho sognato mio padre

Ho sognato mio padre, stanotte.

Di solito lo vedo camminare lungo una salita. Spesso si gira e mi sorride come a dire “Avanti, dai”.

Stanotte, invece, la lapide era a casa mia e l’ho fatta scivolare di lato.

Lui era lì, immobile come in quell’ultimo giorno.

Poi ha aperto gli occhi e spostato lo sguardo, indicandomi un piccolo tiglio che stava crescendo là dentro.

Ho sognato mio padre e un tiglio, stanotte.

Parigi, 21 novembre 2019

Lucio Montecchio

Vaia

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Dall’alto della valle, Sbrègo si lasciava carezzare dall’ultimo venticello caldo e piovoso di fine stagione, prima che l’inverno arrivasse a fare il suo.

Scirocco: profumo di salsedine, di sole e di rosmarino.

Immaginava di sorvolare il sūq di Tunisi, e poi una distesa di dune fino a un’oasi lontana, coi bambini intenti a prendere gli scorpioni per la coda e una Fata Morgana seducente e irraggiungibile.

Non sapeva spiegarselo neanche lui, ma era iniziato tutto cinquant’anni prima, quando un lampo l’aveva aperto per lungo. Fu un elettroshock brutto brutto, però da allora prendeva Capodistria, la Rai e qualche TV minore.

Quando il cielo era terso riusciva anche a vedere dei bei documentari alla BBC.

Però se la tirava. Oh, se se la tirava!

Non vedeva l’ora che crescesse un nuovo albero per dar sfoggio di saperi sportivi, cromatici, ecologici, pentatonici ed endecasillabi.

Una volta riuscì a stupire un gruppo di salici raccontandogli che dall’altra parte del mondo ci sono alberi acquatici con le radici all’insù, ma quando un paio d’aceri si girò ridacchiando, chiuse velocemente il discorso con un altezzoso “Idit qui non servat occidit”.

Non sapeva neanche lui cosa significasse, ma quel moncone di frase rubata alla pubblicità del Petrus suonava bene.

Saccente e permaloso come un vecchio. Stimato e rispettato come un saggio.

“An ancient tree”, commenterebbe Neville.

 

“Non è niente, è solo vento africano. Annusatelo e godetene”, disse con voce rassicurante ai giovani pioppi che tremolavano lungo la riva del torrente.

Di lì a poco, però, la pioggia si mise a cadere sempre più forte, aprendo dei rivoli veloci nel bosco.

Soprattutto, pioveva sabbia fine e rossa, di quella che smeriglia le foglie.

Le chiome oramai garrivano.

Anche quelle degli abeti, che lui chiamava “soldatini di legno”: stessa livrea, età e statura. Allineati e coperti come in una piazza d’armi.

“Mi spezzo ma non mi piego” recitava il loro motto.

“Vedremo, vedremo, con quelle gambe lunghe e la chioma così alta. Vedremo”.

E poi ci fu quel bagliore fumoso e rossastro che veniva dall’appennino, o giù di là.

“Ragazzi, mi sa che stavolta vien su un vento che ricorderemo a lungo. Aspettiamo ancora qualche ora e, se non cala, ci organizziamo. Tutti pronti alle prime luci”.

Fu una notte insonne.

Per il vento, per la pioggia e perché la memoria lo portava sempre a quel maledetto fulmine.

Anche lui, nel buio, tremava.

“Fra dieci minuti! Pronti con la testuggine!”, tuonò.

Qualcuno iniziò a girare su se stesso, altri iniziarono a piegarsi indietro. C’era chi copiava dal vicino e chi fischiettava guardando in alto. Insomma, un gran casino disordinato.

“Va ben, dai. Mischia ordinata!

– Applauso –

Aceri e frassini: tutti a destra.

Faggi: tutti a sinistra.

Tutti gli altri: occupate i buchi più bassi. Anche voi, noccioli là in fondo. Anche le betulle!

Ancorate le radici al sasso più grosso che trovate.

Piegatevi lentamente in avanti. Piano, che così a freddo vi rompete.

Abeti, cervi e caprioli, dietro.

Prima linea, in ginocchio. Seconda e terza linea, coprire i buchi e pronti a spingere.

Quando la prima raffica toccò i  100 all’ora, Sbrégo urlò “Crouch!”

“Scusa, cossa vol dire?” Chiese un sorbo arrivato da poco.

“Legatevi coi vicini e intrecciatevi con quelli dietro!

Il vento cercherà di sollevarvi. Non fatelo passare o vi rovescerà tutti assieme.

Deve volarvi sopra come foste un corpo unico, rigido ed elastico, duro e morbido. Alla fine, lui si stancherà prima di voi, vedrete.

L’acqua cadeva e correva, i sassi correvano e cadevano.

Il vento si trasformò in una massa densa e nera. Per qualche motivo irrilevante urlò il nome di una signora tedesca e iniziò a tirar mazzate come un ariete spartano.

Bam. Bam. Bam. Bam. Per ore.

Ammainate le vele!

“Scusa?” chiese perplesso il sorbo di prima.

“Mollate le foglie alte, porcamalora! Dovete far sfiatare l’aria che passa da sotto, sennò vi scoperchia”.

“Anh … ‘desso go capìo, Mister”.

 “E’ solo aria. Chiudete gli occhi e spingete. Tu, là in fondo, abbassa i rami fino a terra e spingi!”.

“Fatelo per voi, fatelo per i vostri figli, la vostra famiglia, la patria, la gloria!”

– Forse mi sono lasciato prendere la mano – pensò, ma ne ebbe certezza quando uno dei molti piloni schierati a sud, che spingeva come un toro da ore, urlò a denti stretti “Va in mona!”.

Fu dura, durissima, ma fu così che la squadra più selvatica, sgangherata, irriverente, multietnica e multietà di Sbrègo riuscì a rimbalzare il vento chissadove.

Certo, rimasero a terra molti feriti e alcuni morti, ma il bosco aveva salvato sé stesso, come tutte le volte precedenti. E anche i due paesini a valle.

Sbrégo ne uscì con qualche altra ferita, ma ancora troneggia spavaldo dall’alto della sua collina. Pronto a nuove battaglie e certo delle future vittorie.

“A veteran tree!”, esclamerebbe Neville.

___

Fra pochi giorni, giornali e televisioni celebreranno gli abeti spezzati da Vaia. Parleranno ancora di metricubi o di ettari e misureranno il danno in soldi.

Ben pochi spiegheranno perché molti boschi ce l’hanno fatta.

Padova, 18 ottobre 2019

Lucio Montecchio

Via Sbotticelli

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“It’s silly, no?
When a rocket blows and everybody still wants to fly.
Some say man ain’t happy truly, until a man truly dies.
Oh why, oh why?”
(Sign O’ the Times, Prince)

“Ma secondo lei gli alberi sono intelligenti?”.

E’ una domanda frequente, al termine degli incontri pubblici ai quali partecipo.

E poi arrivi a casa stanco, accendi la tivù su un canale a caso e scopri che si vincono applausi e soldi se indovini l’età o il mestiere di una persona mai vista.

Esci e incroci la vicina orgogliosa dell’asciugatrice, che le evita la fatica di stendere il bucato all’aria.

Mio cugino, che abita in campagna, invece di correre dietro casa prende la macchina e va in una palestra a dieci chilometri, con la parete di vetro che dà sul parcheggio di un supermercato e l’aria condizionata a manetta (ma se ci vai per motivi più nobili, Francesco, hai tutta la mia stima).

La settimana scorsa, all’ufficio postale di Legnaro c’era un ragazzo sui 30 anni che affermava di abitare in via Sbotticelli.

Conosco una persona che si beve mezzo stipendio al bar, ma ritiene che un libro da 25 euro “costa massa”. Tempo fa, nello stesso bar uno diceva che “i mussulmani [due miliardi nel mondo] sono tutti terroristi”. Però il barista è simpatico.

Non so chi sia, ma c’è qualcuno che, pur pagando la tassa sui rifiuti, trova certamente gratificante mettersi l’immondizia in auto e buttarla giù dall’argine dove porto a correre Meg.

Ho una tosse bestia e continuo a fumare un pacchetto di sigarette al giorno.

Sto aspettando dalle 9.00 un signore che mi ha chiesto un appuntamento per una cosa che interessa a lui, non a me. Gli avevo risposto “Si, volentieri, dalle 9 alle 9.30 ho tempo”. Sono le 10,39. Sarò scortese.

“E tutto questo cosa c’entra con l’intelligenza degli alberi?”, vi chiederete.

Niente, niente.

Lucio Montecchio

Stargate

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Ieri sera sono entrato nella galleria sotterranea di un insetto e ho passeggiato seguendo il micelio di un fungo simbionte, per poi ritrovarmi in una radice, nuotare nella linfa, uscire e rientrare dal foro di un picchio, ascoltare la voce di una ghianda, prendere la via di un ramo, sbucare dentro a una foglia e saltellare fra un tilacoide e l’altro, rimbalzando su una membrana cellulare.

E poi … ho alzato gli occhi e ho visto la fotosintesi; anzi, c’ero così dentro da sentirmene parte. Dopo trent’anni di formule e disegnini, stavolta l’ho toccata con mano, ‘sta meraviglia della natura (che a spiegarla in aula ci vuole mezz’ora buona).

Alla fine sono uscito da uno stoma, ho visto la Basilica dal Santo dall’alto e con calma mi sono tolto il caschetto spazio-temporale.

Un anno esatto di lavoro che ci ha permesso di costruire dal nulla la rappresentazione virtuale e dettagliata di una quercia, dentro e fuori.

Per superare le nuove frontiere della comunicazione botanica, in fondo, è bastato poco (ma si fa per dire): una squadra coesa e motivata, l’attrezzatura fantascientifica dell’ HIT Unipd, un bel po’ di esperienza alle spalle di tutti noi, tanto entusiasmo e pochi soldi.

Grazie, grazie davvero a Luciano, Laura, Rosa, Barbara e Giada, Alice, Marta, Eric, Piotr, Maria Barbara, Carlo e, chiaramente, all’Università di Padova e alla Regione del Veneto.

Che figo, ragazzi!

Lucio Montecchio

Alberi-Foresta

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“Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”

J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

Sono più che mai convinto che un albero sia luogo, un ambiente complesso frutto del lavoro di centinaia di specie che, sotto e sopra la corteccia, convivono secondo regole ed equilibri che non capiremo mai appieno.

Un sistema implicitamente e necessariamente dinamico in grado imparare, adeguarsi agli eventi e prepararsi al futuro. Perché la vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi.

La quercia che ho di fronte ci ha messo nove secoli a diventare com’è, cambiando chissà quante forme. E così, quell’alberello nato finché Riccardo Cuor di Leone guerreggiava con Saladino è cresciuto, ha sbagliato, ha capito, ha provato in un altro modo e negli ultimi anni ha scelto di lasciar cadere qualche ramo molto grosso pur di far spazio a rami più sottili. E’ un problema? Non per lui, evidentemente.

Ma c’è di più: negli spazi più aperti, dove le branche si aprono quasi orizzontali creando un pianoro centrale, ha lasciato che foglie e rami diventassero dapprima humus e poi un vero suolo, nel quale lasciar crescere muschi, felci e giovani alberi che affondano le radichette nella sua parte più centrale, ormai marcescente.

Quando altri rami cadranno e lasceranno penetrare più luce, loro saranno pronti a crescere.

A prescindere dall’età e dalle dimensioni, questo “albero-foresta” è certamente un monumento: alle dinamiche della natura e a chi non ha avuto tempo o voglia di ingessarlo fra cavi, cavetti e puntelli.

Windsor, 10 settembre 2019

Lucio Montecchio

La panchina rosa

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Sun streaking cold, an old man wandering lonely taking time,

the only way he knows.

Aqualung (I. Anderson e J. Fanks, 1971).

 

Settimo è morto su una panchina rosa, l’ 11 agosto.

Settimo. Quasi nessuno si è mai rivolto a lui in modo diverso, a parte un gruppo di ragazzini frustrati e fumàti di fuori paese che a volte gli lanciava qualche parolaccia offensiva o un pezzo di panino, come fosse un cane.

Lui sollevava la testa, guardava il pane da sotto i capelli lunghi e, zoppicando, si avvicinava al cibo con un cenno di gratitudine.

Quando aveva sui 40 anni, Settimo era il ragazzone spavaldo che raccontava di viaggi in Germania e in Inghilterra, di concerti, fiere e di sesso-droga-e-rock’n’roll.

“Time is on my side”, ripeteva spesso con un sorriso ammiccante.

Ma sapevamo tutti dell’infanzia difficile, della famiglia sventurata e del padre violento.

Per questo, probabilmente, la persona più mite al mondo aveva scelto una vita in giro, alla giornata.

“Tanto, da queste parti non cambia nulla, non cambia”. Spesso sottolineava una frase ripetendone una parte.

Un paio di volte l’anno tornava, con quello zaino di cotone scuro in spalla, e raccontava.

Il pastore in Val D’Aosta, il boscaiolo in Austria o il bagnino a Rimini. Si, a volte raccontava cose poco credibili; forse non sapeva neanche nuotare. Forse tornava a casa per leccarsi nuove ferite invisibili, chissà …

Col passare degli anni ha continuato a girovagare, ma restando in zona: la vendemmia delle mele in Trentino o, più spesso, vari lavoretti da muratore o da facchino qui e là.

Non era il classico indigente. Avrebbe potuto andare a vivere nella casa di famiglia, della quale era oramai l’unico erede. Abitarci, farsi l’orto, tenere qualche gallina e trovarsi una morosa. Ma non ha mai voluto farci ritorno.

“Voglio vederla crollare”, diceva. Chissà cos’era successo là dentro, mi sono sempre chiesto.

Da alcuni anni la sua casa era diventata la panchina rosa, quella sotto al pioppo. Quella col sacco a pelo arrotolato e infilato sotto.

E’ un po’ fuori mano, ma in molti fingevamo di passarci per caso, scambiavamo due parole e gli lasciavamo sempre qualche bottiglia d’acqua e della frutta.

Lui stava là. Pensava, parlava, ricordava, canticchiava, tossiva.

Forse pianificava un ultimo viaggio a Capo Nord in autostop, ma Settimo è morto l’ 11 agosto, all’ombra del suo pioppo.

Non so cosa si fossero detti o promessi in questi ultimi mesi, ma mi piace pensare che gli alberi si innamorino degli uomini buoni: ieri il pioppo di Settimo si è lasciato cadere a terra per sempre, portando con sé la sua ombra e la panchina. Quella rosa.

Lucio Montecchio

La foto è di Andrea Sgarbossa. Grazie.

E povero anche il cavallo

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Trattoria di montagna.

Due coppie sui quarantacinque sedute al tavolo di fianco al nostro.

A vederli, un abbigliamento che non ci fai neanche due chilometri. Di marca, certo, ma buono per lo spritz in Piazza dei Signori. “Sai, è in materiale tecnico” si saranno detti salendo dalla città in cerca di un po’ di panorami da mettere su Instagram.

Cosa significhi tecnico, lo giuro, non lo so.

Dalle parti mie si dice durevole, comodo, oppure leggero. A dir la verità, per prima cosa Carlo mi chiederebbe “quanto l’hai pagato”, e inevitabilmente commenterebbe “massa!”.

A sentirli parlare, appassionati di tradizioni, storia, arte e cultura montanara. 

Era piacevole orecchiare. Magari ci avrei anche attaccato bottone chiedendogli un parere sul vino, che funziona sempre.

Fino a quando si son messi a far commenti sull’impresa boschiva incrociata per strada e sul carico di faggio nel rimorchio.

Non del boscaiolo che si spezza la schiena, quello mai.

Sono anche arrivati a dire “deforestazione”. Deforestazione!

 

Io li invidio, davvero.

Ignorano la fatica del coltivare e vendere quel poco che, molto lentamente, vien su da queste parti: legno. Biologico, ma nessuno lo dice mai.

Facilmente loro si scaldano col solare, il fotovoltaico o le pale eoliche. Oppure fra un bue e un asinello o stando abbracciati a lungo fino alla primavera, a dimostrazione del loro amore per l’ecosistema.

Si, certamente i miei quattro vicini sanno resistere alla tentazione di avere tavoli e sedie di legno e invece della carta igienica usano un’ampia foglia di melanzana biologica. Almeno fra maggio e settembre, poi non si sa.

Io li invidio, davvero, questi ambientalisti col coccodrillo pronto a pinzargli il petto, che quando scoreggiano arricchiscono l’atmosfera di ossigeno profumato di violetta.

 

Si, lo so, questo post è molto breve, ma devo andare a far legna. Perché qui l’inverno arriva in un attimo.

 

Casa, 13 agosto 2019.

Lucio Montecchio

Overshooting

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“It lies with me!”, cried the Queen of Maybe”.

Dancing with the moonlit knight, Genesis.

 

Il profumo che proveniva dalla caffettiera non era un granché: “Lo faccio coi fondi di caffè che ci porta Clara il sabato. Li metto al sole ad asciugare e li mescolo alla miscela Leone”.

Il cartoccio di caffè, quello vero, mia nonna lo teneva dentro a un vaso di vetro per le occasioni importanti, che spesso coincidevano con la visita del fratello che se n’era andato a lavorare a Pioltello o con quella del prete, per la benedizione pasquale.

Era la fine dei ‘60 e lei era stata abituata così fin da bambina: parsimonia e risparmio, perché non si sa mai.

Ha fatto una vita che per l’epoca era più che dignitosa, sia chiaro, ed è morta con il bilancio in pareggio: né debiti né crediti.

All’epoca, i debiti li facevano solo quelli che consideravamo ricchi. Che cosa strana …

La parola debito, semplicemente, nel vocabolario della generazione di mia nonna non esisteva. Credito, poi, era sinonimo di temporanea cortesia fra vicini bisognosi. Mutuo soccorso, ecco.

Poi il boom economico e la sensazione del riscatto meritato, fino all’ostentazione di un benessere che a volte, nel mio paese di campagna, sfiorava il ridicolo.

Come la Gemma, che andava a far “sciopping” fino a Padova.

E poi hanno aperto il primo supermercato a Piove di Sacco, con prezzi così bassi da mettere in qualche difficoltà i negozi di paese ma, soprattutto, facendo uscire i soldi dal circuito locale.

In quel periodo avevo sui 15 anni e la regola di casa era “Chi lavora magna: se vuoi fare il liceo mi devi dare una mano, sennò quei soldi mi servono per assumere un dipendente”.

Sono stato fortunato, molto, ad essere stato costretto a capire il valore dei soldi.

“Se prendi 100 spendi 80”, ripeteva mio padre, che passava quel tempo teoricamente libero riparando la 850 o l’impianto elettrico di casa.

Del pollo ci lasciava le parti migliori e lui mangiava cose che oggi buttiamo nell’umido, orgogliosi di un riciclo che suona bene e funziona male.

Erano gli anni in cui si stava concretizzando il movimento ambientalista e sull’armadio in camera avevo un autoadesivo giallo e tondo che diceva “Forsa ‘tomica? no grassie”, con un sole che ride al centro.

E poi il Panda incollato sulla vespa e quella tessera che ho strappato pubblicamente quando una facoltosa presidente non si è opposta ai tralicci dell’alta tensione da mettere nel bel mezzo del primo parco nazionale italiano. I tralicci servivano a portare corrente francese e a soddisfare i bisogni dell’allora triangolo industriale.

Leggevamo la Carson, Humboldt, Muir e ascoltavamo quel rock progressivo che dall’Inghilterra ci faceva immaginare mille futuri possibili. Ci credevamo davvero.

Poi è successo qualcosa che non riesco a mettere a fuoco.

Ci siamo ubriacati di consumismo, di usa e getta, prima coi kleenex e poi col resto. Dell’onnipotenza del chissenefrega, del meglio un uovo oggi.

Di quelle cose che danno un torpore piacevole e una assuefazione inconsapevole.

Di “sostituire costa meno che riparare e in più ho 2 anni di garanzia”, di “tanto, si ricicla”.

Di “la corrente nucleare la fanno i francesi e gli sloveni, mica noi”.

Di piselli surgelati, bastoncini di merluzzo, mele lucide e bollicine alcoliche.

E così facendo, fingendo di non ricordare i nostri bei discorsi di trent’anni prima sui costi ambientali, considerando unicamente il valore economico di un bene, siamo arrivati a oggi.

A riempirci la bocca di parole come “Overshooting” per tre giorni.

Tanto, ad ogni primo gennaio gli economisti ci azzerano i debiti ambientali e se ne riparla l’anno dopo, in vacanza, lontano dalla vita reale.

Lucio Montecchio

Dynamo

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Due mesi di vacanza dalla vita normale alla ricerca di quel tempo andato chissaddove. Di uno spazio tutto mio per pensare a come ottimizzare queste ultime cartucce.

La Comunità Dynamo ha colonizzato questa piccola isola abbandonata di fronte al Montenegro (o, se preferite, di fronte all’Italia) e ne ha fatto un approdo per chi è in cerca di colori nuovi e di gente con una visione diversa.

E’ vero, mancano i beni di prima necessità, ma qui scopri che le priorità possono cambiare.
Manca l’acquedotto, ma poco lontano dal mare c’è una fonte di acqua fresca attorno alla quale si è organizzato il villaggio e stiamo coltivando un orto comune.
Manca il gas, ma ad essere sincero non ce l’ho neanche nella casa in montagna.
Quel che mi manca di più è la corrente elettrica.

Provate a immaginare la vita senza questa cosa invisibile e preziosa.

Senza la lavatrice, il gelato al pistacchio e l’MP3.

La corrente elettrica, a dir la verità, non ce l’aveva neanche mio nonno nel profondo Veneto di cent’anni fa, ed è campato a lungo. Ma con un assolo di Prince sono sicuro che avrebbe sorriso di più.

Qui la corrente costa fatica. Movimento fisico che fa girare una dinamo e che carica una batteria.

E’ vero che quella stessa energia la si potrebbe usare per far funzionare un motore elettrico, ma qui la corrente non costa soldi, costa sudore. Ci accendi una lampadina la sera, ricarichi un portatile per stare in contatto col mondo e poco altro.

Quella che serve per l’illuminazione pubblica e l’infermeria la facciamo con una grossa dinamo avvolta da pale di legno che sfiorano l’acqua della fonte.
Per il resto, ognuno si arrangia. Quasi tutti usano il metodo più semplice: pedali-ruota-dinamo-batteria.
Poi c’è chi si dà alla fantasia pura.

Andrea, la signora tedesca del Bar Moon (ma l’insegna in vetrina è appesa per essere letta da dentro), per attirare i selfisti ha fatto fare una enorme ruota da criceti rossa e dentro ci fa correre il marito Samy inseguito da un cinghiale. Samy è un senegalese secco secco che dicono essere superdotato. Non è proprio nero, direi marron scuro. Insomma, di colore.

Hiang invece la corrente se la fa dentro a un bidone immerso nel bagnasciuga sfruttando le onde e il movimento alta-bassa marea. Non so bene come, ma ci riesce. Vai a capirli ‘sti ingegneri cinesi. No, forse è coreano, oppure vietnamita. Insomma, per essere giallo è giallo. Ma non proprio giallo, direi piuttosto un giallo abbronzato. Insomma, di colore.

E poi c’è il sindaco Piotr, austr’ungarico, anche lui di colore: rosa-brunastrino, come me.

Qualcuno insinua che, con quel fisico da terzotempista livello “esperto”, la corrente la rubi dalle batterie del municipio.

Però io lo vedo pedalare spesso. Lento ma costante.

Tempo fa gli hanno messo il rene di un brasiliano.
Con lui mi faccio delle buone bevute di birra tiepida, quella che arriva due volte alla settimana col postale delle 15.
Ci sediamo nel boschetto e chiacchieriamo di cose della vita.

Anche di boschi e di alberi, perché qui ce ne sono molti e lui vuol sempre sapere i nomi scientifici. Dice che sono uno bravo a riconoscere le razze. Si, lo so, ha poca confidenza con l’italiano.

“Ecco, vedi quello là in fondo? Pinus nigra: pino nero, black pine. Che poi non è proprio nero, direi verde scuretto. Insomma, di colore“.

Mah, no so. Sotto questo sole a me sembriamo tutti marroncino e gli alberi mi sembrano tutti verdi.

Dev’essere ‘sta birra calda.

Buone vacanze!

Lucio Montecchio

Controluce

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Entrerò nei tuoi pensieri ogni tanto, probabilmente accadrà fino all’ultimo

(Massimo Bisotti)

Ed eccomi qui, dopo un anno, al cospetto della mia quercia preferita.

Pam, la Parliament Oak (il racconto precedente è qui).

Del fatto che il più vecchio dei tre fusti fosse caduto a terra ero già stato informato, ma era prevedibile.

Del fatto che lei non avrebbe fatto una piega e avrebbe provveduto a far di necessità virtù, arricchendo le due chiome di rami e foglie, anche.

Scatto un paio di foto, ma a dir la verità sono qui per un altro motivo.

Tiro fuori una coperta, una birra e mi siedo all’ombra. “Dove sei, Pam?”

Niente, non succede niente. Fino a quella sensazione di abbiocco che mi prende ogni tanto, quando i pensieri escono e i suoni entrano.

Sono gli spiriti viandanti: dapprima rumorini e bisbiglii, poi la tromba vellutata di Chet, Suzanne di Leonard, Rick a cavallo di un Hammond, l’assolo di Firth of fifth, la Marsigliese dei Beatles, un riff qualsiasi di Keith e Prince che limona con Michelle MaBelle.

Uno a uno bravissimi, si, ma pur sempre un’orchestra sgarruffata, come la banda del mio paese dopo la mezzanotte.

Vedo batteri e funghi litigare per quel residuo di fusto, una moltitudine di insetti golosi di foglie fresche e una farfalla blu con un ombrellino giallo passeggiare su una fragola. Una cornacchia curiosa dalla lapide vicina.

E poi il silenzio, e quel profumo dolce che mi si è stampato nella mente l’anno scorso.

E’ lei, è sicuramente lei.

E allora vedo una donna bellissima, la sosia di Cindy Crawford.

E questa chi è?

“Sono sempre io, stupidotto”, risponde sorridendo come una vecchia amica.

“E’ che anche tu vedi quel che vuoi vedere. Ricordi che tempo fa vedevi tuo padre dentro a quel ciliegio? Ero io”.

“Ciao Pam, come stai?”, chiedo con un fil di voce.

“Bene, bene. A parte il fatto che più invecchio, più devo restare nei paraggi. Tutti buoni e bravi, ma quando manco io hai visto come si comportano i miei ragazzi …

Per il resto sto bene. E tu? Lo sai che sto ancora aspettando l’invito che avresti voluto farmi ieri?”, ammicca.

“Beh, Pam, a dir la verità sono venuto fin qui per questo. E, a dir la verità, è passato un anno”.

“Il tempo fra due sonni: tu la chiami notte, io lo chiamo inverno. Ma non fa niente. In fondo, ‘che cos’è un nome, Romeo?’ ”.

Sorride e mi guarda ancora una volta di trequarti, col braccio allungato sul fusto, con …. (beh, questa ve la racconto di persona).

Porcamiseria, e se mi rispondesse sì ?

“Accetterei. È che non hai il coraggio di andare oltre solo perché sono anima”.

E allora mi faccio coraggio e mi alzo. Apro la porta destra per invitarla a salire con un accenno d’inchino e lei scoppia a ridere.

Che figuraccia … è la porta di guida.

“Italiani…. Tanto galanti, si, ma poi vi mancano i fondamentali”. E il suo riso è calore, energia pura.

Al lodge più bello del circondario ci arriviamo in pochi minuti e al bancone c’è ancora il cameriere con la faccia da Bilbo e la tuba fucsia.

Tavolino in fondo, candela, penombra.

“Bentornato, IPA come eri?”

Beh, come l’anno scor …

“Signore, mi scusi, stiamo per atterrare. Può tirar su lo schienale?”.

La sosia di Cindy Crawford raccoglie la lattina vuota, sorride al mio vicino e si allontana dentro ad una gonna stretta stretta.

Il comandante manda “Sogno che tu venga a farmi visita”, mentre laggiù si intravvede già la foresta di Sherwood.

Lucio Montecchio