Categoria: Pensieri in libertà

Zero

“Coi Patti educativi di comunità, Scuole, Enti, Istituzioni, Terzo settore, Associazioni e singoli cittadini operarano sinergicamente per un’alleanza civile e sociale nella realizzazione dell’istruzione e dell’educazione”.

Eppercio’, per passare dalle parole ai fatti e in occasione del Patto di giovedì sera, Giorgio e io abbiamo deciso che da domani e per sempre i reading “Germogli” e “Pane e Noci” saranno eseguiti solo nella formula “impatto zero”.
Per saperne di più: domani a Longare, il 7 a Padova, eccetera.

(post breve, più che altro un’informazione tecnica 🙂)

Yeah.

LM

Nove ottobre

La sera del 9 ottobre del 1963 Marco era in trasferta a Belluno con tutta la squadra di Alfeo, impegnati a costruire un piccolo condominio.


Fare il manovale dall’alba al tramonto gli pesava, ma con quel lavoro stava mettendo da parte i soldi necessari a finire la casa dove andare a vivere con Marta. Una casa tutta loro. Lavorandoci il sabato e la domenica, secondo i suoi piani avrebbero dovuto entrarci per Natale.

Le risate dei ragazzi al bar del pianterreno attraversavano il pavimento della camera da letto e, pur non sapendone il motivo, veniva da sorridere anche a lui.

Stava bene, si sentiva bene.

Pensava a Marta, al suo bel pancione rotondo e se la immaginava seduta sul sofà con sua madre, a chiacchierare e a cucire il corredo per il bambino.

Che poi non lo sapevano mica se sarebbe stato un bambino o una bambina, ma a lui piaceva immaginare un maschietto vispo e con gli occhi neri, che gli correva incontro con un pupazzo in mano.

La scelta del nome si era ridotta a Nicola o Andrea, oppure a Chiara o Letizia. A lui piaceva Nicola.

Ah … se avessero avuto il telefono in casa sarebbe sceso e l’avrebbe chiamata per un Buonanotte.

*

Saranno state le due, quando Alfeo iniziò a strillare e a battere la porta delle camere come una furia, bestemmiando e urlando che l’acqua aveva scavalcato la diga e distrutto Longarone e tutto quel che c’era attorno.

Si fiondarono al camioncino.


Il Piave era gonfio di fango, di tronchi e di cose che col buio non si capivano. La strada era intasata di macchine, trattori e camion. Fecero l’ultimo pezzo a piedi, di corsa.


“Un pezzo di montagna grande come Longarone ha creato un’onda grande come Longarone, che ha preso il posto di Longarone”, gli spiegarono.

Marco cercò ovunque. Scavò ovunque. Per ore, fino a spellarsi le dita. Poi tornò a quel po’ che restava di casa sua e si sedette, con gli occhi fissi su un legno che chissà cos’era prima.

Avrebbe voluto essere stato lì anche lui. Avrebbe stretto Marta a sé fino alla fine, in quell’abbraccio che lunedì mattina non le aveva dato. “Vado, che sono in ritardo”.

Nella sua mente continuava a immaginare una montagna gravida che partoriva un serpente fatto d’acqua, un drago lungo come il Vajont, con la testa enorme e la bocca spalancata. Vorace di tutto quel che c’era sulla sua strada.

Era quello, il Leviatano del catechismo? Era un demone? Una punizione? E Dio? dov’era Dio? Forse quella sera non c’era. Forse c’era e aveva perso-


Dopo tre giorni trovarono suo padre sotto a due metri di fango. Di sua madre e di Marta non si seppe più nulla.

“Disperse”, dissero.

Disperse: né vive né morte, in un purgatorio eterno.

*

Marco passò l’inverno da un cugino di Feltre, poi chiese di poter usare una vecchia casèra abbandonata verso la Tovanella e provò a iniziare una vita nuova assieme a sei capre e un cane nero.

Ma i pensieri erano sempre gli stessi, in un vortice senza fine.

Gli mancava Marta, il profumo della sua pelle, il suono della sua voce allegra.
Gli mancava una fotografia sulla quale piangere, una qualsiasi.

A mano a mano che le immagini cercavano di affievolirsi lui provava a tenerle vive. Chiudeva gli occhi e si concentrava sui ricordi più nitidi: lo sguardo severo di suo padre, i movimenti lenti di sua madre e il modo da bambina che Marta aveva nell’allargare le braccia per invitarlo a stringerla.

Col passare dei mesi e degli anni, però, il tempo fece la sua parte.

*

Oggi Marco ha 82 anni e vive con una quarantina di capre e tre cani da pastore in una casa senza fotografie.
Il mercoledì pomeriggio scende in paese a prendere gli scarti di verdura che il fruttivendolo gli mette da parte per le capre, si ferma al consorzio per un sacco di avena e poi da Piero, che sa già che pane dargli.

A volte lo si vede a qualche funerale, in disparte.
Il resto del tempo lo passa sui pascoli dietro a casa modulando dei fischi che i cani sanno, e così il gregge si chiude, gira e torna verso casa. Oppure si rintana sotto alla tettoia e armeggia su una delle mille cose rotte che ha accumulato negli anni.

Qualche tempo fa, finché carezzavo uno dei suoi cuccioli, mi disse: “Nicola avrebbe la tua età”.

LM

20 settembre. Un compleanno, mille ricordi.

 

Due volte all’anno passavano sull’argine di fronte a casa i due soliti pastori di Monte Magrè con un centinaio di pecore, due cani neri e due asini carichi di quel che serve: una tenda dentro alla quale ripararsi di notte, ombrelli enormi, vestiti vari e cibo durevole.

Erano incontri brevi.

Giusto il tempo di aggiornarsi reciprocamente sulle novità degli ultimi sei mesi, perché c’era da lavorare, ma i due pastori se ne andavano sempre con due grandi sacchi di pane.

Mio padre, invece, rientrava con gli occhi felici e un sacchetto di noci raccolte chissà dove e chissà quando.

Nostrane, piccole, con la scorza che lascia le dita nere di tannini. Dure da rompere, croccanti da mangiare.

Un concentrato di sapori antichi che ritrovo in quelle che stanno cadendo dai due noci che ho di fronte.

LM

Forse iniziò così

“Lo senti il canto delle cicale? Proviene dagli alberi lungo il fiume. Qui potrebbe essere il posto buono per costruire la casa dei nostri sogni. Con la veranda, il barbecue sul retro, i gerani alle finestre, i pomodori nell’orto e le pecore al pascolo. D’estate potremmo andare al mare coi bambini”.

Probabilmente lei si espresse con occhi entusiasti e gesti ampi, ma quei suoni gutturali erano incomprensibili.

Lui ci provava, sorrideva, si guardava attorno, ma non capiva.

Allora lei prese una scheggia di pietra rossa e iniziò a disegnare la forma di quei suoni su un grande sasso: le montagne, il sole, qualche uccello in volo, un fiume piegato verso sinistra, uno verso destra e nel mezzo loro due, due bambini, una casa con la veranda e il fumo che usciva dal camino, un cane, un grande albero, un campo di frumento, due pecore al pascolo e più in basso il mare, a unire in un sorriso i due fiumi.

L’uomo si guardò attorno e la sua mente riuscì finalmente a vedere. E si sentì libero di sentirsi stanco. Posò a terra la sacca pesante, cinse delicatamente i fianchi della sua compagna e sorrise.

Anche i due fiumi, sorrisero.

LM

Il collasso

Siamo arrivati al previsto collasso.

Lo sapevamo da anni, lo sapevamo tutti ma abbiamo continuato a sprecare energia non nostra, sperando che chi ce l’aveva fosse disposto a vendercela al prezzo che andava bene a noi.

Legna, pellet, metano, petrolio e corrente elettrica. Tutta robetta d’importazione, come le arance per le guarnizioni dei cocktail, i gamberoni sudamericani, il salmone al banco del supermercato, il telefonino sul quale sto scrivendo e l’olio di girasole.

E poi quel che non ci arriva fino a casa ce lo andiamo a prendere, inquinando mezzo mondo a caccia di emozioni e selfies e stories negli Stati Uniti o alle Canarie, a mangiare quello stesso salmone da supermercato che trovi al Billa.

Leggo sul giornale di oggi che la produzione delle bottiglie di vetro avrà un drastico calo, ma che sarà garantita la priorità a un noto colosso internazionale della birra. E con l’acqua come facciamo, sempre nella plastica? Mah…

Qualche giorno fa ho letto del grande trauma che saremo costretti a subire a causa della poca disponibilità di anidride carbonica per fare bevande gassate, quelle cose che trasformi in rutti che diventano gas serra. Mah..

Intanto il mio amico Fabio ha un orto ricco e vario, le galline, le capre, scrive poesie e lavora da casa, che lo smart working se l’è inventato lui molti anni fa.

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Riporto un brano tratto da “Pane e Noci” (l’editore mi rimproverera’, lo so).

“All’inizio degli anni settanta ci arrivava meno petrolio di quando ne servisse e, come conseguenza, i consumi inutili vennero proibiti. Chiamarono quel periodo Austerity. In inglese, non so perché.
Le insegne elettriche dei negozi vennero spente, c’era un lampione acceso ogni tre ma, soprattutto, nei giorni festivi si potevano usare solo i mezzi pubblici.
Renato andava al ristorante in taxi.
Noi invadevamo le strade coi palloni, i pattini e le biciclette. Quegli spazi diventarono nostri.
Imparammo che consumare e inquinare meno è possibile e senza drammi, ma lo dimenticammo in fretta.
Dopo cinquant’anni continuo a vedere lampioni accesi ovunque, palazzi pubblici illuminati a festa per una qualsiasi celebrazione, frecce tricolori inquinare il cielo col plauso di tutti noi, sale d’attesa col condizionatore in funzione in giugno, persone che pur di non camminare trecento metri prendono la macchina.

Le nostre amministrazioni stanno dando l’esempio giusto?
Col contributo dello Stato abbiamo buttato via diciassette milioni di televisori e di decoder funzionanti, che sono finiti dapprima nell’isola ecologica più vicina e poi chissà dove.
Sono stati regalati soldi a chi voleva comperare l’indispensabile monopattino a batteria, ma non ho ancora capito perché chi ripara il frigorifero invece di sostituirlo, chi va in bicicletta, chi legge un libro o chi fa l’amore non riceve un premio.
Per le crociere ecologiche negli arcipelaghi incontaminati usiamo navi che montano 6 motori a nafta pesante da 1.800.000 cc ciascuno, che necessariamente restano accesi anche quando sono ferme in porto.
Credo che questa crisi climatica sia figlia di una crisi culturale ampia e trasversale, nella quale abbiamo tirato dentro anche quei miliardi di persone che di questo nostro progresso non hanno goduto e che, giustamente, vorrebbero assaggiarne finalmente un pochino: un telecomando da pigiare a piacimento, un divano motorizzato, un frullato di mirtillo biologico o un viaggio in Italia a 19,90.
Continuo a chiedermi perché non licenziammo l’Amministratore della Terra s.p.a. quand’eravamo in tempo.
L’avevamo delegato noi, me lo ricordo bene”.

Dal divano di casa è tutto.

LM

Paga Pantalone

Come già abbondantemente previsto, le risorse che il Pianeta poteva darci nell’intero 2022 senza andare in sofferenza finiranno oggi, 28 luglio.

Per i prossimi 156 giorni, e sono parecchi, useremo disponibilità previste per il 2023.

Se fossimo seri, da oggi dovremmo scegliere di non consumare energia per cose non indispensabili come la temperatura siberiana del mio supermercato, le vacanze in crociera o in aereo, i fuochi d’artificio di ferragosto, le coreografie balneari delle Frecce tricolori e molte altre cose simili.  

Oppure scegliamo che va bene così e iniziamo l’anno nuovo al freddo e al gelo riaprendo i rubinetti dell’energia 156 giorni dopo capodanno, il 3 giugno.

E dire che col minor uso di mezzi e impianti energivori impostici dalla pandemia, nel 2020 avevamo guadagnato tempo ed eravamo tornati ai consumi del 2005.

Continuiamo a procrastinare.

A mettere il condizionatore a 20 e il riscaldamento a 22: d’estate vogliamo più freddo che d’inverno.

A pensare che il costo di un bene consista nella somma dei costi di produzione e di distribuzione, senza mai dare un valore economico all’inquinamento e al calore che esce dalle fabbriche, che paga il solito vecchio, caro e generoso Pantalone, invece di metterlo più semplicemente in conto a chi compera quel bene.

Non sembra strano anche a voi?

Sono un po’ arrabbiato, dev’essere ‘sto caldo.

LM

Ti ho odiato, bambino Braian

Mercoledì ti ho odiato, bambino Braian. Tu e i tuoi schiamazzi Padova-Termini.

Però presentare Pane e Noci a Palazzo Madama è stato un vero onore.

Davvero grazie alla Senatrice Daniela Sbrollini, artefice dell’evento, all’Editore Beppe Cantele e a Marco Ghiotto, che ha moderato l’incontro.

Ora sono certo che il messaggio che sto cercando di trasmettere prima con Germogli e ora con Pane e Noci raggiungerà molte più persone e Amministrazioni, e spero che alcune di queste troveranno il tempo per una riflessione balneare sugli effetti pesanti di scelte che, solo apparentemente, possono sembrare leggere.

Il link all’intera presentazione è qui (grazie, Marco Ghiotto).

LM

La sete

Viaggio molto.

Centinaia di alberi piantati negli spazi dove l’anno scorso giocavano i bambini stanno morendo di sete (di sete, cacchio, non di malattie!).

Alberi inadeguati al terreno e al clima, già troppo grandi, con una sete uguale al numero delle tante foglie.

Piantati in quantità e non in qualità da chi diceva di amare gli alberi e che gli alberi sono sacri, ma che l’ha fatto con la calcolatrice in mano e il cuore in tasca solo per assorbire i troppi chili di anidride carbonica nell’aria (questo caldo qui, per intenderci).

Alberi che in pochi mesi marciranno in discarica o saranno bruciati e che in ogni caso libereranno quei tanti chili di anidride carbonica che loro stessi hanno catturato da quando sono nati a oggi.

Ce ne vorranno altrettanti, di alberi, per assorbire quell’anidride carbonica.

Le sostituzioni perciò non risolveranno il problema originario, quello della calcolatrice.

Ci vorranno anni, per arrivare al pareggio di questo extra-inquinamento che fino a pochi mesi fa non c’era.

Nel frattempo i bambini giocano in casa col condizionatore acceso e imparano da noi che gli alberi sono cose. Solo cose.

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Il gatto, la coda, il gatto, la coda.

#andratuttobene

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LM

Di gatti e di farfalle

Gino e il suo trattore sono coetanei.
Lui dice che il suo vecchio Carraro inquina più di uno moderno, che lo sa bene, ma che costruire un trattore nuovo inquina ancora di più, e che il cambio gli costerebbe dei soldi che sugli alberi suoi non crescono.

E che poi il suo vecchio trattore lo userebbe qualcun altro, che da qualche parte un gatto si morderebbe la coda e che da qualche altra una farfalla batterebbe le ali causando un temporale che rovinerebbe il suo raccolto.

LM

Excusatio non petita …

Ah…

Scoprire che, se non bevono, gli alberi grandi e fighetti e idrovori piantati solo ieri a milionate si seccano, epperò un colpevole c’è, si chiama cambiamento climatico, e tutti noi dobbiamo resistergli resistergli resistergli.

Da una sala condizionata a 19 gradi, che a 18 pare brutto.

Ah…

Vorrei sorridere. Sorrido.

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LM

(la foto ritrae un uovo che si sta sodizzando)

Acqua

Da cosa nasce Pane e Noci? Da questa esperienza barcellonese dell’anno scorso, che ripubblico.

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Questa polo era di mio padre.

Mi è visibilmente abbondante, lo so, ma il portarla mi dà piacere.

È provata dal tempo e dall’uso, ha il collo un pochino consumato e sarebbe l’ora di sostituirla.

Dieci giorni fa, all’incontro di QuoArtis, Marco ci ha raccontato che per fare una polo, dalla coltivazione del cotone alla distribuzione finale, serve l’acqua che una persona beve in due anni e mezzo.

La tengo.

LM

La casa di Maurizio

Maurizio viveva in questa casa ricoperta d’edera.

[…]

In questi pochi anni sono tornate molte delle piante che c’erano prima che costruissero la casa.

C’è una macchia inselvatichita di erbe, cespugli e alberelli vari che vengono dall’argine, quelli che Maurizio falciava appena loro ci provavano.

[…]

A me piacerebbe farla rivivere tutta, questa nostra terra antica, restituendole i nostri debiti senza stravolgerci la vita.

Una restituzione graduale, a rate, lasciando che i campi dei tanti Maurizio tornino ad essere com’erano. Tante tessere di un mosaico che nel tempo potrebbe prendere la forma di un paesaggio fatto di città immerse nel verde, dalle sorgenti del Bacchiglione fino al mare.

Dapprima tornerebbero il sambuco, il salice e l’olmo e con loro le starne e i tordi, e poi arriverebbero le querce, i carpini e i frassini, le ghiandaie, qualche ciliegio, i picchi, le lepri e le volpi.

[…]

Sarebbero boschi amici, buoni, campagnoli. Come siamo noi.

[…]

Estratto da “Pane e Noci”, Ronzani Editore.

Pane e noci

Lumache

La nonna di Galdìno raccontava che Brenta e Piave erano sacri alla Patria da molto, molto prima di esserlo. E che non bisognava mai approfittarne, perché loro sapevano.

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Mutilati a colpi di ruspa per cavargli la ghiaia e la sabbia da dentro la pancia e riempirla di frigoriferi, copertoni e fogna varia, ogni tanto loro s’incazzavano, uscivano dagli argini e i giornalisti urlavano “global warming!”.

E così loro s’incazzavano ancora di più e lavavano via un po’ di case e strade.

Anche Luigi il fruttivendolo, si incazzava.

Perché lui da bambino ci andava a nuotare, nel Piave, finché sua madre metteva a mollo i rami di salice per farne delle ceste.

È che oramai anche i Mesopotami si erano assuefatti all’uovo subito e alle Maldive a rate.

Agli oroscopi sui bigliettini dei biscotti, ai panini camminando, al ‘costa meno prenderne uno di nuovo’, al mais sterile, ai filtri per l’acqua del rubinetto, al riso senza lattosio, alla birra senza schiuma e alla bava di lumaca, quella che fa andar piano anche i segni dell’età.

Qualcuno dice che furono le lumache, a diffondere il virus del 2020.

Ma io non ci credo.

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Lucio Montecchio

1945, Olivo. 2022, Ulivo.

 

Parecchio tempo fa, la Bice mi raccontò che nel 1945 presero suo cugino Olivo e lo portarono nella camera di tortura di Conetta, provincia di Venezia. E che lo massacrarono di botte e gli staccarono le falangi dall’indice al mignolo legandogli le mani sulla parte superiore di una porta di ferro e sbattendo la porta medesima contro il suo stesso telaio e con italico impeto. Olivo non parlò, forse perché non sapeva, e si ritrovò a camminare con le stampelle per tutta la vita e coi soli pollici sani. Che così non puoi neanche fumare una sigaretta, non puoi.

Stamattina sono passato da questa rotatoria, a grossomodo 20 chilometri da Conetta, e mi è tornato alla mente quel ricordo tristo.

 

Lucio Montecchio 

 

Schei

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Il caldo costringeva le persone a casa a consumare tè freddo alla papaia o a passeggiare dentro ai centri commerciali.

«Caldo, caldo becco. Sto piazzale butta su un gran caldo, capo. Gli esperti hanno anche inventato un termine nuovo: ‘Isole di calore’», commentò Galdino.

«Sai cosa ti dico? Che, coi soldi che stanno arrivando, noi piantiamo milioni di nuovi alberi! Chiamiamo il più grande architetto di alberi e ne mettiamo giù di tropicali e colorati. Tutti i colori dell’arcobaleno, che va di moda. Lo inventiamo noi lo slogan giusto: ‘Isole di colore’. Così facciamo una bella frescura e nuovi posti di lavoro», ribattè il boss.

«Beh, non è che ci voglia tanto lavoro per piantare un albero, e quello dura duecento anni».

«Piantarli e potarli, ogni anno. E dopo un po’ di tempo abbatterli per far posto a quelli nuovi».

«Ma io non ho mai visto potare gli alberi nella valle da me, capo».

«Si farà perché servirà, Galdy. Credimi».

«E a cosa? A buttar via schei?».

«Eh no, caro. A farli, i schei!», asserì il boss sorseggiando un camparino.

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Lucio Montecchio