Categoria: Pensieri in libertà

Imparare dagli alberi

Venerdì 20 parteciperò al Convegno “Giardini, alberi … e noi”, organizzato dall’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna (la diretta streaming sarà qui: ibc.regione.emilia-romagna.it/vivilverde ).

Il titolo del mio intervento mi spaventa un po’: “Emergenze climatiche ed epidemiche. Imparare dagli alberi”, perché il rischio di dire delle gran banalità è sempre in agguato. Però ci proverò.

Forse parlerò del fatto che i virus ammalavano le piante da ben prima che le banane ci venissero alla nausea e decidessimo così di scendere dagli alberi, e che virus e piante sono riusciti ad arrivare fin qui trovando una forma di convivenza accettabile.

Oppure racconterò di innate capacità di adattamento alle peggiori difficoltà, del fatto che in un bosco non è mai l’albero più forte a sopravvivere ma quello più capace di adeguarsi ai cambiamenti.

Cercherò di evitare come se fosse il Covid la parola “resilienza” ma alla fine ci cascherò anch’io, lo so già.

E poi sistemerò il nodo, mi alzerò in piedi lentamente tenendo stretto il mio luccicante Shure 55 e scandirò “Together … We … Stand”, che non l’hanno inventato né quello storyteller di Esopo, né Sua Maestà Roger Waters.

Questo Motto sventolava sul gonfalone delle querce più veloci della glaciazione già cinquanta milioni di anni fa.

Lucio Montecchio

Germogli!

Ma che soddisfazione!

Ieri pomeriggio è uscito Germogli, una raccolta di racconti tratta da questo blog.

Però devo essere sincero: è stato Matteo Righetto a convincermi a fare questo passo, io mi sarei fermato alle mie storielle da insonne. E poi ci ha messo il suo bel carico anche Giorgio Gobbo, che quando ti guarda dai sui due metri di statura non gli puoi mica dire di no, giusto?

Allora succede che l’ego sborda dal buonsenso e osi chiedere ad un editore, così tanto per provare, mettendo come condizione il “visto e piaciuto, parolacce comprese”, sperando forse in un “allora no” liberatorio. E invece ti senti rispondere “va bene!”.

A dir la verità pensavo che estrapolare i racconti più graditi, rivederli, aggiungere e togliere qualcosa per poi dargli una passatina di colla e impacchettarli l’uno dopo l’altro sarebbe stata una cosa semplice e veloce, e invece mi ci è voluto tutto Agosto.

Ed eccoci qui: Germogli, il titolo di uno dei racconti nel quale descrivo una passeggiata intima a Paneveggio con un Maestro della letteratura.

E poi, a leggere la meravigliosa prefazione di Matteo Righetto che trovate qui fa voglia di comprarlo anche a me.

Dimenticavo la cosa più importante (vedi l’ego che scherzi ti gioca?).

Questa è un’operazione di fundraising: i proventi della prima edizione andranno dritti dritti al “Progetto400” dell’Università di Padova (c’è scritto sulla copertina), grazie al quale stiamo cercando di piantare alberi giovani per proteggerli, lasciarli crescere in libertà e studiarli durante il loro sviluppo per i prossimi 400 anni. Non l’ha mai fatto nessuno e non credo proprio che noi avremo la fortuna di vedere come va a finire, ma l’UniPD sta per celebrare i suoi 800 anni di storia e mi sento di poter dire che, in fondo, basta crederci.

Allora, se volete essere complici di questo sogno, correte in libreria o pigiate qui (è anche possibile comprarne moltissime copie, ad esempio per farne regali di Natale).

Germogli !!!

Lucio Montecchio

Ailanto (un nome da partigiano)

E così avete scoperto che adesso siamo una “bomba ecologica”.

Amico, da soli qui noi non saremmo mai arrivati. Trecento anni fa non sapevamo neppure che esistesse, l’Europa!

Noi stavamo bene dov’eravamo: ci chiamavano Albero del Paradiso, ci rispettavano e curavano in cambio di buon legno da mobili e mestoli, e di foglie e fiori da farmaci.

È che non vi basta mai, come sempre.

Vi serviva proprio deportare altri alberi esotici, vero?

Da ostentare lungo i vostri bei viali moderni, con le radici così fitte e fonde da tener su le scarpate sopra le nuove strade, da dar da mangiare a un insetto che cacava seta per farne bei vestiti eleganti.

E poi ci avete abbandonato; così, d’un tratto. Sostituiti dalla tecnica e dalla moda come sempre.

“Infestante”, dite.

Eh, sì. Aprite la finestra e dite un po’: quanti ne vedete, di nostri simili, dal vostro bel balcone?

“Beh, infestante-infestante no, però mamma mia quanto puzzano!”

Forse.

Però, dai, avete del gran buon tempo se per sentire questo odore che dite sgradevole dovete strapparci foglie e fiori e strofinarveli fra le mani, vero?

Ma avete una vaga idea della puzza dei vostri scarichi che noi filtriamo pur di farne legno, o oramai vi ci siete abituati?

E così ci siamo spostati ai margini della vita vostra, in posti che non sapete neppure che esistono, nei giardini abbandonati, nelle case vecchie, sotto i ponti, sui terreni dimenticati, poveri, pietrosi, detestati dagli alberi alla moda, sul sasso e sotto il sole rovente.

Con tutti gli altri reietti e randagi, nella parte grigia del vostro mondo.

Almeno qui, però, lasciateci vivere.

Con vive cordialità

C.E.A.

Coordinamento Europeo Ailanti (siamo buoni e siamo tanti)

PS: ne riparliamo fra una cinquantina d’anni, quando vi serviranno alberi che crescano nell’arsura.

Le pere di Marco

Una ventina d’anni fa, un amico che abitava nella campagna ferrarese ci invitò ad un rituale locale: la preparazione della coppa di testa, un meraviglioso insaccato di maiale da affettare per farci panini o altro.

Quando arrivammo, poco prima di pranzo, tredici mezze teste di maiale stavano già bollendo a fuoco molto lento in due enormi bidoni di ferro che avevano certamente visto tempi migliori. Chiesi perché fossero in numero dispari, Marco mi rispose che lui non aveva maiali e che al macello ne aveva trovate solo tredici.

Siccome le mezze teste devono bollire per ore, fino a che l’osso si stacca da tutto il resto, facemmo una passeggiata immersi nella nebbia nel suo pereto, sui venti ettari, già vendemmiato da tempo.

“Una pera l’avrei mangiata volentieri”, gli dissi.

“Non di questi” replicò sorridendo. “Questi li tratto tutti a manetta e le pere le divido in tre categorie: mercato ortofrutticolo, circuito del biologico e succhi di frutta, in base all’aspetto e al grado di maturazione”.

Pranzammo con una zuppa di verdura scalda-stomaco e poi con dei pezzi di carne presi dal cumulo destinato a diventare coppa, che il vicino esperto stava tagliando in pezzi, salando e speziando.

Incuriosito dalla cupidigia dell’anziana zia sdentata, mangiai anch’io uno dei tredici occhi: un colpetto di coltello per tirar via il cristallino, sale e pepe. Niente di che.

Poi, come tutti, feci la mia coppa insaccando lo spezzatino caldo in un tubo di cotone lungo mezzo metro ricavato da un vecchio lenzuolo, la appesi sotto al portico perché la gelatina si rassodasse al freddo e nel frattempo visitammo il “brolo”, il frutteto privato, dietro casa, fatto di alberi da frutta per uso domestico: meli, peri, ciliegi, albicocchi e chissà cos’altro, di varietà scelte in base all’esigenza di avere disponibilità di frutta per un periodo il più lungo possibile.

“Queste si, le puoi mangiare”, mi disse quella sera accompagnandomi alla macchina con la mia coppa e una cassetta di perette storte e profumate.

Lucio Montecchio

PS: sono passati vent’anni. Da allora i disciplinari di produzione e i controlli di qualità sono cambiati: mangiatela, la frutta!

Le pere le ho finite: la foto è tratta da “Le avversità delle piante agrarie”, REDA, 1958 (un’opera colossale).

Pane e noci

Mio padre ha fatto il fornaio sei notti su sette fino alla pensione.

Il forno era di pietra, vecchio ma così robusto da essere poi stato smontato e rimontato in Croazia subito dopo la guerra. (Chissà dov’è? Funziona ancora? Perché non ne ho tenuto traccia?)

Il pane, una volta, non diventava gomma oppure sasso in poche ore. Per un motivo semplice: era pane.

Farina, acqua, lievito e sale miscelati, impastati, riposati e cotti col tempo che ci vuole.

Poi sono arrivati altri ingredienti, fra i quali quella che inizialmente veniva chiamata gergalmente “la bomba”: una bustina d’alluminio con una scritta rossa fuori e una polverina miracolosa dentro che permetteva di velocizzare l’intero processo da molte ore a qualche mezzora, di svegliarsi alle cinque invece che a mezzanotte e di avere dei panetti tutti uguali, con la crosta bella e dorata come nelle pubblicità.

Per mio padre era troppo tardi, per quelle cose lì. Non l’ha mai fatto sia perché bisognava saperlo fare, sia perché solo i forni moderni riuscivano a gestire con precisione la successione delle temperature in modo da lasciar fare alla chimica.

Ma torniamo a noi, che non è di questo che vi volevo parlare.

Noi ne facevamo sui due quintali al giorno, di pane, prevedendo che probabilmente qualche chilo sarebbe restato invenduto ma certi del fatto che, nella peggiore delle ipotesi, quello del giorno prima avrebbe trovato una sua destinazione come “pane vecchio”, solo un po’ più secco del giorno prima, che mio padre vendeva al prezzo della farina che aveva usato a chi lo prenotava per le galline, i cani e i maiali.

Spesso e semplicemente lo “dava”, secondo l’usanza antica del baratto: ti do una cosa che non mi serve e tu fai altrettanto; una gallina o qualche salsiccia quando sarà il momento. Non erano cortesie, sia chiaro, erano consuetudini.

Due volte all’anno passavano sull’argine di fonte a casa i due soliti pastori di Monte Magrè con un centinaio di pecore, due cani neri come Meg e due asini carichi di quel che serve: una tenda dentro alla quale ripararsi di notte, ombrelli enormi, vestiti vari e cibo durevole.

Erano incontri brevi. Giusto il tempo di aggiornarsi reciprocamente sulle novità degli ultimi sei mesi perché c’era da lavorare, ma i due pastori se ne andavano sempre con due sacchi di pane, vecchio e fresco. Mio padre, invece, rientrava con gli occhi felici e una sbrancà (un’abbondante manciata) di noci raccolte chissà dove e chissà quando.

“Nostrane”, piccole, con la scorza che lascia le dita nere di tannini, dure da rompere, croccanti da mangiare.

Un concentrato di sapori antichi che, ogni metà ottobre, ritrovo in quelle che stanno cadendo dai due noci qui di fronte.

E sorrido.

Lucio Montecchio

Giuggiolo (ingredienti per un rap)

Còrniolo, prùgnolo, nòcciolo, nèspolo, prùgnolo, cìrmolo, trèmolo, pìrolo, pàrolo, scrìcciolo, ròccolo, zìgolo, àssiolo, régolo, àssolo, pìgolo, tèmolo, bòvolo, nébbiolo, bàrolo, bìsciolo, pìcciolo, tìmolo, bènzolo, fènolo, mèntolo, màmmolo, cùcciolo, èolo, pìsolo, bròntolo, émbolo, gòngolo, crèsolo, stèrolo, stìrolo, stùdiolo, dìpolo, brìciolo, bràcciolo, spìcciolo, giàggiolo, càpriolo, dicàpriolo, tricàpriolo, ghiàcciolo, lìsolo, sìngolo, pìgnolo, pìnolo, càvolo, cétriolo, glàdiolo, vàiolo, cìcciolo, crògiolo, nùvolo, bòcciolo, pòggiolo, fàgiolo, lènzuolo, cànnolo, cànnula, ìdolo, ìndolo, ìttiolo, pòpolo, fìgliolo, rìcciolo, rìgolo, làcciolo, lùcciolo, lìcciolo, pàscolo, bìgolo, bàgolo, òriolo, màgliolo, màriolo, làcciolo, tàvolo, cìgolo, pòmolo, sìnodo, pìgnolo, pìccolo, pàrgolo, pàiolo, bùgliolo, ròtolo, sròtolo, ràviolo, mèntolo, trìtolo, strìtolo, rèfolo, sàndolo, sàndalo, sàntolo, pèndolo, pénzolo, scàpolo, sòrvolo, scìvolo, rìvolo, spàgnolo, mòngolo, crèolo, dòndolo, dìscolo, brùfolo, diàvolo, stabbiolo, tùbulo, òvolo, òbolo, zùfolo, vìcolo, vìncolo, ùgnolo, zòccolo, tùtolo, tùmolo, tìtolo, mèstolo, mèscolo, lènzuolo, sècolo, nùgolo, mùgolo, gìgolo, còdolo, brùfolo, bòtolo, càlcolo, lùppolo, zùfolo, vìncolo, svìncolo, trògolo, trèfolo, rèfolo, tòrsolo, sùbdolo, stìmolo, spìgolo, sìmbolo, bòzzolo, bòssolo, pùngolo, òstiolo, rìvolo, nìnnolo, mùscolo, mòccolo, smòccolo, mìgnolo, miàgolo, grùfolo, frùgolo, frègolo, frìvolo, còrdolo, cìrcolo, cìngolo, cànnolo, bòccolo, bàndolo, dàmmelo, dàglielo, dìglielo, àngolo, àngelo, ròmolo, bombolo, bòrtolo, bàrtolo, mànolo, pàolo, sàssuolo, asolo, cògollo, tòmbolo, èdolo, pìnzolo, méolo, grùmolo, téolo, jèsolo.

Lucio Montecchio (lo)

Primo d’ottobre

Il primo giorno d’ottobre del 69 fu il mio primo giorno di scuola e mi ci accompagnò mio padre a piedi. Plesso scolastico “Maria Montessori”.

Avevo una cartella più grande di me di plasticone blu cartonato, con due tiracche bianche che servivano a infilarci dentro le spalle per poi correre sgangheratamente.

I miei compagni di classe li conoscevo già quasi tutti, tranne quelli che abitavano più lontano come Gabriele (ciao Lele!).

Il primo giorno fu abbastanza drammatico, devo ammetterlo. Lo fu ancor di più per Sergio, abituato a saltare i fossi per lungo e trovatosi recluso da un momento all’altro.

Di fronte alle scuole c’era, e c’è ancora, un campo da pallacanestro con la parte perimetrale a uso pattinaggio, a sinistra la palazzina rosa delle medie e a destra quella delle “differenziali”: un primo piano al quale si accedeva da una scala esterna come a dover espiare chissà quale peccato prima di poter accedere all’istruzione.

Alle “differenziali” ci mettevano i bambini differenti, alla faccia della Montessori. Quelli che venivano da famiglie così povere che prevedibilmente avrebbero rallentato il programma della maestra Franca, quelli un po’ burrascosi che certamente avrebbero rallentato il programma della maestra Franca e quelli che dopo pochi giorni non riuscivano a ricopiare per bene la effe di farfalla che la maestra Franca ghirigoreggiava sulla lavagna.

La ricreazione sul piazzale inghiaiato la facevamo in momenti diversi, per una questione di distanziamento sociale.

“Fantoìn, i o ga messo ae diferensiài” significava qualcosa come “povero bambino, non è colpa sua, ma cos’altro ci si può fare?”.

Di disagio familiare e di autismo non si parlava, all’epoca.

Alle “differenziali” ci misero anche il mio amico Vittorino, che abitava a quaranta metri da casa mia. Un bambino enorme, gentile e di troppo poche parole.

Vittorino è quell’omone che, dopo una quarantina d’anni che non ci si vedeva, al funerale di mio padre mi è venuto incontro, mi ha detto “condoglianze, Lucio” posandomi una mano sulla spalla attraverso il finestrino aperto e poi mi ha aiutato a parcheggiare la macchina sul piazzale della chiesa.

In fondo si, è vero, Vittorino è sempre stato differente.

Lucio Montecchio (oggi niente storie d’alberi)

Meg

Oggi è il dodicesimo compleanno di Meg e stamattina ci siamo fatti una lunga passeggiata sull’argine, a respirare l’aria frescolina.

Abitualmente non chiacchieriamo molto: lei corre avanti, annusa, torna indietro, fa mille pipì ma ne tiene sempre una in canna “perché non si sa mai”, dice. Spesso si lamenta dei podisti troppo sgargianti e cerca di spiegare alle gallinelle d’acqua l’origine del loro nome finché loro annuiscono e chiudono la questione con un tuffo sgangherato. Un cane intelligente, ecco.

Soprattutto, però, di Meg mi stupisce la memoria.

Pensate che stamattina si è messa seduta sotto a un olmo, mi ha fissato e mi ha chiesto: “Senti un po’: ma se è vero che le foglie catturano la polvere, respirano l’aria cattiva e soffiano fuori quella buona, come mai il nostro vicino, quello con la Punto rossa, ieri ha rasato la siepe di alloro?”.

Si ricordava che il vicino ha una Punto rossa!

Buon compleanno, Meg

Parole semplici

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“Le parole semplici non sanno ingannare”, scrisse José Saramago.

Parecchi anni fa invitai il dottor Angelo Funes Nova a tenere una lezione sulle complicate e mutevoli relazioni fra l’albero e i suoi condòmini, una moltitudine di organismi diversi che ne governano la salute e l’esistenza stessa attraverso scelte che solo ai nostri occhi sembrano lente.

Fu un discorso ricco e affascinante, durante il quale la mia mente si perse in un viaggio in cui l’albero assumeva gradualmente la definizione di luogo, poi di comunità e infine di ecosistema; una narrazione suggestiva e ricca di spunti nuovi, semplici e di buonsenso. Immaginando un albero-pianeta presi anche molti appunti, che a leggerli ora sembrano dei vagheggiamenti da ambientalista degli anni Settanta.

Al termine chiesi ad Angelo come fosse riuscito a comporre un racconto così fluido e chiaro e, soprattutto, aperto a chiavi di lettura diverse.

Lui fece un sorriso timido e rispose: “imparando a rinunciare”. Rinunciare allo sfoggio di frasi complicate che spesso costringono le parole verso un solo destino, lasciando poco spazio alla riflessione. Secondo me avrebbe aggiunto volentieri “e uscendo dal perimetro della cattedra”.

Sono innumerevoli i rapporti che ci legano all’albero, allegoria dell’ambiente ben più ampio del quale facciamo parte e con il quale il nostro originario rapporto di simbiosi sta velocemente mutando in un parassitismo miope.

Sta a noi riorientare le nostre scelte, anche con parole e gesti semplici, di quelli “che non sanno ingannare”.

Lucio Montecchio

Linda

 

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L’ha piantato Francis, e la targa bianca dice che è per Linda.

A lei piacevano, i tigli.

Era in Sudafrica a seguire un mio progetto di ricerca. Io non avevo voglia di andarci e lei si, come sempre.

Trentanove anni di amore per la vita, sguardo e futuro radiosi.

Quel sabato pomeriggio è scesa la notte.

Ad esempio

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Se io dovessi farmi un’idea della qualità di un qualsiasi lavoro prenderei come riferimento chi, oltre a farlo, ha l’esperienza e i mezzi per farlo bene.

Vorrei un caffè come quello del Pedrocchi e un’auto verniciata secondo lo standard della Ferrari.

Se  io volessi far potare un mio albero, lo farei potare secondo lo standard di un’amministrazione pubblica.

Ma sbaglierei.

Lucio Montecchio

 

Simbiosi

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Credo che la potenza emotiva che inconsapevolmente ci sa trasmettere il bosco stia nelle relazioni sinergiche fra le sue centinaia di componenti che, come in un’orchestra affiatata, sanno relazionarsi nel pieno rispetto reciproco, finalizzato a un solo e semplice obiettivo: il benessere complessivo del bosco.

Le più intime relazioni fra piante e funghi risalgono a 350 milioni di anni fa, quando le prime terre emerse furono colonizzate con difficoltà da piante e funghi acquatici che in pochi millenni riuscirono a costituire relazioni simbiotiche durevoli e indispensabili alla sopravvivenza di entrambi. I rapporti indissolubili fra piante e funghi continuano da allora ad amministrare la salute dei nostri boschi attraverso compromessi quotidiani fra piante e funghi.

Basti pensare al seme di un abete che, una volta caduto a terra, riesce a conservarsi e poi a germogliare grazie alla presenza al suo interno di una molteplicità di batteri e funghi che la pianta madre sa selezionare, passare al fiore e poi al seme, capaci di produrre con costanza una quantità di molecole tossiche sufficienti a tener lontano altri funghi e batteri, a comportamento parassitario.

Dopo poche ore dalla produzione delle radichette, poi, la differenza fra la vita e la morte di quel giovane abete dipenderà dalla sua capacità di entrare in simbiosi con funghi microscopici e sotterranei che sanno avvolgere di micelio ogni singolo apice assorbente formando una struttura che chiamiamo micorriza (i cappuccetti chiari nella foto), in grado di mascherare la presenza della radichetta a funghi parassiti ancora diversi e spesso letali.

Si tratta di equilibri delicati e preziosi, e quel giovane albero potrà sopravvivere e svilupparsi come la sua natura vorrebbe solo se sarà in grado di continuare una convivenza pacifica sia coi funghi ricevuti in dote dalla madre, che nel frattempo fluiscono lungo il fusto impregnandolo di tossine e proteggendolo così da parassiti esterni che potrebbero penetrare da ferite, sia coi simbionti micorrizici, assecondando così consuetudini di sopravvivenza che ci sono in gran parte ancora oscure.

Mano a mano che l’albero invecchia, però, quegli stessi simbionti che albergano nel legno iniziano a modificare gradualmente il loro comportamento verso il parassitismo, non più accontentandosi di piccole quantità di amido o di cellulosa, quindi, ma intensificando così velocemente la loro attività enzimatica da degradare il legno stesso. Velocizzando il deperimento dell’albero e favorendo l’ingresso di nuovi parassiti attraverso le radici o i rami.

Questo processo, lento ma irreversibile, si conclude con la caduta della parte maggiormente marcescente e poi dell’albero intero, il quale sarà colonizzato da funghi saprotrofi che lo degraderanno allo stato di humus.

È grazie a questa successione di eventi pilotata dai funghi, che in quello spazio prima inesistente potranno germinare e nutrirsi di humus i semi delle piante vicine.

La resilienza di un bosco, le dinamiche naturali che portano alla sostituzione degli alberi più deperenti con altri più adeguati a quel luogo e in quel momento dipende in larga misura dai funghi: organismi microscopici poco conosciuti, che spesso vivono nascosti sottoterra o all’interno dell’albero per evitare la luce e la disidratazione.

Specie capaci di adeguarsi all’ambiente circostante attraverso comportamenti così vari e mutevoli da rendere spesso vana la rigida distinzione fra mutualisti, parassiti e saprotrofi.

Comunità complesse capaci di adeguare la loro composizione in funzione della composizione vegetale e delle caratteristiche ambientali e climatiche del luogo.

Organismi che occasionalmente si rendono visibili ai nostri occhi producendo strutture di forme e colori peculiari, indispensabili alla produzione e alla diffusione delle spore: i corpi fruttiferi che noi chiamiamo ad esempio porcini, lattari o cortinari.

Anche per questo, le nostre aree montane sono un insostituibile serbatoio di diversità biologica.

Lucio Montecchio

(Prefazione ad un Atlante micologico di molto prossima uscita. Grazie agli autori per avermi coinvolto)

 

Mr. Tyler e le foglie lobate

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Nel pomeriggio di oggi risponderò ad alcune domande attraverso un webinar  sull’argomento “Comunicare l’albero”.

Sarà in diretta e non so bene cosa dirò, perché “comunicazione” significa tanto, oppure poco.

Però penso che la comunicazione, per quanto leggera, debba posarsi su conoscenze solide e incontrovertibili, perché il rischio in agguato è sempre il solito: se lo dice uno che ne sa più di me, allora è vero (” l’han detto in televisione”, “si, ma chi?”).

La tazza del caffè di stamattina e la forma della foglia che c’è disegnata sopra, però, mi hanno portato consiglio.

E allora mi è venuto da pensare al fatto che, in natura, la forma spesso coincide con la sostanza. Ma perché una farnia ha le foglie lobate?

“E’ così perché è così”, mi rispondeva sbrigativamente mio padre dopo la dodicesima ora di lavoro, porocristo.

“E’ per prendere più sole”, “No, è per prenderne meno”, direbbe qualcun altro.

La vera risposta è molto semplice: la foglia lobata è un deterrente, un chiaro parametro di adattamento alle situazioni quotidiane, insomma. Di furbizia, se volete.

L’ha dimostrato per primo Steven Tyler nel 1979 in un articolo che, all’epoca, fu certamente sottovalutato.

Lo stesso argomento, poi, fu ridimostrato avvalendosi di metodi più moderni da Mark Robinson nel 1983. E’ un peccato che quest’ultimo non abbia citato Tyler e si sia appropriato di paternità, ipotesi e dimostrazioni non sue attribuendosi ogni merito, ma son cose deplorevoli che a volte succedono.

Ma torniamo a noi. La lobatura della foglia, oramai è chiaro, è un messaggio che dice grossomodo così: “Caro insetto appassionato di croccante mesofillo fogliare, non lo vedi che la parte più saporita se la sono già mangiata i tuoi amici più mattinieri? Se fossi in te non perderei altro tempo e mi sposterei al tiglio lì vicino”.

Eh, si. Ci sono alberi che sono disposti a rinunciare a qualche centimetro quadrato di foglia, pur di ingannare il nemico. Semplice.

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Ecco, in queste poche righe spero di aver dimostrato come una persona con un po’ di credibilità possa rendere vera una balla inventata fra un caffè e una doccia, perché questa cosa l’ho inventata “di sana pianta” (qui potete sorridere, se volete).

Morale della balla: le informazioni scientifiche sono una cosa seria. Tutto il resto, spesso, è fuffa gratis e piacevole.

La madre delle informazioni scientifiche è una sola: la ricerca scientifica. Che richiede tempo, energia, risorse e confronto aperto. La differenza fra realtà e irrealtà però la si smaschera facilmente, sia chiaro: basta andare a verificare chi l’ha scritto, dove l’ha scritto e chi gliel’ha pubblicato.

Intendo dire che è davvero improbabile che un ricercatore tenga il risultato di una ricerca innovativa in un cassetto o lo racconti solo alle fiere del pisello dolce o lo pubblichi solo nei bollettini parrocchiali, ecco.

Comunque chiudiamo in bellezza: Steven Tyler si arrabbiò tantissimo, mandò in frantumi una tavolata di calici con un bemolle altissimo e mise su una rock band. Tuttora è nel giro della comunicazione, quindi, e da protagonista. Non tutto il male vien per nuocere.

Di Mr. Robinson, invece, mi dicono che continua a frequentare i peggiori bar di Caracas. Male non fare …

A stasera.

Lucio Montecchio

6 luglio 2020

 

 

 

 

 

 

Ciliegie

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“Two lovely cherries on one stem”.

A Midsummer Night’s Dream, W. Shakespeare

Il ciliegio è una pianta furba, perché nasconde ogni singolo seme dentro a un frutto bello, rosso, tondo, fragrante e sensuale.

Sul mio ciliegio i merli ci litigano, per le ciliegie, le ghiandaie invece se le rubano con tanto di picciolo e ogni tanto ne perdono qualcuna in volo, ad esempio sul tetto della macchina che parcheggio quaranta metri più su.

Mi piace pensare che sia perchè, finché volano goffe verso chissaddove, gli tirano una leccatina, socchiudono gli occhi e si distraggono quell’attimo che basta per perdere il controllo.

Le poche che riesco a raccogliere me le assaporo con calma e pudore sotto al portico, possibilmente con un bianco fresco-il-giusto e con una musichina delicata che viene dal blututt.

Me le godo proprio, ecco.

Perché, vedete, la ciliegia non è per tutti: richiede un suo rituale. E’ lei a comandare, mica tu.

La cerimonia, poi, comprende il naturale spargimento aerodinamico del nocciolo affinché anche l’albero, madre e padre, abbia la sua meritata soddisfazione e un buon motivo per farne ancora l’anno venturo.

Io, sulla proiezione del nocciolo ho un record personale di 420 centimetri.

Non un granché, lo so. Oramai credo che non ci siano altri margini di miglioramento, ma notate che l’operazione avviene a parecchi metri dall’albero e quindi, per quanto poco, la mia parte la faccio. Al resto, appunto, ci pensa la ghiandaia e, credo, qualche cornacchia.

Quello che invece non avevo mai pensato si potesse fare è il consumo rozzo e compulsivo, della ciliegia.

Presa così, nella versione “pietà l’è morta”, senza degnarla neanche di uno sguardo direttamente dal cestino di plastica del fruttivendolo, annuendo distrattamente a chi vicino a te sta parlando di cose parecchio serie per poi sputarsi addosso il nocciolo. Sulla mano, intendo.

Ecco, tutto questo per suggerire a chi pensava di pubblicizzare la ciliegia locale in quel modo là di cambiare velocemente consulente, che non ci vuole molto per far meglio.

Sotto a un portico con una ciotola di vetro tonda piena di ciliegie e qualche cubetto di ghiaccio, con un bianchino di fianco e una musichina dei Genesis nell’aria sarebbe venuta meglio, e la proiezione dell’osso sul prato vicino avrebbe anche fatto sorridere.

Di politica, invece, lascio parlare chi ne sa più di me.

Lucio Montecchio

 

 

 

 

Estinzione

Continuo a leggere “Ci meritiamo l’estinzione”, “Ci estingueremo” e via così.

Io credo che questa eventualità non sia nel menù evolutivo, e spero di non sbagliare.

Facendo un ragionamento rapido, fra le 10 persone che frequento di più non se lo merita nessuno, fra le successive 50 neppure.

Arrivando a 100 un paio mi vengono in mente con chiarezza, ma a questi forse basterebbe centuplicare per qualche lungo tempo il costo della corrente elettrica (anche di quella che serve a far andare la pompa quando vanno a fare benzina).

Lucio Montecchio