Categoria: Pensieri in libertà

Acqua

Questa polo era di mio padre.

Mi è visibilmente abbondante, lo so, ma il portarla mi dà piacere.

È provata dal tempo e dall’uso, ha il collo un pochino consumato e sarebbe l’ora di sostituirla.

Dieci giorni fa, all’incontro di QuoArtis, Marco ci ha raccontato che per fare una polo, dalla coltivazione del cotone alla distribuzione finale, serve l’acqua che una persona beve in due anni e mezzo.

La tengo.

LM

Roots’n’Seeds

“Roots and Seeds XXI” è stata una manifestazione organizzata la scorsa settimana da Quo Artis all’Università di Barcellona alla quale sono stato immeritatamente invitato a dire la mia sulla cosiddetta Biodiversity Crisis.

Non vi nascondo che su un tema così abusato mi aspettavo una cosa forse un po’ pallosa e invece è stata un’esperienza fantastica, inattesa, cordiale e ricca di emozioni nuove da portare a casa.

Immaginate un gruppo di 25 persone piluccate nel mondo fra botanici, coltivatori, filosofi, imprenditori, architetti, giornalisti, curatori di musei e artisti, la maggior parte, giovani e meno giovani. A parlare assieme per due giorni, cordialmente, senza gelosie e protagonismi.

Tutti con una visione diversa e complementare, a raccontarsi dei mille incroci possibili fra discipline solo apparentemente lontane, ma che si possono incontrare e amalgamare nel complesso sistema della comunicazione ambientale.

A respirare erbari, panorami, installazioni di artisti giovanissimi, giardini e orti.

E poi a provare a farla, una comunicazione diversa, passeggiando nell’orto botanico, fermandosi a disegnare una pianta e a commentarla. C’è stato chi ha scelto un cipresso, chi una felce, chi una palma, chi un’erbetta che cresceva fra i mattoni del vialetto. C’è stato chi ha disegnato cose che vedeva solo la sua immaginazione. Nei commenti nessuno (nessuno) ha parlato di ossigeno, di anidride carbonica o di riscaldamento globale, ma di emozioni.

Germogli, finalmente!

Per me, abituato a congressi fra parrucconi, questa è stata una delle cose più strane e più belle.

Da ripetere mille volte.

Grazie a Tatiana, a Claudia e a tutti i miei nuovi amici, davvero.

Lucio Montecchio

(una sintesi più argomentata dell’incontro del primo giorno la trovate su El Pais, qui).

E’ Primaveeraaaa

Stamattina è andata così, e perciò rilancio “Boschi fluviali”, tratto da Germogli (e spero che la Cleup mi perdoni).

Boschi fluviali

Pellice, Dora Baltea, Doria Riparia, Sesia, Ticino, …

A nove anni recitavo a memoria gli affluenti del Po di sinistra e poi quelli di destra, in bell’ordine.

Saperli era un obbligo, così com’era doveroso balzare in piedi all’ingresso del Maestro Ferro e recitare con lui il Padrenostro.

Con tutte quelle erre, Doria Riparia mi faceva ridere. Taro era gradevole, anche Oglio non era male.

Sono nato lungo un fiume, vissuto lungo un altro fiume e la prima cosa che vedo ogni mattina è un fiume ancora diverso, “Sacro alla Patria”.

Se ci nasci, un fiume è parte di te, vivi e soffri con lui.

Scopri quanto questo ecosistema che attraversi frettolosamente tutti i giorni, che parte sottile e veloce e termina largo e lento, possa essere vario. Di metro in metro e di giorno in giorno. Per chilometri e per anni.

Il fiume della mia infanzia è fatto di pioppi e salici sotto ai quali far festa il giorno di San Marco, di macchie impenetrabili di canavèra dalla quale ricavare canne da pesca rudimentali, di rovo inespugnabile che dà rifugio ai fagiani scampati alla stagione di caccia, di topinambur ed erbe varie che le nostre mamme ci hanno insegnato quando raccogliere e come cuocere.

Ogni tanto ci torno, su questo mio fiume d’infanzia.

Parcheggio nel solito posto e cammino fino alla piazzola che si è attrezzato il pescatore che ogni tanto scorgo con la coda dell’occhio passando veloce, per andare a salutare mia madre.

Se l’erba non è bagnata mi siedo un po’ più in alto sotto al pruno storto, a riassaporare profumi di cinquanta anni fa e a riflettere su cose più moderne.

Quando sono a casa, invece, sul fiume ci vengo tutte le mattine un po’ prima dell’alba.

A volte l’insonnia e la pigrizia mi autorizzerebbero a procrastinare, ma Meg non ne vuol sapere perché c’è da far corse avanti-indietro, svegliare le gallinelle e rompere le balle alle garzette e agli aironi che dormono in quella posa ridicola.

Passeggio, ascolto, mi fermo a osservare.

Credo che il merlo di stamattina stesse esplorando l’edera abbarbicata sui resti del ponticello di ferro in previsione di metter su famiglia o, forse, anche lui era semplicemente curioso.

…, Secchia, Panaro, Maira, Enza.

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Lucio Montecchio

Arrivederci

Cari amici,

tredici mesi sono lunghi anche per me, è dura.

Da oggi comparirò in questo blog molto meno frequentemente. Almeno fino a che non tornerò a vedere gente bella e a ridere con gli amici, col gomito ben saldo sul bancone del Centrale.

A presto!

LM

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“Fra’ Martino campanaro, dormi tu?”

Picchiò il picchio sul balcone giallo e blu.

“Lo sfalcio sta iniziando

e la lepre sta tremando.

Suona le campane, Fra’ Martino, fallo tu”.

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Grazieeee

È da un bel po’ che non scrivo, mi mancano i pensieri. Forse, più semplicemente, mi mancano le parole che sentivo al bar: il mio teatro quotidiano.

Però poco fa ho ricevuto questo messaggio da un amico che mi è stato Professore quando avevo vent’anni.

E mi emoziona.

E mi sta tornando la voglia.

Grazie, F. Grazie.

Il ragazzo (de ‘na volta)

“Che ti posso dire di più, ora, Lucio? Ora che l’ho terminato, e che ho ripreso a leggerlo, saltando di qua e di là, a godermi e a rigoderei alcuni passaggi? Non so, non so davvero cosa dire di più: forse che dentro c’è genialità, una sottile genialità che colpisce per l’imprevedibilità? C’è un uso particolarissimo, di sicuro personale, credo non ragionato, del fraseggio, che in alcuni passaggi è tronco, ed è come un pugno che ti sospende il respiro, e ti lascia attonito a pensare, ma altre volte invece si distende, e scivola via portandoti altrove, e devi tornare indietro di corsa a capire, a capire di più quello che hai nascosto tra le parole … Stupefacente. Negli anni passati sono stato in giuria di un premio letterario. Ha litigato a lungo con gli altri giurati, figure certo di buon livello culturale, ma tutte di formazione diversissima, e dunque inclini ad una visione particolare, spesso forzata, della scrittura: metti insieme un architetto ed un alpinista-scalatore, un sociologo ed un paesaggista urbano … impresa impossibile. Eppure tutti si dovevano cimentare intorno al concetto di Letteratura, o di Letterario, l’attributo che è ancora più sfuggente da intendere. Ricordi il liceo? E la letteratura italiana, o quella latina o quella greca, se hai fatto il classico? Studiavi Letteratura, ma da nessuna parte ne trovavi una vera definizione. Beh, siamo arrivati alla conclusione che è letterario ciò che sposa logos con ethos e con pathos, cioè che trasmette un pensiero (si diceva la morale della storia, una volta) attraverso le parole, o il linguaggio (può essere anche quello dei colori, o delle forme) facendo tremare l’anima con le emozioni. Li ho messi tutti d’accordo. E capisci la morale: hai fatto vera letteratura. Mi piaci, ragazzo!!!!”

Repubblica.it

Orti botanici – Padova, dalla salute delle piante la salute del pianeta

Riuscite a immaginare un mondo senza piante? Ecco perché la vita per noi esseri umani e per le altre specie non sarebbe possibile. Lo spiega Lucio Montecchio, patologo vegetale dell’Università di Padova per la terza tappa del nostro viaggio alla scoperta dei giardini d’Italia.

A cura di Fabio Marzano (video.repubblica.it)

https://video.repubblica.it/green-and-blue/biodiversita/orti-botanici-padova-dalla-salute-delle-piante-la-salute-del-pianeta/377487/378097?fbclid=IwAR1XLiMReMTTmVYliTJlSfsAglf6Wvk4Smbypgaf9Xo3h4t34cjnKzMS-1A

Il due percento

Caro Assessore, da quanto tempo!

Bene, bene, grazie. E lei? Eh, lo so, con questo smart working non si riesce più a far le cose per bene …

Senta, come starà già immaginando, la chiamo per parlare di alberi.

No, non quello della foto, dai, lo sappiamo tutti e due che non sono capitozzature e che il collare dei rami è stato salvaguardato. No, no, proprio un bel lavoro, ineccepibile. Proprio come dicono le antiche ma pur sempre sacre letture.

A dir la verità io la chiamavo per darle un’ideona primaverile.

L’ho chiamata “Due per cento”. Eccola qui. Facile facile.

Si prende il numero totale di alberi della città, che lei avrà sicuramente in uno dei tanti faldoni, e se ne calcola il 2% applicando la seguente formula: numero totale x 2 / 100.

Non è difficile. Se ad esempio ha 1274 alberi, 1274 x 2 fa 2.548, che diviso 100 fa 25,48. Siccome però le frazioni di albero sono previste solo nell’ambito del quotidiano uso della motosega, come nel caso della foto, arrotondiamo pure per difetto: 25 alberi.

Il più è fatto, ancora un attimo di pazienza.

A questo punto si fa un giretto a piedi e si scelgono, fra i 1274 alberi, tutti quelli che non hanno nessun ostacolo in un raggio di quaranta metri. Intendo case strade vicoli e palazzi, piste ciclabili, fontanelle e quant’altro (che poi non ho mai capito cos’è questo “quant’altro”). Panchine e cestini si possono spostare.

Facciamo che siano un centinaio. Ecco, fra questi si scelgono i 25 che piacciono di più (vecchi o giovani, dritti o storti, conifere o latifoglie, vicini o lontani) e si decide di non toccarli più, mai più. Neanche se pèrdono un ramo, neanche se cadono per terra. Li si lascia là per sempre, per vedere cosa succede, per portarci le scolaresche a vedere i funghi e i lombrichi, per poter dire ai nipoti “questa cosa qui l’ho voluta io e ho fatto risparmiare un sacco di soldi”.

Poi si va dal sindaco e si fa fare una bella ordinanza, si chiama il solito giornalista proponendogli già il titolo “Eccolo qua il duepercento” e ci si mette sopra il proprio nome in bella vista, che alle prossime amministrative può tornare utile.

Tutto qui. Del 98% che resta si continua a fare come si crede, come sempre. Come nella foto qui sopra.

Cosa ne pensa?

Buona primavera!

Lucio Montecchio


Piantumare

Oh, come li capisco i colleghi che strabuzzano gli occhi quando leggono o sentono dire “piantumare” invece di “piantare”.

Ma, si sa, oramai se non usiamo parole che riempiono per bene la bocca ci resta una specie di colpo in canna che rischia di prendere l’umido. Una specie di languorino residuo che non è proprio fame, ma un’irrefrenabile voglia di farla fuori dal vaso. Vero Ambrogio?

A me, ad esempio, spiace dare un buon voto agli studenti che studiano su libri stampati da case editrici importanti fidandosi degli autori e poi, parlando di legno cariato, scuro e marcio, lo definiscono “discolorato”, oppure “decaduto”. Ma in quei libri c’è scritto così, i traduttori dall’inglese vanno perdonati perché non sanno quello che fanno, il mio non è un esame di fisica nucleare e così tralascio. Quasi sempre.

Che poi vorrei anche parlarvi dell’imperscrutabile concetto di “legno secco fisiologico”, che anche lui riempie la bocca, ma su questo mi creerei troppi nemici e un cambio di gomme mi costerebbe mezzo stipendio.

Per tornare al vero problema del secolo, comunque, mi sento di proporre le seguenti alternative a “piantumare” (a condizione che poi si proceda in fretta, scegliendo alberi orgogliosi di esserlo e immaginandoli già grandi come farebbe un padre con un figlio, insomma. Oppure come farebbe una persona intelligente).

Ecco, a me piace l’agreste “trapiantare” ma offro volentieri, e giuro che mi adeguerò, baccheggiare, baciucchiare, barbicare, battimare, bifilare, bilanciare, bollicare, brillantare, bulinare, calandrare, campicchiare, capillare, caricare, coricare, cicalare, compattare, immolare, incappare, interzare, inzuppare, livellare, palettare, premurare, regalare, sostanziare, zufolare, fischiettare, fusteggiare, festeggiare e poi brindare.

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Che poi, alla fine, a me va bene anche “piantumare”, sia chiaro. Mal che vada tralascio. Quasi sempre.

Lucio Montecchio

DAD (discussione a distanza)

Caro zio.

La maestra Rosa, che come dice il papà sarebbe bella anche se avrebbe un nome diverso, mi à detto che si vede propio che non vieni dal ramo della mamma. Che loro sì che sono di rassa intelligente.

E à detto anche che una volta eri anche bravo, come quando che ai scritto il libro dei Germogli, ma dopo ti è andato il grasso della sopressa di Valli del Pasubio fin drento al sangue e non ài voluto fare il reàb col cataplasma di bacche di gogi, che io non so gnanche cosa vuole dire.

D’ognimodo la maestra à sbuffato drento la mascherina e poi à detto che sei propio un sìnpio, perché i alberi inportanti nella storia dell’uomo sono propio pochipochi, come il pomaro della Eva che non era neanche un uomo e l’albero di Natale, che Natale sì che era un uomo che faceva il postino maschio che entrava sensa suonare.

E la maestra Rosa à detto anche che se i alberi fossero davvero inportanti per la nostra storia come dici tu alora esisterebbe l’età dei alberi inoltre a l’età della pietra e a l’età del ferro e a l’età del rame e a l’età del bronzo.

Che ai siensiati ci sarebbe costato ben poco aggiungere una riga indentro il libro di storia e meterci anche l’età dei alberi, perché bastava contare i anelli. Onò?

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Però adesso non rispondere che va bene così che devo studiare come si fa il sapone antivirus col grasso dei bisontignù.

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Tuo Marzio che ti vuole bene lo stesso anche se forse à ragione la maestra

DAD (didattica a domicilio)

Componimento: cosa ai fatto ieri di bello

Ieri che pioveva di stravento il mio zio Lucio mi ha fatto vedere un documentario che si vedeva che i alberi sono molto importanti, perché se non cerano i alberi eravamo ancora indentro le caverne a fare il fuoco con la paglia che non dura neanche tanto e a ingrumarci tutti assieme sotto la pelliccia stanfona di qualche bisontegnù morto di tristessa e crepacuore.

E invece coi alberi siamo stati buoni a fare le case di legno e anche i archi e le frecce e lo spiedo di bisontegnù che corre veloce meno di una freccia. E poi i recinti per metterci dentro le bisontesse che facevano i gnù domestici.

E anche le sedie e le porte e il pavimento parchè.

E anche la carta igienica profumata e morbida e coi coniglietti disegnati sopra. Che se non era per gli alberi sinò ci tocava di pulirci il culo con le foglie di melansana che però l’anno inportata con le navi di legno.

Eco maestra, questo ò inparato ieri, ma per fortuna oggi cè il sole e si riprende con la didatica a scuola, perché a me i documentari dei alberi mi fano venire sonno.

Marzio

Avantisempre

Giovedì sera credo di essere morto, per la terza volta. È durato poco, non so, forse tre minuti.

La prima volta è successo una decina d’anni fa: mi sono svegliato steso sul pavimento del bagno con Meg che mi leccava la faccia e Monica che piangeva e mi sollevava le gambe. Dice che diventano bianche e fredde e dure e pesanti come la roccia. In un paio di camomille e di ore mi riprendo.

Tempo fa lo raccontai a un gruppo di amici su un barcone da sgombri sul quale avevo scelto di girare nudo, nudo con me stesso. Fabio “Fotocopie” quasi mi implorò di andare a farmi vedere, perché c’era sicuramente qualcosa che non andava.

Non ne avevo e non ne ho voglia.

Ho avuto così tanto dalla vita che se mi mettessi a fare l’elenco mi stancherei prima di finire.

Ho girato il mondo, attraversato mille boschi, cenato e dormito nei posti più belli e in quelli più brutti; ho avuto l’autista a disposizione che dormiva in macchina in attesa di un mio cenno e ho camminato per chilometri sotto la pioggia nell’inverno svedese. Ho rischiato di morir di freddo in un bivacco da qualche parte verso la Svizzera che non ricordo neanche dove fosse. Pochi mesi dopo Walter mi ha salvato la vita con un cordino da otto su una cascata ghiacciata. Durante una discesa in grotta mi si è aperto il discensore, mi sono sospeso con una mano sulla corda viscida e ce l’ho fatta lo stesso (ma erano altri tempi e altro fisico).

Ho visto l’alba sul Sahara e il giorno di notte in Islanda, scoperto specie mai viste prima, parlato a platee internazionali. Ho stretto mani importanti ma mi manca ancora Mick Jagger (una volta un ministro straniero mi ha rimproverato perché mi sono presentato in Parlamento con un pile blu).

Ho vissuto alla velocità della luce sorridendo; ho fatto buon viso a cattivo gioco tenendo in tasca i classici sinquescheidemona come si usa da queste parti; ho fatto sacrifici anche grandi che sono sempre, sempre stati ricompensati; quando mi sono fermato non ho mai provato nessun giovamento.

Ho ascoltato e letto canzoni e parole meravigliose.

Ho avuto maestri importanti, pochi ma fondamentali. Me ne viene in mente solo uno.

Ho conosciuto persone speciali. Monica, che se non fosse per lei chissà dove sarei adesso e mio padre, col quale a vent’anni ho stretto un accordo generazionale che spero di aver onorato.

Mi sono divertito un sacco. Quasi ogni cosa vi possa venire in mente l’ho fatta. Ho fatto anche scelte importanti, ad esempio di non fare scelte.

Ho visto alcuni miei studenti diventare più bravi di me e ho gioito, perché è questo il patto generazionale.

Ho visto morire amici di sangue e ho pianto di nascosto, a fiotti; poi ho scelto di non vergognarmene più.

E poi ho comprato il bosco che ho davanti agli occhi, che osservo da questa finestra o dal terrazzo e che cammino con discrezione perché io ci ho solo messo i soldi, ma lui c’era già.

Resta inteso che conto di vivere altri 57 anni.

Buon Compleanno, Renzo

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Lucio Montecchio

Rucola e grana

Poco prima del blackout che oramai sta durando da mesi, ebbi modo di trascorrere una settimana in un resort di montagna col baffo della Moretti, Totò e il Colonnello Bernacca.

All’inizio fu divertente, inconsapevolmente omaggiati dalla vita di sciovie seggiovie funivie, giornaliero settimanale mensile, piste nere rosse e blu, saune finlandesi svedesi e tailandesi, caldo freddo e vabenecosìgrazie, ciabattine bianche gialle e grigie che non serviva neanche rubarle, bresaola rucola e grana, bianco rosso e rosé e, senza gran difficoltà, oba oba a volontà.

Dopo qualche giorno, però, un virus s’infilò nella fabbrica della corrente e non funzionò più nulla, neanche il frigo del gelato al pistacchio.

Neanche la pompa della benzina.

Arrampicato sulla porta girevole e ghiacciata della hall, Totò commentò placidamente “La civiltà è avere tutto quello che vuoi quando non ti serve”.

Tornammo a piedi.

Lucio Montecchio

foto e citazione dal film Tototarzan, 1950 (settant’anni fa, così per dire).