Categoria: Pensieri in libertà

Boschi fluviali

firmate1 (3)

Pellice, Dora Baltea, Doria Riparia, Sesia, Ticino, …

A nove anni recitavo a memoria gli affluenti del Po di sinistra e poi quelli di destra.

Il Maestro Ferro ci teneva molto. Io un po’ meno: erano semplicemente dei suoni da impacchettare in ordine.

Con tutte quelle erre, Doria Riparia era molto piacevole. Taro invece mi faceva ridere. Anche Oglio non era male.

Però alla parola non corrispondeva mai alcuna immagine. Un po’ come con “stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro”, immagazzinata a undici anni e che ha preso pieno valore solo di recente.

Semplicemente, pensavo che tutti i fiumi fossero identici al Bacchiglione, a pochi metri dalle finestre del primo piano e sospeso fra due argini verso l’interno e due muri di mattoni verso la strada, come succede in queste terre strappate alla palude e alla malaria. Cordoni che disegnano un confine artificiale con la terra, sulla quale l’acqua tornerebbe volentieri.

Se ci nasci, anche un fiume può essere parte di te. Dapprima inconsapevolmente, come quelle parole vuote, ma col tempo anche lui prende vita, colore e profumo.

Sono nato lungo un fiume, vissuto lungo un altro fiume e la prima cosa che vedo ogni mattina è un fiume ancora diverso, “Sacro alla Patria”.

E allora, se non hai fretta, passi dal guardare all’osservare. Scopri quanto questo ecosistema che attraversi frettolosamente tutti i giorni, che parte sottile e veloce e termina largo e lento, possa essere vario. Di metro in metro e di giorno in giorno. Per chilometri e per anni.

Stamattina era un concerto di uccelli frementi di primavera. Quelli piccoli. Garzette e aironi, invece, dormivano ancora in quella posa ridicola.

Il fiume della mia infanzia è fatto di pioppi e salici, tanti, sotto ai quali far festa il giorno di San Marco. Di macchie impenetrabili di quella canna che chiamiamo “bambù”, dalla quale ricavare canne da pesca rudimentali. Di quel rovo inespugnabile che dà rifugio ai pochi fagiani scampati alla stagione di caccia, di topinambur ed erbe varie che le nostre mamme ci hanno insegnato quando e come raccogliere e cuocere.

Il mio fiume è fatto anche dell’edera che ho visto arrampicarsi sui resti di una vecchia passerella in disuso, di fronte a una chiesetta che tanto usata non è. L’edera è una liana sempreverde, leggerissima, che non dà fastidio a nessuno, che in pochi metri quadrati cattura polveri e inquinanti e regala ossigeno anche d’inverno, che dà polline alle api e bacche a una miriade di uccelli.

Credo che il merlo di stamattina la stesse esplorando in previsione di metter su famiglia o, forse, anche lui era semplicemente curioso.

Per quanto mi riguarda, anche questo è bosco.

…, Secchia, Panaro, Maira, Enza.

 

Lucio Montecchio

Scusa, cos’è un bosco?

firmate12

Senza alcuna velleità statistica, l’ho chiesto a una ventina di persone di estrazione culturale diversa.

Per la maggioranza di loro il bosco è un contenitore di emozioni che sta lì da sempre, spontaneamente, silenzioso. Inviolato e inviolabile. Dev’essere perché ci hanno letto un sacco di favole ambientate nei boschi. Oppure perché ci andiamo di domenica, giorno di riposo dei boscaioli.

Alcuni amano il bosco e ritengono di aver voce in capitolo sulla buona gestione perché “i boschi sono pubblici e perciò anche miei”. I mappali catastali, nella maggior parte dei casi, la raccontano diversamente.

Ignoranti, certo, ma non c’è vera colpa.

Non ho mai visto un programma televisivo raccontare la coltivazione del bosco, l’assestamento, i diradamenti, gli abbattimenti, le piste, le teleferiche, le segherie e le falegnamerie.

Non ho mai sentito dire che, per soddisfare le necessità di chi compra un mobile in legno, si coltiva il capitale-bosco per raccoglierne gli interessi-legno maturati dopo un certo periodo.

La coltivazione del bosco è difficile. È come dover cambiare l’olio a un motore in corsa.

La selvicoltura non è motosega e metri cubi, quella è rapina.

La coltivazione del bosco è praticamente invisibile. E’ fatta di sensibilità ed esperienza. Del saper contestualizzare, prevedere e giocare d’anticipo, agevolando una fra le molte scelte che il bosco ha a disposizione.

Spesso è conservazione. A volte, e purtroppo, è immobilizzazione di dinamiche delle quali il bosco prima o poi si riapproprierà.

Una bella responsabilità di questa percezione confusa ce l’hanno alcune associazioni ambientaliste, pronte all’adozione a distanza del pippolino dagli occhi blù del centramerica ma del tutto assenti, in modo professionale e non emotivo, su questi temi.

Se è per questo, ne sono responsabili anche alcuni improvvisati docenti di materie forestali che evitano con molta cura di dire che il titolo che campeggia sulle locandine si riferisce a una breve carriera di Professore di geografia alle medie.

Tempo fa, a uno di questi esperti mi è capitato di chiedere cos’è il bosco. Così, tanto per provocare. Balbettii. Free jazz su uno standard mal eseguito, arricchito di inutili gesti che disegnavano in aria percorsi improbabili. Comprensibilissimo. Grazie.

Un bosco non è alberi. È sistema, disordine, entropia.

Una decina d’anni fa Franco, amico e collega purtroppo in pensione, scendendo dal Monte Bondone mi ha risposto che un bosco è quel che un suolo forestale sa dare. Nobel per l’ecologia, subito!

Stavo scrivendo queste righe ed è venuto a trovarmi Francesco, otto anni. Dice che “il bosco è la casa degli alberi”.

Casa, òikos.

Lucio Montecchio

Soffia, vento. Soffia!

« Dicen que viene del norte
las tropas del general;
con mucho galón dorado
que a Rosas quieren voltear
 »

(Milonga Rosista)

 _______________

Era la fine di agosto e la sua chioma era ormai carica di semi leggeri, ennesimo tentativo di fuggire da quel parcheggio.

Vento, portali lontano, dai miei.

E la bora arrivò. Impetuosa.

 

Lucio Montecchio

Sciando a perdifiato

fog

È un caro amico di Roma, ingegnere, di quelli che hanno abbondantemente pianificato la vita e che farebbero felice ogni suocera. La mia, di me diceva “può piacere”.

Ferragosto lo passa in Sardegna, nella villetta di famiglia.

Per febbraio, invece, decide lui.

Settimana di sci sulle dolomiti, alla quale arriva con un’ansia da prestazione crescente, solo parzialmente smorzata dalle indispensabili sessioni di ginnastica pre-sciistica in una palestra vip dell’Eur.

Misura il piacere in chilometri sciati nelle poche ore disponibili, entità che convivono nella definizione di velocità. Quella cosa che non ti lascia il tempo di osservare cos’hai attorno.

La moglie di solito lo aspetta al solarium sorseggiando succo di lulo coltivato in Perù, spremuto a freddo in Austria e certificato biologico in Italia.

Parcheggio. So già che farà la solita battutona, che aspettava questa settimana “d’ampezzo”.

Mi viene incontro a braccia spalancate commentando le strade che non sono ancora state pulite, la gente che non sa parcheggiare e i troppi turisti.

Beh dai … se fosse arrivato con caschetto viola e goprò sarebbe stato peggio.

Guarda, dalla finestra della camera sembra di essere dentro a una cartolina, e mi mostra foto che corrispondono esattamente a quanto ho davanti agli occhi. Mah…

Già che c’è, sfoggia un’app che ti dice il nome di tutte le montagne di fronte, anche di quelle che non si vedono.

Sai, Marina va a far palestra, massaggi e ne approfitta per leggere.

Io invece scarico lo stress di un anno sciando a perdifiato. A pranzo, panino col formaggio di malga e un bicchiere di rosso. Poi ancora giù fino alle quattro, in questi bei boschi incontaminati. E poi doccia, sprizcampàri e ristorante.

È felice come un bambino: non gli dirò quel che penso davvero. Sarebbe inutile.

Non gli dirò che quei boschi che evita come il guardrail dell’autostrada sono una scenografia come la facciata del castello di Disneyland. Che quella striscia di neve finta costa più all’ambiente e per sempre, che a lui per pochi giorni. O quanti alberi sono stati tagliati per farlo divertire (sua moglie, tra l’altro, protesta ogni volta che nel suo quartiere ne tagliano uno solo).

Non gli dirò neppure che il formaggio del suo panino lo fanno laggiù, in pianura.

Lucio Montecchio

Ghianda urbana

Anche lei aveva avuto fortuna: quella di cadere dentro a un cestino fra la pista ciclabile e l’aiòla, protetta da bici e rasaerba.

Da lì, forse avrebbe trovato un passaggio per una discarica a cielo aperto e, chissà, un futuro.

Urtando contro la bottiglia vuota si svegliò di colpo, alzò lo sguardo e poco lontano vide il vecchio Rovere.

Ciao babbo, che fortuna!

Lui guardò in basso, annoiato.

Il solito cane gli stava pisciando sui piedi.

Fortuna un cazzo: erano due anni che provavo a fare centro !

 

“Imagination is crazy, your whole perspective gets hazy.
Starts you asking a daisy “What to do, what to do?” (Chet Baker)

Lucio Montecchio

Un faggio fausto

firmate1 (13)

Monica e io l’abbiamo chiamato Fausto, ma lui non lo sa.

Qualche secolo fa questo bosco era una faggeta nella quale i montanari venivano a far legna, facile da portare giù lungo quella valle ripida a destra. Oppure ne facevano carbone sul posto, chissà…

Di un faggio, far legna significa tagliare alla base un fusto d’inverno e con la luna giusta, lasciare che i germogli che ripartono dalla base diventino fusti e, raggiunto un diametro che si riesca a spaccare con l’accetta senza doverci perderci le braccia, ripetere l’operazione. Non all’infinito, ma per molti cicli. Poi la pianta si spompa e deperisce.

Guardandomi attorno mi viene da pensare che, verso metà ottocento, chi abitava qui vicino deve aver tagliato quasi tutto per far spazio al pascolo, lasciando Fausto e qualche altro faggio qui e là perché il bestiame potesse trovare riparo dal sole e per continuare a scaldarsi.

Abbandonato l’allevamento perché il latte di malga rendeva meno di quello pastorizzato, scremato e già pronto nel tetrabrick, gli alberi dei versanti vicini devono essersi scambiati con impeto la tanto attesa parola d’ordine: “Post fata resurgo!”.

Un po’ alla volta, Fausto si è così trovato immerso in un bosco-bambino, fatto di specie dal seme leggero e la foglia succosa come il pioppo, il nocciolo, la betulla e l’acero, che in pochi decenni hanno portato a termine il compito di ricreare un suolo fertile e un’ombra diffusa.

Per merito dei parassiti, molti di quegli alberi pionieri hanno iniziato a cadere per lasciare spazio ai figli di Fausto: tutto attorno ce ne sono a centinaia, però solo quelli più veloci e robusti sopravviveranno agli erbivori.

In tutti questi anni, libero di gestire il suo sviluppo, Fausto ha continuato a crescere in profondità e in altezza. A far cadere i rami troppo in ombra e a farne di nuovi più in alto. A fare contrafforti alla base così potenti da opporsi al vento che sale dalla pianura.

Chissà quanti anni ha … Solo le sue radici lo sanno.

Chissà a quanti animali piccoli e grandi ha dato sostento … La base forma un catino che raccoglie la pioggia. Più di qualche volta, dalla finestra, ho visto un capriolo approfittarne.

Fra qualche settimana i ghiri usciranno dal letargo e andranno fin su, terranno ben stretti i rami di 3-4 centimetri e con i denti strapperanno alcuni brandelli di corteccia per succhiare linfa, in attesa di una dieta più varia che sarà disponibile qualche tempo dopo.

Lo tengo d’occhio da una quindicina d’anni e sembra immobile. Ho l’impressione che ormai non voglia più salire. D’altra parte è il più alto, chi glielo fa fare?

Però cresce, eccome!

L’amico Mario mi dice che grossomodo ciascuno dei 4 fusti sta crescendo di 40 chili all’anno, il che corrisponde a migliaia di litri d’aria respirata e di acqua bevuta, per un totale netto di un quintale e mezzo di distillato di sole, terra e aria.

Se nessuno ci metterà le mani, fra un centinaio d’anni qui di fronte ci sarà di nuovo una bella faggeta.

Lucio Montecchio

Carlo il resiliente

20181122_083237

Il posto nel quale si svolge questa storia è uno dei bar di uno dei tanti paesini della collina trevigiana.

Di quelli fra la chiesa e il negozio di alimentari, con davanti uno scooter parcheggiato malamente, le sedie di plastica bianca sotto alle finestre e le tendine ricamate, ingiallite dagli anni in cui dentro si poteva fumare.

Di quelli dove le marche di sigarette sono tre e i pochi pacchetti si alternano nella rastrelliera ai mazzi di carte, rigorosamente da briscola.

Mezzogiorno: sentore fine e persistente di soffritto. “Un bianco, grazie”.

Sul bancone gli immancabili Boeri rossi e, in ordine sparso, mezze uova con un cappero trafitto dallo stuzzicadenti, polpettine tristi e fettine di filoncino con sopra qualche improbabile salsa.

Se non fosse che nella vetrinetta manca la Luisona, potrebbe essere una versione di quel Bar Sport di Stefano Benni.

Mi piacciono questi baretti di collina: ci trovi sempre qualcuno che sta leggendo la pagina sportiva, col quale attaccar bottone con facilità lamentandosi del tempo o commentando le scelte del governo.

Carlo ha sui 70 anni, lo conosco da tempo. Faceva l’idraulico e i ragazzi del posto lo chiamano Tuby, ma questo burberone con lo sguardo da bambino curioso ci ride su.

Scarpe grosse e cervello fino, eloquio lubrificato dal secondo Grigioverde e da un’ampia disponibilità di bestemmie da usare con fantasia. Per rafforzare una frase, meravigliarsi di qualcosa o sottolineare le curve dell’Alessia.

Eh si … voi professoroni …. bravi!

Eccoli qua i danni che avete combinato convincendoci a togliere il bosco per farci fare i soldi in fretta.

Adesso abbiamo tutti la macchina grossa e il conto in banca, ma ai nostri boschi chi ghe pensa più? ‘Na volta i castagneti i se curava, se netàva, zarpìva, incalmàva e malatie no ghe n’era.

Abbiamo piantato vigneto fino al bordo della strada e in giardino abbiamo magnolie e palme stitiche.

In trent’anni abbiamo avvelenato e distrutto tutto, però mettiamo rose sotto i pali di testa e cassette-nido, pensando che basti a convincere api e uccelli a tornare.

E allora sai cosa ti dico?

Mi sto facendo un bosco mio, dietro casa, sul pezzo di terra che mi ha lasciato mio padre. Ogni tanto vado su e raccolgo piantine di acero, sorbo, frassino, faggio, nocciolo, ciliegio e pioppo.

Pini no, non m’interessano: non sono nostrani.

Le metto là, sparse, quel che attecchisce bene. Quel che si secca non lo pianto più.

Orca, Carlo … ma allora sei un montanaro resiliente!

Residente? Ancamassa !

Io e la mia famiglia siamo sempre stati qui. Il posto più lontano che ho visitato è stato col militare: fanteria. Castiglione dei Pepoli, Tos-ca-na. Bestemmia esclamativa.

Umanità in via d’estinzione.

Offro io.

Lucio Montecchio

C’era una volta una ghianda

Aveva avuto la rara fortuna di cadere dentro a un vecchio cespuglio di rovo e di sopravvivere a caprioli e scoiattoli.

Nella sua tana spinosa non faceva né caldo né freddo, né secco né umido, e così si era appisolata per un po’.

Quel giorno, un raggio di sole la risvegliò delicatamente. Alzò lo sguardo e, poco lontano, vide il vecchio Rovere.

Ciao piccola, aspettavo compagnia da quarant’anni. Torna a dormire, dai, che questa non è ancora la Primavera. Ti sveglio io fra un paio di mesi.

Ma ormai sono sveglia …

Stanotte farà freddissimo.

Non ho più sonno!

Senti, ti racconto una favola.

C’era una volta una ghianda. Aveva avuto la rara fortuna di cadere dentro a un vecchio cespuglio di rovo e di sopravvivere a caprioli e scoiattoli …

Lucio Montecchio

Non era nel menù

Il giovane laureato, iscritto ad un Ordine Professionale che abilita un esperto di allevamenti ovini a valutare la salute di alberi esotici, era stato incaricato di censire gli alberi di un  parco fornendo posizione, specie, altezza, età presunta e probabilità di caduta (si, lo so che si dice “propensione al cedimento”, ma qui scrivo chiacchiere da bar).

Il Dottore, però, non ha indicato che cinque di quegli alberi soffrono di una malattia letale e di quarantena, la cui immediata eradicazione è prevista dalla legge, a salvaguardia dei vicini ancora sani.

Alla domanda “come mai non l’hai segnalato?” la risposta è stata “non era previsto dal contratto“.

Mi ricordo di quando, qualche anno fa, ci siamo fermati in un famoso ristorante vicino a Trieste. Fra i vari antipasti c’erano dei formaggi locali oppure del prosciutto dalmata. Mia moglie ha chiesto se era possibile avere un misto dei due, ma il cameriere ha risposto “no, nol xè nel menù”.

Non siamo più tornati.

Lucio Montecchio

Caro Gesù Bambino

babbonatale

 

Caro Gesù Bambino,

è da una cinquantina d’anni che non ci sentiamo, eh?

Si, tutto bene, grazie: barcollo ma non mollo.

E tu? Certo che a nascere e ricominciare daccapo ogni anno mi ricordi quell’ulivo millenario lì fuori dalla grotta.

Bene, bando ai convenevoli. Vorrei approfittare di questa lettera di buon compleanno per chiederti un favore anch’io. Se non ti crea disturbo. Sai che ho sempre cercato di cavarmela e non ti ho mai scomodato, però Babbo Natale finge di non capire il problema. Non fa che borbottare e stare appeso lì di fronte, sul davanzale del vicino. Sarà l’età, ma da quando indossa i colori di quella bibita e porta regali col nome in inglese, non ha più voglia di andare contro le regole del consumismo.

Ti scrivo anche a nome dei dodicimila abeti che stanno entrando nelle nostre case per essere ridicolizzati da pennacchi, neve finta, lucette, cioccolatini e palline.

Vedi, molti di loro sono cresciuti nel nordeuropa in quel freddo che gli piace tanto, ma in poche ore si sono ritrovati prima in un camion e poi di fianco a un termosifone. Pensa che molti hanno già incominciato a ingiallire e a perdere le foglie. Mi sa che alla befana c’arriveranno in pochi …

Si, certo, lo so che sono stati coltivati per questo, che tutti loro portano un cartellino giallo che lo dimostra e che tutto questo crea posti di lavoro, ma non trovi anche tu che abbia poco senso festeggiare la tua nascita sacrificando degli alberi? Al solito, molti li vedremo sporgere dal coperchio del cassonetto dell’umido già il 7 gennaio.

Chi li compera non potrebbe trapiantarli nel giardino e dall’anno prossimo addobbarli lì fuori? Qui non lo fa quasi nessuno, sai, perché dicono che un abete in soggiorno è bello, ma in giardino diventa banale, insufficientemente esotico.

Le poche persone che qualche giorno fa hanno festeggiato coi bambini la Giornata dell’Albero, invece, preferiscono trapiantarli di nascosto nel parco pubblico, che però oramai sta diventando una ridicola pecceta di pianura. Sovralimentati da un clima che con la montagna c’entra poco, sono destinati a morire ben prima del loro tempo, come un’oca da foie gras.

Spero tu condivida almeno in parte la mia preoccupazione e possa spendere con Papà una parola a difesa degli alberi DA natale (ma anche del tacchino da ringraziamento e dell’agnello da pasqua) che, come immaginerai, non capiscono la logica che sta dietro alla loro coltivazione “usa e getta”.

Prova a insistere, dai, che l’altra volta si è dimenticato di dire a Noè di caricare anche piante e semi. Lo sai che è stata solo fortuna …

Grazie per quanto potrai fare.

Ancora buon compleanno.

Un abbraccio ai tuoi.

Lucio

Faremo meglio la prossima volta

cortina

Il viale che ho percorso in questa giornata di freddo e neve fa mostra della sua bruttezza.

Alberi massacrati da presunti potatori, incaricati da amministratori di un bene pubblico. Anche mio.

E’ il solito, prevedibile gioco delle parti (A: amministratore, P: potatore):

A: Abbiamo deciso di potare quel viale di frassini. Con tutti quei rami gli alberi sono proprio brutti. E poi, sa, ci coprono i cartelli pubblicitari.

P: Va bene, è il mio lavoro. Rimonda del secco e potatura di selezione, personale certificato, 15 mila euro. (Però … hmmm … guardi che sono aceri).

A: Ah … grazie, ma non abbiamo tutti quei soldi.

P: Va bene, facciamo una cosa un po’ meno accurata. Sono 10 mila.

A: Non ce la facciamo ancora, però una sistematina bisogna darla, ce l’abbiamo in bilancio.

P: Va bene. Per 5 mila riusciamo a fare qualcosa di veloce nei ritagli di tempo. Tiriamo giù i rami più grossi e l’effetto si vede.

A: Affare fatto. Casomai faremo meglio la prossima volta.

 

Mi ricorda una vecchia barzelletta che racconta di un signore al quale è morta la suocera e chiede un bel funerale al titolare dell’impresa funebre (G: genero, I: impresario)

G: Sa, è stata una santa donna, se non ci fosse stata lei a seguirci i bambini …

I: Va bene. Una bella cassa di mogano e un copricassa di rose rosse. Sono 15 mila euro.

G: Qualcosa di più economico?

I: Va bene. Cassa in abete e due ceste di iris, 5 mila euro.

G: Non ce la faccio ancora. Però è una cosa che va fatta, oramai i parenti sono in arrivo.

I: Va bene. Mi porti qui la vecchia che vediamo come sistemarle 4 manici. 300 euro.

G: Affare fatto. Casomai faremo meglio col suocero.

 

Lucio Montecchio

Solo un vecchio pioppo

Pontelongo a Milano febbraio 2019

“È solo un vecchio pioppo” ha risposto il nuovo proprietario di quella corte di campagna, posando a terra la motosega e spegnendo il trattore. Lui ha sui 50 anni, il pioppo sui 150.

Qualche ingiuria del tempo la portano entrambi.

Ho pensato che magari fosse perché ha le radici marce e c’è il rischio che possa cadere sulla strada e allora, sperando in un si, gli ho chiesto “ma piopparelli o chiodini ne trovi lì sotto?”. “Macché …duro come il ferro”, ha replicato deluso.

In campagna, almeno quella dove vivo io, l’utilità sta sopra a ogni aspetto romantico. Cosa te ne fai di un pioppo vecchio e rotto se non l’hai visto crescere?

Peccato. Quand’ero bambino sapevamo che, arrivati a quel pioppo, girando a sinistra giù dall’argine c’era un buon posto per giocare. Era il riferimento topografico dei nostri appuntamenti pomeridiani, tutti in fila e rigorosamente sulla bicicross (come nella foto qui sopra, che credo sia del Prof. Giampaolo Ferigo. Io sono quello con la camicia a quadri).

Riferimenti topografici come sono stati per secoli molti degli alberi vecchi che ho la fortuna di frequentare.

“Sulla sinistra di quei sette cipressi là in alto c’è il Piave”, sapevano i nostri soldati che scappavano da Caporetto. Erano più visibili di ogni campanile e ben disegnati sulle carte militari: grazie a loro ci si orientava da lontano. Grazie agli attuali proprietari lo si può fare ancora.

È anche per questo che molti degli alberi più vecchi delle nostre campagne, piatte perché strappate al mare, sono resistiti nei secoli. Erano segnali stradali o picchetti di confine. In ogni caso, belli o brutti, dritti o storti, sono lì proprio per essere osservati.

Come quel pioppo, tutti loro fanno parte della memoria di qualcuno. Non avranno dimensioni monumentali, ma sono monumentum, ricordo.

“Ovunque tu vada, c’è sempre un albero più vecchio di te”, diceva mio nonno.

Lucio Montecchio

I boschi di papà

firmate2

 

Mi piacciono gli alberi, sai?

Mi piace come sono sulle montagne, tutti diversi.

Michael Cimino, Il Cacciatore.

 

È una giornata bellissima da qui sopra, e le montagne sembra di poterle toccare.

Sono nato in marzo e mio padre ha iniziato a portarmi in Altopiano da quel giugno e finché sono diventato grande. Faccio questo mestiere anche grazie a lui che, uomo di pianura, la montagna la viveva con curiosità e rispetto.

Quei pascoli lì sotto li abbiamo attraversati in tutte le stagioni. Cose da vedere non ne mancavano mai: larici avvinghiati ai massi, ammoniti che sporgevano dalle lastre di confine, girini che nuotavano nelle pozze di abbeveramento, giovani mazze di tamburo da veder maturare a casa, in un bicchiere.

Noi chiedevamo, ma a volte il non avere risposte adeguate lo imbarazzava. Forse perché era nato nel trentuno e, tra un bombardamento e l’altro, per la scuola c’era stato poco tempo. Però aveva il dono di attaccar bottone con gran facilità, e così faceva un bel sorriso e, a sua volta, chiedeva.

Con Lino, il custode del cimitero inglese, faceva delle chiacchierate lunghissime. Sedevano e parlavano di cose della vita, ciascuno della sua. Forse non era amicizia, però era confidenza spontanea, quella che si scambiano le persone vere. Io ascoltavo e le parole diventavano immagini, come in un romanzo di Jack London. Ma quello lì era mio padre.

In quella bella casa verso il Kubelek ci si vedeva da pensionato, ma i soldi non bastavano e debiti non ne ha mai fatti. Qualche volta abbiamo camminato fin là solo per un panino sul prato davanti.

Col bel tempo invece facevamo camminate interminabili.

Ridevamo tanto.

Attraversando quella piana ampia ci spiegava che la torba è fatta di piante antichissime e che da ragazzo scavava fino a trovarla, per poi seccarla al sole e scaldarcisi d’inverno.

Spesso prendevamo la direzione di una delle tante malghe, con l’obiettivo di un pranzo frugale. Fuori c’era scritto “polenta e soppressa”. A fine agosto, però, andavamo sempre nella solita: quella verso il Portule. Diceva che il burro e il formaggio che facevano là sapevano di fiori. E così, passava in rassegna le forme messe a stagionare sulle tavole di legno, ne tirava su alcune e sceglieva quella da portare a casa annusandola e percuotendola col palmo. Nel frattempo io e Fabio mangiavamo la panna, quella vera.

In settembre invece c’erano due appuntamenti fissi: la gita in barca a remi a Lavarone e le stelle alpine, su in alto.

Che testardo, quella volta in cui si mise a riparare l’ ottoecinquanta blù in mezzo a una stradina persa, pur di continuare la salita. Eravamo dentro a una nuvola e mia madre insisteva per tornare indietro, ma niente da fare. Fu quando mi mostrò come si pulisce un filtro dell’aria, e quel “ruba con gli occhi” me l’avrebbe ripetuto in mille altre occasioni.

Durante questi giri capitava che prendesse un alberello da portare a casa. “Senti che profumo” sussurrava, scavando con le mani. Di quella terra ne prendeva sempre due sacchetti, perché diceva che gli alberi vanno sempre “piantati piccoli e con la loro terra, sennò deperiscono e poi prendono le malattie”. Il perché l’avrei capito molti anni dopo dai libri, ma lui osservava e praticava il buonsenso.

Come quando ci disse che quel grosso faggio verso Lusiana nessuno l’aveva mai tagliato perché era troppo scomodo, e che stava bene perché era in mezzo ad altri faggi.

 

Quei boschi sono ancora là sotto. Uguali uguali, continuano a parlare a chi sa ascoltarli.

Lui però direbbe che sono uguali e diversi. Guardandomi negli occhi direbbe che quando il faggio vecchio cade, i giovani devono prenderne il posto.

Mi piacerebbe averlo di fianco, oggi, vederlo guardare i suoi boschi dal finestrino di un aereo che non ha mai preso.

E ascoltarlo ancora.

Lucio Montecchio

Forma e sostanza

radici

Nel lungo percorso evolutivo da alghe a muschi a felci ad alberi, quest’ultimo forse è stato il passaggio più impegnativo.

Le prime felci, infatti, come i muschi non avevano ancora un vero sistema vascolare e di sostegno. La crescita era perciò sostanzialmente orizzontale.  Però avevano già imparato ad abbozzare delle radici e a subire volentieri la coltivazione da parte di batteri e funghi simbionti, grazie ai quali potevano finalmente spostarsi anche lontano dall’acqua, allontanandosi così dalla competizione per lo spazio e i nutrienti delle altre specie.

La convivenza però imponeva una produzione di energia crescente, che le piccole foglie non potevano soddisfare. Non restava che giocare sulla quantità, allungando il fusto verso l’alto e ricoprendolo di foglie ben separate in modo tale che ognuna potesse massimizzare la fotosintesi.

A questo ci poteva pensare quella gemma apicale in costante sviluppo, ma la parete delle cellule, fatta di fibre di cellulosa, era troppo elastica: dopo qualche centimetro il fusto si afflosciava a terra.

Errore su errore, le felci inventarono la lignina che, mescolata alla cellulosa, come una resina irrigidiva la struttura complessiva. Alla stregua di un cemento armato moderno, ora le pareti del sistema vascolare erano elastiche ai movimenti di trazione e torsione del vento, ma anche resistenti al peso e alla compressione della massa sovrastante. La miglior proporzione fra le due componenti sarebbe stata affinata nel tempo.

Mantenendo rigido e stabile il diametro dei vasi linfatici, le felci potevano allungarsi molto più in alto e gestire la pressione della linfa aprendo e chiudendo gli stomi.

L’acqua finalmente risaliva dalle radici portando alle foglie ormai lontane i sali minerali, per poi scendere distribuendo energia a tutto il corpo e riprendere il ciclo verso l’alto.

Chiaramente le felci meno capaci perdevano l’equilibrio e cadevano a terra, diventando cibo per batteri, funghi e insetti e poi humus. Anche il suolo stava evolvendo, e in breve iniziarono ad apparire veri e propri boschi di felci.

Quel diametro sempre uguale a quello del primo giorno, però, non permetteva di reggere troppo peso: oltre il paio di metri il fusto enesorabilmente si rompeva.

La geniale soluzione fu la conicità di fusto e radici. A partire dalla base, il diametro diminuiva sia con l’altezza sia con la profondità, mantenendo così il miglior rapporto elasticità/rigidità rispetto al vento e alla coesione del suolo.

Erano nati i primi alberi e, grossomodo, assomigliavano agli attuali abeti.

Questa assoluta novità fu realizzata avvolgendo il fusto ogni anno, tutti gli anni, di una guaina fatta di un nuovo circuito linfatico che gradualmente faceva perdere di efficienza il vecchio il quale, riempito dei prodotti di scarto della pianta, assumeva sempre più il ruolo di sostegno fisico.

La guaina, poi, era in grado di produrre gemme identiche a quella apicale anche lungo il fusto e le radici, permettendo finalmente di produrre rami laterali, ciascuno con la propria chioma di foglie, e radici da radici, ciascuna con la propria chioma di apici assorbenti.  “Nodi su nodi ammonticchiando ….”

In questo modo, le gemme originavano un ramo se esposte all’aria oppure una radice se sottoterra. Nel tempo gli alberi impararono anche a produrre gemme di scorta sotto la corteccia, da attivare nel caso qualche ramo lì vicino si rompesse.

Da allora e quotidianamente gli alberi imparano dal suolo, dal vento e da loro stessi come migliorare la propria stabilità e fin dove svilupparsi.

Da giovani si allungano verso l’alto e si espandono verso l’esterno. Con l’età, il peso e gli acciacchi a volte cercano nuovi equilibri, lasciando seccare e cadere qualche ramo per rifarlo dove è più conveniente.

E’ nella loro natura, e non c’è potatura che possa convincerli del contrario. Perchè sono Esperti.

Lucio Montecchio

Semplicemente Alberi

 

La ragazza all’Ikea mi ha detto che quel che stavo cercando era temporaneamente esaurito, ma che avrebbe fatto una riservazione a mio nome. Ringraziando, ho sorriso.

Tornato a casa, alla TV ho saputo di un bravo calciatore che finché gioca sa anche verticalizzare il pallone. Dev’essere bravissimo!

Tra le essenze arboree preferisco quella di cedro: mia moglie la usa nel soggiorno. In giardino, invece, gli alberi li ho fatti piantare a un giardiniere, perché il professionista del verde voleva piantumarli.

Non so, ma far piantare alberi a un esperto di colori non mi sembrava una buona cosa.

Sono molti anni che sento neologismi da cabaret e parole a vanvera.

Spesso sorrido e lascio correre.

Qualche giorno fa, il sindaco E.R. ha postato (postare … che schifezza di verbo) scritto “farò richiesta di inserire delle essenze adatte al quel piccolo spartitraffico nelle prossime piantumazioni. Bene: dov’è il problema? E’ un sindaco bravissimo, in Municipio ci vive e i problemi li risolve. Non è un botanico e non è un arboricoltore. E’ un Sindaco. Che si è impegnato a metter giù piante adatte a un piccolo spartitraffico.

Conosco arboricoltori che rischiano l’infarto ogni volta che sentono dire essenza, ma poi sono i primi a confondere patologia e malattia. A dire mìdia, giùnior o a non saper scrivere il plurale di quercia.

Anch’io continuo regolarmente a definire l’albero un individuo, a dire che ha la pelle, e che le ferite le cicatrizza. Chi è senza peccato …

Quel che davvero non sopporto, però, è l’uso di elemento arboreo. Riduce l’albero a una cosa statica, immutabile. Soprattutto, mi ricorda quell’implicito senso di disprezzo che c’è in materiale umano.

Probabilmente dire “albero” è troppo breve, mentre “elemento arboreo” dà l’idea di averci ragionato. Quanto meno, è innegabile che a pronunciarlo riempia la bocca.

Si arriva poi all’abuso, perpetrato da chi degli alberi conosce il nome, la forma o il significato simbolico. Per questi professionisti, anche loro del verde, è luogo comune che in un parco siano “elementi d’arredo” la panchina, il cestino per le immondizie e la fontanella e “elementi arborei” gli alberi. Che, sulla base dell’altezza che potrebbero raggiungere, possono essere di prima, seconda o terza … grandezza. Questione di misure: S, M, L.

Non è indispensabile sapere di alberi, per scegliere un elemento-albero da un archivio d’immagini preconfezionato, cliccarci sopra e incollarlo sul monitor. Alzarlo, abbassarlo e ruotarlo può essere divertente, e un modo per farcelo stare fra una casa e una strada, oppure in un vaso, lo si trova. Con un bellissimo disegno in mano, poi, sarà altrettanto facile parlare ai cittadini di armonia di forme e volumi, magari sottolineando che il colore delle foglie d’autunno si sposerà molto bene con quello dell’asilo sullo sfondo.

Diversamente dagli alberi che frequento io, questi elementi arborei sono sempre bravi e belli. Non bevono, non crescono e non si ammalano. Simmetrici, perfettamente proporzionati. Mai un ramo secco, mai una foglia per terra.

Anche in quei bellissimi rendering che ci mostrano come saranno dopo 30 anni.

Lucio Montecchio

Un albero è un luogo

funghi farnia

Quando dico che un albero non è una specie ma un ambiente che ospita centinaia di specie, i miei studenti mi contrappongono il solito dogma della botanica sistematica: “eh no … se quella è una farnia, è una sola specie, Quercus robur“.

Quello che intendo dire è che i nostri occhi vedono un guscio di corteccia al quale è stato dato un nome, ma che lì dentro c’è un sistema implicitamente e necessariamente dinamico quanto una foresta o un oceano.

Ogni singolo albero è il risultato di interminabili conflitti, tregue e collaborazioni fra migliaia di batteri, virus, funghi e insetti che si danno da fare per farne parte. Ad esempio c’è chi è bravo a catturare acqua e nutrienti dal suolo e portarli al sistema linfatico, chi alza le difese dell’albero producendo tossine.

La vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi. “Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”, J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

Nelle fasi di tregua o di pace, questi condòmini (e quel centinaio nella foto rappresenta solo quelli che vivono nelle foglie e nei rametti di una farnia monumentale) hanno un obiettivo condiviso: mantenere il sistema complessivamente vigoroso e produttivo di ciò che solo la componente vegetale sa fare: zucchero nelle sue varianti glucosio, amido e cellulose varie.

Good vibrations.

Lucio Montecchio

Cittadini da apericena

Quando i primi ominidi arrancavano piegati vivendo di frutti e di animali così lenti da essere catturati e mangiati crudi, i boschi erano già lì da millenni. Più o meno fatti come una attuale foresta vergine.

Dagli alberi abbiamo imparato il fuoco, ottocentomila anni fa, e subito dopo il caldo e la bistecca: valeva la pena fermarsi. E così, un po’ alla volta siamo passati da predatori nomadi ad allevatori e agricoltori stanziali.

La quasi totalità dei nostri boschi sono addomesticati da allora. Semplificati così tanto da far crescere solo le specie che ci sono utili eliminando tutte le altre. Come si fa con le erbe che in un campo di soia si berrebbero acqua e nutrienti in cambio di nulla, ma qui invece del diserbante si usa la motosega.

Anche senza particolari abilità, questi boschi li riconosciamo dalla presenza delle sole specie richieste dal mercato e utili alla nostra quotidianità. Sono fatti di giovani alberi grossomodo delle stesse dimensioni, spesso piantati in file come in un campo di mais per essere tagliati facilmente e avere lotti omogenei al raggiungimento di una dimensione commerciabile. Niente di strano: con la stessa logica mangiamo migliaia di cuccioli di pecora, manzo e gallina. Aspettare oltre terrebbe immobilizzato un capitale e non giustificherebbe il costo di mantenimento.

È altrettanto normale, perciò, che l’età degli alberi più vecchi di molti dei nostri boschi sia attorno ai 100-120 anni. Sono cuccioli da tagliare appena il mercato li richiede e prima che con l’età aumenti la suscettibilità a malattie che fanno marcire il legno.

Ma se l’albero più grosso e vecchio che siamo abituati a vedere ha solo cento anni, è chiaro che tutti quelli di duecento ci faranno sgranare gli occhi e urlare “monumento!”. Molti potrebbero arrivare a cinquecento, o mille, o di più. Basterebbe dimenticarsene, ma di questo parleremo un’altra volta.

Non sono assolutamente contrario alla coltivazione dei nostri boschi. Fortunatamente abbiamo una lunga tradizione e fior fiore di esperti che coltivano e tagliano senza che ce ne accorgiamo, gestendo i tempi e i ritmi di crescita come fa un bravo batterista, del quale ti accorgi solo se sbaglia. Anch’io taglio alberi e mi ci riscaldo. Anch’io preferisco un mobile di legno di buona qualità a uno scadente o di plastica.

Basta non confondere dinamiche naturali e umane, perché in natura un bosco non è un insieme di alberi, è molto di più. Quanto maggiore è questo molto, maggiore è la diversità biologica.

Vogliamo permettere a questi boschi di essere più ricchi di specie? Dobbiamo ripartire da quelle vegetali, madri e padri di tutto quel che sopra alla catena alimentare c’è.

E’ semplice. Provate ad abbandonarli per quarant’anni e faranno ingresso le molte specie che ritenevamo inutili e tagliato: ciliegi selvatici, robinie, maggiociondoli, frassini, aceri, pioppi, sorbi, saliconi, noccioli e molti altri, senza contare tutti gli arbusti e le erbacee. E conseguentemente tutti gli animali vegetariani, e poi i carnivori. Una serie di mammiferi grandi e piccoli, anfibi, rettili, uccelli, insetti, funghi e via così. Ma a questo punto i boschi diventeranno selva oscura, regno di troll, linci, lupi e orsi, che mangeranno le pecore dei pastori e attraverseranno il nostro sentiero.

Vado a memoria: “Che beo, el pare un giardin”, commentavano due turisti osservando una piantagione di abete ad Asiago, in un romanzo di Mario Rigoni Stern.

E’ proprio così, non lamentiamoci troppo: noi cittadini da apericena la biodiversità la vogliamo altrove.

Vogliamo boschi-giardino: semplici e facilmente raggiungibili, magari con pista da sci, ponte tibetano e baita con solarium. Dove il lupo non arriva.

Lucio Montecchio