Categoria: Pensieri in libertà

Repubblica.it

Orti botanici – Padova, dalla salute delle piante la salute del pianeta

Riuscite a immaginare un mondo senza piante? Ecco perché la vita per noi esseri umani e per le altre specie non sarebbe possibile. Lo spiega Lucio Montecchio, patologo vegetale dell’Università di Padova per la terza tappa del nostro viaggio alla scoperta dei giardini d’Italia.

A cura di Fabio Marzano (video.repubblica.it)

https://video.repubblica.it/green-and-blue/biodiversita/orti-botanici-padova-dalla-salute-delle-piante-la-salute-del-pianeta/377487/378097?fbclid=IwAR1XLiMReMTTmVYliTJlSfsAglf6Wvk4Smbypgaf9Xo3h4t34cjnKzMS-1A

Il due percento

Caro Assessore, da quanto tempo!

Bene, bene, grazie. E lei? Eh, lo so, con questo smart working non si riesce più a far le cose per bene …

Senta, come starà già immaginando, la chiamo per parlare di alberi.

No, non quello della foto, dai, lo sappiamo tutti e due che non sono capitozzature e che il collare dei rami è stato salvaguardato. No, no, proprio un bel lavoro, ineccepibile. Proprio come dicono le antiche ma pur sempre sacre letture.

A dir la verità io la chiamavo per darle un’ideona primaverile.

L’ho chiamata “Due per cento”. Eccola qui. Facile facile.

Si prende il numero totale di alberi della città, che lei avrà sicuramente in uno dei tanti faldoni, e se ne calcola il 2% applicando la seguente formula: numero totale x 2 / 100.

Non è difficile. Se ad esempio ha 1274 alberi, 1274 x 2 fa 2.548, che diviso 100 fa 25,48. Siccome però le frazioni di albero sono previste solo nell’ambito del quotidiano uso della motosega, come nel caso della foto, arrotondiamo pure per difetto: 25 alberi.

Il più è fatto, ancora un attimo di pazienza.

A questo punto si fa un giretto a piedi e si scelgono, fra i 1274 alberi, tutti quelli che non hanno nessun ostacolo in un raggio di quaranta metri. Intendo case strade vicoli e palazzi, piste ciclabili, fontanelle e quant’altro (che poi non ho mai capito cos’è questo “quant’altro”). Panchine e cestini si possono spostare.

Facciamo che siano un centinaio. Ecco, fra questi si scelgono i 25 che piacciono di più (vecchi o giovani, dritti o storti, conifere o latifoglie, vicini o lontani) e si decide di non toccarli più, mai più. Neanche se pèrdono un ramo, neanche se cadono per terra. Li si lascia là per sempre, per vedere cosa succede, per portarci le scolaresche a vedere i funghi e i lombrichi, per poter dire ai nipoti “questa cosa qui l’ho voluta io e ho fatto risparmiare un sacco di soldi”.

Poi si va dal sindaco e si fa fare una bella ordinanza, si chiama il solito giornalista proponendogli già il titolo “Eccolo qua il duepercento” e ci si mette sopra il proprio nome in bella vista, che alle prossime amministrative può tornare utile.

Tutto qui. Del 98% che resta si continua a fare come si crede, come sempre. Come nella foto qui sopra.

Cosa ne pensa?

Buona primavera!

Lucio Montecchio


Piantumare

Oh, come li capisco i colleghi che strabuzzano gli occhi quando leggono o sentono dire “piantumare” invece di “piantare”.

Ma, si sa, oramai se non usiamo parole che riempiono per bene la bocca ci resta una specie di colpo in canna che rischia di prendere l’umido. Una specie di languorino residuo che non è proprio fame, ma un’irrefrenabile voglia di farla fuori dal vaso. Vero Ambrogio?

A me, ad esempio, spiace dare un buon voto agli studenti che studiano su libri stampati da case editrici importanti fidandosi degli autori e poi, parlando di legno cariato, scuro e marcio, lo definiscono “discolorato”, oppure “decaduto”. Ma in quei libri c’è scritto così, i traduttori dall’inglese vanno perdonati perché non sanno quello che fanno, il mio non è un esame di fisica nucleare e così tralascio. Quasi sempre.

Che poi vorrei anche parlarvi dell’imperscrutabile concetto di “legno secco fisiologico”, che anche lui riempie la bocca, ma su questo mi creerei troppi nemici e un cambio di gomme mi costerebbe mezzo stipendio.

Per tornare al vero problema del secolo, comunque, mi sento di proporre le seguenti alternative a “piantumare” (a condizione che poi si proceda in fretta, scegliendo alberi orgogliosi di esserlo e immaginandoli già grandi come farebbe un padre con un figlio, insomma. Oppure come farebbe una persona intelligente).

Ecco, a me piace l’agreste “trapiantare” ma offro volentieri, e giuro che mi adeguerò, baccheggiare, baciucchiare, barbicare, battimare, bifilare, bilanciare, bollicare, brillantare, bulinare, calandrare, campicchiare, capillare, caricare, coricare, cicalare, compattare, immolare, incappare, interzare, inzuppare, livellare, palettare, premurare, regalare, sostanziare, zufolare, fischiettare, fusteggiare, festeggiare e poi brindare.

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Che poi, alla fine, a me va bene anche “piantumare”, sia chiaro. Mal che vada tralascio. Quasi sempre.

Lucio Montecchio

DAD (discussione a distanza)

Caro zio.

La maestra Rosa, che come dice il papà sarebbe bella anche se avrebbe un nome diverso, mi à detto che si vede propio che non vieni dal ramo della mamma. Che loro sì che sono di rassa intelligente.

E à detto anche che una volta eri anche bravo, come quando che ai scritto il libro dei Germogli, ma dopo ti è andato il grasso della sopressa di Valli del Pasubio fin drento al sangue e non ài voluto fare il reàb col cataplasma di bacche di gogi, che io non so gnanche cosa vuole dire.

D’ognimodo la maestra à sbuffato drento la mascherina e poi à detto che sei propio un sìnpio, perché i alberi inportanti nella storia dell’uomo sono propio pochipochi, come il pomaro della Eva che non era neanche un uomo e l’albero di Natale, che Natale sì che era un uomo che faceva il postino maschio che entrava sensa suonare.

E la maestra Rosa à detto anche che se i alberi fossero davvero inportanti per la nostra storia come dici tu alora esisterebbe l’età dei alberi inoltre a l’età della pietra e a l’età del ferro e a l’età del rame e a l’età del bronzo.

Che ai siensiati ci sarebbe costato ben poco aggiungere una riga indentro il libro di storia e meterci anche l’età dei alberi, perché bastava contare i anelli. Onò?

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Però adesso non rispondere che va bene così che devo studiare come si fa il sapone antivirus col grasso dei bisontignù.

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Tuo Marzio che ti vuole bene lo stesso anche se forse à ragione la maestra

DAD (didattica a domicilio)

Componimento: cosa ai fatto ieri di bello

Ieri che pioveva di stravento il mio zio Lucio mi ha fatto vedere un documentario che si vedeva che i alberi sono molto importanti, perché se non cerano i alberi eravamo ancora indentro le caverne a fare il fuoco con la paglia che non dura neanche tanto e a ingrumarci tutti assieme sotto la pelliccia stanfona di qualche bisontegnù morto di tristessa e crepacuore.

E invece coi alberi siamo stati buoni a fare le case di legno e anche i archi e le frecce e lo spiedo di bisontegnù che corre veloce meno di una freccia. E poi i recinti per metterci dentro le bisontesse che facevano i gnù domestici.

E anche le sedie e le porte e il pavimento parchè.

E anche la carta igienica profumata e morbida e coi coniglietti disegnati sopra. Che se non era per gli alberi sinò ci tocava di pulirci il culo con le foglie di melansana che però l’anno inportata con le navi di legno.

Eco maestra, questo ò inparato ieri, ma per fortuna oggi cè il sole e si riprende con la didatica a scuola, perché a me i documentari dei alberi mi fano venire sonno.

Marzio

30.000 grazie!!!

Cari amici,

Il contatore di WordPress mi ha appena avvisato che dal primo gennaio a oggi il blog è stato visitato esattamente trentamila volte.

Grossomodo una visita ogni 17 minuti, notti comprese.

Più dei giorni che ho visto, dei chilometri che ho viaggiato e degli alberi che ho toccato.

E io vi amo, ecco.

Grazie davvero.

Serene feste ❤🌲❤

Lucio

Paesaggi olfattivi: albicocca

The taste of those apricots comes back to comfort me with the notion that abundance is always within reach, if only one knows how to find it

(Isabel Allende)

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albicòca, ambrognaga, apricò, arbicòcca, arbicocch, arbicòcola, arma, armagnaye, armeìn, armelin, armelina, armignèga, armila, armognan, armugnin, baracocolo, baracucca, baricòcolo, barracoc, bicocula, bignaga, biriqoqel, birricòcola, bricòccalo, bricocola, bricòcolo, bricòcql, bricòcula, cresòmme, crésommela, lebbèrgene, cresommele, cresommola, elbir, embrógnaga, erbicoc, fraccocu, ggrasciòmulu, gne, grasciombula, grasciombulu, libbergina, marille, marracocco, miäga, mignaga, minèce, miscimì, mognaga, mugnàga, mugnèga, mugnga, munièga, percòcca, piricoccu, prcoca, precoca, pricopa, pricopia, prn’kokk, ramignaga, rebugnàdega, rebugnaga, vernacocchela, viricocola, viricòculu, viricocunu, zarzillone.

Zarzillone. Zarzillone. Zar-zil-lone.

Lucio Montecchio

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(foto: http://www.intavoliamo.it)

Post snob

Ho la fortuna di frequentare la montagna dai miei primi tre mesi di vita: Asiago in versione “quattro stagioni”.

Il mare era a mezz’ora e la montagna a un’ora e mezza, ma i miei hanno sempre, decisamente preferito la montagna. Dev’essere per via del richiamo delle radici montane testimoniato dai loro cognomi, o che i cromosomi di casa cedono più facilmente al magnetismo del nord.

“Fatto sta” (sintetizzerebbe mio padre) che non appena i miei piedi diventarono lunghi abbastanza per calzare quegli scarponcini di cuoio alti fino alla caviglia, coi lacci rossi e la suola con la punta piatta e il tacco scanalato, iniziai a sciare. Sci di legno senza alcuna marca evidente e con gli attacchi che bloccavano senza via di scampo gli scarponi, con una molla tutto attorno e una leva davanti.

I primi rudimenti li imparai dal maestro Claudio (il figlio di Lino, il custode del cimitero inglese del quale ho già avuto modo di scrivere).

Tutto questo succedeva di mercoledì, perché di domenica “c’è troppa gente” sentenziava papà (una quarantina di persone in tutto; oggi fa sorridere, lo so). Mio padre veniva a prendere Fabio e me con la ottoecinquanta blu a scuola verso mezzogiorno, per spendere assieme un pomeriggio sulla pistina di Cesuna, ricavata tirando uno skilift (“il gancio”) lungo un prato sul quale fino a due mesi prima pascolavano le stesse vacche che sarebbero tornate in primavera (sì, si dice pascolo e non prato, ma volevo evitare il gioco di parole).

Il settantaquattro consacrò la “valanga azzurra” e Gustav Thoeni (mio padre lo chiamava Toni), uno Zeno Colò con lo stesso cuore ma molta più tecnica, con dei cambi di ritmo tali da riuscire a scalare due marce in curva, buttare fuori dal baricentro ginocchio e spalla interni e ridurre così il raggio di curvatura in una frazione di secondo, un attimo dopo il paletto di legno.

Nel frattempo, io ci davo di spazzaneve, peso a valle e “bruco” (per imparare a cadere senza rompersi le caviglie); poi finalmente imparai a comandare gli sci paralleli: peso a monte, molleggio, bastoncino, cambio, rimolleggio e spinta sulle caviglie e le tibie.

Nei tratti diritti cercavo di prendere la posizione “a uovo” per imitare Pierino Gros. Da fermo, però, mi piaceva fare un saltino sui tacchi prima di lanciarmi giù meglio che potevo, emulando Gustav Thoeni al cancelletto.

Ah … quel favoloso, indimenticabile parallelo in Val Gardena contro Stenmark. Di loro due avevo due grandi poster comprati in una libreria del centro a Padova. Ho cercato anche quello di Klammer per molto tempo, senza successo.

Poi ci fu la tragedia di Leo David e la valanga azzurra si sciolse come neve al sole, ma nel frattempo alcune aziende artigianali si erano già industrializzate e divennero famose: Spalding, Colmar, Caber e La Tecnica, che inventò e lanciò un doposci che divenne status symbol anche per chi abitava in Piazza della Frutta: il Moon Boot. Uno stivale peloso buono per lo spritz, ecco (ma all’epoca lo spritz era troppo plebeo).

La moda dirompente dello sci da discesa decollò parecchi anni dopo con “Tomba la bomba”, il caschetto, il burro di cacao colorato, gli occhiali polarizzati, le giacche e le braghe larghe, gli scarponi fluo, i comprensori da millemila chilometri intervallati da finte baite col brulè e il solarium, gli alberghi e le seconde case con accesso diretto alla pista, per quelli che “io vivo nella natura”. Qualche discoteca in centro e, soprattutto un bendiddìo di turisti ricchi e schiamazzoni che non sapevano neppure dov’erano, che fingevano e fingono tuttora di ignorare che la neve finta (che già a chiamarla neve mi mette tristezza) viene fatta squarciando la montagna per metterci dentro vasche e tubi e che da quella striscia bianca si muovevano solo per rientrare in tempo per il brulè serale rigorosamente con fettina d’arancia, nello stile del punch.

L’industria dello sci (perché di industria si tratta) intanto procedeva al ritmo della cavalleria rusticana: colossi finanziari ignoti piantavano da un anno all’altro piste nuove, alberghi, piscine coperte e tutto il resto e noi, stupidamente, ridevamo.

Ho smesso di andarci, in quei posti là. Da almeno trent’anni.

Con Fabio, Giorgio e altri coetanei siamo passati allo sci da fondo nella sua versione vecchio stile: squamatòni Slegar e via, fino a perderci parecchie volte come quella notte, uno dietro l’altro, con la vetrata illuminata di un albergo lontano come unica stella polare.

E poi, un bellissimo giorno abbiamo deciso che “basta così” e, vestiti come al solito con quel che c’era in casa, abbiamo preso una ovovia e ci siamo lanciati fra i turisti fighetti e lenti giù da una “rossa” col solito zaino di cotone sulle spalle e gli sci da fondo, ai quali avevamo dato una definitiva passata di cartavetrata per spianare la maggior parte delle squame e decretare la morte anche di quelli e, per quel che ci riguardava, di tutto quello che il business della montagna d’inverno significava, voluto da businessmen pronti a investire indifferentemente in un comprensorio sciistico, in un resort galleggiante in Thailandia, in uno zoosafari coi leoni spelacchiati o in un parco (?) acquatico coi delfini in gabbia.

Continuo a frequentare la montagna, sia chiaro, e la amo così tanto da abitarci. È che, semplicemente, la montagna non può essere oggetto di profitto brutale, umiliata da raffiche di neve finta sparata dentro a corridoi racchiusi da boschi finti.

Se scaricassimo qualche milione di tonnellate di sale nel Garda solo per poterlo chiamare mare, non sarebbe stupido? E allora perché non riteniamo stupida la scelta di coprire di polvere di ghiaccio strisce di montagna, là dove la neve non cade oramai da trent’anni, con tutte le implicazioni ecologiche di breve e (quel che mi preoccupa di più) lungo periodo?

Spero che il turismo invernale non mancherà, in queste nostre montagne con gli impianti di risalita chiusi per motivi sanitari, perché questa potrebbe essere finalmente una buona occasione per visitare davvero la montagna, quella vera.

Mettiamo da parte, almeno per quest’anno, le riviste patinate e le guide VIP e cominciamo a girarle, queste nostre valli. Lentamente. A fermarci nei paesi grandi e piccoli, di quelli che il sito internet non ce l’hanno, a ricreare un indotto economico nelle periferie dei comprensori famosi dove abita chi, sugli impianti, ci lavora e per un po’ non potrà.

Ci sono un sacco di luoghi meravigliosi da visitare e persone belle da incontrare, anche con le piste chiuse.

Lucio Montecchio

Imparare dagli alberi

Venerdì 20 parteciperò al Convegno “Giardini, alberi … e noi”, organizzato dall’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna (la diretta streaming sarà qui: ibc.regione.emilia-romagna.it/vivilverde ).

Il titolo del mio intervento mi spaventa un po’: “Emergenze climatiche ed epidemiche. Imparare dagli alberi”, perché il rischio di dire delle gran banalità è sempre in agguato. Però ci proverò.

Forse parlerò del fatto che i virus ammalavano le piante da ben prima che le banane ci venissero alla nausea e decidessimo così di scendere dagli alberi, e che virus e piante sono riusciti ad arrivare fin qui trovando una forma di convivenza accettabile.

Oppure racconterò di innate capacità di adattamento alle peggiori difficoltà, del fatto che in un bosco non è mai l’albero più forte a sopravvivere ma quello più capace di adeguarsi ai cambiamenti.

Cercherò di evitare come se fosse il Covid la parola “resilienza” ma alla fine ci cascherò anch’io, lo so già.

E poi sistemerò il nodo, mi alzerò in piedi lentamente tenendo stretto il mio luccicante Shure 55 e scandirò “Together … We … Stand”, che non l’hanno inventato né quello storyteller di Esopo, né Sua Maestà Roger Waters.

Questo Motto sventolava sul gonfalone delle querce più veloci della glaciazione già cinquanta milioni di anni fa.

Lucio Montecchio

Germogli!

Ma che soddisfazione!

Ieri pomeriggio è uscito Germogli, una raccolta di racconti tratta da questo blog.

Però devo essere sincero: è stato Matteo Righetto a convincermi a fare questo passo, io mi sarei fermato alle mie storielle da insonne. E poi ci ha messo il suo bel carico anche Giorgio Gobbo, che quando ti guarda dai sui due metri di statura non gli puoi mica dire di no, giusto?

Allora succede che l’ego sborda dal buonsenso e osi chiedere ad un editore, così tanto per provare, mettendo come condizione il “visto e piaciuto, parolacce comprese”, sperando forse in un “allora no” liberatorio. E invece ti senti rispondere “va bene!”.

A dir la verità pensavo che estrapolare i racconti più graditi, rivederli, aggiungere e togliere qualcosa per poi dargli una passatina di colla e impacchettarli l’uno dopo l’altro sarebbe stata una cosa semplice e veloce, e invece mi ci è voluto tutto Agosto.

Ed eccoci qui: Germogli, il titolo di uno dei racconti nel quale descrivo una passeggiata intima a Paneveggio con un Maestro della letteratura.

E poi, a leggere la meravigliosa prefazione di Matteo Righetto che trovate qui fa voglia di comprarlo anche a me.

Dimenticavo la cosa più importante (vedi l’ego che scherzi ti gioca?).

Questa è un’operazione di fundraising: i proventi della prima edizione andranno dritti dritti al “Progetto400” dell’Università di Padova (c’è scritto sulla copertina), grazie al quale stiamo cercando di piantare alberi giovani per proteggerli, lasciarli crescere in libertà e studiarli durante il loro sviluppo per i prossimi 400 anni. Non l’ha mai fatto nessuno e non credo proprio che noi avremo la fortuna di vedere come va a finire, ma l’UniPD sta per celebrare i suoi 800 anni di storia e mi sento di poter dire che, in fondo, basta crederci.

Allora, se volete essere complici di questo sogno, correte in libreria o pigiate qui (è anche possibile comprarne moltissime copie, ad esempio per farne regali di Natale).

Germogli !!!

Lucio Montecchio

Giuggiolo

Còrniolo, prùgnolo, nòcciolo, nèspolo, prùgnolo, cìrmolo, trèmolo, pìrolo, pàrolo, scrìcciolo, ròccolo, zìgolo, àssiolo, régolo, àssolo, pìgolo, tèmolo, bòvolo, nébbiolo, bàrolo, bìsciolo, pìcciolo, tìmolo, bènzolo, fènolo, mèntolo, màmmolo, cùcciolo, èolo, pìsolo, bròntolo, émbolo, gòngolo, crèsolo, stèrolo, stìrolo, stùdiolo, dìpolo, brìciolo, bràcciolo, spìcciolo, giàggiolo, càpriolo, dicàpriolo, tricàpriolo, ghiàcciolo, lìsolo, sìngolo, pìgnolo, pìnolo, càvolo, cétriolo, glàdiolo, vàiolo, cìcciolo, crògiolo, nùvolo, bòcciolo, pòggiolo, fàgiolo, lènzuolo, cànnolo, cànnula, ìdolo, ìndolo, ìttiolo, pòpolo, fìgliolo, rìcciolo, rìgolo, làcciolo, lùcciolo, lìcciolo, pàscolo, bìgolo, bàgolo, òriolo, màgliolo, màriolo, tàvolo, cìgolo, pòmolo, pìgnolo, pìccolo, pàrgolo, pàiolo, bùgliolo, ròtolo, sròtolo, ràviolo, mèntolo, trìtolo, strìtolo, rèfolo, sàndolo, sàndalo, sàntolo, pèndolo, pénzolo, scàpolo, sòrvolo, scìvolo, rìvolo, spàgnolo, mòngolo, crèolo, dòndolo, dìscolo, brùfolo, diàvolo, stabbiolo, tùbulo, òvolo, òbolo, zùfolo, vìcolo, vìncolo, ùgnolo, zòccolo, tùtolo, tùmolo, tìtolo, mèstolo, mèscolo, lènzuolo, sècolo, nùgolo, mùgolo, gìgolo, còdolo, brùfolo, bòtolo, càlcolo, lùppolo, zùfolo, vìncolo, svìncolo, trògolo, trèfolo, rèfolo, tòrsolo, sùbdolo, stìmolo, spìgolo, sìmbolo, bòzzolo, bòssolo, pùngolo, òstiolo, rìvolo, nìnnolo, mùscolo, mòccolo, smòccolo, mìgnolo, miàgolo, grùfolo, frùgolo, frègolo, frìvolo, còrdolo, cìrcolo, cìngolo, cànnolo, bòccolo, bàndolo, dàmmelo, dàglielo, dìglielo, àngolo, àngelo, ròmolo, bombolo, bòrtolo, bàrtolo, mànolo, pàolo, sàssuolo, asolo, cògollo, tòmbolo, èdolo, pìnzolo, méolo, grùmolo, téolo, jèsolo.

Lucio Montecchio (lo)

Linda

 

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L’ha piantato Francis, e la targa bianca dice che è per Linda.

A lei piacevano, i tigli.

Era in Sudafrica a seguire un mio progetto di ricerca. Io non avevo voglia di andarci e lei si, come sempre.

Trentanove anni di amore per la vita, sguardo e futuro radiosi.

Quel sabato pomeriggio è scesa la notte.

Simbiosi

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Credo che la potenza emotiva che inconsapevolmente ci sa trasmettere il bosco stia nelle relazioni sinergiche fra le sue centinaia di componenti che, come in un’orchestra affiatata, sanno relazionarsi nel pieno rispetto reciproco, finalizzato a un solo e semplice obiettivo: il benessere complessivo del bosco.

Le più intime relazioni fra piante e funghi risalgono a 350 milioni di anni fa, quando le prime terre emerse furono colonizzate con difficoltà da piante e funghi acquatici che in pochi millenni riuscirono a costituire relazioni simbiotiche durevoli e indispensabili alla sopravvivenza di entrambi. I rapporti indissolubili fra piante e funghi continuano da allora ad amministrare la salute dei nostri boschi attraverso compromessi quotidiani fra piante e funghi.

Basti pensare al seme di un abete che, una volta caduto a terra, riesce a conservarsi e poi a germogliare grazie alla presenza al suo interno di una molteplicità di batteri e funghi che la pianta madre sa selezionare, passare al fiore e poi al seme, capaci di produrre con costanza una quantità di molecole tossiche sufficienti a tener lontano altri funghi e batteri, a comportamento parassitario.

Dopo poche ore dalla produzione delle radichette, poi, la differenza fra la vita e la morte di quel giovane abete dipenderà dalla sua capacità di entrare in simbiosi con funghi microscopici e sotterranei che sanno avvolgere di micelio ogni singolo apice assorbente formando una struttura che chiamiamo micorriza (i cappuccetti chiari nella foto), in grado di mascherare la presenza della radichetta a funghi parassiti ancora diversi e spesso letali.

Si tratta di equilibri delicati e preziosi, e quel giovane albero potrà sopravvivere e svilupparsi come la sua natura vorrebbe solo se sarà in grado di continuare una convivenza pacifica sia coi funghi ricevuti in dote dalla madre, che nel frattempo fluiscono lungo il fusto impregnandolo di tossine e proteggendolo così da parassiti esterni che potrebbero penetrare da ferite, sia coi simbionti micorrizici, assecondando così consuetudini di sopravvivenza che ci sono in gran parte ancora oscure.

Mano a mano che l’albero invecchia, però, quegli stessi simbionti che albergano nel legno iniziano a modificare gradualmente il loro comportamento verso il parassitismo, non più accontentandosi di piccole quantità di amido o di cellulosa, quindi, ma intensificando così velocemente la loro attività enzimatica da degradare il legno stesso. Velocizzando il deperimento dell’albero e favorendo l’ingresso di nuovi parassiti attraverso le radici o i rami.

Questo processo, lento ma irreversibile, si conclude con la caduta della parte maggiormente marcescente e poi dell’albero intero, il quale sarà colonizzato da funghi saprotrofi che lo degraderanno allo stato di humus.

È grazie a questa successione di eventi pilotata dai funghi, che in quello spazio prima inesistente potranno germinare e nutrirsi di humus i semi delle piante vicine.

La resilienza di un bosco, le dinamiche naturali che portano alla sostituzione degli alberi più deperenti con altri più adeguati a quel luogo e in quel momento dipende in larga misura dai funghi: organismi microscopici poco conosciuti, che spesso vivono nascosti sottoterra o all’interno dell’albero per evitare la luce e la disidratazione.

Specie capaci di adeguarsi all’ambiente circostante attraverso comportamenti così vari e mutevoli da rendere spesso vana la rigida distinzione fra mutualisti, parassiti e saprotrofi.

Comunità complesse capaci di adeguare la loro composizione in funzione della composizione vegetale e delle caratteristiche ambientali e climatiche del luogo.

Organismi che occasionalmente si rendono visibili ai nostri occhi producendo strutture di forme e colori peculiari, indispensabili alla produzione e alla diffusione delle spore: i corpi fruttiferi che noi chiamiamo ad esempio porcini, lattari o cortinari.

Anche per questo, le nostre aree montane sono un insostituibile serbatoio di diversità biologica.

Lucio Montecchio

(Prefazione ad un Atlante micologico di molto prossima uscita. Grazie agli autori per avermi coinvolto)