Categoria: sassolini

Quello che non so

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Ho già avuto modo di dirlo più volte: a me piacciono le persone che le piante le amano per il sorprendente fatto che esistono, indipendentemente dall’utilità, dalle dimensioni e, tanto meno, dall’età.

Poi, come si sa, ho un debole per gli alberi.

Però ci sono cose che non ho ancora capito.

Non ho ancora capito perché il piantare alberi affinché rinfreschino le nostre città passi come una grande idea, quando siamo stati noi a toglierli solo pochi anni fa per far spazio al nostro parcheggio, al nostro supermercato e al nostro cassonetto dell’umido.

Non ho ancora capito perché piantare sessanta milioni di alberi sia un’idea geniale, quando esiste la legge su un albero per ogni nato da anni che però viene disattesa perché non ci sono i soldi e, soprattutto, spazio.

Non ho ancora capito perché nessuno si ribella quando un’amministrazione pianta alberi sul bordo di una strada o in mezzo a una rotatoria destinandoli a essere massacrati da parcheggiatori e potatori.

Non ho ancora capito perché c’è chi dice di aver cura degli alberi ma sul furgone ostenta una motosega.

Non ho ancora capito perché un albero di 110 anni, 20 metri e mezzo marcio sia più meritevole di attenzione di uno più giovane, basso e sano.

Soprattutto, non ho capito perché diventa un dramma tale da scatenare telefonate ed e-mail il fatto che durante una diretta alla quale non ho chiesto io di partecipare dico che a me sono simpatici i movimenti di cittadini che si mobilitano per il fatto di voler sapere il motivo per cui vengono abbattuti alberi loro.

E’ la libertà, la cosa più preziosa che mi viene in mente.

E’ da quando avevo sui 16 anni che parteggio senz’altro per la gestione condivisa di qualsiasi bene comune, e non l’ho mai nascosto. Poi, sia chiaro, l’amministratore te lo sei votato tu e se non ti ha spiegato il perché di queste scelte prima di applicarle, sappi che hai sempre un’arma potentissima in mano: il prossimo voto.

A corollario: la simpatia non significa appoggio, ma condivisione del coraggio di voler sapere il perché delle cose.

Ecco, come chiuderebbe un mio amico con una delle più belle considerazioni del secolo: “era solo un pensiero”.

– Grazie a Gabriele Romorini (compagno di banco in prima elementare e fino alla fine del liceo) per la bella foto, scattata a Bibione poco fa –

Lucio Montecchio

Facce da Bar

 

 

Oltre questa mia tastiera c’è il FaceBar, con le pareti blu e le foto dei clienti in vetrina. Come dal barbiere in Penny Lane.

Soprattutto in tempi di isolamento fisico da amici e parenti, il “Bar delle Facce” costa meno del telefono e spesso fa più compagnia, perché ti fa sentire parte di un gruppo, come le sere del mese scorso al Bar Centrale

Al Bar delle Facce ogni giorno è il giorno che vuoi tu.

Chiudi gli occhi, pensa al lunedì e i commenti sul calcio saranno abbondanti, anche in questo periodo di lockdown. In attesa di tempi migliori, c’è chi posta il video di un politico di grido che si fa recapitare a casa un gruppo di ragazzi per far fare una partitella spensierata al figlio.

Negli altri giorni cambia il soggetto, ad esempio si parla parecchio dei vantaggi della bava di lumaca come anti-age (eh, si, perché dovete sapere che la bava sa rallentare il tempo, come ben dimostrato dalla lentezza delle lumache), di quella lì di Sanremo che è brutta perché ha il naso rifatto, oppure delle possibili geometrie del nostro pianeta.

Le dinamiche della discussione sono sostanzialmente le stesse: si confrontano opinioni opposte, ci si insulta per un po’ e poi si da’ tutti ragione all’esperto di turno, che se non fosse che gli mancavano ventotto esami si sarebbe laureato con una tesi in chirurgia dell’esofago. Tanto, a cosa serve una laurea? Lui fa il macellaio già da quattro mesi, e la laurea se l’è conquistata sul campo alla faccia dei figli di papà che vanno all’Università.

Vi faccio un esempio: durante la serata dedicata a “piante, dadi e datteri” si presenta immancabilmente qualcuno con due foto sfocate di un albero che ha già deciso di salvare da un destino crudele, chiedendo di che specie si tratti e soprattutto di che cosa è malato e cosa fare. Perché, si sa, gli alberi sono sempre malati, basta cercare bene. Anzi, no, scusate, non sono mai malati, va tutto bene. Anzi, no, devo sentire un amico, che lui sa. Diagnosi per corrispondenza, insomma, ecco. Smart working! (che poi ho chiesto a Jonathan, e da loro non usano questo termine).

Ma torniamo a noi.

Nel tempo di cinque minuti e parte il “toto-opinione”.

A me interessa: “seguo”, nel frattempo faccio gli auguri di buon compleanno a un amico che non conosco, scusandomi (cioè chiedendo scusa a me stesso) del ritardo.

Torno nella pagina dopo venti minuti, osservo, sorrido e scrennshotto, pensando al fatto che al mio medico non spedirei mai la foto dei miei occhi arrossati, perché certamente mi risponderebbe “amico mio, devo vederti. Magari poi ti mando da un oculista, o da un epatologo, non lo so. Forse sono solo le grappe di ieri sera, ricordi? No, vero?”.

Per fortuna fra gli avventori c’è spesso Gregorio Rasputìn, il vecchio allenatore dell’Albignasego Football Club: lui sa, perché dieci anni fa curava la rubrica scientifica “Io sono io” nel Bollettino di una parrocchia che purtroppo oggi non esiste più per via dei cambiamenti climatici.

Rasputìn posa il calice, si pulisce il naso adunco con la manica e da sotto i capelli lunghi sentenzia annoiato “carenza idrica: dategli un buon insetticida!”. Si, come abbiamo fatto a non pensarci prima? Non piove da tre mesi e gli insetti vanno a bere succhiando dalle foglie, come dimostrò già nel 1987 quel tale lì, come si chiama? Beh, non importa, dai: ora che ci penso, me l’aveva già detto il mio imbianchino.

Questo è il momento tanto atteso, quello della coesione sociale: alziamo tutti il pollice urlando “Like” e brindiamo felici, dandoci delle gran pacche sulla fronte col palmo della mano.

Anch’io, sia chiaro.

Semplicemente, mi convinco per qualche minuto di non aver “mai aperto i libri alle mie spalle, che tra l’altro non sono neanche miei”, come ebbe a dire con orgoglio un personaggio interpretato da quel genio assoluto di Natalino Balasso, il quale chiudeva la questione con “e comunque adesso devo portar fuori il cane”.

Lucio Montecchio