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Gli alberi sono una presenza discreta nella nostra quotidianità.

Da qualsiasi parte li guardiamo ci mostrano sempre la stessa faccia, e questo ci dà serenità e sicurezza. In pochi decenni cambiano forma crescendo per metri e quintali, ma ai nostri occhi sono così lenti da sembrarci immobili. E così, mentre noi ci spostiamo per fame o per freddo, pensiamo che loro non abbiano esigenze.

Ho amici che sgranano gli occhi quando racconto della quercia vicino a casa loro che è lì da almeno 400 anni, ma lo stupore dura il tempo di un caffè. I loro figli invece protestano incatenandosi al pioppo di 80 anni che dev’essere rimosso prima che il suo fusto marcescente cada sulla rotatoria.

Poco tempo fa il portavoce di una associazione ambientalista di un certo peso elettorale mi ha telefonato per chiedermi di sottoscrivere una petizione per la salvaguardia di un viale alberato compreso fa un marciapiede e una strada. Come mai li vogliono tagliare? Di che specie si tratta? Non lo sapeva, ma alla sua corrente serviva una firma.

Spero che questo Blog riesca a raccontare di alberi con leggerezza.

Che il pioppo produce fusti molto più fragili delle querce, ma che in natura questo fa parte di una strategia di sopravvivenza complessiva.

Mi piacerebbe che lo capissero le molte Amministrazioni che per motivi estetici immediati decidono di piantare alberi sul ciglio della strada fingendo di non sapere che cresceranno e occuperanno uno spazio che gli sarà precluso amputandone i rami più grossi. Ricoprendo le radici di asfalto inizierà un lento deperimento per fame e sete che si concluderà dopo qualche decennio con la marcescenza delle radici e poi con cadute rovinose. Al solito, leggeremo che è stato il vento.

Mi piacerebbe che lo capisse il mio vicino, convinto che un albero Debba Essere Potato. Troppe foglie da raccogliere, diceva orgoglioso di aver reciso tutti i rami grossi della quercia di ventidue anni di fronte alla mia camera da letto. Quelle ferite aperte saranno un esplicito invito alla miriade di microrganismi che, da sempre incapaci di attraversare la corteccia, con gratitudine riusciranno a vivere di legno, facendolo così marcire.

Mi piacerebbe che lo capisse chi è convinto che un albero non dev’essere vigoroso, ma bello. Possibilmente imponente da far invidia al vicino: Quanti anni ha sarà certamente seguita da chissà quanto l’hai pagato. E così trapiantiamo in giardino un ulivo secolare senza saperne provenienza né esigenze purché sembri vecchissimo, sfregiato dalle vicissitudini della vita tanto da ricordare un sopravvissuto. Con radici e rami amputati a dimensione del camion usato per il trasporto, da ora la sua vita sarà ben difficile ma, si sa, il giardiniere saprà cosa fare.

Mi piacerebbe che lo capisse anche chi abbraccia solo gli alberi grossi, quelli con qualche affascinante ingiuria del tempo da mostrare, da banalizzare ancora una volta con parole come “antico”, “veterano” o “monumento”. Soprattutto chi, dopo aver seguito costosi corsi all’estero di “veteranizzazione degli alberi”, massacra di ferite alberi sani perché in pochi anni sembrino dei sopravvissuti da ostentare con orgoglio.

Gli alberi non esistono per essere belli o utili.

Sono frutto di miliardi di anni di esperienza nel trovare il miglior modo di nutrirsi, crescere, figliare, collaborare, scegliere se difendersi dalla competizione o migrare.

Sono sostanza complessa in una forma solo apparentemente semplice, ecosistemi dinamici e aperti a chi cerchi rifugio e cibo in cambio di collaborazione.

Nascono e muoiono allo stesso tempo, perché sono contemporaneamente individuo, organismo, comunità e società.

Da queste considerazioni nasce l’idea di un altro blog sugli alberi.

Spero vi piacerà.

Lucio Montecchio