Rucola e grana

Poco prima del blackout che oramai sta durando da mesi, ebbi modo di trascorrere una settimana in un resort di montagna col baffo della Moretti, Totò e il Colonnello Bernacca.

All’inizio fu divertente, inconsapevolmente omaggiati dalla vita di sciovie seggiovie funivie, giornaliero settimanale mensile, piste nere rosse e blu, saune finlandesi svedesi e tailandesi, caldo freddo e vabenecosìgrazie, ciabattine bianche gialle e grigie che non serviva neanche rubarle, bresaola rucola e grana, bianco rosso e rosé e, senza gran difficoltà, oba oba a volontà.

Dopo qualche giorno, però, un virus s’infilò nella fabbrica della corrente e non funzionò più nulla, neanche il frigo del gelato al pistacchio.

Neanche la pompa della benzina.

Arrampicato sulla porta girevole e ghiacciata della hall, Totò commentò placidamente “La civiltà è avere tutto quello che vuoi quando non ti serve”.

Tornammo a piedi.

Lucio Montecchio

foto e citazione dal film Tototarzan, 1950 (settant’anni fa, così per dire).

Neve

Fino agli anni settanta, quando si voleva correggere una parola o una frase ci si tirava sopra una riga e ci si scriveva la parte nuova subito dopo, o sopra, o di lato.

Il maestro Ferro ci lasciava tutto il tempo per riflettere sulla parola definitiva e poi ci aiutava a commentarne l’uso confrontandola con le precedenti, barrate. Avevo sui nove anni e vi sto parlando di bello, buono, grande, piccolo e dei ben pochi sinonimi che un bambino dialettofono poteva usare a quell’età, sia chiaro. La parte più bella dell’esercizio, però, consisteva nel discutere del motivo per cui un aggettivo era stato preferito ad un altro. A volte tornavo sui miei passi barrando l’ultimo immenso e recuperando il primissimo grande.

Alle medie arrivò la gomma bicolore con la parte blu così arrogante da piallare via definitivamente le parole sbagliate e al liceo il bianchetto, buono per nascondere a chiunque altro l’errore e dimenticarsene per sempre.

All’università comparvero i primi computer domestici e la magia del tasto Canc, una vera macchina del tempo che non piallava né copriva, ma permetteva di tornare indietro all’infinito fino ad accontentarsi dell’errore meno sbagliato.

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E penso a questa neve che sta cadendo dal giorno di Natale, ai brindisi e alle telefonate degli ultimi giorni e alla voce di Van Morrison che ora ci sta scivolando sopra, nascondendo molte nostre scelte sbagliate.

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Lucio Montecchio

30.000 grazie!!!

Cari amici,

Il contatore di WordPress mi ha appena avvisato che dal primo gennaio a oggi il blog è stato visitato esattamente trentamila volte.

Grossomodo una visita ogni 17 minuti, notti comprese.

Più dei giorni che ho visto, dei chilometri che ho viaggiato e degli alberi che ho toccato.

E io vi amo, ecco.

Grazie davvero.

Serene feste ❤🌲❤

Lucio

Paesaggi olfattivi: albicocca

The taste of those apricots comes back to comfort me with the notion that abundance is always within reach, if only one knows how to find it

(Isabel Allende)

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albicòca, ambrognaga, apricò, arbicòcca, arbicocch, arbicòcola, arma, armagnaye, armeìn, armelin, armelina, armignèga, armila, armognan, armugnin, baracocolo, baracucca, baricòcolo, barracoc, bicocula, bignaga, biriqoqel, birricòcola, bricòccalo, bricocola, bricòcolo, bricòcql, bricòcula, cresòmme, crésommela, lebbèrgene, cresommele, cresommola, elbir, embrógnaga, erbicoc, fraccocu, ggrasciòmulu, gne, grasciombula, grasciombulu, libbergina, marille, marracocco, miäga, mignaga, minèce, miscimì, mognaga, mugnàga, mugnèga, mugnga, munièga, percòcca, piricoccu, prcoca, precoca, pricopa, pricopia, prn’kokk, ramignaga, rebugnàdega, rebugnaga, vernacocchela, viricocola, viricòculu, viricocunu, zarzillone.

Zarzillone. Zarzillone. Zar-zil-lone.

Lucio Montecchio

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(foto: http://www.intavoliamo.it)

Rumori di fondo

“Questo qui non ci scappa”, commentò con sé stesso il geometra Odilio verniciando una grande X rossa sulla schiena dell’olmo di fianco al “vecchio rustico da restaurare libero sui tre lati e giardino esclusivo, metrature generose, vicinanza al centro, prezzo interessante, incentivi sulla ristrutturazione”.

‘Dìlio aveva letto che in molti campi di concentramento si faceva la stessa cosa fra le spalle degli internati ventenni per dissuaderli dalla fuga, e a lui questa cosa piaceva parecchio.

Si, è vero, quand’era più giovane quell’olmo avrebbe davvero voluto scappare dal tanfo del letamaio poco lontano.

Qualche tentativo l’aveva anche fatto, cercando di lasciarsi strattonare dal vento per provare a scavalcare il fosso, ma poi il proprietario era morto, le vacche pure e quel sogno l’aveva accantonato già da molto tempo, preferendo la compagnia dei passeri circìrp, dei tordi zirlì, dei fringuelli cicciccì, delle cince zzizzì e di una famigliola di ghiri ghighì.

Odilio si allontanò nel bobbobbò di una Lancia Delta oro dell’81 usata-ma-tenutabene che si era sempre rifiutato di far restaurare “perché poi le tolgono l’anima”, diceva al bar con orgoglio.

Il silenzio tornò sovrano.

Fu in quel momento, che l’olmo si accomiatò per sempre dai suoi compagni.

(qui ci sta bene un Leonard Cohen, ma va bene anche un Ardbeg)

Lucio Montecchio

(in alto la copertina di “The End”, di Philippe Chappuis, 2018)

Post snob

Ho la fortuna di frequentare la montagna dai miei primi tre mesi di vita: Asiago in versione “quattro stagioni”.

Il mare era a mezz’ora e la montagna a un’ora e mezza, ma i miei hanno sempre, decisamente preferito la montagna. Dev’essere per via del richiamo delle radici montane testimoniato dai loro cognomi, o che i cromosomi di casa cedono più facilmente al magnetismo del nord.

“Fatto sta” (sintetizzerebbe mio padre) che non appena i miei piedi diventarono lunghi abbastanza per calzare quegli scarponcini di cuoio alti fino alla caviglia, coi lacci rossi e la suola con la punta piatta e il tacco scanalato, iniziai a sciare. Sci di legno senza alcuna marca evidente e con gli attacchi che bloccavano senza via di scampo gli scarponi, con una molla tutto attorno e una leva davanti.

I primi rudimenti li imparai dal maestro Claudio (il figlio di Lino, il custode del cimitero inglese del quale ho già avuto modo di scrivere).

Tutto questo succedeva di mercoledì, perché di domenica “c’è troppa gente” sentenziava papà (una quarantina di persone in tutto; oggi fa sorridere, lo so). Mio padre veniva a prendere Fabio e me con la ottoecinquanta blu a scuola verso mezzogiorno, per spendere assieme un pomeriggio sulla pistina di Cesuna, ricavata tirando uno skilift (“il gancio”) lungo un prato sul quale fino a due mesi prima pascolavano le stesse vacche che sarebbero tornate in primavera (sì, si dice pascolo e non prato, ma volevo evitare il gioco di parole).

Il settantaquattro consacrò la “valanga azzurra” e Gustav Thoeni (mio padre lo chiamava Toni), uno Zeno Colò con lo stesso cuore ma molta più tecnica, con dei cambi di ritmo tali da riuscire a scalare due marce in curva, buttare fuori dal baricentro ginocchio e spalla interni e ridurre così il raggio di curvatura in una frazione di secondo, un attimo dopo il paletto di legno.

Nel frattempo, io ci davo di spazzaneve, peso a valle e “bruco” (per imparare a cadere senza rompersi le caviglie); poi finalmente imparai a comandare gli sci paralleli: peso a monte, molleggio, bastoncino, cambio, rimolleggio e spinta sulle caviglie e le tibie.

Nei tratti diritti cercavo di prendere la posizione “a uovo” per imitare Pierino Gros. Da fermo, però, mi piaceva fare un saltino sui tacchi prima di lanciarmi giù meglio che potevo, emulando Gustav Thoeni al cancelletto.

Ah … quel favoloso, indimenticabile parallelo in Val Gardena contro Stenmark. Di loro due avevo due grandi poster comprati in una libreria del centro a Padova. Ho cercato anche quello di Klammer per molto tempo, senza successo.

Poi ci fu la tragedia di Leo David e la valanga azzurra si sciolse come neve al sole, ma nel frattempo alcune aziende artigianali si erano già industrializzate e divennero famose: Spalding, Colmar, Caber e La Tecnica, che inventò e lanciò un doposci che divenne status symbol anche per chi abitava in Piazza della Frutta: il Moon Boot. Uno stivale peloso buono per lo spritz, ecco (ma all’epoca lo spritz era troppo plebeo).

La moda dirompente dello sci da discesa decollò parecchi anni dopo con “Tomba la bomba”, il caschetto, il burro di cacao colorato, gli occhiali polarizzati, le giacche e le braghe larghe, gli scarponi fluo, i comprensori da millemila chilometri intervallati da finte baite col brulè e il solarium, gli alberghi e le seconde case con accesso diretto alla pista, per quelli che “io vivo nella natura”. Qualche discoteca in centro e, soprattutto un bendiddìo di turisti ricchi e schiamazzoni che non sapevano neppure dov’erano, che fingevano e fingono tuttora di ignorare che la neve finta (che già a chiamarla neve mi mette tristezza) viene fatta squarciando la montagna per metterci dentro vasche e tubi e che da quella striscia bianca si muovevano solo per rientrare in tempo per il brulè serale rigorosamente con fettina d’arancia, nello stile del punch.

L’industria dello sci (perché di industria si tratta) intanto procedeva al ritmo della cavalleria rusticana: colossi finanziari ignoti piantavano da un anno all’altro piste nuove, alberghi, piscine coperte e tutto il resto e noi, stupidamente, ridevamo.

Ho smesso di andarci, in quei posti là. Da almeno trent’anni.

Con Fabio, Giorgio e altri coetanei siamo passati allo sci da fondo nella sua versione vecchio stile: squamatòni Slegar e via, fino a perderci parecchie volte come quella notte, uno dietro l’altro, con la vetrata illuminata di un albergo lontano come unica stella polare.

E poi, un bellissimo giorno abbiamo deciso che “basta così” e, vestiti come al solito con quel che c’era in casa, abbiamo preso una ovovia e ci siamo lanciati fra i turisti fighetti e lenti giù da una “rossa” col solito zaino di cotone sulle spalle e gli sci da fondo, ai quali avevamo dato una definitiva passata di cartavetrata per spianare la maggior parte delle squame e decretare la morte anche di quelli e, per quel che ci riguardava, di tutto quello che il business della montagna d’inverno significava, voluto da businessmen pronti a investire indifferentemente in un comprensorio sciistico, in un resort galleggiante in Thailandia, in uno zoosafari coi leoni spelacchiati o in un parco (?) acquatico coi delfini in gabbia.

Continuo a frequentare la montagna, sia chiaro, e la amo così tanto da abitarci. È che, semplicemente, la montagna non può essere oggetto di profitto brutale, umiliata da raffiche di neve finta sparata dentro a corridoi racchiusi da boschi finti.

Se scaricassimo qualche milione di tonnellate di sale nel Garda solo per poterlo chiamare mare, non sarebbe stupido? E allora perché non riteniamo stupida la scelta di coprire di polvere di ghiaccio strisce di montagna, là dove la neve non cade oramai da trent’anni, con tutte le implicazioni ecologiche di breve e (quel che mi preoccupa di più) lungo periodo?

Spero che il turismo invernale non mancherà, in queste nostre montagne con gli impianti di risalita chiusi per motivi sanitari, perché questa potrebbe essere finalmente una buona occasione per visitare davvero la montagna, quella vera.

Mettiamo da parte, almeno per quest’anno, le riviste patinate e le guide VIP e cominciamo a girarle, queste nostre valli. Lentamente. A fermarci nei paesi grandi e piccoli, di quelli che il sito internet non ce l’hanno, a ricreare un indotto economico nelle periferie dei comprensori famosi dove abita chi, sugli impianti, ci lavora e per un po’ non potrà.

Ci sono un sacco di luoghi meravigliosi da visitare e persone belle da incontrare, anche con le piste chiuse.

Lucio Montecchio

Imparare dagli alberi

Venerdì 20 parteciperò al Convegno “Giardini, alberi … e noi”, organizzato dall’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna (la diretta streaming sarà qui: ibc.regione.emilia-romagna.it/vivilverde ).

Il titolo del mio intervento mi spaventa un po’: “Emergenze climatiche ed epidemiche. Imparare dagli alberi”, perché il rischio di dire delle gran banalità è sempre in agguato. Però ci proverò.

Forse parlerò del fatto che i virus ammalavano le piante da ben prima che le banane ci venissero alla nausea e decidessimo così di scendere dagli alberi, e che virus e piante sono riusciti ad arrivare fin qui trovando una forma di convivenza accettabile.

Oppure racconterò di innate capacità di adattamento alle peggiori difficoltà, del fatto che in un bosco non è mai l’albero più forte a sopravvivere ma quello più capace di adeguarsi ai cambiamenti.

Cercherò di evitare come se fosse il Covid la parola “resilienza” ma alla fine ci cascherò anch’io, lo so già.

E poi sistemerò il nodo, mi alzerò in piedi lentamente tenendo stretto il mio luccicante Shure 55 e scandirò “Together … We … Stand”, che non l’hanno inventato né quello storyteller di Esopo, né Sua Maestà Roger Waters.

Questo Motto sventolava sul gonfalone delle querce più veloci della glaciazione già cinquanta milioni di anni fa.

Lucio Montecchio

Germogli!

Ma che soddisfazione!

Ieri pomeriggio è uscito Germogli, una raccolta di racconti tratta da questo blog.

Però devo essere sincero: è stato Matteo Righetto a convincermi a fare questo passo, io mi sarei fermato alle mie storielle da insonne. E poi ci ha messo il suo bel carico anche Giorgio Gobbo, che quando ti guarda dai sui due metri di statura non gli puoi mica dire di no, giusto?

Allora succede che l’ego sborda dal buonsenso e osi chiedere ad un editore, così tanto per provare, mettendo come condizione il “visto e piaciuto, parolacce comprese”, sperando forse in un “allora no” liberatorio. E invece ti senti rispondere “va bene!”.

A dir la verità pensavo che estrapolare i racconti più graditi, rivederli, aggiungere e togliere qualcosa per poi dargli una passatina di colla e impacchettarli l’uno dopo l’altro sarebbe stata una cosa semplice e veloce, e invece mi ci è voluto tutto Agosto.

Ed eccoci qui: Germogli, il titolo di uno dei racconti nel quale descrivo una passeggiata intima a Paneveggio con un Maestro della letteratura.

E poi, a leggere la meravigliosa prefazione di Matteo Righetto che trovate qui fa voglia di comprarlo anche a me.

Dimenticavo la cosa più importante (vedi l’ego che scherzi ti gioca?).

Questa è un’operazione di fundraising: i proventi della prima edizione andranno dritti dritti al “Progetto400” dell’Università di Padova (c’è scritto sulla copertina), grazie al quale stiamo cercando di piantare alberi giovani per proteggerli, lasciarli crescere in libertà e studiarli durante il loro sviluppo per i prossimi 400 anni. Non l’ha mai fatto nessuno e non credo proprio che noi avremo la fortuna di vedere come va a finire, ma l’UniPD sta per celebrare i suoi 800 anni di storia e mi sento di poter dire che, in fondo, basta crederci.

Allora, se volete essere complici di questo sogno, correte in libreria o pigiate qui (è anche possibile comprarne moltissime copie, ad esempio per farne regali di Natale).

Germogli !!!

Lucio Montecchio

Giuggiolo

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Lucio Montecchio (lo)

Parole semplici

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“Le parole semplici non sanno ingannare”, scrisse José Saramago.

Parecchi anni fa invitai il dottor Angelo Funes Nova a tenere una lezione sulle complicate e mutevoli relazioni fra l’albero e i suoi condòmini, una moltitudine di organismi diversi che ne governano la salute e l’esistenza stessa attraverso scelte che solo ai nostri occhi sembrano lente.

Fu un discorso ricco e affascinante, durante il quale la mia mente si perse in un viaggio in cui l’albero assumeva gradualmente la definizione di luogo, poi di comunità e infine di ecosistema; una narrazione suggestiva e ricca di spunti nuovi, semplici e di buonsenso. Immaginando un albero-pianeta presi anche molti appunti, che a leggerli ora sembrano dei vagheggiamenti da ambientalista degli anni Settanta.

Al termine chiesi ad Angelo come fosse riuscito a comporre un racconto così fluido e chiaro e, soprattutto, aperto a chiavi di lettura diverse.

Lui fece un sorriso timido e rispose: “imparando a rinunciare”. Rinunciare allo sfoggio di frasi complicate che spesso costringono le parole verso un solo destino, lasciando poco spazio alla riflessione. Secondo me avrebbe aggiunto volentieri “e uscendo dal perimetro della cattedra”.

Sono innumerevoli i rapporti che ci legano all’albero, allegoria dell’ambiente ben più ampio del quale facciamo parte e con il quale il nostro originario rapporto di simbiosi sta velocemente mutando in un parassitismo miope.

Sta a noi riorientare le nostre scelte, anche con parole e gesti semplici, di quelli “che non sanno ingannare”.

Lucio Montecchio

Linda

 

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L’ha piantato Francis, e la targa bianca dice che è per Linda.

A lei piacevano, i tigli.

Era in Sudafrica a seguire un mio progetto di ricerca. Io non avevo voglia di andarci e lei si, come sempre.

Trentanove anni di amore per la vita, sguardo e futuro radiosi.

Quel sabato pomeriggio è scesa la notte.

Ad esempio

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Se io dovessi farmi un’idea della qualità di un qualsiasi lavoro prenderei come riferimento chi, oltre a farlo, ha l’esperienza e i mezzi per farlo bene.

Vorrei un caffè come quello del Pedrocchi e un’auto verniciata secondo lo standard della Ferrari.

Se  io volessi far potare un mio albero, lo farei potare secondo lo standard di un’amministrazione pubblica.

Ma sbaglierei.

Lucio Montecchio

 

Simbiosi

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Credo che la potenza emotiva che inconsapevolmente ci sa trasmettere il bosco stia nelle relazioni sinergiche fra le sue centinaia di componenti che, come in un’orchestra affiatata, sanno relazionarsi nel pieno rispetto reciproco, finalizzato a un solo e semplice obiettivo: il benessere complessivo del bosco.

Le più intime relazioni fra piante e funghi risalgono a 350 milioni di anni fa, quando le prime terre emerse furono colonizzate con difficoltà da piante e funghi acquatici che in pochi millenni riuscirono a costituire relazioni simbiotiche durevoli e indispensabili alla sopravvivenza di entrambi. I rapporti indissolubili fra piante e funghi continuano da allora ad amministrare la salute dei nostri boschi attraverso compromessi quotidiani fra piante e funghi.

Basti pensare al seme di un abete che, una volta caduto a terra, riesce a conservarsi e poi a germogliare grazie alla presenza al suo interno di una molteplicità di batteri e funghi che la pianta madre sa selezionare, passare al fiore e poi al seme, capaci di produrre con costanza una quantità di molecole tossiche sufficienti a tener lontano altri funghi e batteri, a comportamento parassitario.

Dopo poche ore dalla produzione delle radichette, poi, la differenza fra la vita e la morte di quel giovane abete dipenderà dalla sua capacità di entrare in simbiosi con funghi microscopici e sotterranei che sanno avvolgere di micelio ogni singolo apice assorbente formando una struttura che chiamiamo micorriza (i cappuccetti chiari nella foto), in grado di mascherare la presenza della radichetta a funghi parassiti ancora diversi e spesso letali.

Si tratta di equilibri delicati e preziosi, e quel giovane albero potrà sopravvivere e svilupparsi come la sua natura vorrebbe solo se sarà in grado di continuare una convivenza pacifica sia coi funghi ricevuti in dote dalla madre, che nel frattempo fluiscono lungo il fusto impregnandolo di tossine e proteggendolo così da parassiti esterni che potrebbero penetrare da ferite, sia coi simbionti micorrizici, assecondando così consuetudini di sopravvivenza che ci sono in gran parte ancora oscure.

Mano a mano che l’albero invecchia, però, quegli stessi simbionti che albergano nel legno iniziano a modificare gradualmente il loro comportamento verso il parassitismo, non più accontentandosi di piccole quantità di amido o di cellulosa, quindi, ma intensificando così velocemente la loro attività enzimatica da degradare il legno stesso. Velocizzando il deperimento dell’albero e favorendo l’ingresso di nuovi parassiti attraverso le radici o i rami.

Questo processo, lento ma irreversibile, si conclude con la caduta della parte maggiormente marcescente e poi dell’albero intero, il quale sarà colonizzato da funghi saprotrofi che lo degraderanno allo stato di humus.

È grazie a questa successione di eventi pilotata dai funghi, che in quello spazio prima inesistente potranno germinare e nutrirsi di humus i semi delle piante vicine.

La resilienza di un bosco, le dinamiche naturali che portano alla sostituzione degli alberi più deperenti con altri più adeguati a quel luogo e in quel momento dipende in larga misura dai funghi: organismi microscopici poco conosciuti, che spesso vivono nascosti sottoterra o all’interno dell’albero per evitare la luce e la disidratazione.

Specie capaci di adeguarsi all’ambiente circostante attraverso comportamenti così vari e mutevoli da rendere spesso vana la rigida distinzione fra mutualisti, parassiti e saprotrofi.

Comunità complesse capaci di adeguare la loro composizione in funzione della composizione vegetale e delle caratteristiche ambientali e climatiche del luogo.

Organismi che occasionalmente si rendono visibili ai nostri occhi producendo strutture di forme e colori peculiari, indispensabili alla produzione e alla diffusione delle spore: i corpi fruttiferi che noi chiamiamo ad esempio porcini, lattari o cortinari.

Anche per questo, le nostre aree montane sono un insostituibile serbatoio di diversità biologica.

Lucio Montecchio

(Prefazione ad un Atlante micologico di molto prossima uscita. Grazie agli autori per avermi coinvolto)

 

Quello che non so

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Ho già avuto modo di dirlo più volte: a me piacciono le persone che le piante le amano per il sorprendente fatto che esistono, indipendentemente dall’utilità, dalle dimensioni e, tanto meno, dall’età.

Poi, come si sa, ho un debole per gli alberi.

Però ci sono cose che non ho ancora capito.

Non ho ancora capito perché il piantare alberi affinché rinfreschino le nostre città passi come una grande idea, quando siamo stati noi a toglierli solo pochi anni fa per far spazio al nostro parcheggio, al nostro supermercato e al nostro cassonetto dell’umido.

Non ho ancora capito perché piantare sessanta milioni di alberi sia un’idea geniale, quando esiste la legge su un albero per ogni nato da anni che però viene disattesa perché non ci sono i soldi e, soprattutto, spazio.

Non ho ancora capito perché nessuno si ribella quando un’amministrazione pianta alberi sul bordo di una strada o in mezzo a una rotatoria destinandoli a essere massacrati da parcheggiatori e potatori.

Non ho ancora capito perché c’è chi dice di aver cura degli alberi ma sul furgone ostenta una motosega.

Non ho ancora capito perché un albero di 110 anni, 20 metri e mezzo marcio sia più meritevole di attenzione di uno più giovane, basso e sano.

Soprattutto, non ho capito perché diventa un dramma tale da scatenare telefonate ed e-mail il fatto che durante una diretta alla quale non ho chiesto io di partecipare dico che a me sono simpatici i movimenti di cittadini che si mobilitano per il fatto di voler sapere il motivo per cui vengono abbattuti alberi loro.

E’ la libertà, la cosa più preziosa che mi viene in mente.

E’ da quando avevo sui 16 anni che parteggio senz’altro per la gestione condivisa di qualsiasi bene comune, e non l’ho mai nascosto. Poi, sia chiaro, l’amministratore te lo sei votato tu e se non ti ha spiegato il perché di queste scelte prima di applicarle, sappi che hai sempre un’arma potentissima in mano: il prossimo voto.

A corollario: la simpatia non significa appoggio, ma condivisione del coraggio di voler sapere il perché delle cose.

Ecco, come chiuderebbe un mio amico con una delle più belle considerazioni del secolo: “era solo un pensiero”.

– Grazie a Gabriele Romorini (compagno di banco in prima elementare e fino alla fine del liceo) per la bella foto, scattata a Bibione poco fa –

Lucio Montecchio

Mr. Tyler e le foglie lobate

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Nel pomeriggio di oggi risponderò ad alcune domande attraverso un webinar sull’argomento “Comunicare l’albero”.

Sarà in diretta e non so bene cosa dirò, perché “comunicazione” significa tanto, oppure poco.

Però penso che la comunicazione, per quanto leggera, debba posarsi su conoscenze solide e incontrovertibili, perché il rischio in agguato è sempre il solito: se lo dice uno che ne sa più di me, allora è vero.
La tazza del caffè di stamattina e la forma della foglia che c’è disegnata sopra, però, mi hanno portato consiglio.

E allora mi è venuto da pensare al fatto che, in natura, la forma spesso coincide con la sostanza. Ma perché una farnia ha le foglie lobate?

“E’ così perché è così”, mi rispondeva sbrigativamente mio padre dopo la dodicesima ora di lavoro, porocristo.

“E’ per prendere più sole”, “No, è per prenderne meno”, direbbe qualcun altro.

La vera risposta è molto semplice: la foglia lobata è un deterrente, un chiaro parametro di adattamento alle situazioni quotidiane, insomma. Di furbizia, se volete.

L’ha dimostrato per primo Steven Tyler nel 1979 in un articolo che, all’epoca, fu certamente sottovalutato.

Lo stesso argomento, poi, fu ridimostrato avvalendosi di metodi più moderni da Mark Robinson nel 1983. E’ un peccato che quest’ultimo non abbia citato Tyler e si sia appropriato di paternità, ipotesi e dimostrazioni non sue attribuendosi ogni merito, ma son cose deplorevoli che a volte succedono.

Ma torniamo a noi. La lobatura della foglia, oramai è chiaro, è un messaggio che dice grossomodo così: “Caro insetto appassionato di croccante mesofillo fogliare, non lo vedi che la parte più saporita se la sono già mangiata i tuoi amici più mattinieri? Se fossi in te non perderei altro tempo e mi sposterei al tiglio lì vicino”.

Eh, si. Ci sono alberi che sono disposti a rinunciare a qualche centimetro quadrato di foglia, pur di ingannare il nemico. Semplice.

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Ecco, in queste poche righe spero di aver dimostrato come una persona con un po’ di credibilità possa rendere vera una balla inventata fra un caffè e una doccia, perché questa cosa l’ho inventata “di sana pianta”.

Morale: le informazioni scientifiche sono una cosa seria. Tutto il resto, spesso, è fuffa gratis e piacevole.
La madre delle informazioni scientifiche è una sola: la ricerca scientifica. Che richiede tempo, energia, risorse e confronto aperto. La differenza fra realtà e irrealtà però la si smaschera facilmente, sia chiaro: basta andare a verificare chi l’ha scritto, dove l’ha scritto e chi gliel’ha pubblicato.

Intendo dire che è davvero improbabile che un ricercatore tenga il risultato di una ricerca innovativa in un cassetto o lo racconti solo alle fiere del pisello dolce o lo pubblichi solo nei bollettini parrocchiali, ecco.

Comunque chiudiamo in bellezza: Steven Tyler si arrabbiò tantissimo, mandò in frantumi una tavolata di calici con un bemolle altissimo e mise su una rock band. Tuttora è nel giro della comunicazione, quindi, e da protagonista. Non tutto il male vien per nuocere.

Di Mr. Robinson, invece, mi dicono che continua a frequentare i peggiori bar di Caracas. Male non fare …

A stasera.

Lucio Montecchio

6 luglio 2020