30.000 grazie!!!

Cari amici,

Il contatore di WordPress mi ha appena avvisato che dal primo gennaio a oggi il blog è stato visitato esattamente trentamila volte.

Grossomodo una visita ogni 17 minuti, notti comprese.

Più dei giorni che ho visto, dei chilometri che ho viaggiato e degli alberi che ho toccato.

E io vi amo, ecco.

Grazie davvero.

Serene feste ❤🌲❤

Lucio

Paesaggi olfattivi: albicocca

The taste of those apricots comes back to comfort me with the notion that abundance is always within reach, if only one knows how to find it

(Isabel Allende)

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albicòca, ambrognaga, apricò, arbicòcca, arbicocch, arbicòcola, arma, armagnaye, armeìn, armelin, armelina, armignèga, armila, armognan, armugnin, baracocolo, baracucca, baricòcolo, barracoc, bicocula, bignaga, biriqoqel, birricòcola, bricòccalo, bricocola, bricòcolo, bricòcql, bricòcula, cresòmme, crésommela, lebbèrgene, cresommele, cresommola, elbir, embrógnaga, erbicoc, fraccocu, ggrasciòmulu, gne, grasciombula, grasciombulu, libbergina, marille, marracocco, miäga, mignaga, minèce, miscimì, mognaga, mugnàga, mugnèga, mugnga, munièga, percòcca, piricoccu, prcoca, precoca, pricopa, pricopia, prn’kokk, ramignaga, rebugnàdega, rebugnaga, vernacocchela, viricocola, viricòculu, viricocunu, zarzillone.

Zarzillone. Zarzillone. Zar-zil-lone.

Lucio Montecchio

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(foto: http://www.intavoliamo.it)

Rumori di fondo

“Questo qui non ci scappa”, commentò con sé stesso il geometra Odilio verniciando una grande X rossa sulla schiena dell’olmo di fianco al “vecchio rustico da restaurare libero sui tre lati e giardino esclusivo, metrature generose, vicinanza al centro, prezzo interessante, incentivi sulla ristrutturazione”.

‘Dìlio aveva letto che in molti campi di concentramento si faceva la stessa cosa fra le spalle degli internati ventenni per dissuaderli dalla fuga, e a lui questa cosa piaceva parecchio.

Si, è vero, quand’era più giovane quell’olmo avrebbe davvero voluto scappare dal tanfo del letamaio poco lontano.

Qualche tentativo l’aveva anche fatto, cercando di lasciarsi strattonare dal vento per provare a scavalcare il fosso, ma poi il proprietario era morto, le vacche pure e quel sogno l’aveva accantonato già da molto tempo, preferendo la compagnia dei passeri circìrp, dei tordi zirlì, dei fringuelli cicciccì, delle cince zzizzì e di una famigliola di ghiri ghighì.

Odilio si allontanò nel bobbobbò di una Lancia Delta oro dell’81 usata-ma-tenutabene che si era sempre rifiutato di far restaurare “perché poi le tolgono l’anima”, diceva al bar con orgoglio.

Il silenzio tornò sovrano.

Fu in quel momento, che l’olmo si accomiatò per sempre dai suoi compagni.

(qui ci sta bene un Leonard Cohen, ma va bene anche un Ardbeg)

Lucio Montecchio

(in alto la copertina di “The End”, di Philippe Chappuis, 2018)

Sostenibile

Sostenibile, un aggettivo che abbiamo inventato per giustificare l’utilità di scelte che potrebbero essere discutibili. Una cosa o un’azione può esserlo oppure no; i quasi, i forse o gli abbastanza non sono previsti. E qui casca l’asino, purtroppo, perché siccome per un sì o per un no servono numeri e non opinioni, il concetto di sostenibilità passa velocemente dalla sfera morale a quella contabile.

In agricoltura abbiamo iniziato a usare sostenibile con una certa leggerezza già una cinquantina d’anni fa, quando sui pomodori ci spruzzavamo prodotti a base di mercurio per rendere possibili grandi produzioni a costi ridicoli. Poi si è scoperto che di mercurio ci si moriva, ma dal cilindro magico della sostenibilità è prontamente uscito il magico Benomyl. Poi si è scoperto che una quota significativa dei figli di chi lo usava nasceva ipovedente o cieco. Per strade diverse, ma nello stesso settore, in quel periodo è arrivata quella cosa che veniva chiamata inizialmente guerra biologica, abbastanza efficace contro un nemico non tanto delle piante di pomodoro, che quelle mica morivano, ma della produzione di pomodori da mettere sul mercato. Un nemico nostro, insomma. Guerra però suonava male, e siamo passati a lotta e poi a controllo (più pacifista), fino ad arrivare a coltivazione organica, che in italiano non significa nulla ma proprio nulla, ma che suona tanto ma tanto bene. Tutte produzioni sostenibili, certificate o autocertificate, frutto di una buona gestione dell’ecosistema agrario che poi non ho ancora capito come si possano sposare queste due nobili parole nelle nostre monocolture: sistema agrario sarebbe più onesto e non ci sarebbe davvero motivo di vergognarsene (ma, oltre a sostenibile, noi siamo abituati a usare a vanvera sia bio- sia eco-).

Ed eccoci qui, ai biscotti col bollino di sostenibilità che ho di fronte, prodotti da mani adulte e consenzienti, coltivazioni organiche, ecocompatibili e senza olio di palma. Che io, sinceramente, non sapevo neppure cosa fosse quest’olio di palma, prima che qualcuno me ne parlasse associandone la produzione a devastazioni ambientali indecenti, ma certamente sostenibili agli occhi di chi le autorizza e di chi le mette in atto, pronti col solito ricatto dei posti di lavoro oramai creati e che andrebbero irrimediabilmente persi a scapito non solo dei singoli lavoratori, ma di intere famiglie e comunità.

Però questi biscottini bicolori sono buoni, dai. Sono profumati, friabili, saporiti e il loro costo (ambientale ed economico, ma non ci vedo una grande differenza) è sostenibile. Se il negozio fosse a 50 chilometri e dovessi andarci appositamente con una Lamborghini, il bilancio della sostenibilità probabilmente sarebbe negativo.

Anzi no, se avessi una Lamborghini probabilmente riterrei questo costo sostenibile e dormirei serenamente. Punti di vista, opinioni, che col concetto di sostenibilità non hanno nessuna affinità.

Siccome la Lamborghini non ce l’ho (ma dentro a una Huracan rossa mi ci vedrei, sia chiaro), per rendere sostenibile l’acquisto di un pacchetto di questi biscotti guido per tre chilometri e già che ci sono prendo anche dell’uva cilena che mi dicono essere sostenibile e della carta igienica che per arrivare fin qui si è fatta due giorni di camion. Gli acquisti multipli ed eterogenei li faccio per una questione di economia di scala, sennò ogni singolo prodotto mi costerebbe troppo, ma questo giochino mi è possibile solo se vado in un supermercato di quelli grandi e senza finestre che pompano aria calda o fresca di continuo e con un bel parcheggio di cemento considerato sostenibile perché il gruppo proprietario, in cambio dell’autorizzazione alla costruzione, ha piantato un po’ d’alberi in un praticello lì vicino dove non ci ho mai visto nessuno, per il semplice fatto che lì vicino non ci abita nessuno.

Mi sono infilato in una storia senza fine, lo so, e i post devono essere brevi.

Io volevo parlare di torrenti lastricati, di paesi costruiti proprio là dove l’acqua è pronta a traboccare da fiumi strizzati all’inverosimile dentro a due fianchi stretti stretti, di autostrade inutili, di parcheggi impermeabili fatti in cambio di quattro alberelli stitici e di gloriose pompe idrovore sulle quali, in queste pianure bonificate, si basa buona parte del nostro concetto di sostenibilità ambientale. Poi, maledetto il cambiamento climatico, succede che in dicembre nevica, piove, salta la corrente, le pompe si spengono e il giocattolo della sostenibilità si rompe.

Biscottino?

Lucio Montecchio

Post snob

Ho la fortuna di frequentare la montagna dai miei primi tre mesi di vita: Asiago in versione “quattro stagioni”.

Il mare era a mezz’ora e la montagna a un’ora e mezza, ma i miei hanno sempre, decisamente preferito la montagna. Dev’essere per via del richiamo delle radici montane testimoniato dai loro cognomi, o che i cromosomi di casa cedono più facilmente al magnetismo del nord.

“Fatto sta” (sintetizzerebbe mio padre) che non appena i miei piedi diventarono lunghi abbastanza per calzare quegli scarponcini di cuoio alti fino alla caviglia, coi lacci rossi e la suola con la punta piatta e il tacco scanalato, iniziai a sciare. Sci di legno senza alcuna marca evidente e con gli attacchi che bloccavano senza via di scampo gli scarponi, con una molla tutto attorno e una leva davanti.

I primi rudimenti li imparai dal maestro Claudio (il figlio di Lino, il custode del cimitero inglese del quale ho già avuto modo di scrivere).

Tutto questo succedeva di mercoledì, perché di domenica “c’è troppa gente” sentenziava papà (una quarantina di persone in tutto; oggi fa sorridere, lo so). Mio padre veniva a prendere Fabio e me con la ottoecinquanta blu a scuola verso mezzogiorno, per spendere assieme un pomeriggio sulla pistina di Cesuna, ricavata tirando uno skilift (“il gancio”) lungo un prato sul quale fino a due mesi prima pascolavano le stesse vacche che sarebbero tornate in primavera (sì, si dice pascolo e non prato, ma volevo evitare il gioco di parole).

Il settantaquattro consacrò la “valanga azzurra” e Gustav Thoeni (mio padre lo chiamava Toni), uno Zeno Colò con lo stesso cuore ma molta più tecnica, con dei cambi di ritmo tali da riuscire a scalare due marce in curva, buttare fuori dal baricentro ginocchio e spalla interni e ridurre così il raggio di curvatura in una frazione di secondo, un attimo dopo il paletto di legno.

Nel frattempo, io ci davo di spazzaneve, peso a valle e “bruco” (per imparare a cadere senza rompersi le caviglie); poi finalmente imparai a comandare gli sci paralleli: peso a monte, molleggio, bastoncino, cambio, rimolleggio e spinta sulle caviglie e le tibie.

Nei tratti diritti cercavo di prendere la posizione “a uovo” per imitare Pierino Gros. Da fermo, però, mi piaceva fare un saltino sui tacchi prima di lanciarmi giù meglio che potevo, emulando Gustav Thoeni al cancelletto.

Ah … quel favoloso, indimenticabile parallelo in Val Gardena contro Stenmark. Di loro due avevo due grandi poster comprati in una libreria del centro a Padova. Ho cercato anche quello di Klammer per molto tempo, senza successo.

Poi ci fu la tragedia di Leo David e la valanga azzurra si sciolse come neve al sole, ma nel frattempo alcune aziende artigianali si erano già industrializzate e divennero famose: Spalding, Colmar, Caber e La Tecnica, che inventò e lanciò un doposci che divenne status symbol anche per chi abitava in Piazza della Frutta: il Moon Boot. Uno stivale peloso buono per lo spritz, ecco (ma all’epoca lo spritz era troppo plebeo).

La moda dirompente dello sci da discesa decollò parecchi anni dopo con “Tomba la bomba”, il caschetto, il burro di cacao colorato, gli occhiali polarizzati, le giacche e le braghe larghe, gli scarponi fluo, i comprensori da millemila chilometri intervallati da finte baite col brulè e il solarium, gli alberghi e le seconde case con accesso diretto alla pista, per quelli che “io vivo nella natura”. Qualche discoteca in centro e, soprattutto un bendiddìo di turisti ricchi e schiamazzoni che non sapevano neppure dov’erano, che fingevano e fingono tuttora di ignorare che la neve finta (che già a chiamarla neve mi mette tristezza) viene fatta squarciando la montagna per metterci dentro vasche e tubi e che da quella striscia bianca si muovevano solo per rientrare in tempo per il brulè serale rigorosamente con fettina d’arancia, nello stile del punch.

L’industria dello sci (perché di industria si tratta) intanto procedeva al ritmo della cavalleria rusticana: colossi finanziari ignoti piantavano da un anno all’altro piste nuove, alberghi, piscine coperte e tutto il resto e noi, stupidamente, ridevamo.

Ho smesso di andarci, in quei posti là. Da almeno trent’anni.

Con Fabio, Giorgio e altri coetanei siamo passati allo sci da fondo nella sua versione vecchio stile: squamatòni Slegar e via, fino a perderci parecchie volte come quella notte, uno dietro l’altro, con la vetrata illuminata di un albergo lontano come unica stella polare.

E poi, un bellissimo giorno abbiamo deciso che “basta così” e, vestiti come al solito con quel che c’era in casa, abbiamo preso una ovovia e ci siamo lanciati fra i turisti fighetti e lenti giù da una “rossa” col solito zaino di cotone sulle spalle e gli sci da fondo, ai quali avevamo dato una definitiva passata di cartavetrata per spianare la maggior parte delle squame e decretare la morte anche di quelli e, per quel che ci riguardava, di tutto quello che il business della montagna d’inverno significava, voluto da businessmen pronti a investire indifferentemente in un comprensorio sciistico, in un resort galleggiante in Thailandia, in uno zoosafari coi leoni spelacchiati o in un parco (?) acquatico coi delfini in gabbia.

Continuo a frequentare la montagna, sia chiaro, e la amo così tanto da abitarci. È che, semplicemente, la montagna non può essere oggetto di profitto brutale, umiliata da raffiche di neve finta sparata dentro a corridoi racchiusi da boschi finti.

Se scaricassimo qualche milione di tonnellate di sale nel Garda solo per poterlo chiamare mare, non sarebbe stupido? E allora perché non riteniamo stupida la scelta di coprire di polvere di ghiaccio strisce di montagna, là dove la neve non cade oramai da trent’anni, con tutte le implicazioni ecologiche di breve e (quel che mi preoccupa di più) lungo periodo?

Spero che il turismo invernale non mancherà, in queste nostre montagne con gli impianti di risalita chiusi per motivi sanitari, perché questa potrebbe essere finalmente una buona occasione per visitare davvero la montagna, quella vera.

Mettiamo da parte, almeno per quest’anno, le riviste patinate e le guide VIP e cominciamo a girarle, queste nostre valli. Lentamente. A fermarci nei paesi grandi e piccoli, di quelli che il sito internet non ce l’hanno, a ricreare un indotto economico nelle periferie dei comprensori famosi dove abita chi, sugli impianti, ci lavora e per un po’ non potrà.

Ci sono un sacco di luoghi meravigliosi da visitare e persone belle da incontrare, anche con le piste chiuse.

Lucio Montecchio

Imparare dagli alberi

Venerdì 20 parteciperò al Convegno “Giardini, alberi … e noi”, organizzato dall’Istituto per i beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna (la diretta streaming sarà qui: ibc.regione.emilia-romagna.it/vivilverde ).

Il titolo del mio intervento mi spaventa un po’: “Emergenze climatiche ed epidemiche. Imparare dagli alberi”, perché il rischio di dire delle gran banalità è sempre in agguato. Però ci proverò.

Forse parlerò del fatto che i virus ammalavano le piante da ben prima che le banane ci venissero alla nausea e decidessimo così di scendere dagli alberi, e che virus e piante sono riusciti ad arrivare fin qui trovando una forma di convivenza accettabile.

Oppure racconterò di innate capacità di adattamento alle peggiori difficoltà, del fatto che in un bosco non è mai l’albero più forte a sopravvivere ma quello più capace di adeguarsi ai cambiamenti.

Cercherò di evitare come se fosse il Covid la parola “resilienza” ma alla fine ci cascherò anch’io, lo so già.

E poi sistemerò il nodo, mi alzerò in piedi lentamente tenendo stretto il mio luccicante Shure 55 e scandirò “Together … We … Stand”, che non l’hanno inventato né quello storyteller di Esopo, né Sua Maestà Roger Waters.

Questo Motto sventolava sul gonfalone delle querce più veloci della glaciazione già cinquanta milioni di anni fa.

Lucio Montecchio

Germogli!

Ma che soddisfazione!

Ieri pomeriggio è uscito Germogli, una raccolta di racconti tratta da questo blog.

Però devo essere sincero: è stato Matteo Righetto a convincermi a fare questo passo, io mi sarei fermato alle mie storielle da insonne. E poi ci ha messo il suo bel carico anche Giorgio Gobbo, che quando ti guarda dai sui due metri di statura non gli puoi mica dire di no, giusto?

Allora succede che l’ego sborda dal buonsenso e osi chiedere ad un editore, così tanto per provare, mettendo come condizione il “visto e piaciuto, parolacce comprese”, sperando forse in un “allora no” liberatorio. E invece ti senti rispondere “va bene!”.

A dir la verità pensavo che estrapolare i racconti più graditi, rivederli, aggiungere e togliere qualcosa per poi dargli una passatina di colla e impacchettarli l’uno dopo l’altro sarebbe stata una cosa semplice e veloce, e invece mi ci è voluto tutto Agosto.

Ed eccoci qui: Germogli, il titolo di uno dei racconti nel quale descrivo una passeggiata intima a Paneveggio con un Maestro della letteratura.

E poi, a leggere la meravigliosa prefazione di Matteo Righetto che trovate qui fa voglia di comprarlo anche a me.

Dimenticavo la cosa più importante (vedi l’ego che scherzi ti gioca?).

Questa è un’operazione di fundraising: i proventi della prima edizione andranno dritti dritti al “Progetto400” dell’Università di Padova (c’è scritto sulla copertina), grazie al quale stiamo cercando di piantare alberi giovani per proteggerli, lasciarli crescere in libertà e studiarli durante il loro sviluppo per i prossimi 400 anni. Non l’ha mai fatto nessuno e non credo proprio che noi avremo la fortuna di vedere come va a finire, ma l’UniPD sta per celebrare i suoi 800 anni di storia e mi sento di poter dire che, in fondo, basta crederci.

Allora, se volete essere complici di questo sogno, correte in libreria o pigiate qui (è anche possibile comprarne moltissime copie, ad esempio per farne regali di Natale).

Germogli !!!

Lucio Montecchio

Ailanto (un nome da partigiano)

E così avete scoperto che adesso siamo una “bomba ecologica”.

Amico, da soli qui noi non saremmo mai arrivati. Trecento anni fa non sapevamo neppure che esistesse, l’Europa!

Noi stavamo bene dov’eravamo: ci chiamavano Albero del Paradiso, ci rispettavano e curavano in cambio di buon legno da mobili e mestoli, e di foglie e fiori da farmaci.

È che non vi basta mai, come sempre.

Vi serviva proprio deportare altri alberi esotici, vero?

Da ostentare lungo i vostri bei viali moderni, con le radici così fitte e fonde da tener su le scarpate sopra le nuove strade, da dar da mangiare a un insetto che cacava seta per farne bei vestiti eleganti.

E poi ci avete abbandonato; così, d’un tratto. Sostituiti dalla tecnica e dalla moda come sempre.

“Infestante”, dite.

Eh, sì. Aprite la finestra e dite un po’: quanti ne vedete, di nostri simili, dal vostro bel balcone?

“Beh, infestante-infestante no, però mamma mia quanto puzzano!”

Forse.

Però, dai, avete del gran buon tempo se per sentire questo odore che dite sgradevole dovete strapparci foglie e fiori e strofinarveli fra le mani, vero?

Ma avete una vaga idea della puzza dei vostri scarichi che noi filtriamo pur di farne legno, o oramai vi ci siete abituati?

E così ci siamo spostati ai margini della vita vostra, in posti che non sapete neppure che esistono, nei giardini abbandonati, nelle case vecchie, sotto i ponti, sui terreni dimenticati, poveri, pietrosi, detestati dagli alberi alla moda, sul sasso e sotto il sole rovente.

Con tutti gli altri reietti e randagi, nella parte grigia del vostro mondo.

Almeno qui, però, lasciateci vivere.

Con vive cordialità

C.E.A.

Coordinamento Europeo Ailanti (siamo buoni e siamo tanti)

PS: ne riparliamo fra una cinquantina d’anni, quando vi serviranno alberi che crescano nell’arsura.

Le pere di Marco

Una ventina d’anni fa, un amico che abitava nella campagna ferrarese ci invitò ad un rituale locale: la preparazione della coppa di testa, un meraviglioso insaccato di maiale da affettare per farci panini o altro.

Quando arrivammo, poco prima di pranzo, tredici mezze teste di maiale stavano già bollendo a fuoco molto lento in due enormi bidoni di ferro che avevano certamente visto tempi migliori. Chiesi perché fossero in numero dispari, Marco mi rispose che lui non aveva maiali e che al macello ne aveva trovate solo tredici.

Siccome le mezze teste devono bollire per ore, fino a che l’osso si stacca da tutto il resto, facemmo una passeggiata immersi nella nebbia nel suo pereto, sui venti ettari, già vendemmiato da tempo.

“Una pera l’avrei mangiata volentieri”, gli dissi.

“Non di questi” replicò sorridendo. “Questi li tratto tutti a manetta e le pere le divido in tre categorie: mercato ortofrutticolo, circuito del biologico e succhi di frutta, in base all’aspetto e al grado di maturazione”.

Pranzammo con una zuppa di verdura scalda-stomaco e poi con dei pezzi di carne presi dal cumulo destinato a diventare coppa, che il vicino esperto stava tagliando in pezzi, salando e speziando.

Incuriosito dalla cupidigia dell’anziana zia sdentata, mangiai anch’io uno dei tredici occhi: un colpetto di coltello per tirar via il cristallino, sale e pepe. Niente di che.

Poi, come tutti, feci la mia coppa insaccando lo spezzatino caldo in un tubo di cotone lungo mezzo metro ricavato da un vecchio lenzuolo, la appesi sotto al portico perché la gelatina si rassodasse al freddo e nel frattempo visitammo il “brolo”, il frutteto privato, dietro casa, fatto di alberi da frutta per uso domestico: meli, peri, ciliegi, albicocchi e chissà cos’altro, di varietà scelte in base all’esigenza di avere disponibilità di frutta per un periodo il più lungo possibile.

“Queste si, le puoi mangiare”, mi disse quella sera accompagnandomi alla macchina con la mia coppa e una cassetta di perette storte e profumate.

Lucio Montecchio

PS: sono passati vent’anni. Da allora i disciplinari di produzione e i controlli di qualità sono cambiati: mangiatela, la frutta!

Le pere le ho finite: la foto è tratta da “Le avversità delle piante agrarie”, REDA, 1958 (un’opera colossale).

Pane e noci

Mio padre ha fatto il fornaio sei notti su sette fino alla pensione.

Il forno era di pietra, vecchio ma così robusto da essere poi stato smontato e rimontato in Croazia subito dopo la guerra. (Chissà dov’è? Funziona ancora? Perché non ne ho tenuto traccia?)

Il pane, una volta, non diventava gomma oppure sasso in poche ore. Per un motivo semplice: era pane.

Farina, acqua, lievito e sale miscelati, impastati, riposati e cotti col tempo che ci vuole.

Poi sono arrivati altri ingredienti, fra i quali quella che inizialmente veniva chiamata gergalmente “la bomba”: una bustina d’alluminio con una scritta rossa fuori e una polverina miracolosa dentro che permetteva di velocizzare l’intero processo da molte ore a qualche mezzora, di svegliarsi alle cinque invece che a mezzanotte e di avere dei panetti tutti uguali, con la crosta bella e dorata come nelle pubblicità.

Per mio padre era troppo tardi, per quelle cose lì. Non l’ha mai fatto sia perché bisognava saperlo fare, sia perché solo i forni moderni riuscivano a gestire con precisione la successione delle temperature in modo da lasciar fare alla chimica.

Ma torniamo a noi, che non è di questo che vi volevo parlare.

Noi ne facevamo sui due quintali al giorno, di pane, prevedendo che probabilmente qualche chilo sarebbe restato invenduto ma certi del fatto che, nella peggiore delle ipotesi, quello del giorno prima avrebbe trovato una sua destinazione come “pane vecchio”, solo un po’ più secco del giorno prima, che mio padre vendeva al prezzo della farina che aveva usato a chi lo prenotava per le galline, i cani e i maiali.

Spesso e semplicemente lo “dava”, secondo l’usanza antica del baratto: ti do una cosa che non mi serve e tu fai altrettanto; una gallina o qualche salsiccia quando sarà il momento. Non erano cortesie, sia chiaro, erano consuetudini.

Due volte all’anno passavano sull’argine di fonte a casa i due soliti pastori di Monte Magrè con un centinaio di pecore, due cani neri come Meg e due asini carichi di quel che serve: una tenda dentro alla quale ripararsi di notte, ombrelli enormi, vestiti vari e cibo durevole.

Erano incontri brevi. Giusto il tempo di aggiornarsi reciprocamente sulle novità degli ultimi sei mesi perché c’era da lavorare, ma i due pastori se ne andavano sempre con due sacchi di pane, vecchio e fresco. Mio padre, invece, rientrava con gli occhi felici e una sbrancà (un’abbondante manciata) di noci raccolte chissà dove e chissà quando.

“Nostrane”, piccole, con la scorza che lascia le dita nere di tannini, dure da rompere, croccanti da mangiare.

Un concentrato di sapori antichi che, ogni metà ottobre, ritrovo in quelle che stanno cadendo dai due noci qui di fronte.

E sorrido.

Lucio Montecchio

Giuggiolo

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Lucio Montecchio (lo)

Primo d’ottobre

Il primo giorno d’ottobre del 69 fu il mio primo giorno di scuola e mi ci accompagnò mio padre a piedi. Plesso scolastico “Maria Montessori”.

Avevo una cartella più grande di me di plasticone blu cartonato, con due tiracche bianche che servivano a infilarci dentro le spalle per poi correre sgangheratamente.

I miei compagni di classe li conoscevo già quasi tutti, tranne quelli che abitavano più lontano come Gabriele (ciao Lele!).

Il primo giorno fu abbastanza drammatico, devo ammetterlo. Lo fu ancor di più per Sergio, abituato a saltare i fossi per lungo e trovatosi recluso da un momento all’altro.

Di fronte alle scuole c’era, e c’è ancora, un campo da pallacanestro con la parte perimetrale a uso pattinaggio, a sinistra la palazzina rosa delle medie e a destra quella delle “differenziali”: un primo piano al quale si accedeva da una scala esterna come a dover espiare chissà quale peccato prima di poter accedere all’istruzione.

Alle “differenziali” ci mettevano i bambini differenti, alla faccia della Montessori. Quelli che venivano da famiglie così povere che prevedibilmente avrebbero rallentato il programma della maestra Franca, quelli un po’ burrascosi che certamente avrebbero rallentato il programma della maestra Franca e quelli che dopo pochi giorni non riuscivano a ricopiare per bene la effe di farfalla che la maestra Franca ghirigoreggiava sulla lavagna.

La ricreazione sul piazzale inghiaiato la facevamo in momenti diversi, per una questione di distanziamento sociale.

“Fantoìn, i o ga messo ae diferensiài” significava qualcosa come “povero bambino, non è colpa sua, ma cos’altro ci si può fare?”.

Di disagio familiare e di autismo non si parlava, all’epoca.

Alle “differenziali” ci misero anche il mio amico Vittorino, che abitava a quaranta metri da casa mia. Un bambino enorme, gentile e di troppo poche parole.

Vittorino è quell’omone che, dopo una quarantina d’anni che non ci si vedeva, al funerale di mio padre mi è venuto incontro, mi ha detto “condoglianze, Lucio” posandomi una mano sulla spalla attraverso il finestrino aperto e poi mi ha aiutato a parcheggiare la macchina sul piazzale della chiesa.

In fondo si, è vero, Vittorino è sempre stato differente.

Lucio Montecchio (oggi niente storie d’alberi)

Meg

Oggi è il dodicesimo compleanno di Meg e stamattina ci siamo fatti una lunga passeggiata sull’argine, a respirare l’aria frescolina.

Abitualmente non chiacchieriamo molto: lei corre avanti, annusa, torna indietro, fa mille pipì ma ne tiene sempre una in canna “perché non si sa mai”, dice. Spesso si lamenta dei podisti troppo sgargianti e cerca di spiegare alle gallinelle d’acqua l’origine del loro nome finché loro annuiscono e chiudono la questione con un tuffo sgangherato. Un cane intelligente, ecco.

Soprattutto, però, di Meg mi stupisce la memoria.

Pensate che stamattina si è messa seduta sotto a un olmo, mi ha fissato e mi ha chiesto: “Senti un po’: ma se è vero che le foglie catturano la polvere, respirano l’aria cattiva e soffiano fuori quella buona, come mai il nostro vicino, quello con la Punto rossa, ieri ha rasato la siepe di alloro?”.

Si ricordava che il vicino ha una Punto rossa!

Buon compleanno, Meg

Parole semplici

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“Le parole semplici non sanno ingannare”, scrisse José Saramago.

Parecchi anni fa invitai il dottor Angelo Funes Nova a tenere una lezione sulle complicate e mutevoli relazioni fra l’albero e i suoi condòmini, una moltitudine di organismi diversi che ne governano la salute e l’esistenza stessa attraverso scelte che solo ai nostri occhi sembrano lente.

Fu un discorso ricco e affascinante, durante il quale la mia mente si perse in un viaggio in cui l’albero assumeva gradualmente la definizione di luogo, poi di comunità e infine di ecosistema; una narrazione suggestiva e ricca di spunti nuovi, semplici e di buonsenso. Immaginando un albero-pianeta presi anche molti appunti, che a leggerli ora sembrano dei vagheggiamenti da ambientalista degli anni Settanta.

Al termine chiesi ad Angelo come fosse riuscito a comporre un racconto così fluido e chiaro e, soprattutto, aperto a chiavi di lettura diverse.

Lui fece un sorriso timido e rispose: “imparando a rinunciare”. Rinunciare allo sfoggio di frasi complicate che spesso costringono le parole verso un solo destino, lasciando poco spazio alla riflessione. Secondo me avrebbe aggiunto volentieri “e uscendo dal perimetro della cattedra”.

Sono innumerevoli i rapporti che ci legano all’albero, allegoria dell’ambiente ben più ampio del quale facciamo parte e con il quale il nostro originario rapporto di simbiosi sta velocemente mutando in un parassitismo miope.

Sta a noi riorientare le nostre scelte, anche con parole e gesti semplici, di quelli “che non sanno ingannare”.

Lucio Montecchio

Linda

 

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L’ha piantato Francis, e la targa bianca dice che è per Linda.

A lei piacevano, i tigli.

Era in Sudafrica a seguire un mio progetto di ricerca. Io non avevo voglia di andarci e lei si, come sempre.

Trentanove anni di amore per la vita, sguardo e futuro radiosi.

Quel sabato pomeriggio è scesa la notte.

Ad esempio

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Se io dovessi farmi un’idea della qualità di un qualsiasi lavoro prenderei come riferimento chi, oltre a farlo, ha l’esperienza e i mezzi per farlo bene.

Vorrei un caffè come quello del Pedrocchi e un’auto verniciata secondo lo standard della Ferrari.

Se  io volessi far potare un mio albero, lo farei potare secondo lo standard di un’amministrazione pubblica.

Ma sbaglierei.

Lucio Montecchio

 

Simbiosi

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Credo che la potenza emotiva che inconsapevolmente ci sa trasmettere il bosco stia nelle relazioni sinergiche fra le sue centinaia di componenti che, come in un’orchestra affiatata, sanno relazionarsi nel pieno rispetto reciproco, finalizzato a un solo e semplice obiettivo: il benessere complessivo del bosco.

Le più intime relazioni fra piante e funghi risalgono a 350 milioni di anni fa, quando le prime terre emerse furono colonizzate con difficoltà da piante e funghi acquatici che in pochi millenni riuscirono a costituire relazioni simbiotiche durevoli e indispensabili alla sopravvivenza di entrambi. I rapporti indissolubili fra piante e funghi continuano da allora ad amministrare la salute dei nostri boschi attraverso compromessi quotidiani fra piante e funghi.

Basti pensare al seme di un abete che, una volta caduto a terra, riesce a conservarsi e poi a germogliare grazie alla presenza al suo interno di una molteplicità di batteri e funghi che la pianta madre sa selezionare, passare al fiore e poi al seme, capaci di produrre con costanza una quantità di molecole tossiche sufficienti a tener lontano altri funghi e batteri, a comportamento parassitario.

Dopo poche ore dalla produzione delle radichette, poi, la differenza fra la vita e la morte di quel giovane abete dipenderà dalla sua capacità di entrare in simbiosi con funghi microscopici e sotterranei che sanno avvolgere di micelio ogni singolo apice assorbente formando una struttura che chiamiamo micorriza (i cappuccetti chiari nella foto), in grado di mascherare la presenza della radichetta a funghi parassiti ancora diversi e spesso letali.

Si tratta di equilibri delicati e preziosi, e quel giovane albero potrà sopravvivere e svilupparsi come la sua natura vorrebbe solo se sarà in grado di continuare una convivenza pacifica sia coi funghi ricevuti in dote dalla madre, che nel frattempo fluiscono lungo il fusto impregnandolo di tossine e proteggendolo così da parassiti esterni che potrebbero penetrare da ferite, sia coi simbionti micorrizici, assecondando così consuetudini di sopravvivenza che ci sono in gran parte ancora oscure.

Mano a mano che l’albero invecchia, però, quegli stessi simbionti che albergano nel legno iniziano a modificare gradualmente il loro comportamento verso il parassitismo, non più accontentandosi di piccole quantità di amido o di cellulosa, quindi, ma intensificando così velocemente la loro attività enzimatica da degradare il legno stesso. Velocizzando il deperimento dell’albero e favorendo l’ingresso di nuovi parassiti attraverso le radici o i rami.

Questo processo, lento ma irreversibile, si conclude con la caduta della parte maggiormente marcescente e poi dell’albero intero, il quale sarà colonizzato da funghi saprotrofi che lo degraderanno allo stato di humus.

È grazie a questa successione di eventi pilotata dai funghi, che in quello spazio prima inesistente potranno germinare e nutrirsi di humus i semi delle piante vicine.

La resilienza di un bosco, le dinamiche naturali che portano alla sostituzione degli alberi più deperenti con altri più adeguati a quel luogo e in quel momento dipende in larga misura dai funghi: organismi microscopici poco conosciuti, che spesso vivono nascosti sottoterra o all’interno dell’albero per evitare la luce e la disidratazione.

Specie capaci di adeguarsi all’ambiente circostante attraverso comportamenti così vari e mutevoli da rendere spesso vana la rigida distinzione fra mutualisti, parassiti e saprotrofi.

Comunità complesse capaci di adeguare la loro composizione in funzione della composizione vegetale e delle caratteristiche ambientali e climatiche del luogo.

Organismi che occasionalmente si rendono visibili ai nostri occhi producendo strutture di forme e colori peculiari, indispensabili alla produzione e alla diffusione delle spore: i corpi fruttiferi che noi chiamiamo ad esempio porcini, lattari o cortinari.

Anche per questo, le nostre aree montane sono un insostituibile serbatoio di diversità biologica.

Lucio Montecchio

(Prefazione ad un Atlante micologico di molto prossima uscita. Grazie agli autori per avermi coinvolto)

 

Quello che non so

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Ho già avuto modo di dirlo più volte: a me piacciono le persone che le piante le amano per il sorprendente fatto che esistono, indipendentemente dall’utilità, dalle dimensioni e, tanto meno, dall’età.

Poi, come si sa, ho un debole per gli alberi.

Però ci sono cose che non ho ancora capito.

Non ho ancora capito perché il piantare alberi affinché rinfreschino le nostre città passi come una grande idea, quando siamo stati noi a toglierli solo pochi anni fa per far spazio al nostro parcheggio, al nostro supermercato e al nostro cassonetto dell’umido.

Non ho ancora capito perché piantare sessanta milioni di alberi sia un’idea geniale, quando esiste la legge su un albero per ogni nato da anni che però viene disattesa perché non ci sono i soldi e, soprattutto, spazio.

Non ho ancora capito perché nessuno si ribella quando un’amministrazione pianta alberi sul bordo di una strada o in mezzo a una rotatoria destinandoli a essere massacrati da parcheggiatori e potatori.

Non ho ancora capito perché c’è chi dice di aver cura degli alberi ma sul furgone ostenta una motosega.

Non ho ancora capito perché un albero di 110 anni, 20 metri e mezzo marcio sia più meritevole di attenzione di uno più giovane, basso e sano.

Soprattutto, non ho capito perché diventa un dramma tale da scatenare telefonate ed e-mail il fatto che durante una diretta alla quale non ho chiesto io di partecipare dico che a me sono simpatici i movimenti di cittadini che si mobilitano per il fatto di voler sapere il motivo per cui vengono abbattuti alberi loro.

E’ la libertà, la cosa più preziosa che mi viene in mente.

E’ da quando avevo sui 16 anni che parteggio senz’altro per la gestione condivisa di qualsiasi bene comune, e non l’ho mai nascosto. Poi, sia chiaro, l’amministratore te lo sei votato tu e se non ti ha spiegato il perché di queste scelte prima di applicarle, sappi che hai sempre un’arma potentissima in mano: il prossimo voto.

A corollario: la simpatia non significa appoggio, ma condivisione del coraggio di voler sapere il perché delle cose.

Ecco, come chiuderebbe un mio amico con una delle più belle considerazioni del secolo: “era solo un pensiero”.

– Grazie a Gabriele Romorini (compagno di banco in prima elementare e fino alla fine del liceo) per la bella foto, scattata a Bibione poco fa –

Lucio Montecchio