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Fra i rami e il cielo

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Foto di Monica Galuppo

Ho conosciuto Teresa il giorno in cui è entrata in chiesa, scagliandosi come una furia verso quel prete che poco prima aveva cacciato in malo modo Nicola dall’incontro di preparazione alla prima comunione perché, a suo dire, aveva i capelli troppo lunghi.

Erano semplicemente dei lunghi boccoli biondi, come quelli del bambino sulla scatola dei biscotti Nipiol che lei aveva ritagliato e teneva con orgoglio fra le foto e le pagelle di un figlio al quale aveva fatto anche da padre.
“Vai a tagliarti la lana, capellone” negli anni ’70 significava un sacco di cose, tutte negative.
Ero troppo lontano per sentire cos’ha detto a Don Severino quel giorno, ma alla fine se n’è andata indicando con fermezza la lunga chioma di Gesù, sul dipinto in fondo.
Quelli erano i tempi in cui, per essere parte di una comunità di tremila persone, dovevi essere ben voluto dal sindaco, dal farmacista e dal prete. Il resto veniva dopo.
Quel giorno, lei aveva scelto di allontanarsi dal prete e dalla chiesa. Da quella chiesa.

Teresa era l’ultima di sei figli, cresciuta come tanti altri in una famiglia che aveva imparato a sue spese che, per sopravvivere alle difficoltà, lamentarsi serve a ben poco.

E così, a “muso duro e barèta fracà”, ognuno contribuiva secondo le proprie capacità.

Papà Piero era il primo a uscire e l’ultimo a rientrare. Quando tornava dallo zuccherificio andava nei campi finché c’era luce e poi si attardava sotto al solito noce, pensoso e in compagnia di quel trinciato forte che sapeva rollare con una mano sola.

Teresa, “la piccola”, lo raggiungeva quasi sempre, curiosa di nomi di animali e di storie, vere o finte che fossero. Come quella volta in cui, sulle ginocchia di papà, scoprì che quell’albero era il braccio di un uomo enorme che saliva da terra, con la mano aperta per toccare le nuvole con le dita.

E’ per questo che mi fermo qui ogni sera. Sotto di noi c’è l’altra mano, che regge il peso delle nostre giornate. Ascolta: lo senti sussurrare fra i rami?

Gli indiani chiamano questi alberi Totem.

Gli alberi sanno, perché sono fatti di tempo, di quello nostro e di quello di chi li ha protetti prima di noi.

Quando io non ci sarò più toccherà a te tenergli compagnia. Lui saprà ascoltarti, e ti parlerà con la voce del vento.

Teresa non poteva sapere che, dopo qualche giorno, papà sarebbe andato in cielo per colpa di un brutto male.

Si, all’epoca non si diceva morto, non si diceva tumore.

E così, negli anni, Teresa aveva preso l’abitudine di andare al noce quasi ogni sera, anche in quelle giornate autunnali bagnate, quelle che velano i colori di grigio.

Si sedeva su una di quelle radici grosse e guardando la chioma alla rovescia gli raccontava di com’era andata la giornata, della mamma sempre più anziana e soprattutto di Nicola, coi boccoli biondi come il bambino dei biscotti.

Capitava anche che Teresa infilasse dentro a quel buco enorme fra le dita del noce una sigaretta sottratta a Marco, oppure un bigliettino coi suoi segreti più intimi.

Perché, se l’albero era fatto di tempo, papà era ancora lì.

Da qualche parte, fra i rami e il cielo.

Lucio Montecchio

Al Termine

Lungo quella traccia ondivaga che segna l’antico confine italo-austriaco ci sono alcune osterie che si chiamano ancora “Al Termine”.

Segni particolari: plastico della valle ingiallito e fissato a una tavola di legno, insegna Sali e Tabacchi di lamiera nera, eventuale tabella dei gelati Algida sulla parte interna della porta di legno. Di quei gelati, quello che cerchi tu non c’è mai.

Aldo faceva l’antennista, ma un infarto potente l’ha stroncato finché era sul tetto di un condominio. Lui dice di essere morto e rinato, e che da allora ogni giorno in più è gratis. Ha preso in affitto questo bar poco frequentato, se la prende con calma e non mette fretta a nessuno.

Il tavolo è il solito, gli amici anche.

Marco, l’idraulico che se la cava bene anche con l’ elettricismo (perché co mì acqua e corente i và dacordo), è sempre prodigo di pettegolezzi locali. Sa di guardie e ladri, bracchi, caprioli e di corna di origine varia. E’ un po’ sovrappeso, e quando ride mi ricorda Vincent Vega.

Poi c’è Boga, che a dir la verità si chiama Bogdan. Di ritorno dalla Romania porta sempre un bottiglia di quella ţuică che, ancor prima del cervello, paralizza le ginocchia. Sta raccontando per l’ennesima volta di quei tre turisti che non si davano pace del fatto che le sue pecore non accettassero pezzi di panino con la bresaola.

Michele invece fa il boscaiolo. Cinquant’anni portati male, lavora dall’alba al tramonto ma non riesce a pagare l’università alla figlia, cameriera nei fine settimana per 30 euro al giorno, in nero. Ogni tanto gli scappa un’ombra di troppo.

In vetrina è ancora esposta quella vecchia mozione contro l’amministrazione comunale, rea di non aver fatto nulla per evitare che il vecchio carpino cadesse.

Lo conoscevo bene, quel vecchio albero.

Probabilmente, da giovane i suoi polloni hanno riscaldato più di qualche stufa, ma poi è arrivato il metano ed è stato dimenticato. E così si è messo a disseminare figli tutt’intorno e ad ospitare una ricca comunità di ghiri, tordi, cince, insetti e funghi vari. Un tasso si era scavato la tana fra le radici.

Ha fatto l’albero con generosità per decenni, finché che quel fulmine l’ha trafitto cambiandogli la vita.

Spelacchiato e mezzo rotto ha provato a reinventarsi e a farsi bastare quel che gli restava, ma era sempre più fiacco e, nonostante i tre puntelli di legno e l’orgoglio per quella tabella di albero monumentale, l’idea di lasciarsi cadere non gli dispiaceva affatto.

In fondo, di albe ne aveva viste già tante. Oramai erano tutte prevedibili.

Lucio Montecchio

Solo un vecchio pioppo

Pontelongo a Milano febbraio 2019

“È solo un vecchio pioppo” ha risposto il nuovo proprietario di quella corte di campagna, posando a terra la motosega e spegnendo il trattore. Lui ha sui 50 anni, il pioppo sui 150.

Qualche ingiuria del tempo la portano entrambi.

Ho pensato che magari fosse perché ha le radici marce e c’è il rischio che possa cadere sulla strada e allora, sperando in un si, gli ho chiesto “ma piopparelli o chiodini ne trovi lì sotto?”. “Macché …duro come il ferro”, ha replicato deluso.

In campagna, almeno quella dove vivo io, l’utilità sta sopra a ogni aspetto romantico. Cosa te ne fai di un pioppo vecchio e rotto se non l’hai visto crescere?

Peccato. Quand’ero bambino sapevamo che, arrivati a quel pioppo, girando a sinistra giù dall’argine c’era un buon posto per giocare. Era il riferimento topografico dei nostri appuntamenti pomeridiani, tutti in fila e rigorosamente sulla bicicross (come nella foto qui sopra, che credo sia del Prof. Giampaolo Ferigo. Io sono quello con la camicia a quadri).

Riferimenti topografici come sono stati per secoli molti degli alberi vecchi che ho la fortuna di frequentare.

“Sulla sinistra di quei sette cipressi là in alto c’è il Piave”, sapevano i nostri soldati che scappavano da Caporetto. Erano più visibili di ogni campanile e ben disegnati sulle carte militari: grazie a loro ci si orientava da lontano. Grazie agli attuali proprietari lo si può fare ancora.

È anche per questo che molti degli alberi più vecchi delle nostre campagne, piatte perché strappate al mare, sono resistiti nei secoli. Erano segnali stradali o picchetti di confine. In ogni caso, belli o brutti, dritti o storti, sono lì proprio per essere osservati.

Come quel pioppo, tutti loro fanno parte della memoria di qualcuno. Non avranno dimensioni monumentali, ma sono monumentum, ricordo.

“Ovunque tu vada, c’è sempre un albero più vecchio di te”, diceva mio nonno.

Lucio Montecchio