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Al Termine

Lungo quella traccia ondivaga che segna l’antico confine italo-austriaco ci sono alcune osterie che si chiamano ancora “Al Termine”.

Segni particolari: plastico della valle ingiallito e fissato a una tavola di legno, insegna Sali e Tabacchi di lamiera nera, eventuale tabella dei gelati Algida sulla parte interna della porta di legno. Di quei gelati, quello che cerchi tu non c’è mai.

Aldo faceva l’antennista, ma un infarto potente l’ha stroncato finché era sul tetto di un condominio. Lui dice di essere morto e rinato, e che da allora ogni giorno in più è gratis. Ha preso in affitto questo bar poco frequentato, se la prende con calma e non mette fretta a nessuno.

Il tavolo è il solito, gli amici anche.

Marco, l’idraulico che se la cava bene anche con l’ elettricismo (perché co mì acqua e corente i và dacordo), è sempre prodigo di pettegolezzi locali. Sa di guardie e ladri, bracchi, caprioli e di corna di origine varia. E’ un po’ sovrappeso, e quando ride mi ricorda Vincent Vega.

Poi c’è Boga, che a dir la verità si chiama Bogdan. Di ritorno dalla Romania porta sempre un bottiglia di quella ţuică che, ancor prima del cervello, paralizza le ginocchia. Sta raccontando per l’ennesima volta di quei tre turisti che non si davano pace del fatto che le sue pecore non accettassero pezzi di panino con la bresaola.

Michele invece fa il boscaiolo. Cinquant’anni portati male, lavora dall’alba al tramonto ma non riesce a pagare l’università alla figlia, cameriera nei fine settimana per 30 euro al giorno, in nero. Ogni tanto gli scappa un’ombra di troppo.

In vetrina è ancora esposta quella vecchia mozione contro l’amministrazione comunale, rea di non aver fatto nulla per evitare che il vecchio carpino cadesse.

Lo conoscevo bene, quel vecchio albero.

Probabilmente, da giovane i suoi polloni hanno riscaldato più di qualche stufa, ma poi è arrivato il metano ed è stato dimenticato. E così si è messo a disseminare figli tutt’intorno e ad ospitare una ricca comunità di ghiri, tordi, cince, insetti e funghi vari. Un tasso si era scavato la tana fra le radici.

Ha fatto l’albero con generosità per decenni, finché che quel fulmine l’ha trafitto cambiandogli la vita.

Spelacchiato e mezzo rotto ha provato a reinventarsi e a farsi bastare quel che gli restava, ma era sempre più fiacco e, nonostante i tre puntelli di legno e l’orgoglio per quella tabella di albero monumentale, l’idea di lasciarsi cadere non gli dispiaceva affatto.

In fondo, di albe ne aveva viste già tante. Oramai erano tutte prevedibili.

Lucio Montecchio

Solo un vecchio pioppo

“È solo un vecchio pioppo” ha risposto il nuovo proprietario di quella corte di campagna, posando a terra la motosega e spegnendo il trattore. Lui ha sui 50 anni, il pioppo sui 150. Qualche ingiuria del tempo la portano entrambi.

Ho pensato che magari fosse perché ha le radici marce e c’è il rischio che possa cadere sulla strada e allora, sperando in un si, gli ho chiesto “ma piopparelli o chiodini ne trovi lì sotto?”. “Macché …duro come il ferro”, ha replicato deluso.

In campagna, almeno quella dove vivo io, l’utilità sta sopra a ogni aspetto romantico. Cosa te ne fai di un pioppo vecchio e rotto se non l’hai visto crescere?

Peccato. Quand’ero bambino sapevamo che, arrivati a quel pioppo, si girava a sinistra giù dall’argine e c’era un buon posto per giocare. Era il riferimento topografico dei nostri appuntamenti pomeridiani, tutti in fila e rigorosamente sulla bicicross.

Come lo sono stati per secoli molti degli alberi vecchi che ho la fortuna di frequentare.

“Sulla sinistra di quei sette cipressi là in alto c’è il Piave”, sapevano i nostri soldati che scappavano da Caporetto. Erano più visibili di ogni campanile e ben disegnati sulle carte militari: grazie a loro ci si orientava da lontano. Grazie agli attuali proprietari lo si può fare ancora.

È anche per questo che molti degli alberi più vecchi delle nostre campagne, piatte perché strappate al mare, sono resistiti nei secoli. Erano segnali stradali o picchetti di confine. In ogni caso, belli o brutti, dritti o storti, sono lì proprio per essere osservati.

Sono alberi che fanno parte della memoria di qualcuno, monumentum, ricordo. Come quel pioppo, tutti loro rammentano qualcosa che vale la pena ricordare.

Età e dimensioni contano poco, non è una gara, ma se anche queste aiutano a proteggere almeno i più vecchi e grossi, ben vengano sia la legge nazionale che li censisce e tutela sia le, troppo poche, iniziative locali di aiuto concreto ai proprietari di un bene senz’altro comune.

Lucio Montecchio