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Alberi ignoranti

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Praga, 15 maggio.

Conosco bene questo gruppo di colleghi, e tutte le volte in cui abbiamo questo tipo di riunioni pianifichiamo la birra della sera prima. Perché non si sa mai: da domani sarà da giacca, cravatta e bandierina sul tavolo.

E allora “tutti nel tal posto attorno alle 21. Il primo prenda un tavolo grande!”.

C’è chi arriva coi calzini di lana dentro ai sandali, chi con una maglietta sbiadita esplosa da un trolley in sovrapressione, chi indossa una cravatta marrone su una camicia azzurra e chi è già arrivato da un’ora e ha attaccato bottone con la cameriera.

Ed eccoci qui, a raccontarci scherzosamente dell’ultimo anno, di quell’articolo interessante che hai scritto, di quel progetto al quale non mi hai invitato, e via così.

Dopo la seconda Urquell si passa a chiacchiere più leggere.

Bello il tuo blog, ma con tutti gli aggettivi che potevi scegliere perché l’hai chiamato Alberi Esperti? (e detto da un inglese, Clever suona fighissimo).

Non lo so. Ci ho pensato molto, mi serviva un nome diverso dal solito e l’alternativa era Alberi Ignoranti.

Perché, dalle parti dove sono nato io, ignorante non è il contrario di colto.

Ignorante è un mobile semplice e funzionale, oppure un telefonino che sa solo telefonare. Un terreno povero ma comunque buono da patate (ignoranti anche loro).

Ignorante, soprattutto, è chi ce la mette tutta e anche un po’ di più. Coi mezzi che ha, a  prescindere. Magari non ce la fa, ma ci prova a testa bassa e poi ci riprova.

Le formiche in un formicaio, il cane da pastore che torna stremato ma orgoglioso. Chi si alza alle 4 pur di finire il lavoro della sera prima. Quel signore che molti anni fa provava a gonfiarmi una gomma forata con la pompa della sua bicicletta, perché non aveva altro. Perché va fatto, punto e basta.

Insomma … se cose e animali possono essere ignoranti nel senso di funzionale, senza fronzoli o caparbio, perché non dovrebbero esserlo le piante che, nella loro complicata semplicità, sono qui a dimostrarcelo da millenni?

Moduli identici che si ripetono verso l’alto e verso il basso, foglie su foglie, rami su rami, radici su radici.

Multipli di glucosio organizzati in amido o cellulosa, oppure trasformati in lignina nelle combinazioni più complicate.

E poi, fra le piante, come definire gli alberi?

Hanno imparato dagli errori delle felci e delle palme a eccellere in sopravvivenza, a ottimizzare elasticità e rigidità, peso e volume, produzione e consumo, condivisione e competizione.

A far tesoro dell’esperienza dell’anno prima identificando con precisione i loro punti di debolezza per farne punti di forza, creando dal nulla nuove strutture di rinforzo perché quell’evento non si ripeta più.

A preparare alla fine di ogni autunno, ed esattamente in quel punto, le gemme che la primavera prossima potranno sostituire tutto quel che c’è sopra, risagomando l’architettura complessiva in qualcosa di più funzionale.

A convertire in pochi giorni una gemma sotterranea già pronta per diventare radice in un fusto, in sostituzione di quello vecchio appena rotto.

Trovato il posto giusto, ci si piazzano per sempre. Immobilità apparente, che nel tempo vince su qualsiasi animale.

Ruotano impercettibilmente ma costantemente, secondo traiettorie ben descritte da Darwin (e da molti dopo di lui) per andare oltre e rivendicare il loro dominio.

Si truccano con colori e profumi pesanti col solo fine di adescare insetti e uccelli impollinatori.

Generosi o timidi, perciò, lo escluderei davvero.

Ignorantemente competitivi. Fino allo stremo, pur di farcela, da sempre. E, direi, con buoni risultati.

Si. Alberi Ignoranti poteva essere un buon titolo.

Lucio Montecchio

Primavera 2020

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La primavera del 2020 ce la ricorderemo a lungo, racconta Vincenzo.

Sai, pensavo che ci sarebbe voluto più tempo, che avrebbero iniziato quelli più antichi e in un luogo remoto. E invece l’han fatto tutti assieme, contemporaneamente.

Dev’essere che in quei decenni di globalizzazione e di convivenza forzata gli alberi avevano inventato una lingua comune, fatta di vento morbido e di odori speziati.

Fatto sta che, proprio pochi giorni prima della potatura, tutti gli alberi delle capitali europee iniziarono a far fiori mai visti, grandi e profumati. Un caleidoscopio di gialli, blu, rossi, viola e arancione. E l’immancabile bianco che, come diceva l’Angelina, sta bene con tutto.

Però solo sulle punte dei rami.

Davanti a questa meraviglia nessuno ebbe più il coraggio di potare, e così i fiori inondarono l’aria e le strade di profumi e di petali come in un matrimonio indù.

Molti studiosi dissero che era per via del cambiamento climatico, altri davano la colpa alle scie chimiche.

Il vescovo tenne un lungo sermone sulla fine del mondo che si stava approssimando impetuosa, e sul valore del pentimento. I linneiani crollarono in una crisi sistematica e profonda, e un po’ anche i post-darwiniani.

Io però credo che avesse ragione Cosimo, un nobile maremmano esiliatosi da anni su un melo.

Diceva di capirli perché parlavano l’Alberese, variante salmastra del Grossetano.

Diceva che era una loro offerta, in cambio della quale chiedevano di fermare per sempre la dolorosa amputazione dei rami.

Diceva che questa era la prova provata dell’intelligenza degli alberi, e che ci sarebbe stato da mangiare e motivo di far festa tutti i giorni. Però, quando aggiunse che ogni cristo sarebbe sceso dalla croce e che avrebbero fatto ritorno un sacco di uccelli, perse un po’ di credibilità e tornò ad essere additato come lo strambo del villaggio.

Resta il fatto che i comitati cittadini decisero che valeva la pena aspettare per vedere come andava a finire.

E così, dopo una fioritura abbondante, i cedri iniziarono a fare avocado, gli abeti papaia, i pini mango, gli ippocastani goji, le sofore una quantità impressionante di lulo e così via.

Immagina i frutti, immagina i fiori. E pensa alle voci, pensa ai colori! [F. Guccini].

Frutta costosa ed esotica, ora gratis e a portata di mano fino all’inverno.

Tivù e giornali non parlavano d’altro. Le radio mandavano reggae in tutte le sue declinazioni da mattina a sera, a mattina.

Un critico d’arte, pur di dire la sua, tirò in ballo Ligabue e i pittori naif ungheresi.

I grandi chef inventarono nuove ricette da preparare in tre minuti e i vecchi come me, che non sanno distinguere il falso dal vero, trovarono nuove storie da panchina.

Che anni quegli anni …

Lucio Montecchio

Boschi fluviali

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Pellice, Dora Baltea, Doria Riparia, Sesia, Ticino, …

A nove anni recitavo a memoria gli affluenti del Po di sinistra e poi quelli di destra.

Il Maestro Ferro ci teneva molto. Io un po’ meno: erano semplicemente dei suoni da impacchettare in ordine.

Con tutte quelle erre, Doria Riparia era molto piacevole. Taro invece mi faceva ridere. Anche Oglio non era male.

Però alla parola non corrispondeva mai alcuna immagine. Un po’ come con “stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro”, immagazzinata a undici anni e che ha preso pieno valore solo di recente.

Semplicemente, pensavo che tutti i fiumi fossero identici al Bacchiglione, a pochi metri dalle finestre del primo piano e sospeso fra due argini verso l’interno e due muri di mattoni verso la strada, come succede in queste terre strappate alla palude e alla malaria. Cordoni che disegnano un confine artificiale con la terra, sulla quale l’acqua tornerebbe volentieri.

Se ci nasci, anche un fiume può essere parte di te. Dapprima inconsapevolmente, come quelle parole vuote, ma col tempo anche lui prende vita, colore e profumo.

Sono nato lungo un fiume, vissuto lungo un altro fiume e la prima cosa che vedo ogni mattina è un fiume ancora diverso, “Sacro alla Patria”.

E allora, se non hai fretta, passi dal guardare all’osservare. Scopri quanto questo ecosistema che attraversi frettolosamente tutti i giorni, che parte sottile e veloce e termina largo e lento, possa essere vario. Di metro in metro e di giorno in giorno. Per chilometri e per anni.

Stamattina era un concerto di uccelli frementi di primavera. Quelli piccoli. Garzette e aironi, invece, dormivano ancora in quella posa ridicola.

Il fiume della mia infanzia è fatto di pioppi e salici, tanti, sotto ai quali far festa il giorno di San Marco. Di macchie impenetrabili di quella canna che chiamiamo “bambù”, dalla quale ricavare canne da pesca rudimentali. Di quel rovo inespugnabile che dà rifugio ai pochi fagiani scampati alla stagione di caccia, di topinambur ed erbe varie che le nostre mamme ci hanno insegnato quando e come raccogliere e cuocere.

Il mio fiume è fatto anche dell’edera che ho visto arrampicarsi sui resti di una vecchia passerella in disuso, di fronte a una chiesetta che tanto usata non è. L’edera è una liana sempreverde, leggerissima, che non dà fastidio a nessuno, che in pochi metri quadrati cattura polveri e inquinanti e regala ossigeno anche d’inverno, che dà polline alle api e bacche a una miriade di uccelli.

Credo che il merlo di stamattina la stesse esplorando in previsione di metter su famiglia o, forse, anche lui era semplicemente curioso.

Per quanto mi riguarda, anche questo è bosco.

…, Secchia, Panaro, Maira, Enza.

 

Lucio Montecchio

Soffia, vento. Soffia!

« Dicen que viene del norte
las tropas del general;
con mucho galón dorado
que a Rosas quieren voltear
 »

(Milonga Rosista)

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Era la fine di agosto e la sua chioma era ormai carica di semi leggeri, ennesimo tentativo di fuggire da quel parcheggio.

Vento, portali lontano, dai miei.

La bora arrivò impetuosa.

 

Lucio Montecchio

Ghianda urbana

Anche lei aveva avuto fortuna: quella di cadere dentro a un cestino fra la pista ciclabile e l’aiòla, protetta da bici e rasaerba.

Da lì, forse avrebbe trovato un passaggio per una discarica a cielo aperto e, chissà, un futuro.

Urtando contro la bottiglia vuota si svegliò di colpo, alzò lo sguardo e poco lontano vide il vecchio Rovere.

Ciao babbo, che fortuna!

Lui guardò in basso, annoiato.

Il solito cane gli stava pisciando sui piedi.

Fortuna un cazzo: erano due anni che provavo a fare centro !

 

“Imagination is crazy, your whole perspective gets hazy.
Starts you asking a daisy “What to do, what to do?” (Chet Baker)

Lucio Montecchio

Buon lavoro agli amministratori di alberi pubblici

Caro Amministratore Pubblico,

so bene che fare il Custode degli alberi della sua città in nome e per conto dei Cittadini è più difficile che esserne proprietario. Se fai bene nessuno se ne accorge e se sbagli vai sui giornali.

Le scrivo questo messaggio per augurarle un proficuo anno nuovo, nella speranza che le sia possibile trovare il tempo per riflettere su questi spunti organizzati in un dodecalogo, uno per mese:

  • Rediga un piano di gestione del verde di lungo periodo, discusso e condiviso con la cittadinanza. Gli alberi sono loro. Lei ne è custode solo fino a fine mandato.
  • Pianti tutti gli alberi che può nelle aree dismesse, dove poter gradualmente realizzare dei boschetti composti da specie diverse e di origine locale che potranno restare a lungo, nel posto giusto, con uno spazio adeguato, azzerando la necessità di potatura. I bambini saranno felici di imparare che gli alberi possono farcela da soli e lo ricorderanno a lungo. Per via dei rami secchi che potranno cadere, non si preoccupi,: basterà una buona strategia di comunicazione e, su questo, so già che ha bravi collaboratori. Magari eviti di farci sentieri e metterci panchine proprio sotto. Eventualmente posi qualche cartello che indichi il rischio che il cittadino si assume coricandosi all’ombra di un suo albero.
  • Lungo le strade extraurbane, non finga di non ricordare che la legge proibisce di piantare alberi sul ciglio: devono stare a una distanza almeno uguale all’altezza massima che potranno raggiungere in futuro. In questo modo, non potranno mai cascare sulla strada. La scelta di alberi di altezze diverse è ampia, non si fidi del primo vivaista che trova e del primo progetto colorato che le mostrano.
  • In centro e lungo le strade comunali non è obbligatorio piantare alberi così grandi. Sono belli e fanno bene, certo, ma lo faccia solo se lo spazio disponibile permetterà all’albero che lei sceglie di crescere indisturbato anche fra 50 anni. Non si fidi di chi dice “tanto poi basta una potatina ogni 5 anni”. Saranno soldi risparmiati.
  • Se li faccia vendere da chi li sa coltivare, non da chi a sua volta li compra: forma e carattere iniziali mostrano la vigoria futura e chi li coltiva lo sa. Servono tante radici, ma di quelle fini, quelle che mangiano e bevono.
  • Li faccia piantare da chi lo sa fare, una bella buca grande e profonda, terriccio fresco e tanta aria: le radici vogliono aria e spazio nel quale muoversi.
  • Ricordi che anche gli alberi hanno sete e che molta dell’acqua che bevono, sposata all’anidride carbonica dell’aria, diventa l’ossigeno che respiriamo. A inizio estate, se serve, inizi con una bella irrigazione di supporto, soprattutto nelle piantagioni giovani. Sennò poi i rami si seccano e gli alberi si ammalano.
  • Se proprio bisogna, spero per motivi di reale necessità, incarichi della potatura chi può documentare di saperlo davvero fare, magari in possesso di una certificazione che, con tutti i sui limiti, almeno dimostra che un esame serio l’ha superato. Eviti come la peste quelli che non vedono l’ora di dire “radice strozzante”, “corteccia inclusa” e “capitozzatura”. Oppure, semplicemente, si faccia spiegare per bene cosa significa. Sarà un bel test: se tossendo corrono a mostrarle l’adesivo di qualche associazione bene in vista sul cruscotto, oppure se recitano frasi fatte, li elimini dall’elenco. Se poi tirano fuori parole o sigle in inglese, lasci perdere senza indugio. Anche qui, soldi risparmiati. Molti.
  • Preveda in anticipo robuste penali per chi si fa pagare per danneggiare gli alberi dei suoi cittadini, però guardi che per vedere i danni deve salire su un cestello, da sotto può solo fidarsi.
  • Diffidi di chi dice che cura gli alberi, o almeno si accerti che abbia competenze reali sulle malattie di quelli della sua città. Io, ad esempio, studio le malattie degli alberi da 30 anni e ne conosco pochissime, come forse il suo veterinario rispetto alle malattie degli animali, tartaruga delle Galapagos compresa. Se oltre a parole come Ganoderma e Armillaria il suo potenziale tecnico non riesce ad andare, lasci perdere così come lascerebbe perdere un carrozziere che usa solo il bianco e il rosso. Preferisca chi più umilmente le dice che degli alberi ha cura. Lui forse saprà chiedere ad altri, in caso di necessità.
  • So bene che il rischio che un ramo o un albero, cadendo, ammazzi qualcuno, le fa perdere il sonno. Neanch’io ci dormirei. Però, siccome prevenire è meglio che curare, non aspetti che un tecnico le venga a dire “forse quell’albero potrebbe cadere ma io so come fare”. Affidi questi rilievi in anticipo e a chi li sa fare davvero, non a chi poi corre in libreria. Guardi che è un lavoro delicato, eh? Non si aspetti che un professionista bravo si assuma la responsabilità penale della caduta dell’albero sulla testa di qualcuno per 100 euro. Però nell’incarico specifichi bene tutti i dettagli: un foglio con dei box da crocettare qui e là non è una perizia, è un foglio di lavoro.
  • Consideri l’ipotesi di assumere a tempo indeterminato uno dei molti laureati che escono dalle nostre Università. All’inizio ne saprà poco, è inevitabile, ma se gli darà l’opportunità di formarsi adeguatamente e fare esperienza, fra qualche anno molti lavori potrà gestirli da sé. Risparmierà, avrà sul territorio sempre gli stessi occhi per molti anni e, soprattutto, recupererà parecchi di quei sonni persi finora.

Saluti distinti e buona fortuna.

Lucio Montecchio

Presentazione standard1

Non era nel menù

Il giovane laureato, iscritto ad un Ordine Professionale che abilita un esperto di allevamenti ovini a valutare la salute di alberi esotici, era stato incaricato di censire gli alberi di un  parco fornendo posizione, specie, altezza, età presunta e probabilità di caduta (si, lo so che si dice “propensione al cedimento”, ma qui scrivo chiacchiere da bar).

Il Dottore, però, non ha indicato che cinque di quegli alberi soffrono di una malattia letale e di quarantena chiamata “cancro del platano”, la cui immediata eradicazione è prevista dalla legge, a salvaguardia dei vicini ancora sani.

Alla domanda “come mai non l’hai segnalato?” la risposta è stata “non era previsto dal contratto“.

Mi ricordo di quando, qualche anno fa, ci siamo fermati in un famoso ristorante vicino a Trieste. Fra i vari antipasti c’erano dei formaggi locali oppure del prosciutto dalmata. Mia moglie ha chiesto se era possibile avere un misto dei due, ma il cameriere ha risposto “no, nol xè nel menù”.

Non siamo più tornati.

Lucio Montecchio

Caro Gesù Bambino

babbonatale

 

Caro Gesù Bambino,

è da una cinquantina d’anni che non ci sentiamo, eh?

Si, tutto bene, grazie: barcollo ma non mollo.

E tu? Certo che a nascere e ricominciare daccapo ogni anno mi ricordi quell’ulivo millenario lì fuori dalla grotta.

Bene, bando ai convenevoli. Vorrei approfittare di questa lettera di buon compleanno per chiederti un favore anch’io. Se non ti crea disturbo. Sai che ho sempre cercato di cavarmela e non ti ho mai scomodato, però Babbo Natale finge di non capire il problema. Non fa che borbottare e stare appeso lì di fronte, sul davanzale del vicino. Sarà l’età, ma da quando indossa i colori di quella bibita e porta regali col nome in inglese, non ha più voglia di andare contro le regole del consumismo.

Ti scrivo anche a nome dei dodicimila abeti che stanno entrando nelle nostre case per essere ridicolizzati da pennacchi, neve finta, lucette, cioccolatini e palline.

Vedi, molti di loro sono cresciuti nel nordeuropa in quel freddo che gli piace tanto, ma in poche ore si sono ritrovati prima in un camion e poi di fianco a un termosifone. Pensa che molti hanno già incominciato a ingiallire e a perdere le foglie. Mi sa che alla befana c’arriveranno in pochi …

Si, certo, lo so che sono stati coltivati per questo, che tutti loro portano un cartellino giallo che lo dimostra e che tutto questo crea posti di lavoro, ma non trovi anche tu che abbia poco senso festeggiare la tua nascita sacrificando degli alberi? Al solito, molti li vedremo sporgere dal coperchio del cassonetto dell’umido già il 7 gennaio.

Chi li compera non potrebbe trapiantarli nel giardino e dall’anno prossimo addobbarli lì fuori? Qui non lo fa quasi nessuno, sai, perché dicono che un abete in soggiorno è bello, ma in giardino diventa banale, insufficientemente esotico.

Le poche persone che qualche giorno fa hanno festeggiato coi bambini la Giornata dell’Albero, invece, preferiscono trapiantarli di nascosto nel parco pubblico, che però oramai sta diventando una ridicola pecceta di pianura. Sovralimentati da un clima che con la montagna c’entra poco, sono destinati a morire ben prima del loro tempo, come un’oca da foie gras.

Spero tu condivida almeno in parte la mia preoccupazione e possa spendere con Papà una parola a difesa degli alberi DA natale (ma anche del tacchino da ringraziamento e dell’agnello da pasqua) che, come immaginerai, non capiscono la logica che sta dietro alla loro coltivazione “usa e getta”.

Prova a insistere, dai, che l’altra volta si è dimenticato di dire a Noè di caricare anche piante e semi. Lo sai che è stata solo fortuna …

Grazie per quanto potrai fare.

Ancora buon compleanno.

Un abbraccio ai tuoi.

Lucio

Faremo meglio la prossima volta

cortina

Il viale che ho percorso in questa giornata di freddo e neve fa mostra della sua bruttezza.

Alberi massacrati da presunti potatori, incaricati da sedicenti amministratori di un bene pubblico. Anche mio.

E’ il solito, prevedibile gioco delle parti (A: amministratore, P: potatore):

A: Abbiamo deciso di potare quel viale di frassini. Con tutti quei rami gli alberi sono proprio brutti. E poi, sa, ci coprono i cartelli pubblicitari.

P: Va bene, è il mio lavoro. Rimonda del secco e potatura di selezione, personale certificato, 15 mila euro. (Però … hmmm … guardi che sono aceri).

A: Ah … grazie, ma non abbiamo tutti quei soldi.

P: Va bene, facciamo una cosa un po’ meno accurata. Sono 10 mila.

A: Non ce la facciamo ancora, però una sistematina bisogna darla, ce l’abbiamo in bilancio.

P: Va bene. Per 5 mila riusciamo a fare qualcosa di veloce nei ritagli di tempo. Tiriamo giù i rami più grossi e l’effetto si vede.

A: Affare fatto. Casomai faremo meglio la prossima volta.

 

Mi ricorda una vecchia barzelletta che racconta di un signore al quale è morta la suocera e chiede un bel funerale al titolare dell’impresa funebre (G: genero, F: impresario funebre)

G: Sa, è stata una santa donna, se non ci fosse stata lei a seguirci i bambini …

F: Va bene. Una bella cassa di mogano e un copricassa di rose rosse. Sono 15 mila euro.

G: Qualcosa di più economico?

F: Va bene. Cassa in abete e due ceste di iris, 5 mila euro.

G: Non ce la faccio ancora. Però è una cosa che va fatta, oramai i parenti sono in arrivo.

F: Va bene. Mi porti qui la vecchia che vediamo come sistemarle 4 manici. 300 euro.

G: Affare fatto. Casomai faremo meglio col suocero.

 

Lucio Montecchio

Veteranizzare gli alberi: quando la perversione non ha limiti

Fra le varie definizioni antropocentriche che siamo abituati a coniare, un albero veterano ha l’aspetto di un sopravvissuto. Non necessariamente anziano, vecchio o monumentale, ma un po’ come uno di quei trentenni dei film che, dentro o fuori, portano le tracce di una guerra che li ha segnati per sempre.

Gli alberi che rientrano nella definizione di veterani mostrano fessure, cimali o rami deperenti o morti, cavità interne, fori, marcescenze o funghi crostosi alla base. Senza dubbio hanno un ruolo di importanza fondamentale in un ecosistema, anche perché spesso danno supporto a liane, edere, licheni, muschi. E poi ospitalità a funghi degradatori delle loro parti morte, insetti che depongo le uova nel legno ormai molle e, conseguentemente, a picchi, pipistelli o civette.

Sono un habitat complesso e contribuiscono fattivamente a mantenere la diversità di specie che sono tipiche di quel sistema ecologico.

Per vedere alberi veterani non serve andare in una foresta vergine. Basta una passeggiata in città.

Lo è un albero ripetutamente massacrato dalla follia di proprietari che pagano per farsi deturpare irrimediabilmente un loro bene da motoseghisti che si autodefiniscono arboricoltori e chiamano la loro attività tree care, senza sapere non solo cosa significa quella parola, ma cos’è un albero. Chiaramente sperano che non lo sappia neanche il loro cliente e spesso, purtroppo, hanno ragione.

Lo è un albero piantato troppo vicino all’altro in un parcheggio, con le radici e il colletto danneggiati dalle ruote e dal paraurti di automobilisti distratti.

Lo è un ulivo centenario strappato in Grecia e trapiantato in centro a una rotatoria nelle nostre città. In questi giorni invernali dovrà subire un clima al quale non è abituato. Se sopravviverà sarà veterano. Se morirà, niente di male: il vivaista che l’ha donato al Comune si sarà comunque fatto pubblicità e potrà sempre dare la colpa al freddo.

Lo è anche l’albero che viene pesantemente potato e poi abbattuto perché, strutturalmente indebolito alla chioma o alle radici da quei signori di prima, rischia di cadere e far danni. Operazione a volte discutibile e osteggiata da una sempre più ampia fetta di cittadinanza, ma a volte necessaria per prevenire qualche lutto.

Direi proprio che di alberi che mostrano una vita di sofferenze inattese, nelle nostre città ne abbiamo già parecchi.

E’ per questo che non riesco a capire perché sta prendendo piede, per fortuna non ancora in Italia, la veteranizzazione degli alberi. Anche grazie a specifici corsi che gran luminari tengono a caro prezzo.

In sostanza si tratta di prendere un albero di forma e aspetto normali e infliggergli una serie di danni (“controllati”, dicono) in modo tale da fargli assumere l’aspetto di un sopravvissuto alle ingiurie della vita. E così ci insegnano a strappare lembi di corteccia per simulare fulmini mai caduti, a fratturare alcuni rami per simulare un vento forte, fino a suggerirci micro-esplosioni per mimare il danno dovuto a marcescenze inesistenti, ma che poi inizieranno a manifestarsi.

Purtroppo è il solito limite dei vegetali. Diversamente dagli animali, sono banalmente carini da giovani e bellissimi se sono mezzi secchi, torti o cavi, da fotografare con un bel tramonto come fondale.

Lucio Montecchio

PS: 9 dicembre. Oggi ho visto una signora sui cinquantacinque pagare a caro prezzo un paio di jeans stracciati.

 

Solo un vecchio pioppo

“È solo un vecchio pioppo” ha risposto il nuovo proprietario di quella corte di campagna, posando a terra la motosega e spegnendo il trattore. Lui ha sui 50 anni, il pioppo sui 150. Qualche ingiuria del tempo la portano entrambi.

Ho pensato che magari fosse perché ha le radici marce e c’è il rischio che possa cadere sulla strada e allora, sperando in un si, gli ho chiesto “ma piopparelli o chiodini ne trovi lì sotto?”. “Macché …duro come il ferro”, ha replicato deluso.

In campagna, almeno quella dove vivo io, l’utilità sta sopra a ogni aspetto romantico. Cosa te ne fai di un pioppo vecchio e rotto se non l’hai visto crescere?

Peccato. Quand’ero bambino sapevamo che, arrivati a quel pioppo, si girava a sinistra giù dall’argine e c’era un buon posto per giocare. Era il riferimento topografico dei nostri appuntamenti pomeridiani, tutti in fila e rigorosamente sulla bicicross.

Come lo sono stati per secoli molti degli alberi vecchi che ho la fortuna di frequentare.

“Sulla sinistra di quei sette cipressi là in alto c’è il Piave”, sapevano i nostri soldati che scappavano da Caporetto. Erano più visibili di ogni campanile e ben disegnati sulle carte militari: grazie a loro ci si orientava da lontano. Grazie agli attuali proprietari lo si può fare ancora.

È anche per questo che molti degli alberi più vecchi delle nostre campagne, piatte perché strappate al mare, sono resistiti nei secoli. Erano segnali stradali o picchetti di confine. In ogni caso, belli o brutti, dritti o storti, sono lì proprio per essere osservati.

Sono alberi che fanno parte della memoria di qualcuno, monumentum, ricordo. Come quel pioppo, tutti loro rammentano qualcosa che vale la pena ricordare.

Età e dimensioni contano poco, non è una gara, ma se anche queste aiutano a proteggere almeno i più vecchi e grossi, ben vengano sia la legge nazionale che li censisce e tutela sia le, troppo poche, iniziative locali di aiuto concreto ai proprietari di un bene senz’altro comune.

Lucio Montecchio

I boschi di papà

Mi piacciono gli alberi, sai?

Mi piace come sono sulle montagne, tutti diversi.

Michael Cimino, Il Cacciatore.

 

È una giornata bellissima da qui sopra, e le montagne sembra di poterle toccare.

L’Altopiano l’ho camminato tanto, in tutte le stagioni.

Sono nato in marzo e mio padre ha iniziato a portarmici da quel giugno e finché sono diventato grande.

Faccio questo mestiere grazie a lui che, uomo di pianura, la montagna la viveva da dentro.

Quei pascoli lì sotto li attraversavamo d’estate per andare a prendere il formaggio in malga, in autunno per andare a raccogliere le mazze di tamburo e d’inverno per sciare. Gli sci erano di legno e gli attacchi bloccavano senza via di scampo gli scarponi, di cuoio e alla caviglia, con una molla dietro e una leva davanti. O imparavi o ti rompevi.

Alla mia paura rispondeva con un sorriso: avevo cinque anni e ho imparato.

Non si parlava ancora di impatto ambientale, ma per uno skilift (che chiamavamo “il gancio”) erano sufficienti pochi pali, bassi e isolati. La moda dello sci è decollata anni dopo e, con lei, quella dei comprensori e delle piste “nere”. Sono le cicatrici che sto vedendo qui, più a nord, che mal nascondono vasche e tubi che servono a fare la neve finta, con buona pace del risparmio energetico. Tutto attorno ecco gli alberghi e le seconde case con accesso diretto alla pista, per quelli che “io amo la natura”.

Con agricoltori e malghesi ci parlava per ore. Trovava volgare dire contadini e malgari. Conosceva anche bracconieri e guardaboschi, che agli occhi di un ragazzino è una cosa fantastica, cose da Zanna Bianca. Nomi però non ne faceva, e non saprò più se quel suo amico che chiamava zaéti tutti quelli che, come noi, salivano dalla pianura, fosse più l’uno o più l’altro.

“Senti che profumo”, sussurrava infilando le mani nella terra e aprendo quel suo sorriso. Quando rubacchiava un alberello da portare a casa ne prendeva sempre due sacchetti, di quella terra. Diceva che gli alberi vanno sempre “piantati piccoli e con la loro terra, sennò deperiscono e poi prendono le malattie”. Ecologia forestale.

Era nato nel trentuno e, tra un bombardamento e l’altro, per la scuola c’era stato poco tempo, però sapeva osservare e praticava il buonsenso.

“Ruba con gli occhi”, mi ripeteva riparando il motore dell’ ottoecinquanta blù da guidare a tutti i costi verso Cima Dodici. Era già settembre e, assieme alla mitica gita in barca a remi al lago di Lavarone, il rituale delle stelle alpine andava senz’altro onorato. E così, attraversando quella piana ampia, ci spiegava che la torba è fatta di piante antichissime. Che da ragazzo scavava fino a trovarla, per seccarla e poi scaldarcisi d’inverno.

Già … Sapeva spiegare una cosa difficile con un aneddoto o una curiosità.

O senza parlare. E così, per farci capire che il sole è di tutti, sul quel prato vicino alla casa cantoniera rossa dove avevamo visto una vipera, stendeva una coperta e ci si coricava con indifferenza.

Di quel grosso faggio verso Lusiana, che c’è ancora, ci raccontava che era così vecchio da capire il cimbro, il francese, l’austriaco, e l’asiaghese.

Quei boschi sono ancora là sotto. Uguali uguali, continuano a parlare a chi sa ascoltarli.

Lui però direbbe che sono uguali e diversi.

Guardandomi negli occhi mi direbbe che quando l’albero vecchio cade, i giovani vicini devono prenderne il posto.

Mi piacerebbe averlo di fianco, oggi, vederlo guardare i suoi boschi dal finestrino di un aereo che non ha mai preso. E ascoltarlo.

Lucio Montecchio

Alex L. Shigo, un ricercatore fuori dagli schemi

Oggi, 6 ottobre, ricorre l’anniversario della morte del Dottor Alex Lloyd Shigo.

Con una formazione di base fortemente radicata nella biologia e nella patologia forestale, cercava il perché delle cose fuori dai binari abituali. Oltre a essere curioso, come dovrebbero essere tutti i ricercatori, non temeva di andare controcorrente.

Spesso diceva che lo studio dei libri di botanica e di arboricoltura vale poco, se non è accompagnato dalla lettura degli alberi. Dal toccarli, annusarli e guardarci dentro.

Il suo lavoro di ricerca e divulgazione è stato un argine netto fra il mondo che sapeva di carta ingiallita nel quale hanno studiato quelli della mia generazione, e quello che profuma di legno e resina dell’ “Arboricoltura Moderna”, titolo di uno dei sui manuali più famosi, uscito nel 1991.

All’epoca il tree-climbing era soprattutto una di quelle trovate americane fra lo sportivo e il ludico, che consisteva nell’arrampicare alberi.

Non c’erano telefonini, internet era per pochi e il fax era arrivato da qualche mese. Per avere informazioni di prima mano bisognava girare costosi, lontanissimi congressi. Ricordo che l’attesa di quel manuale “dall’America”, corposo e pesante, dove in ogni pagina c’era una novità, è stata interminabile. Anche Amazon Prime non esisteva.

Poco tempo dopo, un arboricoltore italiano ben più illuminato di altri l’ha tradotto e reso disponibile in Italia, dove la confidenza con l’inglese era un po’ zoppicante.

Ricco di frasi solo apparentemente semplici e disegni facili, “Arboricoltura Moderna” ci ha insegnato che un albero non è un palo con delle biforcazioni, e che invece di carpentieri e motoseghisti servono arboricoltori. Preparati, aggiornati, curiosi e pronti a mettere in discussione il loro sapere.

Che a un albero è ben difficile chiedere qualcosa di diverso dalla collaborazione. Che prima di fare male è meglio non fare, pensando al risultato in un arco temporale lungo. Che la forma è effetto e non causa. Che la capacità di reagire a danni brevi o lunghi, leggeri o intensi, dipende da flussi di energia, da meristemi attivi o latenti, da movimenti e trasformazioni di glucosio, amido e cellulose.

Che se sigilliamo un parassita dentro all’albero non va per niente bene, ma che è molto peggio se a invitarlo a infettare la ferita siamo noi.

Tutte cose che oggi sembrano banali, sia chiaro, ma nessuno ce l’aveva spiegato e dimostrato prima.

E’ stato grazie alla questa visione lontana da ogni dogma che abbiamo iniziato a osservare invece di guardare. A porci e a porre domande. Passando ore nel reparto legno del Bricocenter a toccare “perline” di pino, cercando di capire le fasi del CODIT dal tavolo della taverna e, poi, segando rami e fusti anche noi.

Più tardi, alcuni fortunati come il sottoscritto hanno potuto approfondire la cosa nell’ambito del proprio lavoro, grazie alla disponibilità di risorse, laboratori e strumenti modernissimi. Per vedere se era proprio vero, se qualcosa cambiava con il diametro della ferita, con l’epoca di taglio, con e senza mastici, prima o dopo la fioritura, o la dormienza. Conifere o latifoglie, sempreverdi o caduche.

Dire “flush” e “stub” ci piaceva molto e fra i miei miti dell’epoca, chiaramente dopo Mick Jagger, veniva lui.

Usavamo antiparassitari tossici anche per noi e che ora, e per fortuna, non esistono più.

In quel periodo iniettavo prodotti che non ho il coraggio di dire attraverso fori da 18 millimetri fatti con una motosega modificata e collegata a un mandrino. Ora le iniezioni le faccio solo se il beneficio è maggiore del danno, prima ci penso a lungo e in ogni caso il trapano non lo uso più. Grazie ai suoi insegnamenti.

Le molte specie di Trichoderma (e altre, comprese quelle  micorriziche) che ora troviamo pronte all’uso al consorzio agrario ce le isolavamo dal terreno, le purificavamo e moltiplicavamo su semi di avena bolliti. Guidando verso l’albero, poi, capitava di romperne un sacco e di ritrovarsi con una puzza indescrivibile provenire da sotto i tappetini della Mini Metro azzurra dopo qualche settimana.

Ne è passato del tempo, ma se Shigo ci fosse ancora avrebbe continuato a segare, osservare e dire.

Senza paura di approfondire, integrare o correggere le sue ipotesi.

Probabilmente avrebbe scritto “Arboricoltura per il nuovo millennio”, dimostrando che alberi di età, specie e condizioni di salute diverse si potano in modi e momenti diversi, che quella specie lì in quel posto lì, per oggi non si pota. E non la si pota almeno fino ad aprile.

Che la bontà della potatura, come quella di una dieta dimagrante, non si valuta da una foto prima-dopo.

Che la potatura non si riduce a un taglio appena sopra il collare del ramo, “tanto poi c’è il CODIT”. A meno che non diamo per scontato che il nostro taglio provocherà una carie, e sarebbe un bel problema. Perché quella D vuol dire carie, non ferita.

Che essere contro la capitozzatura senza però saperla definire dopo tanti anni di proclami, beh …. un qualche dubbio lo crea in molte persone.

Che la capacità di un albero vigoroso di cicatrizzare (ops, “chiudere”) una ferita non sdogana l’abuso quotidiano della potatura.

Che lui non è mai stato contrario all’iniezione di antiparassitari nei vasi, ma ai danni causati per riuscire a farla.

Che se la salute degli alberi è importante, lo è anche la patologia vegetale, fatta di sintomi, cicli, diagnosi e terapia. Che non si può più far finta di non sapere che i parassiti che possono causare danni importanti ai nostri alberi sono elencati fitti fitti in circa 500 pagine e che la maggior parte sono microscopici.

Che oggi ci sono strumenti, prodotti e metodi che nel 1991 non c’erano e che prima di dire che non funzionano bisogna provarli nel modo adeguato.

Sorridendo di chi recita i capitoli di quel suo manuale come fossero dei salmi, credo che lui farebbe tutto questo.

Lucio Montecchio

L’insostenibile leggerezza della presunzione

Da qualche mese mi diverto a salvare le schermate di alcune pagine social italiane e straniere che riportano svarioni tra il risibile e l’assurdo in merito alla diagnosi e alla conseguente cura di alcune malattie degli alberi.

La cartella dove le salvo si chiama Patocazzate.

Normalmente funziona così:

  • a un professionista viene chiesto di porre rimedio al deperimento della chioma di un certo albero.
  • sa di non sapere identificarne la causa, deve soddisfare il cliente con un buon risultato e prende tempo.
  • fa una foto col telefonino e la posta su Facebook, Instagram o altro, scusandosi della sfocatura e chiedendo cos’è e cosa fare.
  • inizia la gara a chi arriva prima, con tanto di causa, nome del parassita e prodotto da usare. Fantastico! A conforto, a volte non mancano i link a pagine internet che mostrano foto di anomalie simili. Può anche capitare il genio incompreso che, foto alla mano, dimostra che senz’altro si tratta di malattia di quarantena e che perciò va trattata col tal principio attivo, secondo lui efficacissimo. Spesso in violazione a leggi che dovrebbero essere rispettate anche in una realtà virtuale.
  • Dopo poche ore compaiono diagnosi anche molto diverse, da persone diverse che vivono in posti anche lontanissimi. Tizio dice che è colpa della fuliggine e della vicina canna fumaria: di spegnere la stufa. Caio sostiene che sono le radici a essere malate e di usare quel fungicida, linkando una pagina internet così vecchia da riportare prodotti ormai aboliti e illegali. Sempronio dice “non lo so, ma certamente non ha speranze: taglialo”.
  • Tutte le opinioni sono seguite da un certo numero di Like, e nella democrazia social abitualmente vince quella più votata, che non necessariamente è quella giusta.
  • Sorrido, salvo la schermata e resto seduto al Facebar.

La dilagante, presunta inutilità della conoscenza e dell’aggiornamento nel proprio settore professionale mi ricorda quello sketch di Natalino Balasso nel quale simula un’intervista a sé stesso e orgogliosamente giustifica il suo non-sapere con “i libri alle mie spalle non li ho letti. E comunque non sono miei”.

La fiducia cieca nelle reti digitali invece mi ricorda di quando in una “Bustina di Minerva” Umberto Eco raccontava di aver inventato di sana pianta la biografia di un nobiluomo dell’ottocento (o forse un condottiero, vado a memoria) e di averla inserita senza alcun problema in una wikipiattaforma. Incredulo feci la stessa cosa, scrivendoci una rassegna sulle simbiosi micorriziche abbondantemente frutto di fantasia, condita però di cose vere. La tolsi dopo due mesi, senza particolari sensi di colpa. Era il 2009 e i miei studenti di quell’anno ridono ancora.

Tuttora nella wikipagina sul cancro del platano c’è una foto, in alto a destra, che rappresenta tutt’altro. Essendo l’eliminazione dei platani con questa malattia obbligatoria, spero davvero che nessuno si basi su quelle informazioni.

Non ho certo la pretesa di paragonare la patologia vegetale a quella umana ma, giusto per semplificare, al nostro medico non spediremmo mai un selfie dei nostri occhi arrossati chiedendo di cosa si tratta.

Se fosse, senz’altro risponderebbe “amico mio …. devo vederti, se lo ritengo opportuno ti mando da un oculista, o forse da un epatologo, o un endocrinologo, per ora non lo so. Forse sono solo le grappe di ieri sera, ricordi? Facciamo un po’ di esami e aspettiamo la diagnosi”. Non soddisfatti da una diagnosi inattesa, poi, forse chiederemmo consulto ad un altro medico, giusto per un confronto prima di iniziare la terapia.

Già … la Diagnosi. Stupida e inutile pratica preistorica, ante-social, che ridicolmente consiste nell’associare in modo inconfutabile l’effetto che vediamo con la causa che l’ha prodotto. Quella che ci permette di capire se le foglie si stanno seccando perché la pianta ha sete, o perché è autunno, oppure perché c’è il tal insetto sulla chioma, o quel batterio nei vasi linfatici, oppure quel fungo dentro agli apici assorbenti. Se la pianta l’abbiamo comprata già malata o se il parassita è stato trasportato poche settimane fa da trenta chilometri di distanza da quello scolitide!

Quella cosa che ti permette di capire se il tuo albero ha un problema reale o no, se esiste un rimedio efficace, autorizzato, come e chi può applicarlo, a che dose e con che frequenza. Oppure se davvero non ti resta che tagliarlo.

Certo, una diagnosi richiede tempo, denaro, conoscenza, esperienza e aggiornamento.

Ma, fortunatamente, se entri nella Community giusta tutto questo è superfluo.

Like !

 

Lucio Montecchio

Ferite e mastici: fra oscurantismo e buonsenso

A cadenza più o meno regolare ricorre, come in questi giorni, la diatriba fra chi è favorevole e chi è contrario al trattamento delle ferite con un mastice, inteso come un prodotto fluido protettivo da applicare a pennello o a spatola.

Trattandosi di argomento tipicamente sanitario e avendone usati tanti, tra successi e insuccessi, porto la mia opinione.

I mastici non sono prodotti cosmetici e non si applicano per mascherare la ferita o per far contento il committente. A volte sono molto utili, ma bisogna saperli scegliere e applicare.

Senz’altro è importante garantire alla pianta che abbiamo danneggiato il modo di cicatrizzare nel tempo più breve possibile. Riducendo sia l’esposizione all’aria e il conseguente disseccamento del “cambio” (il delicato tessuto che dovrà produrre la corteccia nuova), sia la possibilità che vari parassiti del legno vi si possano insediare, con danni conseguenti ben noti.

Potrebbe essere sufficiente produrre ferite piccole e nel periodo più adeguato alla rapida e completa cicatrizzazione entro la stessa stagione vegetativa, ma purtroppo le quotidiane pratiche di potatura spesso stridono con i tempi e le esigenze dell’albero.

Nel caso di ferite importanti, accidentali oppure deplorevolmente prodotte da motoseghisti che ben poco sanno di fisiologia e patologia, fra le scelte possibili ci sono anche i mastici, tutti uguali solo agli occhi di chi ne ha poca esperienza, spesso indiretta.

Le decine di mastici possibili, commerciali o artigianali, hanno in comune solo il fatto di essere sufficientemente fluidi (anche molto) da essere facilmente applicati su legno uniformemente decorticato, sano, pulito e non umido. La composizione varia, e molto.

Se in tarda estate pensiamo che i tempi di cicatrizzazione a disposizione della pianta siano scarsi, sarà utile proteggere con un mastice inerte (es. una cera) il cambio dal disseccamento. Non necessariamente tutta l’area esposta. Chiaramente i solventi che mantengono fluido il prodotto non dovranno essere fitotossici.

Se invece temiamo che la ferita possa ragionevolmente essere esposta all’infezione di parassiti pericolosi prima della sua chiusura, è opportuno un mastice antiparassitario. Però serve il fungicida giusto alla dose giusta, efficace contro quel particolare parassita o gruppo di parassiti e, chiaramente, atossico per quella specie e in quelle condizioni.

Come per qualsiasi altro trattamento sanitario, meriti e demeriti vanno a chi lo sceglie e lo applica, non al prodotto.

Vent’anni fa ho seccato una quarantina di innesti su castagno, convinto che quel mastice fungicida eccellente su melo, non fosse tossico su altre specie.

Ricordo di un’azienda che doveva asportare i rami malati in un filare stradale e pennellare le ferite residue sane. Durante la potatura, però, parte della segatura infetta finiva inevitabilmente nel vaso lasciato aperto e, poco dopo, incollata sulla ferita sana successiva.

Ricordo un giovane giardiniere che su un pero maestoso applicava una resina su ferite visibilmente infette, sigillando così il parassita dentro l’albero. Oggi è un fervente devoto alla religione antimasticista.

Ho visto centinaia di platani, tigli e ippocastani pesantemente feriti e non trattati per scelta dogmatica. Molti, dopo una decina d’anni, risultano abbondantemente cariati da parassiti che attraverso quelle ferite sono entrati e, forse, contribuiranno a far cadere l’albero prima di quanto lui volesse.

Però ho ben presenti alberi grandi, brutalmente scortecciati dentro a un cantiere edile, le cui ferite vengono tuttora trattate con frequenza regolare. Come la medicazione che si fa dopo un’operazione chirurgica. Dopo 7 anni gli alberi sono ancora là, vigorosi, con una corteccia secondaria che nel frattempo è cresciuta di 8 centimetri tutto attorno e nessuna infezione apparente.

Essere contro l’uso di qualsiasi mastice è come essere contro l’uso di qualsiasi sciroppo, che sia di menta o contro il mal di gola.

Semplicemente Alberi

 

La ragazza all’Ikea mi ha detto che quel che stavo cercando era temporaneamente esaurito, ma che avrebbe fatto una riservazione a mio nome. Ringraziando, ho sorriso.

Tornato a casa, alla TV ho saputo di un bravo calciatore che finché gioca sa anche verticalizzare i palloni. A calciarli in porta dev’essere bravissimo!

Tra le essenze arboree preferisco il cedro e il pino: mia moglie le usa in casa. In giardino, invece, ho alberi che ho fatto piantare a un giardiniere, perché il professionista del verde voleva piantumarli. Non so, ma far piantare alberi a un esperto di colori non mi sembrava una buona cosa.

Sono molti anni che sento neologismi da cabaret e parole a vanvera. Spesso sorrido e lascio correre. Anche perché ho colleghi che rischiano l’infarto ogni volta che sentono dire essenza, ma poi sono i primi a confondere patologia e malattia. A dire giùnior o a non saper scrivere il plurale di quercia. A scrivere legno decolorato e legno decaduto. A confondere delezione e cancellazione. Però anch’io continuo regolarmente a definire l’albero un individuo, pur sapendo che non lo è. E a dire che gli alberi cicatrizzano.

Quel che davvero non sopporto, però, è l’uso di elemento arboreo. Riduce l’albero a una cosa statica, immutabile. Soprattutto, mi ricorda quell’implicito senso di disprezzo che c’è in materiale umano.

Probabilmente la parola “albero” è troppo breve, mentre “elemento arboreo” dà l’idea di averci ragionato. Quanto meno, è innegabile che pronunciarlo riempia la bocca.

Si arriva poi all’abuso, perpetrato da chi degli alberi conosce la forma della chioma o il significato simbolico di quella specie. Per questi professionisti, anche loro del verde, è luogo comune che in un parco siano “elementi d’arredo” la panchina, il cestino per le immondizie e la fontanella e “elementi arborei” gli alberi. Che sulla base dell’altezza che potrebbero raggiungere se qualcuno non li massacra prima, possono essere di prima, seconda o terza … grandezza. Questione di misure.

Non è indispensabile sapere di alberi, per scegliere un elemento-albero invece di un elemento-fontanella da un archivio d’immagini CAD preconfezionato, cliccarci sopra e incollarlo sul monitor. Alzarlo, abbassarlo e ruotarlo può essere divertente, e un modo per farcelo stare fra una casa e una strada, oppure in un vaso, lo si trova. Con un bellissimo disegno in mano, poi, sarà altrettanto facile parlare ai cittadini di armonia di forme e volumi, magari sottolineando che il colore delle foglie d’autunno si sposerà molto bene con quello dell’asilo sullo sfondo.

Diversamente dagli alberi che frequento io, questi elementi arborei sono sempre bravi e belli. Non bevono, non crescono e non si ammalano. Simmetrici, perfettamente proporzionati. Mai un ramo secco, mai una foglia per terra.

Anche in quei bellissimi rendering che ci mostrano come saranno dopo 30 anni.

Lucio Montecchio

Funghi albericoltori

La scelta di passare da nomadi raccoglitori di piante a coltivatori stanziali è stato un momento fondamentale, soprattutto da un punto di vista sociale. Succedeva grossomodo diecimila anni fa. Da quel momento, in prossimità di un corso d’acqua e di terreni sufficientemente fertili ci siamo fermati e abbiamo costruito i primi insediamenti e una rete di relazioni coi vicini basata sullo scambio di quel che veniva prodotto in eccesso.

Nel benessere crescente, la popolazione aumentava e così abbiamo imparato a selezionare varietà più produttive, a irrigarle, nutrirle e difenderle dai parassiti. A coltivare piante poliennali, dalle quali raccogliere frutti ad ogni stagione. Gli interessi e non il capitale.

Alcuni agricoltori più lungimiranti di altri hanno poi scelto di ottimizzare gli sforzi mettendo a disposizione le proprie abilità. Chi sapeva come scavare un canale in modo adeguato lo faceva anche dal vicino, che in cambio aiutava nella vendemmia. Nel passaggio da rivalità a collaborazione sono nati i primi consorzi di agricoltori. Tutti ne avevano beneficio.

A fare la stessa cosa, tre milioni di anni prima, furono alcuni batteri e funghi microscopici, che da nomadi parassiti di piante divennero agricoltori a tutti gli effetti. Insediati sugli apici assorbenti delle radici, erano capaci di allungare nel suolo un reticolo di sottilissimi tubi (il micelio) coi quali raggiungere e trasportare alla pianta acqua e nutrienti. Per allontanare i parassiti, poi, producevano efficaci composti tossici da rilasciare tutto attorno alle radici della loro pianta. Chi era abile nel raggiungere l’acqua lasciava il compito di assorbire azoto o produrre antiparassitari a un altro.

Un consorzio, grazie al quale tutti raccoglievano e condividevano il surplus di carboidrati che la pianta produceva. Gli interessi e non il capitale.

E’ questa la vera differenza fra parassiti di piante, nomadi che saccheggiano quel che trovano (perché del domani non v’è certezza) e simbionti stanziali, che le piante preferiscono coltivarle.

In un singolo albero ce ne sono decine di specie diverse, ognuna specializzata nel fare qualcosa che la rende diversa e utile agli altri.

Della loro presenza si accorse per primo il Prof. Giuseppe Gibelli, osservandoli su radichette di castagno. Di questo studio ci restano argomentazioni modernissime e disegni meravigliosi, pubblicati nel 1883 (“Nuovi studi sulla malattia del castagno detta dell’inchiostro”).

Sono i simbionti micorrizici.

Agevolarne la presenza significa preservare salute e benessere dei nostri alberi.

Lucio Montecchio

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G. Gibelli, 1883. “Nuovi studi sulla malattia del castagno detta dell’inchiostro”. LM

Alberi a chilometri zero

La Puglia, si sa, non è famosa per le sue piantagioni di caffè. Eppure sembra che Xylella fastidiosa, batterio associato alla morte di migliaia di ulivi, vi sia stata importata qualche anno fa dal Costa Rica con una pianta di caffè infetta. Paesaggio ed economia locale ne stanno pagando le spese e chissà quanto durerà.

Phytophthora infestans sembra essere stata importata in Irlanda a metà ottocento, non si sa bene da dove, con un lotto di patate infette. Essendo la coltivazione di patate fonte primaria di reddito e di carboidrati, ne seguirono miseria, carestia, la morte di circa un milione di persone e, per chi ne aveva la possibilità, l’emigrazione negli Stati Uniti.

Sembra. Perché i tempi di incubazione delle malattie delle piante sono lunghi, e quando ci si accorge dell’effetto è spesso impossibile risalire al quando e al come. Però è estremamente probabile, nessuno l’ha mai smentito e questo dovrebbe bastarci.

All’epoca, di parassiti che uccidono le piante si sapeva ancora poco, ma oggi non ne sappiamo molto di più …

Quel che è certo è che dire parassiti non basta. Funghi, insetti, batteri e virus hanno capacità di movimento, esigenze, comportamenti, tempi e modi di diffusione diversi.

Il libero scambio delle merci non può essere bloccato, ma il movimento di quelle che potrebbero essere potenzialmente pericolose nel luogo di destinazione sì. Questo è il motivo per il quale, a volte con tempi tecnici discutibili, le normative internazionali sulla quarantena vengono costantemente aggiornate.

Per la sola Europa parliamo di una Direttiva corposa, nella quale è scritto che specie e quali loro parti devono essere controllate, in quale stadio di crescita, cosa controllare, che trattamenti antiparassitari eventuali devono aver subito, in che condizioni possono essere trasportate e via così.

Nonostante questo sforzo, grazie alla presenza di ispettori fitosanitari preparati, una piccola parte di quel materiale che parte da ogni angolo del mondo e arriva accompagnato da un documento che ne certifica la non-infezione, viene invece riscontrato infetto. La merce torna a casa sua, oppure viene disinfettata, oppure viene distrutta.

Un container di pomodori, azalee, bonsai o alberi di natale, però, per essere ispezionato al microscopio non può essere interamente danneggiato. E poi ci possono essere piante già infette ma che non destano alcun sospetto, perché i tempi di incubazione delle malattie delle piante sono lunghi, a volte anni.

E’ perciò inevitabile che qualcosa sfugga ai controlli.

Purtroppo, questo “qualcosa” sta aumentando di anno in anno.

Finché noi tutti continueremo a chiedere al fruttivendolo, al vivaista o al falegname frutti e piante esotiche provenienti dagli angoli più disparati del mondo solo perché costano meno o perché sono più belle di quelle belle che abbiamo già, il problema non potrà certo diminuire. Ne siamo tutti responsabili.

L’anno scorso durante un incontro tecnico-politico internazionale ho detto che alla luce delle conoscenze che abbiamo “la crescente importazione di patogeni esotici è un bioindicatore della stupidità umana”.

Qualcuno l’ha presa male, ma lo penso tuttora.

Gli esempi sono davanti agli occhi di chi li vuol vedere.

Buy local !

Lucio Montecchio

auto legname
Più local di così ….  (Spagna, 2012, LM)

FaceBar

Oltre questa tastiera c’è il FaceBar, ma noi clienti assidui lo chiamiamo il “Bar delle Facce”, perché in vetrina ci sono le foto di tutti i clienti come dal barbiere in Penny Lane.

E’ sempre aperto e, nonostante l’andirivieni, di spazio se ne trova sempre.

Il “Bar delle Facce” fa compagnia, rilassa, ti fa sentire parte di un gruppo che la pensa allo stesso tuo modo. Cosa importa se quasi tutti usano uno pseudonimo? Il problema sorge solo con chi usa un simbolino, e non sai come chiedergli di passarti la caraffa.

A proposito, al Bar delle Facce è tutto gratis! Certo, le pareti sono tappezzate di slogan pubblicitari e il vino non è dei migliori, ma se non hai di meglio da fare è il posto che potrebbe fare anche per te.

Ovviamente, la domenica si sta zitti a guardare la partita e il lunedì ci si ritrova a commentare i risultati. C’è chi sa come si fa e non si fa, chi dice che l’arbitro è un gran cornuto e chi dice “abbiamo vinto”, come se in campo ci fossero stati lui e i suoi vicini di sedia.

Di solito a questo punto si formano due schieramenti disordinati, finché a una certa ora arriva Gregorio, cognome tipicamente veneto e vecchio allenatore della squadra locale, quella dei tempi andati. Dopo tutti quegli anni, tutti lo chiamano ancora rispettosamente coach. Lui sa, e finalmente spiega chi avrebbe dovuto scendere in campo. Altro che quell’allenatore arrivato fin lassù solo per conoscenze politiche!

Ecco, questo è il momento in cui tutto quel che è successo fino a quel momento non conta più. Semplicemente, tutti assieme si concorda sul fatto che il governo è ladro, che sono tutti dei raccomandati arricchiti coi soldi nostri, e che prima o poi bisognerà cambiare quest’andazzo.

Gregorio Rasputìn sorride, e da dentro la tasca alza il pollice.

Negli altri giorni cambia il soggetto, ma le dinamiche sono le stesse. Sostanzialmente la regola è questa: si confrontano due opinioni, ci si insulta un po’ e poi si da’ tutti ragione al Gregorio di turno alzando il pollice e urlando “Like!”. Nel mentre, capita che uno salga sulla sedia e faccia gli auguri di buoncompleanno a qualcun altro chiedendo scusa del ritardo, ma di solito nessuno se ne accorge.

Il martedì si parla di barbieri e parrucchiere, il mercoledì di supermercati e fruttivendoli, il giovedì di poteri forti e di sindacati che dovrebbero difendere chi si sente trombato da chiunque nonostante i suoi lunghissimi anni di militanza nel sociale.

Il venerdì i “l’ha detto la tv” si confrontano con gli esperti, che hanno deciso di chiamarsi così perché gli mancavano solo due esami, ma si sarebbero laureati. 

Il sabato si parla di alberi buoni e alberi brutti. Ci vado spesso, mi piace ascoltare, passo la caraffa al più collerico perché mi diverte. Alla fine do ragione a tutti. Tanto … il vino non si paga, ci si diverte, fuori fa troppo freddo ma soprattutto, diciamoci la verità, informazione e formazione si fanno qui. O no? Vorrei tanto citare “con un click ci si informa e ci si aggiorna”, ma pensereste a un frutto della mia fantasia: me la tengo per un’altra volta.

A chi dal telefonino mi mostra la foto dell’albero mezzo secco chiedendomi cosa deve fare, senza neppure mettere gli occhiali rispondo che indubbiamente è un problema di assorbimento idrico e, nella confusione generale, cerco consenso, salgo sulla prima sedia e alzando la voce tuono: “Non lo vedi che non piove da mesi, governo ladro?” Cinque lunghi secondi di silenzio. Al ventesimo pollice all’insù aggiungo un nome in latino che non saprei scrivere, una sigla in inglese e, scuotendo la testa, decreto: è spacciato.

Esplosione di “Like!” : il tizio torna a casa felice a tagliare l’albero.

Perché l’ha detto l’esperto al Bar delle Facce, dove dall’alto di una vecchia sedia puoi dire quel che vuoi, basta che sia credibile. E gratis.

Lucio Montecchio

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Like ! (da http://www.freeiconspng.com)

Parassiti !

In un post precedente ho parlato del ruolo fondamentale di tutte le componenti di un sistema naturale, dove i parassiti più aggressivi fanno deperire e a volte morire gli alberi meno adeguati lasciando ai più vigorosi, capaci di produrre difese efficaci, tempo e spazio per riprodursi e diffondersi. Alberi e parassiti di alberi, tra alti e bassi, nel lungo periodo restano in equilibrio.

Quando però lo stesso parassita non arriva su un albero fra i tanti, ma in una piantagione di alberi geneticamente molto simili (prodotti da semi prelevati da una bella pianta-madre) o identici (cloni ottenuti facendo radicare rami della stessa pianta), può fare tabula rasa. Solo perché quegli alberi per noi hanno un valore economico, e come se non bastassero i sinonimi tutti negativi di parassita che ho trovato nel mio dizionario, i media certamente parleranno di “killer”. Qualcuno chiederà lo stato di calamità naturale e altri finanzieranno studi e interventi di contenimento di vario tipo cercando di ridurre la perdita di produzione, ben sapendo dall’esperienza che troppo spesso il costo non vale il risultato.

In Inghilterra qualche anno fa è “arrivato” (probabilmente importato con un lotto di piantine infette) un fungo parassita del frassino già noto da anni in mezza Europa. Si chiama Hymenoscyphus fraxineus. Si è diffuso in tutto il Regno Unito molto rapidamente e le definizioni “invasore” e “killer” sono state immediate. Si è scatenato un allarme generale ancora in atto, perché oltre all’indiscutibile valore paesaggistico dell’albero, la richiesta di legno di frassino è altissima e il reddito che ne deriva anche. Esempi simili in Italia ne abbiamo molti di più, ma ne parleremo più avanti.

Immaginiamo ora che il frassino non abbia alcun valore economico. Probabilmente lo stesso parassita verrebbe elencato fra le new entry della biodiversità locale, utile all’ecosistema, magari proteggendolo per legge perché ancora rarissimo e localizzato. Un po’ come la “nuova” specie di biscia d’acqua, Natrix helvetica, notoriamente presente dall’Italia alla Germania, ma osservata solo pochi giorni fa in Inghilterra. Killer di rane e topini, ma nessun danno al portafoglio. La notizia ha rubato il posto ad altre forse più importanti sul Telegraph, alla BBC e su social vari e, giustamente, la specie è già nell’elenco di quelle protette.

Ora immaginiamo invece che il frassino sia una specie indesiderata, colpevole di sottrarre spazio e nutrienti ad altre più redditizie. Diffonderemmo artificialmente quel fungo alla stregua di un diserbante biologico, ecocompatibile e a impatto-zero. Insomma, un sicario del quale essere orgogliosi. Magari per scoprire dopo una quarantina d’anni che, porcamiseria, adesso che ha ucciso tutti quegli alberi sgraditi ha deciso di sopravvivere passando ad altre specie a noi utili. E via con killer, emergenze, leggi e finanziamenti. Come è successo con Ceratocytis fagacearum, fungo già presente ma diffuso artificialmente negli Stati Uniti per disseccare in modo economico e selettivo alcune querce indesiderate, per poi scoprire dopo 30 anni che può spostarsi anche a quelle che vogliamo assolutamente tenere, magari con l’aiuto di un insetto vettore. Ora a livello internazionale è elencato fra i parassiti letali e di quarantena: se fosse maldestramente importato in Europa con un carico di legname infetto, troverebbe un clima perfetto e per le nostre piantagioni di quercia sarebbe un bel problema. E per noi.

Come sempre, è una questione di punti di vista …

Lucio Montecchio

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Settembre 2016. BBC. Servizio sul grande invasore Hymenoscyphus fraxineus, parassita del frassino.

Darwin: dalla Teoria alla Pratica

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Sono miliardi di anni che gli alberi fanno esperienza nel trovare il miglior modo di “ammonticchiare nodi, germinare e rinnovare la propria forma”, di trovare le migliori combinazioni possibili per sopravvivere all’ambiente e alla competizione, arrivare almeno all’età della riproduzione e rimescolare il proprio corredo genetico con quello di un loro simile.

Uguali nella forma ma diversi nella sostanza delle potenzialità genetiche, solo gli alberi più adeguati a quel luogo e in quel momento riescono a sopravvivere.

Motore principale della selezione sono microscopici funghi e batteri che già vivono nella pianta senza creare danni particolari. L’albero ne delimita l’espansione e loro, pur mangiando un po’ di albero, producono tossine che tengono lontani i parassiti esterni al sistema, più pericolosi.

Quando però quell’albero si indebolisce, le sue difese rallentano e questi collaboratori iniziano a moltiplicarsi oltre il normale, indebolendo inesorabilmente l’albero intero.

Per il fatto che solo a questo punto prendono più di quel che danno li chiamiamo “parassiti”.

Se il danno è sostenibile si secca qualche vecchio ramo o l’intero fusto lasciando alle radici, se lo sanno fare, il compito di rigenerarne di nuovi. Se invece l’albero è ormai troppo debole per reagire, muore.

In natura funziona così da millenni. Abbiamo ancora alberi e parassiti di alberi, entrambi sempre più vigorosi. I genotipi meno adeguati invece lentamente scompaiono o provano a migrare dove possono.

È la selezione naturale mediata dalla competizione per le risorse ben descritte da Charles Darwin, il manifesto del cui pensiero è senz’altro “Sulla origine delle specie per elezione naturale, ovvero conservazione delle razze perfezionate nella lotta per l’esistenza” (1859).

Mai titolo fu più chiaro e incisivo nell’esprimere compiutamente un concetto antidogmatico che già fermentava da anni nell’ambiente scientifico. Teoria che è rapidamente diventata Certezza con gli studi sulla fecondazione incrociata dell’abate Mendel e “certificata” nel 1962 dal Premio Nobel a Watson, Crick e Wilkins per la scoperta della struttura del DNA e del suo significato nel trasferimento delle informazioni genetiche, positive o negative, da genitori a figli.

Nonostante ritenesse che Linneo fosse “sedotto dall’apparenza”, Darwin ne rivalutò la classificazione: i caratteri morfologici delle strutture di riproduzione implicitamente includono l’idea di discendenza e, perciò, di ereditarietà, di quella parentela fra gruppi tassonomici che oggi chiamiamo filogenesi.

È un vero peccato che a scuola si continui a chiamarla Teoria dell’evoluzione …

Lucio Montecchio

Goethe e la forma delle piante

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Negli alberi la forma non è predeterminata né prevedibile come nell’uomo o nel cane, dove fin dalla nascita la testa è una e gli arti quattro.

Proviamo a disegnare l’albero fuori dalla nostra finestra. Il risultato ci ricorderà un platano, ma anche una quercia, un olmo o un salice: specie diverse hanno forme simili e alberi della stessa specie hanno forme diverse.

Con la sua forma mutevole, ciascun albero è perciò ben lontano dal quel concetto di fissità alla base della classificazione morfologica perfezionata nel Systema naturae da Linneo nella metà del 1700 e basata su differenze esclusivamente fisiche, spesso microscopiche, in gruppi sempre più dettagliati.

Certo del fatto che ogni specie fosse esattamente così da sempre, Linneo era perseguitato dalla necessità di dare un nome a tutto. “Se non conosci il nome, muore anche la conoscenza delle cose”, annotava ordinando le forme viventi a lui note (ma anche fossili e minerali) in una struttura gerarchica sulla base di uguaglianze crescenti, con particolare riguardo a forma e dimensioni delle strutture di riproduzione.

E così, tutte le piante con radici, fusto e foglie sono state distinte in Pteridofite e Fanerogame a seconda della capacità di produrre semi; le Fanerogame in Angiosperme e Gimnosperme a seconda che i semi siano o meno protetti da un frutto; le Angiosperme in Monocotiledoni come le palme e Dicotiledoni come quasi tutte le latifoglie e … così via. Fino al binomio genere + specie, come in Quercus robur nel caso della farnia.

Linneo era così convinto della precisione assoluta del suo metodo da scrivere che “i caratteri non formano il genere, ma il genere fornisce i caratteri”.

Il botanico Johann Wolfgang von Goethe, noto ai più come uomo di lettere, senza mezze misure definiva questa nomenclatura “rigida” ed “arbitraria”, scritta più da un archivista attento a dividere, che da un naturalista curioso del tutto.

“Le specie più disparate hanno fra loro un’affinità ben marcata, e presentano più di un rapporto di somiglianza fra di loro”.

Come distinguere due specie diverse in assenza di fiori o semi? E che dire dei molti ibridi fertili, prodotti dall’incrocio spontaneo di due specie certamente diverse? Un nome è davvero sufficiente a rappresentare un organismo complesso ?

La Giulietta di Shakespeare se l’era già chiesto: “Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?

Ancora lontano dalla visione darwiniana, Goethe credeva nell’armonia della natura fatta di piccoli passi, di costanti adattamenti.

Certamente utile, il lavoro di Linneo doveva quindi essere avvalorato da considerazioni più complesse, eventualmente modificato o addirittura riorganizzato a partire dal vertice di quella piramide genealogica rappresentato dalla “pianta archetipo”, progenitore, per poi scendere via via verso le altre sempre meno simili, usando differenze sostanziali come crocevia discriminanti. Differenze dove la forma non è importante in quanto tale, ma perché sintesi visibile di un comportamento di adattamento alle condizioni circostanti.

Goethe coniò il termine Morfologia e, non esistendo ancora la macchina fotografica, disegnò e confrontò piante per lunghi anni.

Il 27 settembre 1786 visitò l’Orto Botanico dell’Università di Padova.

Lo immagino seduto su una di quelle panchine di trachite che ancora esistono a raffigurare i tratti essenziali di una palma di già duecento anni. Una Chamaerops humilis, “umile” perché secondo Linneo non avrebbe superato i due metri.

Probabilmente dopo qualche schizzo si avvicinò perplesso, incerto del risultato, girò attorno alla pianta, abbassò gli occhiali, la scrutò con attenzione e fece un gran sorriso: “le sue prime foglie lanceolate erano ancora in piedi, la loro divisione successiva andava operandosi e progredendo fino al loro compiuto sviluppo in forma di ventaglio”. Nella parte terminale, poi, “da un involucro […] usciva un piccolo stelo di fiori, fenomeno singolare, non avente alcun rapporto colla vegetazione precedente”.

Tutto quel che osservava era un costante variazione morfologica, una metamorfosi vegetale. Ed era la dimostrazione della sua ipotesi: le forme di una pianta non sono “sin dalla loro origine stabilite e determinate in modo assoluto” ma sono risultato di “modificazioni di cui è suscettibile il loro sviluppo”.

E che dire poi dei molti e diversi organi che possono originare da una sola foglia? “Prima o poi la pianta non è che foglia, capace di produrre un germoglio che diverrà fusto dal quale origineranno gemme che daranno vita a nuove foglie e poi nuovi germogli e fiori, che diverranno frutti contenenti semi con dentro almeno un’altra foglia.

“Nodi su nodi ammonticchiando, un’altra germinazione subito sorgiunge, e rinnovella ognor la propria forma”. Era ormai chiaro che qualsiasi pianta è composta di moduli uguali che si ripetono, “parti uguali e simili fra loro e all’interno”.

I morfologi odierni chiamano queste unità “fitòmeri”. Qualcuno se ne attribuisce la paternità.

Sono miliardi di anni che gli alberi fanno esperienza nel trovare il miglior modo di “ammonticchiare nodi, germinare e rinnovare la propria forma”, di impilare fitòmeri nelle migliori combinazioni possibili per sopravvivere all’ambiente e alla competizione

Ancora lontano dal concetto di evoluzione morfologica e funzionale delle specie, Goethe ne pose le fondamenta scrivendo una pietra miliare nella storia della botanica: “La metamorfosi delle piante” (1790).

La Palma è ancora lì, avvolta da una bella serra. Ha più di quattrocento anni ed è alta una decina di metri.

A Padova la chiamiamo col suo nome, La Palma di Goethe.

Lucio Montecchio

 

Un albero è un luogo

Quando dico che un albero non è una specie ma un ambiente che ospita centinaia di specie, i miei studenti mi contrappongono il solito dogma della botanica sistematica: “eh no … se quello è un faggio, è una sola specie, Fagus sylvatica“.

Quello che intendo dire è che i nostri occhi vedono un guscio di corteccia con sopra delle foglie al quale è stato dato un nome, spesso in base alla forma del fiore, ma che lì dentro c’è un sistema implicitamente e necessariamente dinamico quanto una foresta o un oceano.

Ogni singolo albero è il risultato di interminabili conflitti, tregue e collaborazioni fra migliaia di batteri, virus, funghi e insetti che si danno da fare per farne parte. Ad esempio c’è chi è bravo a catturare acqua e nutrienti dal suolo e portarli al sistema linfatico, chi alza le difese dell’albero producendo tossine.

La vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi. “Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”, J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

Nelle fasi di tregua o di pace, questi condòmini hanno un obiettivo condiviso: mantenere il sistema complessivamente vigoroso e produttivo di ciò che solo la componente vegetale sa fare: zucchero nelle sue varianti glucosio, amido e cellulose varie; energia pura da prendere quando serve.

Meglio vive l’albero, meglio vivono tutti.

Come in ogni comunità, però, c’è anche chi vivacchia nascosto dando in cambio nulla all’albero, ma molto alla comunità d’alberi. Se ci danno fastidio li chiamiamo “parassiti”. Sono pronti a uscire allo scoperto nelle fasi di minor efficienza del sistema. Ad esempio, quando l’albero subisce danni naturali o artificiali (trapianto, potatura, … ) che non poteva prevedere.

Finchè le diverse popolazioni di conviventi si metteranno d’accordo sul da farsi, i parassiti si moltiplicheranno e mangeranno legno, foglie o frutti.

Questo è il momento in cui, guardando all’effetto e non alla causa, crediamo di risolvere il problema bombardando l’intero albero di antiparassitari.

Lucio Montecchio

Cittadini da apericena

Quando i primi ominidi arrancavano piegati vivendo di frutti e di animali così lenti da essere catturati e mangiati crudi, i boschi erano già lì da millenni. Più o meno fatti come una attuale foresta vergine.

Dagli alberi abbiamo imparato il fuoco, ottocentomila anni fa, e subito dopo il caldo e la bistecca: valeva la pena fermarsi. E così, un po’ alla volta siamo passati da predatori nomadi ad allevatori e agricoltori stanziali.

La quasi totalità dei nostri boschi sono addomesticati da allora. Semplificati così tanto da far crescere solo le specie che ci sono utili eliminando tutte le altre. Come si fa con le erbe che in un campo di soia si berrebbero acqua e nutrienti in cambio di nulla, ma qui invece del diserbante si usa la motosega.

Anche senza particolari abilità, questi boschi li riconosciamo dalla presenza delle sole specie richieste dal mercato e utili alla nostra quotidianità. Sono fatti di giovani alberi grossomodo delle stesse dimensioni, spesso piantati in file come in un campo di mais per essere tagliati facilmente e avere lotti omogenei al raggiungimento di una dimensione commerciabile. Niente di strano: con la stessa logica mangiamo migliaia di cuccioli di pecora, manzo e gallina. Aspettare oltre terrebbe immobilizzato un capitale e non giustificherebbe il costo di mantenimento.

È altrettanto normale, perciò, che l’età degli alberi più vecchi di molti dei nostri boschi sia attorno ai 100-120 anni. Sono cuccioli da tagliare appena il mercato li richiede e prima che con l’età aumenti la suscettibilità a malattie che fanno marcire il legno.

Ma se l’albero più grosso e vecchio che siamo abituati a vedere ha solo cento anni, è chiaro che tutti quelli di duecento ci faranno sgranare gli occhi e urlare “monumento!”. Molti potrebbero arrivare a cinquecento, o mille, o di più. Basterebbe dimenticarsene, ma di questo parleremo un’altra volta.

Non sono assolutamente contrario alla coltivazione dei nostri boschi. Fortunatamente abbiamo una lunga tradizione e fior fiore di esperti che coltivano e tagliano senza che ce ne accorgiamo, gestendo i tempi e i ritmi di crescita come fa un bravo batterista, del quale ti accorgi solo se sbaglia. Anch’io taglio alberi e mi ci riscaldo. Anch’io preferisco un mobile di legno di buona qualità a uno scadente o di plastica.

Basta non confondere dinamiche naturali e umane, perché in natura un bosco non è un insieme di alberi, è molto di più. Quanto maggiore è questo molto, maggiore è la diversità biologica.

Vogliamo permettere a questi boschi di essere più ricchi di specie? Dobbiamo ripartire da quelle vegetali, madri e padri di tutto quel che sopra alla catena alimentare c’è.

E’ semplice. Provate ad abbandonarli per quarant’anni e faranno ingresso le molte specie che ritenevamo inutili e tagliato: ciliegi selvatici, robinie, maggiociondoli, frassini, aceri, pioppi, sorbi, saliconi, noccioli e molti altri, senza contare tutti gli arbusti e le erbacee. E conseguentemente tutti gli animali vegetariani, e poi i carnivori. Una serie di mammiferi grandi e piccoli, anfibi, rettili, uccelli, insetti, funghi e via così. Ma a questo punto i boschi diventeranno selva oscura, regno di troll, linci, lupi e orsi, che mangeranno le pecore dei pastori e attraverseranno il nostro sentiero.

Vado a memoria: “Che beo, el pare un giardin”, commentavano due turisti osservando una piantagione di abete ad Asiago, in un romanzo di Mario Rigoni Stern.

E’ proprio così, non lamentiamoci troppo: noi cittadini da apericena la biodiversità la vogliamo altrove.

Vogliamo boschi-giardino: semplici e facilmente raggiungibili, magari con pista da sci, ponte tibetano e baita con solarium. Dove il lupo non arriva.

Lucio Montecchio

La magnolia di Antonio

Soprattutto negli ultimi tempi, in cui sembra che abbracciare alberi faccia star bene, alcuni amici mi chiedono se l’amore per gli alberi è ricambiato.

Ma come? Anche se lo potessero fare (e non lo so), pensiamo davvero che pochi mesi di innamoramento possano portare alla reciprocità del sentimento?

Da millenni, per necessità, siamo tagliatori d’alberi per farne travi, tavole, legna da ardere, liberare spazio per i pascoli e i campi da coltivare.

Li piantiamo nelle nostre città senza curarci delle loro esigenze. Tanto “poi basta potare”, come se i rami crescessero come i capelli (e troppo spesso chi pota lo fa come fosse un barbiere, e dei peggiori).

Settant’anni fa abbiamo anche inventato la motosega, e così le dimensioni non sono più un limite. Anzi! Amputare pochi rami grossi costa meno tempo che tagliare molti rami sottili (e il legno lo vendo).

Ma … è davvero importante sapere se quell’albero antico e imponente (avete mai visto abbracciare alberi giovani) ricambia il tuo amore?
Antonio, 12 anni, gioca e parla con la sua magnolia. Non pretende nulla, ma dice che lei gli sorride e a volte gli fa l’occhiolino lo stesso 😉

Lucio Montecchio

 

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La Magnolia di Antonio (A. Pizzoni Ardemani, 2016. Con il permesso di Elisa e Armando)

Un altro blog sugli alberi?

Barney

Mi piace la natura, ha risposto un mio studente quando ho chiesto il motivo della sua iscrizione all’Università, ma la domanda cos’è la natura non ha ricevuto risposta.

Con gli alberi ci lavoro da più di trent’anni, soprattutto ne studio gli aspetti legati alla loro biologia e alla loro salute (www.luciomontecchio.it).

A farmi prendere la decisione di aprire un blog divulgativo sugli alberi è stato un incontro pubblico al quale sono stato invitato a partecipare poco tempo fa. Il titolo sulle locandine era “Bosco che va, Bosco che torna” e, stimolati da un abile moderatore, i cinque esperti dovevano argomentarci sopra.

In quelle tre ore ho sentito raccontare che (cito in corsivo brani dai miei appunti) gli alberi pesano e sono quindi responsabili delle frane: per salvaguardare la sostenibilità del paesaggio vanno perciò tagliati. O, ancora, che una pista da sci ben progettata fa più biodiversità di un bosco naturale. Le citazioni sono reali, prese da uno dei miei taccuini. Mi rammarico ancora di non aver chiesto a quell’architetto paesaggista cosa significano sostenibilità del paesaggio e biodiversità, ma forse è stato meglio così.

Come fa un bambino, c’è chi usa la tecnica di infilare nelle frasi alcune parole nuove solo perché suonano bene. Magari in una lingua straniera, per diminuire la probabilità che l’interlocutore ne chieda il significato, ammettendo quantomeno la sua ignoranza linguistica.

È sufficiente accendere la tv su uno dei molti programmi a tema ambientale per rendersi conto della semplificazione giornalistica di parole ricche di sostanza. Ho sentito definire il Parco del Delta del Po biodiverso, un antiparassitario verde e un detergente ecologico.

Io non ho ancora capito cosa significhi “global change”, lo ammetto.

Veniamo all’ Albero, parola che usiamo quotidianamente, ma alla quale non sappiamo ancora dare un significato compiuto. Secondo i miei studenti “organismo autotrofo legnoso”. Secondo il mio barista, se ha un fusto con sopra una chioma è un albero, e questo ci basti. Secondo almeno uno dei miei condomini non importa, ma se lo è va regolarmente amputato di quanti più rami è possibile.

Sappiamo molto di icone esotiche come il leone e il baobab, ma spesso non sappiamo definire un albero, né come funziona, di cosa ha bisogno o cosa gli causa danno.

I contenuti di questo Blog sono semplici riflessioni personali, per la scienza ci sono posti migliori.

Spero vi piacerà.

Lucio Montecchio