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#alberinfiniti

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Sabato scorso pioveva, ad Assisi.

Eppure ci siamo trovati a piantare un giovane ginko in un settantina, sotto l’ombrello e lasciando in un angolo gli innaffiatoi pieni, del tutto inutili.

Niente di strano, comprese le foto di rito e il mio prevedibile “questo albero è per i nostri figli, sono loro che dovranno averne cura”.

Finché richiudevamo le macchine fotografiche e ci avviavamo in fila verso casa, però, in 4-5 abbiamo assistito ad un gesto semplice, indimenticabile.

Un bambino sui 6 anni in arancione (alla mia destra nella foto) è andato a prendere un innaffiatoio azzurro e se l’è annaffiato tutto.

Da solo, con calma, attento, incurante del richiamo dei genitori.
Ci sono gesti spontanei che rendono inutile ogni parola dei grandi.
Grazie, bambino in arancione.

Lucio Montecchio

Game over

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Però io ve l’avevo detto che non c’era più tempo.

Ci avevano provato in mille modi a farcelo capire, anche scendendo a compromessi discutibili.

E noi niente, a tagliare per il gusto di tagliare, a piantarli dove non volevano, ad avvelenarli per un po’ di mele in più, ad ammazzare quelli che pretendevano di spostarsi troppo.

Non dite che non lo sapevamo …

Lo sapevamo da quando abbiamo deciso di tagliare più alberi di quelli che crescevano.

Ne abbiamo uccisi milioni per far spazio alla soia ogm, alle piste da sci, alla palma da olio e a quell’autostrada inutile.

Lo sapevamo da quando abbiamo iniziato a violare le tombe dei loro antenati per farne gomme invernali, scarpe da tennis, moplen e bambole gonfiabili.

A comprare zucchine avvolte nel domopak e a sprecare la carta perché “tanto, si ricicla”.

Abbiamo riempito di diserbante i fossi, le tartarughe e l’acqua del rubinetto. Avvelenato le farfalle e le api. Le api!

E così, il bosco ha chiamato questa interminabile pioggia per un fuoco di copertura, per impedirci di accendere decespugliatori e motoseghe.

Eccoli qui, li ho fotografati di nascosto: sono Aceri, fanteria d’assalto. Un Battaglione San Marco perfettamente mimetizzato fra l’erba.

Tutti su col periscopio ad osservare le nostre debolezze, ad aspettare il momento buono per dare il via a una guerra chimica globale, epocale.

Sarà un’enorme nuvola trasparente, un prolungato rigùrgito di anidride carbonica. Peggio del fosgene sul San Michele.

Lo sentite già questo pizzicore al naso?

Ammazziamoli tutti, subito, o sarà troppo tardi !!!

Gino, vai col glifosate!

Lucio Montecchio

Antefatto

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Perché “Fra i rami e il cielo è troppo breve”, mi ha scritto una signora gentile.

Il mio ego ringrazia.

Piero stava percorrendo gli ultimi metri polverosi che portavano a casa. Erano passati sei interminabili anni, da quando era partito per l’Albania.

La prima a corrergli incontro abbaiando sguaiatamente e lanciandoglisi sul petto fu Selva, con una barba bianca che una volta non c’era.

E poi sentì l’urlo di gioia provenire dall’orto “Piero! Piero!”.

Emma mollò la zappa e corse verso di lui scalza, facendogli perdere l’equilibrio precario per via di quello zaino pesante.

Rotolarono a terra piangendo, ridendo e piangendo per un tempo lunghissimo.

“Lo sapevo che eri vivo, lo sapevo”. Ma dove sei stato? Perché hai smesso di rispondere”.

“È stata dura, Emma, dura. Poi ti spiego”.

Ma a Emma non interessava già più: il suo uomo era vivo ed era tornato.

“Vieni, Teresa sta giocando sotto al portico”.

Di quella bambina che si era subito precipitata ad avvinghiare una gamba della mamma sapeva solo il nome, ma era lei. Quella che aveva cercato di immaginare per sei lunghi anni, che aveva animato i suoi sogni migliori. Ed era bellissima.

Posò un ginocchio a terra, tirò fuori dallo zaino logoro una piccola bambola di pezza rossa e le disse “Sono papà. Questa bambola te la manda una bambina che si chiama Daphne”.

“È papà. Prendila, è un regalo per te”.

Stettero in silenzio a lungo, seduti sulla panca guardandosi e accarezzandosi il viso l’un l’altra.

Com’era invecchiato quel ragazzo che aveva visto partire quella mattina. Com’era dimagrita la ragazza che aveva lasciato a custodire casa e figli.

Emma entrò in casa e uscì con una caraffa d’acqua fresca e due bicchieri.

“Ma dimmi, dove sono i ragazzi?”

“Clara è a servizio da una famiglia di Padova. Sta bene, torna il sabato per poche ore e poi riparte. Guido ha iniziato a falciare il frumento ieri.

Di Marco non sappiamo niente da novembre. Si era nascosto nel granaio, ma qualcuno ha fatto la spia. Per fortuna l’Adele ci ha fatto avvisare per tempo ed è riuscito a scappare verso i Colli, ma non sappiamo altro.

Sai, qui non va molto bene. I tedeschi si sono fermati in paese a lungo e hanno portato via tutto. Se non ci fosse lo stipendio di Clara sarebbe la fame. Guido fa quel che può, ma non basta mai”.

Anche la casa dimostrava il passaggio della guerra, come tutte quelle che aveva visto lungo il ritorno, un po’ a piedi e un po’ sul cassone di qualche camion americano.

Piero si svegliò di soprassalto. Erano gli artificieri americani che facevano brillare le bombe inesplose. Dall’altezza del sole saranno state le sei.

Fece un giro nella stalla vuota e poi nei campi, quei due campi che non facevano neanche un ettaro.

Guido era là, con un cappello di paglia e un fazzoletto rosso al collo, intento a brandeggiare la falce col giusto ritmo.

E poi arrivò al suo ciliegio, quello sotto al quale si fermava fin da ragazzo a riflettere e a prendere le decisioni più importanti.

Socchiuse gli occhi e rivide ancora una volta lo sguardo vuoto di quel ragazzo che aveva ucciso. Si lasciò carezzare da quel venticello leggero e ritmato.

Con quel passato avrebbe dovuto trovare il modo di far pace.

Lucio Montecchio

Fra i rami e il cielo

“Sembrerò morto e non sarà vero”. Antoine de Saint-Exupéry.

Ho conosciuto Teresa il giorno in cui è entrata in chiesa, scagliandosi come una furia verso quel prete che poco prima aveva cacciato in malo modo Nicola dall’incontro di preparazione alla prima comunione perché, a suo dire, aveva i capelli troppo lunghi.

Erano semplicemente dei lunghi boccoli biondi, come quelli del bambino sulla scatola dei biscotti Nipiol che lei aveva ritagliato e teneva con orgoglio fra le foto e le pagelle di un figlio al quale aveva fatto anche da padre.
“Vai a tagliarti la lana, capellone” negli anni ’70 significava un sacco di cose, tutte negative.
Ero troppo lontano per sentire cos’ha detto a Don Severino quel giorno, ma alla fine se n’è andata indicando con fermezza la lunga chioma di Gesù, sul dipinto in fondo.
Quelli erano i tempi in cui, per essere parte di una comunità di tremila persone, dovevi essere ben voluto dal sindaco, dal farmacista e dal prete. Il resto veniva dopo.
Quel giorno, lei aveva scelto di allontanarsi dal prete e dalla chiesa.

Da quella chiesa.

Teresa era l’ultima di sei figli, cresciuta come tanti altri in una famiglia che aveva imparato a sue spese che, per sopravvivere alle difficoltà, lamentarsi serve a ben poco.

Ognuno contribuiva secondo le proprie capacità.

Papà Piero era il primo a uscire e l’ultimo a rientrare.

Quando tornava dallo zuccherificio andava nei campi finché c’era luce e poi si attardava sotto al solito ciliegio, pensoso e in compagnia di quel trinciato forte che sapeva rollare con una mano sola.

Teresa, “la piccola”, lo raggiungeva quasi sempre, curiosa di nomi di animali e di storie, vere o finte che fossero.

Come quella volta in cui, sulle ginocchia di papà, scoprì che quell’albero era il braccio di un uomo enorme che saliva da terra, con la mano aperta per toccare le nuvole con le dita.

E’ per questo che mi fermo qui ogni sera. Sotto di noi c’è l’altra mano, che regge il peso delle nostre giornate.

Ascolta: lo senti sussurrare fra i rami?

Gli indiani chiamano questi alberi Totem.

Gli alberi sanno, perché sono fatti di tempo, di quello nostro e di quello di chi li ha protetti prima di noi.

Quando io non ci sarò più toccherà a te tenergli compagnia. Lui saprà ascoltarti, e ti parlerà con la voce del vento.

Teresa non poteva sapere che, dopo qualche giorno, papà sarebbe andato in cielo per colpa di un brutto male.

Si, all’epoca non si diceva morto, non si diceva tumore.

E così, negli anni, Teresa aveva preso l’abitudine di andare al ciliegio quasi ogni sera, anche in quelle giornate autunnali bagnate, quelle che velano i colori di grigio.

Si sedeva su una di quelle radici grosse e guardando la chioma alla rovescia gli raccontava di com’era andata la giornata, della mamma sempre più anziana e soprattutto di Nicola, coi boccoli biondi come il bambino dei biscotti.

Capitava anche che Teresa infilasse dentro a quel buco enorme fra le dita del ciliegio una sigaretta sottratta a Guido, oppure un bigliettino coi suoi segreti più intimi.

Perché, se l’albero era fatto di tempo, papà era ancora lì.

Da qualche parte, fra i rami e il cielo.

Lucio Montecchio

Drù !!!

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Abbiamo due soluzioni: un bell’asteroide e si riparte da zero o una somma di piccole cose, una somma di passi che arrivano a cento.

(“Una somma di piccole cose”, Niccolò Fabi).

Anno più anno meno, una cinquantina di milioni di anni fa e da qualche parte di quello che ora è il sudest asiatico comparivano le prime querce.

Coraggiose e pazienti, hanno lentamente colonizzato l’Europa e il Nordamerica.

Chiavi del successo furono la generosa produzione di ghiande e di gemme.

Le prime autonome e abili a colonizzare i dintorni, le seconde vincolate all’albero ma capaci di adeguarne la forma secondo necessità: alto, stretto, veloce, basso, lento, largo.

Le querce si sono diffuse ovunque il clima glielo permettesse, aggirando gli ostacoli o, semplicemente, fermandosi in attesa che il maltempo finisse. Un maltempo che poteva durare qualche migliaio di anni e che si chiamava glaciazione.

Nel corso dell’ultima, che ha ricoperto la quasi totalità dell’Europa, ben poche sono state capaci di correre a sud più velocemente del ghiaccio. Alcune però ce la fecero, arrivando sulle coste del Mediterraneo e poi verso est, fino all’Eufrate.

All’inizio fu un periodo di benessere e di convivenza pacifica col resto del mondo vivente.

Dopo qualche millennio, però, il sovraffollamento iniziò a essere la causa principale di una accesa competizione per la sopravvivenza. Le piante per la luce, gli erbivori per le piante, i carnivori per gli erbivori.

L’ idea venne a Drù, una quercia centenaria che godeva della stima di quasi tutte le altre.

Ragazze, il ghiaccio si sta ritirando. O ci inventiamo nuovi patti di convivenza, oppure ci allarghiamo verso il nord. Un passo alla volta, come abbiamo sempre fatto. Sappiamo plasmarci all’ambiente, sappiamo essere ambiente.

Le più pigre preferirono restar ferme dov’erano e i loro discendenti sono ancora là, lungo il bordo del Mediterraneo.

Sono lecci, e sotto al sole cocente che arrivò di lì a poco (si fa per dire) ispessirono le foglie. Nelle zone più interne e calde, poi, ispessirono anche la corteccia e divennero sughere.

Alcune temporeggiarono, fingendo di non sapere come trovare il nord, ma Drù spiegò loro che bastava tenere il muschio sul davanti.

E così, tra alti e bassi, la maggior parte cedette alla tentazione di una nuova esplorazione.

Lo fece sommando i caratteri migliori che ciascuno aveva, creando ibridi mai visti prima. Adeguando la forma allo spazio, le foglie alla luce, la corteccia al caldo e le radici all’acqua.

Dietro di loro si creò una lunga fila di scoiattoli, uccelli ed erbivori vari.

Perché, sapete, le querce non rincorrevano record di velocità, altezza, larghezza o vecchiaia. Loro spostavano boschi interi. Come oggi.

Seppero diventare roverelle, con una peluria fine sotto a ogni foglia per limitare la disidratazione. Poi diventarono cerri e roveri e, raggiunte le pianure fresche e umide dei grandi fiumi, si trasformarono in farnie.

In questo viaggio evolutivo, farnie e roveri arrivarono fino in Scozia.

E gli uomini?

Fecero lo stesso, subito dopo gli “uccelli e gli erbivori vari”.

Semplicemente al seguito, perché dentro ai boschi di quercia c’era quel che serviva.

L’idea venne a Olga, donna pragmatica e coi peli sulle gambe.

Stanca di aspettare, un bel giorno prese per i capelli il suo uomo e, indicando la colonna di querce con la clava che aveva in mano, esclamò “Drù!”.

L’uomo non capiva, forse, ma ogni qualche chilometro Olga lo strattonava guardando avanti e urlando “Drù!”, fin su in alto, in Britannia.

Drù … un suono strambo, ma così convincente da essere rimasto associato al legame fra querce e uomini fino a diventarne culto.

Druidico.

Lucio Montecchio

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Scritto in compagnia di “L’incredibile viaggio delle piante” (Stefano Mancuso), la moka delle undici e la mia affezionata insonnia. Quella delle tre.

Semplicemente piante?

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Del tutto simili a quelle che vediamo al margine dei nostri boschi, 350 milioni di anni fa le felci avevano imparato dai loro predecessori il modo più semplice di vivere a lungo.

In fondo, bastava catturare la luce della stella più vicina fra una molecola d’acqua e una di anidride carbonica, ottenendo in pochi secondi una molecola di glucosio e un po’ di ossigeno.

Consapevoli degli immancabili momenti di crisi energetica, trasformavano l’eccesso di zucchero in amido, da distribuire e immagazzinare lungo tutto il corpo.

Facile? Mica tanto: ho lasciato sotto al sole una bottiglietta di acqua gasata mille volte, ma non è mai successo nulla. Solo le piante sanno fare zucchero, amido e ossigeno.

È per questo che sappiamo andare su Marte ma, in fondo, resteremo sempre dei coltivatori di piante. Per fortuna.

Lucio Montecchio

Acconciature vegetali

L'immagine può contenere: cielo, albero, abitazione e spazio all'aperto

Avete presente le foto appese dal barbiere?

Quelle che tu entri e trovi alcuni tagli alla moda fra i quali scegliere e poi ne fanno uno su di te e dopo due ore ti guardi e ti viene da piangere?

Ecco, in questi giorni stanno ripartendo i cantieri di potatura e mi sembra proprio che alcuni di questi cosiddetti arboricoltori selezionati con cura da molte amministrazioni abbiano poche idee e certamente confuse.

Sia chiaro: senz’altro ripudiano il mastice (perché credono che ne esista un solo tipo). Senz’altro sono bravi a potare “salvaguardando il collare”. E ci mancherebbe altro! Dopo trent’anni di libri, incontri, convegni e articoli, lo sa anche mia nonna in carriola!

Ma chissenefrega, se poi non conoscono la fisiologia del cedro e lo potano come fosse una magnolia? Se credono ancora che i rami crescano dalla base come i capelli, e non dall’apice come … i rami?

Credo che questi barbieri di alberi (che per fortuna sono una minoranza) abbiano stampato in mente due tipi di acconciatura: a sfera e a cono. Latifoglia e conifera, come nei disegni dei bambini. Sennò non si spiegherebbe perché stanno potando quel pino nero dandogli una forma da abete.

Lucio Montecchio

Metricubi

Molti dei boschi che mi hanno fatto innamorare di quello che sarebbe diventato il mio mestiere non ci sono più.I telegiornali stanno misurando il danno in metri cubi o ettari, come fossero campi di frumento allettato dal vento. Come se chi è nato al settimo piano di un condominio in centro fosse tenuto a sapere quanto cuba un abete di 80 anni, o quanto è difficile coltivare un solo ettaro di bosco in montagna.
Cari giornalisti, provate a trasformare quegli alberi nell’ossigeno che 950.000 persone respirano in una vita, sarà più facile. O a misurare quei circa 7.500.000 di alberi lungo una strada, trasformandoli in 112.500 chilometri: quasi 200 volte la distanza fra Asiago e la capitale.Aspetto con ansia la facile trasformazione da metri cubi a quintali. Anche perché di questo si tratterà: buona parte di quel legname, invece di vederlo marcire, sarà cippato e messo sul mercato nella sua forma più povera. Briciole di albero da trasformare in calore e anidride carbonica, nella speranza che altre piante riescano ad assorbirla.Il danno vero, però, è un altro e ben maggiore: quello che i montanari non ammetteranno mai per quel pudore che gli è innato. Perché il bosco non si misura in alberi, o in violini che non usciranno più dalle foreste di Paneveggio.I boschi sono identità culturale e sociale, orgogliosa appartenenza.Chi abita l’Altopiano o il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane parla bosco, odora di bosco, E’ bosco. E allora immaginate una casa comune distrutta, grande quelle migliaia di ettari.Credete davvero che fra 100 anni, quando avremo di nuovo abeti di 100 anni, sarà come la settimana scorsa?La vedo difficile. A meno che non troviamo il coraggio per una rivoluzione culturale, magari prima che la neve ci stenda un bel lenzuolo bianco sopra.Fra qualche giorno si terrà il decennale Congresso Nazionale di Selvicoltura e di questo evento si parlerà a lungo, spero. Ci sarà anche chi dirà “è solo colpa dei cambiamenti climatici”, chi dirà “io però l’avevo detto” o “se l’incarico per il piano di assestamento l’avessero dato a me”.Ecco, mi piacerebbe che non fossero i soliti nomi a tenere le redini della discussione, mi piacerebbe che fossero le nuove generazioni di ricercatori e di tecnici.Di bravi ce ne sono tanti: quelli che non sono ancora fedeli a certi dogmi culturali e ai molti aggettivi che si possono dare alla selvicoltura.I nuovi boschi dovranno essere reinventati da loro, gestiti dai loro figli e goduti dai loro nipoti._ _ _ _Dopo aver pubblicato il post ho ricevuto questo messaggio da una mia studentessa, alla quale non posso che dar ragione.“Gent.le Prof. Montecchio,Sono C.Le scrivo perché ho sentito il bisogno di voler esprimerle un piccolo e segreto commento, riguardo al suo articolo “Metricubi” pubblicato nel suo blog.Vorrei cominciare ponendole un quesito: Nella frase “… Chi abita l’Altopiano, o il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane parla di bosco, odora bosco, E’ bosco…”, non crede che manchi qualcosa? O meglio qualcuno?Non crede quindi che anche il Bellunese, ma in particolare l’Agordino e GLI Agordini, odorino di bosco, SIANO bosco? Crede quindi che sappiano solo di gas di scarico della Luxottica?Eppure le assicuro che il profumo del bosco aleggia anche in queste valli, tra le strade e la gente che abita con fatica quei piccoli paesini dimenticati dal mondo.Le posso assicurare come Agordina, che in questi ultimi giorni si sentiva ancora di più. Mentre si percorrevano in macchina quelle poche strade che erano rimaste libere, o che da poco erano state riaperte, si poteva sentire quello spiccato, aromatico, balsamico e inconfondibile profumo di resina… profumo di bosco!Lo vada a raccontare alla Valle di San Lucano: prima distrutta dal fuoco e dulcis in fundo, dall’acqua e dal vento! Lei era la più bella delle valli. Io (e non solo) ho passato l’infanzia a costruire dighe sul Tegnas, ad avventurarmi nel bosco e a correre sui suoi sentieri.Lo vada a raccontare alle Lonie: sradicata dal vento. Era il paesino più bello del mondo. In quel bosco andavo a fare la legna, raccoglievo i funghi e costruivo le capanne con il mio nonno. Mi facevo rincorrere dalla mia nonna perché non volevo mai mettermi le scarpe.Lo vada a raccontare al Martino o agli allevatori dei comuni di Selva di Cadore, Colle Santa Lucia, Livinallongo e anche quelli che non ho formalmente citato: sono stati per giorni senza corrente, acqua potabile e telefono… e chi le munge le vacche? A chi si lo si porta il latte? Non è stata danneggiata la stalla?Lo vada a chiedere ad Arabba e Rocca Pietore, ad Alleghe e Falcade se non gli sono caduti degli alberi o macerie sugli impianti da sci o nei sentieri nel bosco!Vada a parlare con il Dario, il Sandro e tutti i coinvolti nei C.A.I di Agordo: ha idea dell’ulteriore tanta fatica e tempo per liberare e ricostruire tutti i sentieri che ora, sono sotto “Metricubi” di legname e che sono stati mangiati dai corsi d’acqua?Potrei poi raccontargliela all’infinito.Lei mi dirà: i boschi ricrescono (magari è la buona volta che si decidono di non favorire solamente quei maledetti abeti rossi!), le strade e le infrastrutture si ricostruiscono e l’economia di montagna ricomincia! Lo dovresti sapere tu che ti stai laureando in Scienze Forestali e Ambientali!Ragionamento logico, lineare e da manuale.C’è solo un piccolo inghippo: se non si sa che anche lì c’è il problema, questo non si risolve!Se ci si dimentica, anche questa volta, di quei paesi sulle montagne, i soldi e le menti che sanno gestire con professionalità queste situazioni, non arrivano e non ci aiutano a far ricrescere, a riscostruire e a ricominciare!L’ Agordino è tanto importante quanto “…l’Altopiano, il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane…”!I telegiornali li possiamo perdonare, alla fine, a forza di insulti sui social qualche secondo ce lo hanno concesso. Lei però non parla alla gente comune ma ai convegni internazionali “in materia di foreste ecc..”, parla con i suoi colleghi selvicoltori, forestali e soprattutto parla agli studenti. Sono sicura che a loro narrerà “…dell’Altopiano, il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane…” dimenticandosi che esistono altre realtà che hanno bisogno proprio delle persone come lei e come i suoi colleghi perché sennò io ho il sospetto che il finale sarà questo: il bosco rimane così com’è adesso o si favorisce di nuovo quel stramaledetto abete rosso, le strade e infrastrutture non si ricostruiscono perché non arrivano i soldi e l’economia di montagna muore perché gli allevatori ci rinunciano e i turisti non vengono perché “è troppo disordinato”!Questo territorio muore e la filastrocca dei “Padovani gran dottori… e Belun? Pore Belun, te se proprio de nisun!” continuerà a rieccheggiare in queste valli!Con questa riflessione non voglio in alcun modo sminuirla o insegnarle niente. Rispetto con sincerità l’autorità e la sua veste di Professore e mio Insegnante! Il mio intento non è quello di attaccarla o offenderla!Volevo solamente alzare la mano e dire: CI SIAMO ANCHE NOI!Penserà: “Che esagerata! È matta!”Io le rispondo: “Amo il mio territorio e le mie valli e so i sacrifici che la gente fa per mantenere quel tipo di <<cultura montana>> che la Luxottica parzialmente si è appropriata e quindi SONO DEGNI di essere messi sul piedistallo come “…l’Altopiano, il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane…”!Alla fine i telegiornali li abbiamo perdonati e quindi “perdono” pure lei perché anche se la mia faccia dice una cosa, le assicuro: non penso affatto che il Prof. Montecchio dica solamente eresie!Però una soddisfazione me la sono presa: alla fine i calcoli dei “Metricubi” li ha sbagliati pure lei…CordialmenteC. “Lucio Montecchio

Intersezioni

Il mondo della Luigina è una bolla trasparente che solo lei sa misurare.

Se ti avvicini, lei si allontana. Se ti fermi, lei si ferma.

Ci ho messo un po’ di tempo a ridurre quella distanza, inginocchiandomi e trapiantando erbe anch’io, copiando da lei. Le tira su con dolcezza, ne annusa le radici e le pianta poco lontano come a volersi fare un orto tutto suo. Alcune le scarta, ma non so perché.

Forse ripete gesti d’infanzia. Chissà … ormai ben pochi ricordano di quando è entrata in questo Centro.

Centro? Periferia? Questo è un mondo dove ognuno ha i suoi confini.

Finito il lavoro si siede sul bordo della solita panchina, il più vicino possibile al tronco dell’olmo.

Mi sono seduto sul cordolo di quel marciapiedi tante volte, sperando in un sorriso, ma lei guarda sempre lontano.

Quando ondeggia dolcemente avanti e indietro spesso si tocca con tenerezza la spalla sinistra con la mano destra, col gomito un po’ sollevato.

Dopo un po’ si alza lentamente, cammina fino alla macchinetta del caffè, aspetta che non ci sia nessuno e cerca qualche moneta dimenticata.

A volte mi capita di riuscire ad anticiparla: metto nel vano del resto cinquanta centesimi e mi siedo lontano, su una delle poltroncine. Lei li raccoglie e pigia il tasto della cioccolata. Poco dopo mi passa quasi vicino guardando in basso e torna nel suo mondo, fino al tramonto.

Ieri sono arrivato presto, ho messo in mezzo alla strada un piccolo acero e ho aspettato sul mio solito cordolo.

Come se fosse una cosa abituale l’ha preso e portato lungo il bordo più lontano del suo orto, senza toglierlo dal vaso. Forse non l’ha mai fatto o, forse, per ora le basta che sia suo.

Credo che camminando verso la panchina mi abbia sorriso.

The fool on the hill sees the sun going down, and the eyes in his head see the world spinning round”.

Lucio Montecchio

Irene sta bene

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Di chi accarezza o abbraccia gli alberi sorridevo, ma non ci avevo mai parlato.

Con la scusa di una passeggiata mi avvicino ai due ragazzi che spesso vedo abbracciare quell’albero né bello né brutto, né alto né grosso. E’ un acero come se ne vedono tanti.

Marco e Irene si presentano a Meg e ci giocano un po’. Fa troppo caldo e lei vorrebbe rotolarsi nell’erba, ma subisce.

Oso? Oso. “Vi vedo spesso abbracciare quest’albero …”.

Si guardano, si sorridono come nella pubblicità dei cioccolatini.

“Si. Ci fa stare bene”.

Buona la prima.

Lucio Montecchio

La memoria di Cesare

L’accordo De Gasperi-Van Acker del 1946 barattava carbone belga contro manodopera italiana. Così, abbindolando i molti disoccupati con dei bei manifesti rosa che promettevano casa, salario, assistenza sanitaria, istruzione per i figli e ferie pagate, dopo dieci anni i migranti italiani in Belgio erano già duecentoventiquattromila.

Anche perché, oltre ai centri ufficiali, c’era della gentaglia che, per conto di alcune compagnie minerarie, faceva espatriare illegalmente molti poveri cristi affamati e analfabeti. Trenisti e migranti economici. Clandestini invisibili e senza diritti.

Ci cascò anche Cesare, amico d’infanzia di mio padre, i cui lavoretti da muratore non producevano alcun effetto concreto nelle tasche della sua famiglia numerosa.

Basso, secco e muscoloso come un fantino del palio, nel ’48 prese un treno e partì a nutrire la già folta comunità di macaroni.

Di giorno scavava carbone a 800 metri di profondità e col buio risaliva lurido e con la schiena spezzata, si fermava nei bagni comuni e poi si trascinava in una baracca di lamiera ondulata, gelida d’inverno e rovente d’estate. Fino a pochi anni prima quel villaggio era un campo per prigionieri tedeschi.

La domenica Cesare dormiva un po’ di più, trovava la forza di ripulirsi per bene e si ritrovava con gli altri italiani sotto ai tigli lì di fronte, a parlare di casa e di speranze in un miscuglio di dialetti. Trovò anche una moglie abruzzese e fece tre figli.

Nel 1961 i minatori italiani erano il 44% della popolazione straniera in Belgio, nonostante ne morissero centinaia ogni anno. L’incendio sotterraneo di Marcinelle ne è solo l’esempio più noto.

A conti fatti a lui andò bene: prese la silicosi e, quasi incapace di respirare, a 41 anni tornò con tutta la famiglia. Le stesse valigie dell’andata con in più qualche foto di lui davanti alla cava, del matrimonio, dei battesimi e una manciata di semi di quei tigli.

Il fiato era corto, ma la pensione d’invalidità non bastava. Arrotondava con piccoli lavori di muratura e carpenteria.

“El tira el fià in tre volte”, sussurrava mio padre preoccupato.

Nel troppo tempo libero stava seduto davanti alla casa popolare, oppure curava quei tre giovani tigli.

Mi raccontava che, in maggio, l’odore di quei fiori se lo portava fin sotto terra e che ora, quando usciva di notte per respirare un po’ meglio, quello stesso profumo gli ricordava solo le cose belle. Di quand’era fidanzato, del minestrone della domenica e dei bambini che giocavano.

Quegli alberi erano la sua memoria, forse più delle foto, ma Cesare non c’è più da molti anni e dei suoi tigli ne rimane uno.

È quello che quel ragazzo, che non sa, sta per tagliare per far posto alla piscina gonfiabile.

Fra un paio d’anni il tiglio della foto sarà pronto per il mio bosco. Si chiama Cesare.

Lucio Montecchio

30 marzo 2019: ho piantato Cesare.

Alberi ignoranti

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Conosco bene questo gruppo di colleghi, e tutte le volte in cui abbiamo questo tipo di riunioni pianifichiamo la birra della sera prima. Perché non si sa mai: da domani sarà da giacca, cravatta e bandierina sul tavolo.

E allora “tutti nel tal posto attorno alle 21. Il primo prenda un tavolo grande!”.

C’è chi arriva coi calzini di lana dentro ai sandali, chi con una maglietta sbiadita esplosa da un trolley in sovrapressione, chi indossa una cravatta marrone su una camicia azzurra e chi è già arrivato da un’ora e ha attaccato bottone con la cameriera.

Ed eccoci qui, a raccontarci scherzosamente dell’ultimo anno, di quell’articolo interessante che hai scritto, di quel progetto al quale non mi hai invitato, e via così.

Dopo la seconda Urquell si passa a chiacchiere più leggere.

Bello il tuo blog, ma con tutti gli aggettivi che potevi scegliere perché l’hai chiamato Alberi Esperti? (e detto da un inglese, Clever suona fighissimo).

Non lo so. Ci ho pensato molto, mi serviva un nome diverso dal solito e l’alternativa era Alberi Ignoranti.

Perché, dalle parti dove sono nato io, ignorante non è il contrario di colto.

Ignorante è un mobile semplice e funzionale, oppure un telefonino che sa solo telefonare. Un terreno povero ma comunque buono da patate (ignoranti anche loro).

Ignorante, soprattutto, è chi ce la mette tutta e anche un po’ di più. Coi mezzi che ha, a  prescindere. Magari non ce la fa, ma ci prova a testa bassa e poi ci riprova.

Le formiche in un formicaio o il cane che ritorna stremato ma orgoglioso. Chi si alza alle 4 pur di finire il lavoro iniziato la sera prima.

Quel signore che molti anni fa provava a gonfiarmi una gomma forata con la pompa della sua bicicletta, perché non aveva altro.

Perché va fatto, punto e basta.

Insomma … se cose e animali possono essere ignoranti nel senso di funzionale, senza fronzoli o caparbio, perché non dovrebbero esserlo le piante che, nella loro complicata semplicità, sono qui a dimostrarcelo da millenni?

Moduli identici che si ripetono verso l’alto e verso il basso, foglie su foglie, rami su rami, radici su radici.

Multipli di glucosio organizzati in amido o cellulosa, oppure trasformati in lignina nelle combinazioni più complicate.

E poi, fra le piante, come definire gli alberi?

Hanno imparato dagli errori delle felci e delle palme a eccellere in sopravvivenza, a ottimizzare elasticità e rigidità, peso e volume, produzione e consumo, condivisione e competizione.

A far tesoro dell’esperienza dell’anno prima identificando con precisione i loro punti di debolezza per farne punti di forza, creando dal nulla nuove strutture di rinforzo perché quell’evento non si ripeta più.

A preparare alla fine di ogni autunno, ed esattamente in quel punto, le gemme che la primavera prossima potranno sostituire tutto quel che c’è sopra, risagomando l’architettura complessiva in qualcosa di più funzionale.

A convertire in pochi giorni una gemma sotterranea già pronta per diventare radice in un fusto, in sostituzione di quello vecchio appena rotto.

Trovato il posto giusto, ci si piazzano per sempre. Immobilità solo apparente, che nel tempo vince su qualsiasi animale.

Ruotano impercettibilmente, costantemente, per andare oltre e rivendicare il loro dominio.

Si truccano con colori e profumi pesanti col solo fine di adescare insetti e uccelli impollinatori, oppure roditori che disperderanno i semi dentro a un po’ di letame.

Generosi o timidi, perciò, lo escluderei davvero.

Ignorantemente competitivi. Fino allo stremo, pur di farcela, da sempre. E, direi, con buoni risultati.

Si. Alberi Ignoranti poteva essere un buon titolo.

Lucio Montecchio

Primavera 2020

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La primavera del 2020 ce la ricorderemo a lungo, racconta Vincenzo.

Sai, pensavo che ci sarebbe voluto più tempo, che avrebbero iniziato quelli più antichi e in un luogo remoto. E invece l’han fatto tutti assieme, contemporaneamente.

Dev’essere che in quei decenni di convivenza forzata gli alberi avevano inventato una lingua comune, fatta di vento morbido e di odori speziati.

Fatto sta che, proprio pochi giorni prima della potatura, tutti gli alberi delle capitali europee iniziarono a far fiori mai visti, grandi e profumati. Un caleidoscopio di gialli, blu, rossi, viola e arancione. E l’immancabile bianco che, come diceva l’Angelina, sta bene con tutto.

Però solo sulle punte dei rami.

Davanti a questa meraviglia nessuno ebbe più il coraggio di potare, e così i fiori inondarono l’aria e le strade di profumi e di petali come in un matrimonio indù.

Molti studiosi dissero che era per via del cambiamento climatico, altri davano la colpa alle scie chimiche.

Il vescovo tenne un lungo sermone sulla fine del mondo che si stava approssimando impetuosa, e sul valore del pentimento. I linneiani crollarono in una crisi sistematica e profonda, e un po’ anche i post-darwiniani.

Io però credo che avesse ragione Cosimo, un nobile maremmano esiliatosi da anni su un melo.

Diceva di capirli perché parlavano l’Alberese, variante salmastra del Grossetano.

Diceva che era una loro offerta, in cambio della quale chiedevano di fermare per sempre la dolorosa amputazione dei rami.

Diceva che questa era la prova provata dell’intelligenza degli alberi, e che ci sarebbe stato da mangiare e motivo di far festa tutti i giorni. Però, quando aggiunse che ogni cristo sarebbe sceso dalla croce e che avrebbero fatto ritorno un sacco di uccelli, perse un po’ di credibilità e tornò ad essere additato come lo strambo del villaggio.

Resta il fatto che i comitati cittadini decisero che valeva la pena aspettare per vedere come andava a finire.

E così, dopo una fioritura abbondante, i cedri iniziarono a fare avocado, gli abeti papaia, i pini mango, gli ippocastani goji, le sofore una quantità impressionante di lulo e così via.

Immagina i frutti, immagina i fiori. E pensa alle voci, pensa ai colori! [F. Guccini].

Frutta costosa ed esotica, ora gratis e a portata di mano fino all’inverno.

Tivù e giornali non parlavano d’altro. Le radio mandavano reggae in tutte le sue declinazioni da mattina a sera, a mattina.

Un critico d’arte, pur di dire la sua, tirò in ballo Ligabue e i pittori naif ungheresi.

I grandi chef inventarono nuove ricette da preparare in tre minuti e i vecchi come me, che non sanno distinguere il falso dal vero, trovarono nuove storie da panchina.

Che anni quegli anni …

Lucio Montecchio

Boschi fluviali

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Pellice, Dora Baltea, Doria Riparia, Sesia, Ticino, …

A nove anni recitavo a memoria gli affluenti del Po di sinistra e poi quelli di destra.

Il Maestro Ferro ci teneva molto. Io un po’ meno: erano semplicemente dei suoni da impacchettare in ordine.

Con tutte quelle erre, Doria Riparia era molto piacevole. Taro invece mi faceva ridere. Anche Oglio non era male.

Però alla parola non corrispondeva mai alcuna immagine. Un po’ come con “stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro”, immagazzinata a undici anni e che ha preso pieno valore solo di recente.

Semplicemente, pensavo che tutti i fiumi fossero identici al Bacchiglione, a pochi metri dalle finestre del primo piano e sospeso fra due argini verso l’interno e due muri di mattoni verso la strada, come succede in queste terre strappate alla palude e alla malaria. Cordoni che disegnano un confine artificiale con la terra, sulla quale l’acqua tornerebbe volentieri.

Se ci nasci, anche un fiume può essere parte di te. Dapprima inconsapevolmente, come quelle parole vuote, ma col tempo anche lui prende vita, colore e profumo.

Sono nato lungo un fiume, vissuto lungo un altro fiume e la prima cosa che vedo ogni mattina è un fiume ancora diverso, “Sacro alla Patria”.

E allora, se non hai fretta, passi dal guardare all’osservare. Scopri quanto questo ecosistema che attraversi frettolosamente tutti i giorni, che parte sottile e veloce e termina largo e lento, possa essere vario. Di metro in metro e di giorno in giorno. Per chilometri e per anni.

Stamattina era un concerto di uccelli frementi di primavera. Quelli piccoli. Garzette e aironi, invece, dormivano ancora in quella posa ridicola.

Il fiume della mia infanzia è fatto di pioppi e salici, tanti, sotto ai quali far festa il giorno di San Marco. Di macchie impenetrabili di quella canna che chiamiamo “bambù”, dalla quale ricavare canne da pesca rudimentali. Di quel rovo inespugnabile che dà rifugio ai pochi fagiani scampati alla stagione di caccia, di topinambur ed erbe varie che le nostre mamme ci hanno insegnato quando e come raccogliere e cuocere.

Il mio fiume è fatto anche dell’edera che ho visto arrampicarsi sui resti di una vecchia passerella in disuso, di fronte a una chiesetta che tanto usata non è. L’edera è una liana sempreverde, leggerissima, che non dà fastidio a nessuno, che in pochi metri quadrati cattura polveri e inquinanti e regala ossigeno anche d’inverno, che dà polline alle api e bacche a una miriade di uccelli.

Credo che il merlo di stamattina la stesse esplorando in previsione di metter su famiglia o, forse, anche lui era semplicemente curioso.

Per quanto mi riguarda, anche questo è bosco.

…, Secchia, Panaro, Maira, Enza.

 

Lucio Montecchio

Soffia, vento. Soffia!

« Dicen que viene del norte
las tropas del general;
con mucho galón dorado
que a Rosas quieren voltear
 »

(Milonga Rosista)

 _______________

Era la fine di agosto e la sua chioma era ormai carica di semi leggeri, ennesimo tentativo di fuggire da quel parcheggio.

Vento, portali lontano, dai miei.

E la bora arrivò. Impetuosa.

 

Lucio Montecchio

Ghianda urbana

Anche lei aveva avuto fortuna: quella di cadere dentro a un cestino fra la pista ciclabile e l’aiòla, protetta da bici e rasaerba.

Da lì, forse avrebbe trovato un passaggio per una discarica a cielo aperto e, chissà, un futuro.

Urtando contro la bottiglia vuota si svegliò di colpo, alzò lo sguardo e poco lontano vide il vecchio Rovere.

Ciao babbo, che fortuna!

Lui guardò in basso, annoiato.

Il solito cane gli stava pisciando sui piedi.

Fortuna un cazzo: erano due anni che provavo a fare centro !

 

“Imagination is crazy, your whole perspective gets hazy.
Starts you asking a daisy “What to do, what to do?” (Chet Baker)

Lucio Montecchio

Buon 2019 agli amministratori di alberi pubblici

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Caro Amministratore Pubblico,

so bene che fare il Custode degli alberi della sua città in nome e per conto dei Cittadini è più difficile che esserne proprietario. Se fai bene nessuno se ne accorge, ma se sbagli vai sui giornali.

Le scrivo questo messaggio per augurarle un proficuo anno nuovo, nella speranza che le sia possibile trovare il tempo per riflettere su questi spunti, organizzati in un dodecalogo:

  • Rediga un piano di gestione del verde di lungo periodo, discusso e condiviso con la cittadinanza. Gli alberi sono loro. Lei ne è custode solo fino a fine mandato.
  • Pianti tutti gli alberi che può nelle aree dismesse, dove poter gradualmente realizzare dei boschetti composti da specie diverse e di provenienza locale che potranno restare a lungo, nel posto giusto, con uno spazio adeguato, praticamente azzerando la necessità di potatura. I bambini saranno felici di imparare che gli alberi possono farcela da soli e lo ricorderanno a lungo. Per via dei rami secchi che potranno cadere, non si preoccupi: basterà una buona strategia di comunicazione e, su questo, so già che ha bravi collaboratori. Eventualmente posi qualche cartello che indichi il rischio che il cittadino si assume coricandosi all’ombra di un suo albero.
  • Lungo le strade extraurbane, non finga di non ricordare che la legge proibisce di piantare alberi sul ciglio.
  • In centro e lungo le strade comunali non è obbligatorio piantare alberi così grandi. Sono belli, certo, ma lo faccia solo se lo spazio disponibile permetterà all’albero di crescere indisturbato anche fra 50 anni. Non si fidi di chi dice “tanto poi basta una potatina ogni 5 anni”. Saranno soldi risparmiati.
  • Se li faccia vendere da chi li ha coltivati, non da chi li compra una settimana prima: forma e carattere iniziali mostrano la vigoria futura e chi li coltiva lo sa. Servono tante radici, di quelle fini, quelle che mangiano e bevono.
  • Li faccia piantare da chi lo sa fare. Una bella buca, grande e profonda, terriccio fresco e tanta aria: le radici vogliono aria e spazio nel quale muoversi.
  • Ricordi che anche gli alberi hanno sete e che molta dell’acqua che bevono, sposata all’anidride carbonica dell’aria, diventa l’ossigeno che respiriamo. A inizio estate, se serve, inizi con una bella irrigazione di supporto, soprattutto nelle piantagioni giovani.
  • Se proprio bisogna, spero per motivi di reale necessità, incarichi della potatura chi può documentare di saperlo davvero fare, magari in possesso di una certificazione che, con tutti i sui limiti, almeno dimostra che un esame serio l’ha superato.
  • Preveda in anticipo robuste penali per chi si fa pagare per danneggiare gli alberi dei suoi cittadini, però guardi che per vedere i danni deve salire su un cestello, da sotto può solo fidarsi.
  • Diffidi di chi dice che cura gli alberi (da cosa?), o almeno si accerti che abbia competenze reali sulle malattie di quelli della sua città. Io, ad esempio, studio le malattie degli alberi da 30 anni e ne conosco pochissime, come forse il suo veterinario rispetto alle malattie della tartaruga delle Galapagos. Se oltre a parole come Ganoderma e Armillaria il suo tecnico non riesce ad andare, lasci perdere così come lascerebbe perdere un carrozziere che usa solo il bianco e il rosso. Preferisca chi le dice che degli alberi ha cura (cosa ben diversa). Lui forse saprà chiedere ad altri, in caso di necessità.
  • So bene che il rischio che un albero possa cadere e ammazzare qualcuno le fa perdere il sonno. Neanch’io ci dormirei. Però non aspetti che un tecnico le venga a dire “forse quell’albero potrebbe cadere ma io so come fare”. Affidi questi rilievi in anticipo e a chi li sa fare davvero, non a chi poi corre in libreria. Guardi che è un lavoro delicato, eh? Non si aspetti che un professionista bravo si assuma questa responsabilità per 50 euro. Nell’incarico specifichi bene tutti i dettagli: un foglio con dei box da crocettare qui e là non è una perizia, è un foglio.
  • Consideri l’ipotesi di assumere a tempo indeterminato uno dei molti laureati che escono dalle nostre Università. All’inizio ne saprà poco, è inevitabile, ma se gli darà l’opportunità di formarsi adeguatamente e fare esperienza, fra qualche anno molti lavori potrà gestirli da sé. Risparmierà, avrà sul territorio sempre gli stessi occhi per molti anni e, soprattutto, recupererà parecchi di quei sonni persi finora.

Saluti distinti e buona fortuna.

Lucio Montecchio

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Non era nel menù

Il giovane laureato, iscritto ad un Ordine Professionale che abilita un esperto di allevamenti ovini a valutare la salute di alberi esotici, era stato incaricato di censire gli alberi di un  parco fornendo posizione, specie, altezza, età presunta e probabilità di caduta (si, lo so che si dice “propensione al cedimento”, ma qui scrivo chiacchiere da bar).

Il Dottore, però, non ha indicato che cinque di quegli alberi soffrono di una malattia letale e di quarantena, la cui immediata eradicazione è prevista dalla legge, a salvaguardia dei vicini ancora sani.

Alla domanda “come mai non l’hai segnalato?” la risposta è stata “non era previsto dal contratto“.

Mi ricordo di quando, qualche anno fa, ci siamo fermati in un famoso ristorante vicino a Trieste. Fra i vari antipasti c’erano dei formaggi locali oppure del prosciutto dalmata. Mia moglie ha chiesto se era possibile avere un misto dei due, ma il cameriere ha risposto “no, nol xè nel menù”.

Non siamo più tornati.

Lucio Montecchio

Caro Gesù Bambino

babbonatale

 

Caro Gesù Bambino,

è da una cinquantina d’anni che non ci sentiamo, eh?

Si, tutto bene, grazie: barcollo ma non mollo.

E tu? Certo che a nascere e ricominciare daccapo ogni anno mi ricordi quell’ulivo millenario lì fuori dalla grotta.

Bene, bando ai convenevoli. Vorrei approfittare di questa lettera di buon compleanno per chiederti un favore anch’io. Se non ti crea disturbo. Sai che ho sempre cercato di cavarmela e non ti ho mai scomodato, però Babbo Natale finge di non capire il problema. Non fa che borbottare e stare appeso lì di fronte, sul davanzale del vicino. Sarà l’età, ma da quando indossa i colori di quella bibita e porta regali col nome in inglese, non ha più voglia di andare contro le regole del consumismo.

Ti scrivo anche a nome dei dodicimila abeti che stanno entrando nelle nostre case per essere ridicolizzati da pennacchi, neve finta, lucette, cioccolatini e palline.

Vedi, molti di loro sono cresciuti nel nordeuropa in quel freddo che gli piace tanto, ma in poche ore si sono ritrovati prima in un camion e poi di fianco a un termosifone. Pensa che molti hanno già incominciato a ingiallire e a perdere le foglie. Mi sa che alla befana c’arriveranno in pochi …

Si, certo, lo so che sono stati coltivati per questo, che tutti loro portano un cartellino giallo che lo dimostra e che tutto questo crea posti di lavoro, ma non trovi anche tu che abbia poco senso festeggiare la tua nascita sacrificando degli alberi? Al solito, molti li vedremo sporgere dal coperchio del cassonetto dell’umido già il 7 gennaio.

Chi li compera non potrebbe trapiantarli nel giardino e dall’anno prossimo addobbarli lì fuori? Qui non lo fa quasi nessuno, sai, perché dicono che un abete in soggiorno è bello, ma in giardino diventa banale, insufficientemente esotico.

Le poche persone che qualche giorno fa hanno festeggiato coi bambini la Giornata dell’Albero, invece, preferiscono trapiantarli di nascosto nel parco pubblico, che però oramai sta diventando una ridicola pecceta di pianura. Sovralimentati da un clima che con la montagna c’entra poco, sono destinati a morire ben prima del loro tempo, come un’oca da foie gras.

Spero tu condivida almeno in parte la mia preoccupazione e possa spendere con Papà una parola a difesa degli alberi DA natale (ma anche del tacchino da ringraziamento e dell’agnello da pasqua) che, come immaginerai, non capiscono la logica che sta dietro alla loro coltivazione “usa e getta”.

Prova a insistere, dai, che l’altra volta si è dimenticato di dire a Noè di caricare anche piante e semi. Lo sai che è stata solo fortuna …

Grazie per quanto potrai fare.

Ancora buon compleanno.

Un abbraccio ai tuoi.

Lucio

Faremo meglio la prossima volta

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Il viale che ho percorso in questa giornata di freddo e neve fa mostra della sua bruttezza.

Alberi massacrati da presunti potatori, incaricati da amministratori di un bene pubblico. Anche mio.

E’ il solito, prevedibile gioco delle parti (A: amministratore, P: potatore):

A: Abbiamo deciso di potare quel viale di frassini. Con tutti quei rami gli alberi sono proprio brutti. E poi, sa, ci coprono i cartelli pubblicitari.

P: Va bene, è il mio lavoro. Rimonda del secco e potatura di selezione, personale certificato, 15 mila euro. (Però … hmmm … guardi che sono aceri).

A: Ah … grazie, ma non abbiamo tutti quei soldi.

P: Va bene, facciamo una cosa un po’ meno accurata. Sono 10 mila.

A: Non ce la facciamo ancora, però una sistematina bisogna darla, ce l’abbiamo in bilancio.

P: Va bene. Per 5 mila riusciamo a fare qualcosa di veloce nei ritagli di tempo. Tiriamo giù i rami più grossi e l’effetto si vede.

A: Affare fatto. Casomai faremo meglio la prossima volta.

 

Mi ricorda una vecchia barzelletta che racconta di un signore al quale è morta la suocera e chiede un bel funerale al titolare dell’impresa funebre (G: genero, I: impresario)

G: Sa, è stata una santa donna, se non ci fosse stata lei a seguirci i bambini …

I: Va bene. Una bella cassa di mogano e un copricassa di rose rosse. Sono 15 mila euro.

G: Qualcosa di più economico?

I: Va bene. Cassa in abete e due ceste di iris, 5 mila euro.

G: Non ce la faccio ancora. Però è una cosa che va fatta, oramai i parenti sono in arrivo.

I: Va bene. Mi porti qui la vecchia che vediamo come sistemarle 4 manici. 300 euro.

G: Affare fatto. Casomai faremo meglio col suocero.

 

Lucio Montecchio

Veteranizzare gli alberi: quando la perversione non ha limiti

Fra le varie definizioni antropocentriche che siamo abituati a coniare, un albero veterano ha l’aspetto di un sopravvissuto. Non necessariamente anziano, vecchio o monumentale, ma un po’ come uno di quei trentenni dei film che, dentro o fuori, portano le tracce di una guerra che li ha segnati per sempre.

Gli alberi che rientrano nella definizione di veterani mostrano fessure, cimali o rami deperenti o morti, cavità interne, fori, marcescenze o funghi crostosi alla base. Senza dubbio hanno un ruolo di importanza fondamentale in un ecosistema, anche perché spesso danno supporto a liane, edere, licheni, muschi. E poi ospitalità a funghi degradatori delle loro parti morte, insetti che depongo le uova nel legno ormai molle e, conseguentemente, a picchi, pipistelli o civette.

Sono un habitat complesso e contribuiscono fattivamente a mantenere la diversità di specie che sono tipiche di quel sistema ecologico.

Per vedere alberi veterani non serve andare in una foresta vergine. Basta una passeggiata in città.

Lo è un albero ripetutamente massacrato dalla follia di proprietari che pagano per farsi deturpare irrimediabilmente un loro bene da motoseghisti che si autodefiniscono arboricoltori e chiamano la loro attività tree care, senza sapere non solo cosa significa quella parola, ma cos’è un albero. Chiaramente sperano che non lo sappia neanche il loro cliente e spesso, purtroppo, hanno ragione.

Lo è un albero piantato troppo vicino all’altro in un parcheggio, con le radici e il colletto danneggiati dalle ruote e dal paraurti di automobilisti distratti.

Lo è un ulivo centenario strappato in Grecia e trapiantato in centro a una rotatoria nelle nostre città. In questi giorni invernali dovrà subire un clima al quale non è abituato. Se sopravviverà sarà veterano. Se morirà, niente di male: il vivaista che l’ha donato al Comune si sarà comunque fatto pubblicità e potrà sempre dare la colpa al freddo.

Lo è anche l’albero che viene pesantemente potato e poi abbattuto perché, strutturalmente indebolito alla chioma o alle radici da quei signori di prima, rischia di cadere e far danni. Operazione a volte discutibile e osteggiata da una sempre più ampia fetta di cittadinanza, ma a volte necessaria per prevenire qualche lutto.

Direi proprio che di alberi che mostrano una vita di sofferenze inattese, nelle nostre città ne abbiamo già parecchi.

E’ per questo che non riesco a capire perché sta prendendo piede, per fortuna non ancora in Italia, la veteranizzazione degli alberi. Anche grazie a specifici corsi che gran luminari tengono a caro prezzo.

In sostanza si tratta di prendere un albero di forma e aspetto normali e infliggergli una serie di danni (“controllati”, dicono) in modo tale da fargli assumere l’aspetto di un sopravvissuto alle ingiurie della vita. E così ci insegnano a strappare lembi di corteccia per simulare fulmini mai caduti, a fratturare alcuni rami per simulare un vento forte, fino a suggerirci micro-esplosioni per mimare il danno dovuto a marcescenze inesistenti, ma che poi inizieranno a manifestarsi.

Purtroppo è il solito limite dei vegetali. Diversamente dagli animali, sono banalmente carini da giovani e bellissimi se sono mezzi secchi, torti o cavi, da fotografare con un bel tramonto come fondale.

Lucio Montecchio

PS: 9 dicembre. Oggi ho visto una signora sui cinquantacinque pagare a caro prezzo un paio di jeans stracciati.

 

Solo un vecchio pioppo

Pontelongo a Milano febbraio 2019

“È solo un vecchio pioppo” ha risposto il nuovo proprietario di quella corte di campagna, posando a terra la motosega e spegnendo il trattore. Lui ha sui 50 anni, il pioppo sui 150.

Qualche ingiuria del tempo la portano entrambi.

Ho pensato che magari fosse perché ha le radici marce e c’è il rischio che possa cadere sulla strada e allora, sperando in un si, gli ho chiesto “ma piopparelli o chiodini ne trovi lì sotto?”. “Macché …duro come il ferro”, ha replicato deluso.

In campagna, almeno quella dove vivo io, l’utilità sta sopra a ogni aspetto romantico. Cosa te ne fai di un pioppo vecchio e rotto se non l’hai visto crescere?

Peccato. Quand’ero bambino sapevamo che, arrivati a quel pioppo, girando a sinistra giù dall’argine c’era un buon posto per giocare. Era il riferimento topografico dei nostri appuntamenti pomeridiani, tutti in fila e rigorosamente sulla bicicross (come nella foto qui sopra, che credo sia del Prof. Giampaolo Ferigo. Io sono quello con la camicia a quadri).

Riferimenti topografici come sono stati per secoli molti degli alberi vecchi che ho la fortuna di frequentare.

“Sulla sinistra di quei sette cipressi là in alto c’è il Piave”, sapevano i nostri soldati che scappavano da Caporetto. Erano più visibili di ogni campanile e ben disegnati sulle carte militari: grazie a loro ci si orientava da lontano. Grazie agli attuali proprietari lo si può fare ancora.

È anche per questo che molti degli alberi più vecchi delle nostre campagne, piatte perché strappate al mare, sono resistiti nei secoli. Erano segnali stradali o picchetti di confine. In ogni caso, belli o brutti, dritti o storti, sono lì proprio per essere osservati.

Come quel pioppo, tutti loro fanno parte della memoria di qualcuno. Non avranno dimensioni monumentali, ma sono monumentum, ricordo.

“Ovunque tu vada, c’è sempre un albero più vecchio di te”, diceva mio nonno.

Lucio Montecchio

I boschi di papà

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Mi piacciono gli alberi, sai?

Mi piace come sono sulle montagne, tutti diversi.

Michael Cimino, Il Cacciatore.

È una giornata bellissima da qui sopra, e le montagne sembra di poterle toccare.

Sono nato in marzo e mio padre ha iniziato a portarmi in Altopiano da quel giugno e finché sono diventato grande. Faccio questo mestiere anche grazie a lui che, uomo di pianura, la montagna la viveva con curiosità e rispetto.

Quei pascoli lì sotto li abbiamo attraversati in tutte le stagioni. Cose da vedere non ne mancavano mai: larici avvinghiati ai massi, ammoniti che sporgevano dalle lastre di confine, girini che nuotavano nelle pozze di abbeveramento, giovani mazze di tamburo da veder maturare a casa, in un bicchiere.

Noi chiedevamo, ma a volte il non avere risposte adeguate lo imbarazzava. Forse perché era nato nel trentuno e, tra un bombardamento e l’altro, per la scuola c’era stato poco tempo. Però aveva il dono di attaccar bottone con gran facilità, e così faceva un bel sorriso e, a sua volta, chiedeva.

Con Lino, il custode del cimitero inglese, faceva delle chiacchierate lunghissime. Sedevano e parlavano di cose della vita, ciascuno della sua. Forse non era amicizia, però era confidenza spontanea, quella che si scambiano le persone vere. Io ascoltavo e le parole diventavano immagini, come in un romanzo di Jack London. Ma quello lì era mio padre.

In quella bella casa rosa verso il Kubelek ci si vedeva da pensionato, ma i soldi non bastavano e debiti non ne ha mai fatti. Qualche volta abbiamo camminato fin là solo per un panino sul prato davanti.

Col bel tempo invece facevamo camminate interminabili.

Ridevamo tanto.

Attraversando quella piana ampia ci spiegava che la torba è fatta di piante antichissime e che da ragazzo scavava fino a trovarla, per poi seccarla al sole e scaldarcisi d’inverno.

Spesso prendevamo la direzione di una delle tante malghe, con l’obiettivo di un pranzo frugale. Fuori c’era scritto “polenta e soppressa”. A fine agosto, però, andavamo sempre nella solita: quella verso il Portule. Diceva che il burro e il formaggio che facevano là sapevano di fiori. E così, passava in rassegna le forme messe a stagionare sulle tavole di legno, ne tirava su alcune e sceglieva quella da portare a casa annusandola e percuotendola col palmo. Nel frattempo io e Fabio mangiavamo la panna, quella vera.

In settembre invece c’erano due appuntamenti fissi: la gita in barca a remi a Lavarone e le stelle alpine, su in alto.

Che testardo, quella volta in cui si mise a riparare l’ ottoecinquanta blù in mezzo a una stradina persa, pur di continuare la salita. Eravamo dentro a una nuvola e mia madre insisteva per tornare indietro, ma niente da fare. Fu quando mi mostrò come si pulisce un filtro dell’aria, e quel “ruba con gli occhi” me l’avrebbe ripetuto in mille altre occasioni.

Durante questi giri capitava che prendesse un alberello da portare a casa. “Senti che profumo” sussurrava, scavando con le mani. Di quella terra ne prendeva sempre due sacchetti, perché diceva che gli alberi vanno sempre “piantati piccoli e con la loro terra, sennò deperiscono e poi prendono le malattie”. Il perché l’avrei capito molti anni dopo dai libri, ma lui osservava e praticava il buonsenso.

Come quando ci disse che quel grosso faggio verso Lusiana nessuno l’aveva mai tagliato perché era troppo scomodo, e che stava bene perché era in mezzo ad altri faggi.

Quei boschi sono ancora là sotto. Uguali uguali, continuano a parlare a chi sa ascoltarli.

Lui però direbbe che sono uguali e diversi. Guardandomi negli occhi direbbe che quando il faggio vecchio cade, i giovani devono prenderne il posto.

Mi piacerebbe averlo di fianco, oggi, vederlo guardare i suoi boschi dal finestrino di un aereo che non ha mai preso.

E ascoltarlo ancora.

Lucio Montecchio

L’insostenibile leggerezza della presunzione

Da qualche mese mi diverto a salvare le schermate di alcune pagine social italiane e straniere che riportano svarioni tra il risibile e l’assurdo in merito alla diagnosi e alla conseguente cura di alcune malattie degli alberi.

La cartella dove le salvo si chiama Patocazzate.

Normalmente funziona così:

  • a un professionista viene chiesto di porre rimedio al deperimento della chioma di un certo albero.
  • sa di non sapere identificarne la causa, deve soddisfare il cliente con un buon risultato e prende tempo.
  • fa una foto col telefonino e la posta su Facebook, Instagram o altro, scusandosi della sfocatura e chiedendo cos’è e cosa fare.
  • inizia la gara a chi arriva prima, con tanto di causa, nome del parassita e prodotto da usare. Fantastico! A conforto, a volte non mancano i link a pagine internet che mostrano foto di anomalie simili. Può anche capitare il genio incompreso che, foto alla mano, dimostra che senz’altro si tratta di malattia di quarantena e che perciò va trattata col tal principio attivo, secondo lui efficacissimo. Spesso in violazione a leggi che dovrebbero essere rispettate anche in una realtà virtuale.
  • Dopo poche ore compaiono diagnosi anche molto diverse, da persone diverse che vivono in posti anche lontanissimi. Tizio dice che è colpa della fuliggine e della vicina canna fumaria: di spegnere la stufa. Caio sostiene che sono le radici a essere malate e di usare quel fungicida, linkando una pagina internet così vecchia da riportare prodotti ormai aboliti e illegali. Sempronio dice “non lo so, ma certamente non ha speranze: taglialo”.
  • Tutte le opinioni sono seguite da un certo numero di Like, e nella democrazia social abitualmente vince quella più votata, che non necessariamente è quella giusta.
  • Sorrido, salvo la schermata e resto seduto al Facebar.

La dilagante, presunta inutilità della conoscenza e dell’aggiornamento nel proprio settore professionale mi ricorda quello sketch nel quale Natalino Balasso simula un’intervista a sé stesso e orgogliosamente giustifica il suo non-sapere con “i libri alle mie spalle non li ho letti. E comunque non sono miei”.

La fiducia cieca nelle reti digitali invece mi ricorda di quando in una “Bustina di Minerva” Umberto Eco raccontava di aver inventato di sana pianta la biografia di un nobiluomo dell’ottocento (o forse un condottiero, vado a memoria) e di averla inserita senza alcun problema in una wikipiattaforma. Incredulo feci la stessa cosa, scrivendoci una rassegna sulle simbiosi micorriziche abbondantemente frutto di fantasia, condita però di cose vere. La tolsi dopo due mesi, senza particolari sensi di colpa. Era il 2009 e i miei studenti di quell’anno ridono ancora.

Tuttora nella wikipagina sul cancro del platano c’è una foto, in alto a destra, che rappresenta tutt’altro. Essendo l’eliminazione dei platani con questa malattia obbligatoria, spero davvero che nessuno si basi su quelle informazioni.

Non ho certo la pretesa di paragonare la patologia vegetale a quella umana ma, giusto per semplificare, al nostro medico non spediremmo mai un selfie dei nostri occhi arrossati chiedendo di cosa si tratta.

Se fosse, senz’altro risponderebbe “amico mio …. devo vederti, se lo ritengo opportuno ti mando da un oculista, o forse da un epatologo, o un endocrinologo, per ora non lo so. Forse sono solo le grappe di ieri sera, ricordi? Facciamo un po’ di esami e aspettiamo la diagnosi”. Non soddisfatti da una diagnosi inattesa, poi, forse chiederemmo consulto ad un altro medico, giusto per un confronto prima di iniziare la terapia.

Già … la Diagnosi. Stupida e inutile pratica preistorica, ante-social, che ridicolmente consiste nell’associare in modo inconfutabile l’effetto che vediamo con la causa che l’ha prodotto. Quella che ci permette di capire se le foglie si stanno seccando perché la pianta ha sete, o perché è autunno, oppure perché c’è il tal insetto sulla chioma, o quel batterio nei vasi linfatici, oppure quel fungo dentro agli apici assorbenti. Se la pianta l’abbiamo comprata già malata o se il parassita è stato trasportato poche settimane fa da trenta chilometri di distanza da quello scolitide!

Quella cosa che ti permette di capire se il tuo albero ha un problema reale o no, se esiste un rimedio efficace, autorizzato, come e chi può applicarlo, a che dose e con che frequenza. Oppure se davvero non ti resta che tagliarlo.

Certo, una diagnosi richiede tempo, denaro, conoscenza, esperienza e aggiornamento.

Ma, fortunatamente, se entri nella Community giusta tutto questo è superfluo.

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Lucio Montecchio

Semplicemente Alberi

 

La ragazza all’Ikea mi ha detto che quel che stavo cercando era temporaneamente esaurito, ma che avrebbe fatto una riservazione a mio nome. Ringraziando, ho sorriso.

Tornato a casa, alla TV ho saputo di un bravo calciatore che finché gioca sa anche verticalizzare il pallone. Dev’essere bravissimo!

Tra le essenze arboree preferisco quella di cedro: mia moglie la usa nel soggiorno. In giardino, invece, gli alberi li ho fatti piantare a un giardiniere, perché il professionista del verde voleva piantumarli.

Non so, ma far piantare alberi a un esperto di colori non mi sembrava una buona cosa.

Sono molti anni che sento neologismi da cabaret e parole a vanvera.

Spesso sorrido e lascio correre.

Qualche giorno fa, il sindaco E.R. ha postato (postare … che schifezza di verbo) scritto “farò richiesta di inserire delle essenze adatte al quel piccolo spartitraffico nelle prossime piantumazioni. Bene: dov’è il problema? E’ un sindaco bravissimo, in Municipio ci vive e i problemi li risolve. Non è un botanico e non è un arboricoltore. E’ un Sindaco. Che si è impegnato a metter giù piante adatte a un piccolo spartitraffico.

Conosco arboricoltori che rischiano l’infarto ogni volta che sentono dire essenza, ma poi sono i primi a confondere patologia e malattia. A dire mìdia, giùnior o a non saper scrivere il plurale di quercia.

Anch’io continuo regolarmente a definire l’albero un individuo, a dire che ha la pelle, e che le ferite le cicatrizza. Chi è senza peccato …

Quel che davvero non sopporto, però, è l’uso di elemento arboreo. Riduce l’albero a una cosa statica, immutabile. Soprattutto, mi ricorda quell’implicito senso di disprezzo che c’è in materiale umano.

Probabilmente dire “albero” è troppo breve, mentre “elemento arboreo” dà l’idea di averci ragionato. Quanto meno, è innegabile che a pronunciarlo riempia la bocca.

Si arriva poi all’abuso, perpetrato da chi degli alberi conosce il nome, la forma o il significato simbolico. Per questi professionisti, anche loro del verde, è luogo comune che in un parco siano “elementi d’arredo” la panchina, il cestino per le immondizie e la fontanella e “elementi arborei” gli alberi. Che, sulla base dell’altezza che potrebbero raggiungere, possono essere di prima, seconda o terza … grandezza. Questione di misure: S, M, L.

Non è indispensabile sapere di alberi, per scegliere un elemento-albero da un archivio d’immagini preconfezionato, cliccarci sopra e incollarlo sul monitor. Alzarlo, abbassarlo e ruotarlo può essere divertente, e un modo per farcelo stare fra una casa e una strada, oppure in un vaso, lo si trova. Con un bellissimo disegno in mano, poi, sarà altrettanto facile parlare ai cittadini di armonia di forme e volumi, magari sottolineando che il colore delle foglie d’autunno si sposerà molto bene con quello dell’asilo sullo sfondo.

Diversamente dagli alberi che frequento io, questi elementi arborei sono sempre bravi e belli. Non bevono, non crescono e non si ammalano. Simmetrici, perfettamente proporzionati. Mai un ramo secco, mai una foglia per terra.

Anche in quei bellissimi rendering che ci mostrano come saranno dopo 30 anni.

Lucio Montecchio

FaceBar

Oltre questa tastiera c’è il FaceBar, ma noi clienti assidui lo chiamiamo il “Bar delle Facce”, perché in vetrina ci sono le foto di tutti i clienti come dal barbiere in Penny Lane.

E’ sempre aperto e, nonostante l’andirivieni, di spazio se ne trova sempre.

Il “Bar delle Facce” fa compagnia, rilassa, ti fa sentire parte di un gruppo che la pensa allo stesso tuo modo. Cosa importa se quasi tutti usano uno pseudonimo? Il problema sorge solo con chi usa un simbolino, e non sai come chiedergli di passarti la caraffa.

A proposito, al Bar delle Facce è tutto gratis! Certo, le pareti sono tappezzate di slogan pubblicitari e il vino non è dei migliori, ma se non hai di meglio da fare è il posto che potrebbe fare anche per te.

Ovviamente, la domenica si sta zitti a guardare la partita e il lunedì ci si ritrova a commentare i risultati. C’è chi sa come si fa e non si fa, chi dice che l’arbitro è un gran cornuto e chi dice “abbiamo vinto”, come se in campo ci fossero stati lui e i suoi vicini di sedia.

Di solito a questo punto si formano due schieramenti disordinati, finché a una certa ora arriva Gregorio, cognome tipicamente veneto e vecchio allenatore della squadra locale, quella dei tempi andati. Dopo tutti quegli anni, tutti lo chiamano ancora rispettosamente coach. Lui sa, e finalmente spiega chi avrebbe dovuto scendere in campo. Altro che quell’allenatore arrivato fin lassù solo per conoscenze politiche!

Ecco, questo è il momento in cui tutto quel che è successo fino a quel momento non conta più. Semplicemente, tutti assieme si concorda sul fatto che il governo è ladro, che sono tutti dei raccomandati arricchiti coi soldi nostri, e che prima o poi bisognerà cambiare quest’andazzo.

Gregorio Rasputìn sorride, e da dentro la tasca alza il pollice.

Negli altri giorni cambia il soggetto, ma le dinamiche sono le stesse. Sostanzialmente la regola è questa: si confrontano due opinioni, ci si insulta un po’ e poi si da’ tutti ragione al Gregorio di turno alzando il pollice e urlando “Like!”. Nel mentre, capita che uno salga sulla sedia e faccia gli auguri di buoncompleanno a qualcun altro chiedendo scusa del ritardo, ma di solito nessuno se ne accorge.

Il martedì si parla di barbieri e parrucchiere, il mercoledì di supermercati e fruttivendoli, il giovedì di poteri forti e di sindacati che dovrebbero difendere chi si sente trombato da chiunque nonostante i suoi lunghissimi anni di militanza nel sociale.

Il venerdì i “l’ha detto la tv” si confrontano con gli esperti, che hanno deciso di chiamarsi così perché gli mancavano solo due esami, ma si sarebbero laureati. 

Il sabato si parla di alberi buoni e alberi brutti. Ci vado spesso, mi piace ascoltare, passo la caraffa al più collerico perché mi diverte. Alla fine do ragione a tutti. Tanto … il vino non si paga, ci si diverte, fuori fa troppo freddo ma soprattutto, diciamoci la verità, informazione e formazione si fanno qui. O no? Vorrei tanto citare “con un click ci si informa e ci si aggiorna”, ma pensereste a un frutto della mia fantasia: me la tengo per un’altra volta.

A chi dal telefonino mi mostra la foto dell’albero mezzo secco chiedendomi cosa deve fare, senza neppure mettere gli occhiali rispondo che indubbiamente è un problema di assorbimento idrico e, nella confusione generale, cerco consenso, salgo sulla prima sedia e alzando la voce tuono: “Non lo vedi che non piove da mesi, governo ladro?” Cinque lunghi secondi di silenzio. Al ventesimo pollice all’insù aggiungo un nome in latino che non saprei scrivere, una sigla in inglese e, scuotendo la testa, decreto: è spacciato.

Esplosione di “Like!” : il tizio torna a casa felice a tagliare l’albero.

Perché l’ha detto l’esperto al Bar delle Facce, dove dall’alto di una vecchia sedia puoi dire quel che vuoi, basta che sia credibile. E gratis.

Lucio Montecchio

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Like ! (da http://www.freeiconspng.com)

Un albero è un luogo

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Quando dico che un albero non è una specie ma un ambiente che ospita centinaia di specie, i miei studenti mi contrappongono il solito dogma della botanica sistematica: “eh no … se quella è una farnia, è una sola specie, Quercus robur“.

Quello che intendo dire è che i nostri occhi vedono un guscio di corteccia al quale è stato dato un nome, ma che lì dentro c’è un sistema implicitamente e necessariamente dinamico quanto una foresta o un oceano.

Ogni singolo albero è il risultato di interminabili conflitti, tregue e collaborazioni fra migliaia di batteri, virus, funghi e insetti che si danno da fare per farne parte. Ad esempio c’è chi è bravo a catturare acqua e nutrienti dal suolo e portarli al sistema linfatico, chi alza le difese dell’albero producendo tossine.

La vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi. “Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”, J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

Nelle fasi di tregua o di pace, questi condòmini (e quel centinaio nella foto rappresenta solo quelli che vivono nelle foglie e nei rametti di una farnia monumentale) hanno un obiettivo condiviso: mantenere il sistema complessivamente vigoroso e produttivo di ciò che solo la componente vegetale sa fare: zucchero nelle sue varianti glucosio, amido e cellulose varie.

Good vibrations.

Lucio Montecchio

Cittadini da apericena

Quando i primi ominidi arrancavano piegati vivendo di frutti e di animali così lenti da essere catturati e mangiati crudi, i boschi erano già lì da millenni. Più o meno fatti come una attuale foresta vergine.

Dagli alberi abbiamo imparato il fuoco, ottocentomila anni fa, e subito dopo il caldo e la bistecca: valeva la pena fermarsi. E così, un po’ alla volta siamo passati da predatori nomadi ad allevatori e agricoltori stanziali.

La quasi totalità dei nostri boschi sono addomesticati da allora. Semplificati così tanto da far crescere solo le specie che ci sono utili eliminando tutte le altre. Come si fa con le erbe che in un campo di soia si berrebbero acqua e nutrienti in cambio di nulla, ma qui invece del diserbante si usa la motosega.

Anche senza particolari abilità, questi boschi li riconosciamo dalla presenza delle sole specie richieste dal mercato e utili alla nostra quotidianità. Sono fatti di giovani alberi grossomodo delle stesse dimensioni, spesso piantati in file come in un campo di mais per essere tagliati facilmente e avere lotti omogenei al raggiungimento di una dimensione commerciabile. Niente di strano: con la stessa logica mangiamo migliaia di cuccioli di pecora, manzo e gallina. Aspettare oltre terrebbe immobilizzato un capitale e non giustificherebbe il costo di mantenimento.

È altrettanto normale, perciò, che l’età degli alberi più vecchi di molti dei nostri boschi sia attorno ai 100-120 anni. Sono cuccioli da tagliare appena il mercato li richiede e prima che con l’età aumenti la suscettibilità a malattie che fanno marcire il legno.

Ma se l’albero più grosso e vecchio che siamo abituati a vedere ha solo cento anni, è chiaro che tutti quelli di duecento ci faranno sgranare gli occhi e urlare “monumento!”. Molti potrebbero arrivare a cinquecento, o mille, o di più. Basterebbe dimenticarsene, ma di questo parleremo un’altra volta.

Non sono assolutamente contrario alla coltivazione dei nostri boschi. Fortunatamente abbiamo una lunga tradizione e fior fiore di esperti che coltivano e tagliano senza che ce ne accorgiamo, gestendo i tempi e i ritmi di crescita come fa un bravo batterista, del quale ti accorgi solo se sbaglia. Anch’io taglio alberi e mi ci riscaldo. Anch’io preferisco un mobile di legno di buona qualità a uno scadente o di plastica.

Basta non confondere dinamiche naturali e umane, perché in natura un bosco non è un insieme di alberi, è molto di più. Quanto maggiore è questo molto, maggiore è la diversità biologica.

Vogliamo permettere a questi boschi di essere più ricchi di specie? Dobbiamo ripartire da quelle vegetali, madri e padri di tutto quel che sopra alla catena alimentare c’è.

E’ semplice. Provate ad abbandonarli per quarant’anni e faranno ingresso le molte specie che ritenevamo inutili e tagliato: ciliegi selvatici, robinie, maggiociondoli, frassini, aceri, pioppi, sorbi, saliconi, noccioli e molti altri, senza contare tutti gli arbusti e le erbacee. E conseguentemente tutti gli animali vegetariani, e poi i carnivori. Una serie di mammiferi grandi e piccoli, anfibi, rettili, uccelli, insetti, funghi e via così. Ma a questo punto i boschi diventeranno selva oscura, regno di troll, linci, lupi e orsi, che mangeranno le pecore dei pastori e attraverseranno il nostro sentiero.

Vado a memoria: “Che beo, el pare un giardin”, commentavano due turisti osservando una piantagione di abete ad Asiago, in un romanzo di Mario Rigoni Stern.

E’ proprio così, non lamentiamoci troppo: noi cittadini da apericena la biodiversità la vogliamo altrove.

Vogliamo boschi-giardino: semplici e facilmente raggiungibili, magari con pista da sci, ponte tibetano e baita con solarium. Dove il lupo non arriva.

Lucio Montecchio