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La Caskia sacra

Nell’arcipelago delle Gakakoji cresce un albero che arriva sui 5 metri, la chioma è espansa e le foglie sono ampie. Sostanzialmente assomiglia a un fico, ma ha una particolarità: la linfa è densa e rosso scuro.

Questo è il motivo per il quale è stato chiamato Caskia sanguinea.

È un albero scoperto una ventina d’anni fa, grazie alla perseveranza di un gruppo di botanici francesi, alla cordialità delle tribù locali e alla mediazione di un prete missionario.

Di là dagli aspetti botanici, la particolarità di questa pianta sta nel rapporto che con lei hanno gli abitanti fin da tempi lontani. Perché loro, a dir la verità, l’avevano già scoperta da un po’.

Per il fatto che la linfa ricorda il sangue, infatti, quest’albero è considerato sacro.

La vista della linfa è di cattivo auspicio e la Caskia non si può abbattere né potare. Così come le vacche in India non si macellano né vengono affettate finché passeggiano.

Per lo stesso motivo, si ritiene che respirarne l’alito faccia guarire dalle malattie respiratorie e da altri malanni. Quando nasce un bambino, perciò, la madre pianta una giovane Caskia e il padre ci versa delicatamente 9 secchi d’acqua. Uno per ogni mese di gestazione.

Civiltà tribale.

Lucio Montecchio

Forma e sostanza

radici

Nel lungo percorso evolutivo da alghe a muschi a felci ad alberi, quest’ultimo forse è stato il passaggio più impegnativo.

Le prime felci, infatti, come i muschi non avevano ancora un vero sistema vascolare e di sostegno. La crescita era perciò sostanzialmente orizzontale.  Però avevano già imparato ad abbozzare delle radici e a subire volentieri la coltivazione da parte di batteri e funghi simbionti, grazie ai quali potevano finalmente spostarsi anche lontano dall’acqua, allontanandosi così dalla competizione per lo spazio e i nutrienti delle altre specie.

La convivenza però imponeva una produzione di energia crescente, che le piccole foglie non potevano soddisfare. Non restava che giocare sulla quantità, allungando il fusto verso l’alto e ricoprendolo di foglie ben separate in modo tale che ognuna potesse massimizzare la fotosintesi.

A questo ci poteva pensare quella gemma apicale in costante sviluppo, ma la parete delle cellule, fatta di fibre di cellulosa, era troppo elastica: dopo qualche centimetro il fusto si afflosciava a terra.

Errore su errore, le felci inventarono la lignina che, mescolata alla cellulosa, come una resina irrigidiva la struttura complessiva. Alla stregua di un cemento armato moderno, ora le pareti del sistema vascolare erano elastiche ai movimenti di trazione e torsione del vento, ma anche resistenti al peso e alla compressione della massa sovrastante. La miglior proporzione fra le due componenti sarebbe stata affinata nel tempo.

Mantenendo rigido e stabile il diametro dei vasi linfatici, le felci potevano allungarsi molto più in alto e gestire la pressione della linfa aprendo e chiudendo gli stomi.

L’acqua finalmente risaliva dalle radici portando alle foglie ormai lontane i sali minerali, per poi scendere distribuendo energia a tutto il corpo e riprendere il ciclo verso l’alto.

Chiaramente le felci meno capaci perdevano l’equilibrio e cadevano a terra, diventando cibo per batteri, funghi e insetti e poi humus. Anche il suolo stava evolvendo, e in breve iniziarono ad apparire veri e propri boschi di felci.

Quel diametro sempre uguale a quello del primo giorno, però, non permetteva di reggere troppo peso: oltre il paio di metri il fusto enesorabilmente si rompeva.

La geniale soluzione fu la conicità di fusto e radici. A partire dalla base, il diametro diminuiva sia con l’altezza sia con la profondità, mantenendo così il miglior rapporto elasticità/rigidità rispetto al vento e alla coesione del suolo.

Erano nati i primi alberi e, grossomodo, assomigliavano agli attuali abeti.

Questa assoluta novità fu realizzata avvolgendo il fusto ogni anno, tutti gli anni, di una guaina fatta di un nuovo circuito linfatico che gradualmente faceva perdere di efficienza il vecchio il quale, riempito dei prodotti di scarto della pianta, assumeva sempre più il ruolo di sostegno fisico.

La guaina, poi, era in grado di produrre gemme identiche a quella apicale anche lungo il fusto e le radici, permettendo finalmente di produrre rami laterali, ciascuno con la propria chioma di foglie, e radici da radici, ciascuna con la propria chioma di apici assorbenti.  “Nodi su nodi ammonticchiando ….”

In questo modo, le gemme originavano un ramo se esposte all’aria oppure una radice se sottoterra. Nel tempo gli alberi impararono anche a produrre gemme di scorta sotto la corteccia, da attivare nel caso qualche ramo lì vicino si rompesse.

Da allora e quotidianamente gli alberi imparano dal suolo, dal vento e da loro stessi come migliorare la propria stabilità e fin dove svilupparsi.

Da giovani si allungano verso l’alto e si espandono verso l’esterno. Con l’età, il peso e gli acciacchi a volte cercano nuovi equilibri, lasciando seccare e cadere qualche ramo per rifarlo dove è più conveniente.

E’ nella loro natura, e non c’è potatura che possa convincerli del contrario. Perchè sono Esperti.

Lucio Montecchio

Ferite e mastici: fra oscurantismo e buonsenso

A cadenza più o meno regolare ricorre, come in questi giorni, la diatriba fra chi è favorevole e chi è contrario al trattamento delle ferite con un mastice, inteso come un prodotto fluido protettivo da applicare a pennello o a spatola.

Trattandosi di argomento tipicamente sanitario e avendone usati tanti, tra successi e insuccessi, porto la mia opinione.

I mastici non sono prodotti cosmetici e non si applicano per mascherare la ferita o per far contento il committente. A volte sono molto utili, ma bisogna saperli scegliere e applicare.

Senz’altro è importante garantire alla pianta che abbiamo danneggiato il modo di cicatrizzare nel tempo più breve possibile. Riducendo sia l’esposizione all’aria e il conseguente disseccamento del “cambio” (il delicato tessuto che dovrà produrre la corteccia nuova), sia la possibilità che vari parassiti del legno vi si possano insediare, con danni conseguenti ben noti.

Potrebbe essere sufficiente produrre ferite piccole e nel periodo più adeguato alla rapida e completa cicatrizzazione entro la stessa stagione vegetativa, ma purtroppo le quotidiane pratiche di potatura spesso stridono con i tempi e le esigenze dell’albero.

Nel caso di ferite importanti, accidentali oppure deplorevolmente prodotte da motoseghisti che ben poco sanno di fisiologia e patologia, fra le scelte possibili ci sono anche i mastici, tutti uguali solo agli occhi di chi ne ha poca esperienza, spesso indiretta.

Le decine di mastici possibili, commerciali o artigianali, hanno in comune solo il fatto di essere sufficientemente fluidi (anche molto) da essere facilmente applicati su legno uniformemente decorticato, sano, pulito e non umido. La composizione varia, e molto.

Se in tarda estate pensiamo che i tempi di cicatrizzazione a disposizione della pianta siano scarsi, sarà utile proteggere con un mastice inerte (es. una cera) il cambio dal disseccamento. Non necessariamente tutta l’area esposta. Chiaramente i solventi che mantengono fluido il prodotto non dovranno essere fitotossici.

Se invece temiamo che la ferita possa ragionevolmente essere esposta all’infezione di parassiti pericolosi prima della sua chiusura, è opportuno un mastice antiparassitario. Però serve il fungicida giusto alla dose giusta, efficace contro quel particolare parassita o gruppo di parassiti e, chiaramente, atossico per quella specie e in quelle condizioni.

Come per qualsiasi altro trattamento sanitario, meriti e demeriti vanno a chi lo sceglie e lo applica, non al prodotto.

Vent’anni fa ho seccato una quarantina di innesti su castagno, convinto che quel mastice fungicida eccellente su melo, non fosse tossico su altre specie.

Ricordo di un’azienda che doveva asportare i rami malati in un filare stradale e pennellare le ferite residue sane. Durante la potatura, però, parte della segatura infetta finiva inevitabilmente nel vaso lasciato aperto e, poco dopo, incollata sulla ferita sana successiva.

Ricordo un giovane giardiniere che su un pero maestoso applicava una resina su ferite visibilmente infette, sigillando così il parassita dentro l’albero. Oggi è un fervente devoto alla religione antimasticista.

Ho visto centinaia di platani, tigli e ippocastani pesantemente feriti e non trattati per scelta dogmatica. Molti, dopo una decina d’anni, risultano abbondantemente cariati da parassiti che attraverso quelle ferite sono entrati e, forse, contribuiranno a far cadere l’albero prima di quanto lui volesse.

Però ho ben presenti alberi grandi, brutalmente scortecciati dentro a un cantiere edile, le cui ferite vengono tuttora trattate con frequenza regolare. Come la medicazione che si fa dopo un’operazione chirurgica. Dopo 7 anni gli alberi sono ancora là, vigorosi, con una corteccia secondaria che nel frattempo è cresciuta di 8 centimetri tutto attorno e nessuna infezione apparente.

Essere contro l’uso di qualsiasi mastice è come essere contro l’uso di qualsiasi sciroppo, che sia di menta o contro il mal di gola.

Alberi a chilometri zero

La Puglia, si sa, non è famosa per le sue piantagioni di caffè. Eppure sembra che Xylella fastidiosa, batterio associato alla morte di migliaia di ulivi, vi sia stata importata qualche anno fa dal Costa Rica con una pianta di caffè infetta. Paesaggio ed economia locale ne stanno pagando le spese e chissà quanto durerà.

Phytophthora infestans sembra essere stata importata in Irlanda a metà ottocento, non si sa bene da dove, con un lotto di patate infette. Essendo la coltivazione di patate fonte primaria di reddito e di carboidrati, ne seguirono miseria, carestia, la morte di circa un milione di persone e, per chi ne aveva la possibilità, l’emigrazione negli Stati Uniti.

Sembra. Perché i tempi di incubazione delle malattie delle piante sono lunghi, e quando ci si accorge dell’effetto è spesso impossibile risalire al quando e al come. Però è estremamente probabile, nessuno l’ha mai smentito e questo dovrebbe bastarci.

All’epoca, di parassiti che uccidono le piante si sapeva ancora poco, ma oggi non ne sappiamo molto di più …

Quel che è certo è che dire parassiti non basta. Funghi, insetti, batteri e virus hanno capacità di movimento, esigenze, comportamenti, tempi e modi di diffusione diversi.

Il libero scambio delle merci non può essere bloccato, ma il movimento di quelle che potrebbero essere potenzialmente pericolose nel luogo di destinazione sì. Questo è il motivo per il quale, a volte con tempi tecnici discutibili, le normative internazionali sulla quarantena vengono costantemente aggiornate.

Per la sola Europa parliamo di una Direttiva corposa, nella quale è scritto che specie e quali loro parti devono essere controllate, in quale stadio di crescita, cosa controllare, che trattamenti antiparassitari eventuali devono aver subito, in che condizioni possono essere trasportate e via così.

Nonostante questo sforzo, grazie alla presenza di ispettori fitosanitari preparati, una piccola parte di quel materiale che parte da ogni angolo del mondo e arriva accompagnato da un documento che ne certifica la non-infezione, viene invece riscontrato infetto. La merce torna a casa sua, oppure viene disinfettata, oppure viene distrutta.

Un container di pomodori, azalee, bonsai o alberi di natale, però, per essere ispezionato al microscopio non può essere interamente danneggiato. E poi ci possono essere piante già infette ma che non destano alcun sospetto, perché i tempi di incubazione delle malattie delle piante sono lunghi, a volte anni.

E’ perciò inevitabile che qualcosa sfugga ai controlli.

Purtroppo, questo “qualcosa” sta aumentando di anno in anno.

Finché noi tutti continueremo a chiedere al fruttivendolo, al vivaista o al falegname frutti e piante esotiche provenienti dagli angoli più disparati del mondo solo perché costano meno o perché sono più belle di quelle belle che abbiamo già, il problema non potrà certo diminuire. Ne siamo tutti responsabili.

L’anno scorso durante un incontro tecnico-politico internazionale ho detto che alla luce delle conoscenze che abbiamo “la crescente importazione di patogeni esotici è un bioindicatore della stupidità umana”.

Qualcuno l’ha presa male, ma lo penso tuttora.

Gli esempi sono davanti agli occhi di chi li vuol vedere.

Buy local !

Lucio Montecchio

auto legname
Più local di così ….  (Spagna, 2012, LM)

Parassiti !

In un post precedente ho parlato del ruolo fondamentale di tutte le componenti di un sistema naturale, dove i parassiti più aggressivi fanno deperire e a volte morire gli alberi meno adeguati lasciando ai più vigorosi, capaci di produrre difese efficaci, tempo e spazio per riprodursi e diffondersi. Alberi e parassiti di alberi, tra alti e bassi, nel lungo periodo restano in equilibrio.

Quando però lo stesso parassita non arriva su un albero fra i tanti, ma in una piantagione di alberi geneticamente molto simili (prodotti da semi prelevati da una bella pianta-madre) o identici (cloni ottenuti facendo radicare rami della stessa pianta), può fare tabula rasa. Solo perché quegli alberi per noi hanno un valore economico, e come se non bastassero i sinonimi tutti negativi di parassita che ho trovato nel mio dizionario, i media certamente parleranno di “killer”. Qualcuno chiederà lo stato di calamità naturale e altri finanzieranno studi e interventi di contenimento di vario tipo cercando di ridurre la perdita di produzione, ben sapendo dall’esperienza che troppo spesso il costo non vale il risultato.

In Inghilterra qualche anno fa è “arrivato” (probabilmente importato con un lotto di piantine infette) un fungo parassita del frassino già noto da anni in mezza Europa. Si chiama Hymenoscyphus fraxineus. Si è diffuso in tutto il Regno Unito molto rapidamente e le definizioni “invasore” e “killer” sono state immediate. Si è scatenato un allarme generale ancora in atto, perché oltre all’indiscutibile valore paesaggistico dell’albero, la richiesta di legno di frassino è altissima e il reddito che ne deriva anche. Esempi simili in Italia ne abbiamo molti di più, ma ne parleremo più avanti.

Immaginiamo ora che il frassino non abbia alcun valore economico. Probabilmente lo stesso parassita verrebbe elencato fra le new entry della biodiversità locale, utile all’ecosistema, magari proteggendolo per legge perché ancora rarissimo e localizzato. Un po’ come la “nuova” specie di biscia d’acqua, Natrix helvetica, notoriamente presente dall’Italia alla Germania, ma osservata solo pochi giorni fa in Inghilterra. Killer di rane e topini, ma nessun danno al portafoglio. La notizia ha rubato il posto ad altre forse più importanti sul Telegraph, alla BBC e su social vari e, giustamente, la specie è già nell’elenco di quelle protette.

Ora immaginiamo invece che il frassino sia una specie indesiderata, colpevole di sottrarre spazio e nutrienti ad altre più redditizie. Diffonderemmo artificialmente quel fungo alla stregua di un diserbante biologico, ecocompatibile e a impatto-zero. Insomma, un sicario del quale essere orgogliosi. Magari per scoprire dopo una quarantina d’anni che, porcamiseria, adesso che ha ucciso tutti quegli alberi sgraditi ha deciso di sopravvivere passando ad altre specie a noi utili. E via con killer, emergenze, leggi e finanziamenti. Come è successo con Ceratocytis fagacearum, fungo già presente ma diffuso artificialmente negli Stati Uniti per disseccare in modo economico e selettivo alcune querce indesiderate, per poi scoprire dopo 30 anni che può spostarsi anche a quelle che vogliamo assolutamente tenere, magari con l’aiuto di un insetto vettore. Ora a livello internazionale è elencato fra i parassiti letali e di quarantena: se fosse maldestramente importato in Europa con un carico di legname infetto, troverebbe un clima perfetto e per le nostre piantagioni di quercia sarebbe un bel problema. E per noi.

Come sempre, è una questione di punti di vista …

Lucio Montecchio

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Settembre 2016. BBC. Servizio sul grande invasore Hymenoscyphus fraxineus, parassita del frassino.

Darwin: dalla Teoria alla Pratica

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Sono miliardi di anni che gli alberi fanno esperienza nel trovare il miglior modo di “ammonticchiare nodi, germinare e rinnovare la propria forma”, di trovare le migliori combinazioni possibili per sopravvivere all’ambiente e alla competizione, arrivare almeno all’età della riproduzione e rimescolare il proprio corredo genetico con quello di un loro simile.

Uguali nella forma ma diversi nella sostanza delle potenzialità genetiche, solo gli alberi più adeguati a quel luogo e in quel momento riescono a sopravvivere.

Motore principale della selezione sono microscopici funghi e batteri che già vivono nella pianta senza creare danni particolari. L’albero ne delimita l’espansione e loro, pur mangiando un po’ di albero, producono tossine che tengono lontani i parassiti esterni al sistema, più pericolosi.

Quando però quell’albero si indebolisce, le sue difese rallentano e questi collaboratori iniziano a moltiplicarsi oltre il normale, indebolendo inesorabilmente l’albero intero.

Per il fatto che solo a questo punto prendono più di quel che danno li chiamiamo “parassiti”.

Se il danno è sostenibile si secca qualche vecchio ramo o l’intero fusto lasciando alle radici, se lo sanno fare, il compito di rigenerarne di nuovi. Se invece l’albero è ormai troppo debole per reagire, muore.

In natura funziona così da millenni. Abbiamo ancora alberi e parassiti di alberi, entrambi sempre più vigorosi. I genotipi meno adeguati invece lentamente scompaiono o provano a migrare dove possono.

È la selezione naturale mediata dalla competizione per le risorse ben descritte da Charles Darwin, il manifesto del cui pensiero è senz’altro “Sulla origine delle specie per elezione naturale, ovvero conservazione delle razze perfezionate nella lotta per l’esistenza” (1859).

Mai titolo fu più chiaro e incisivo nell’esprimere compiutamente un concetto antidogmatico che già fermentava da anni nell’ambiente scientifico. Teoria che è rapidamente diventata Certezza con gli studi sulla fecondazione incrociata dell’abate Mendel e “certificata” nel 1962 dal Premio Nobel a Watson, Crick e Wilkins per la scoperta della struttura del DNA e del suo significato nel trasferimento delle informazioni genetiche, positive o negative, da genitori a figli.

Nonostante ritenesse che Linneo fosse “sedotto dall’apparenza”, Darwin ne rivalutò la classificazione: i caratteri morfologici delle strutture di riproduzione implicitamente includono l’idea di discendenza e, perciò, di ereditarietà, di quella parentela fra gruppi tassonomici che oggi chiamiamo filogenesi.

È un vero peccato che a scuola si continui a chiamarla Teoria dell’evoluzione …

Lucio Montecchio

Un albero è un luogo

Quando dico che un albero non è una specie ma un ambiente che ospita centinaia di specie, i miei studenti mi contrappongono il solito dogma della botanica sistematica: “eh no … se quello è un faggio, è una sola specie, Fagus sylvatica“.

Quello che intendo dire è che i nostri occhi vedono un guscio di corteccia con sopra delle foglie al quale è stato dato un nome, spesso in base alla forma del fiore, ma che lì dentro c’è un sistema implicitamente e necessariamente dinamico quanto una foresta o un oceano.

Ogni singolo albero è il risultato di interminabili conflitti, tregue e collaborazioni fra migliaia di batteri, virus, funghi e insetti che si danno da fare per farne parte. Ad esempio c’è chi è bravo a catturare acqua e nutrienti dal suolo e portarli al sistema linfatico, chi alza le difese dell’albero producendo tossine.

La vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi. “Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”, J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

Nelle fasi di tregua o di pace, questi condòmini hanno un obiettivo condiviso: mantenere il sistema complessivamente vigoroso e produttivo di ciò che solo la componente vegetale sa fare: zucchero nelle sue varianti glucosio, amido e cellulose varie; energia pura da prendere quando serve.

Meglio vive l’albero, meglio vivono tutti.

Come in ogni comunità, però, c’è anche chi vivacchia nascosto dando in cambio nulla all’albero, ma molto alla comunità d’alberi. Se ci danno fastidio li chiamiamo “parassiti”. Sono pronti a uscire allo scoperto nelle fasi di minor efficienza del sistema. Ad esempio, quando l’albero subisce danni naturali o artificiali (trapianto, potatura, … ) che non poteva prevedere.

Finchè le diverse popolazioni di conviventi si metteranno d’accordo sul da farsi, i parassiti si moltiplicheranno e mangeranno legno, foglie o frutti.

Questo è il momento in cui, guardando all’effetto e non alla causa, crediamo di risolvere il problema bombardando l’intero albero di antiparassitari.

Lucio Montecchio

La magnolia di Antonio

Soprattutto negli ultimi tempi, in cui sembra che abbracciare alberi faccia star bene, alcuni amici mi chiedono se l’amore per gli alberi è ricambiato.

Ma come? Anche se lo potessero fare (e non lo so), pensiamo davvero che pochi mesi di innamoramento possano portare alla reciprocità del sentimento?

Da millenni, per necessità, siamo tagliatori d’alberi per farne travi, tavole, legna da ardere, liberare spazio per i pascoli e i campi da coltivare.

Li piantiamo nelle nostre città senza curarci delle loro esigenze. Tanto “poi basta potare”, come se i rami crescessero come i capelli (e troppo spesso chi pota lo fa come fosse un barbiere, e dei peggiori).

Settant’anni fa abbiamo anche inventato la motosega, e così le dimensioni non sono più un limite. Anzi! Amputare pochi rami grossi costa meno tempo che tagliare molti rami sottili (e il legno lo vendo).

Ma … è davvero importante sapere se quell’albero antico e imponente (avete mai visto abbracciare alberi giovani) ricambia il tuo amore?
Antonio, 12 anni, gioca e parla con la sua magnolia. Non pretende nulla, ma dice che lei gli sorride e a volte gli fa l’occhiolino lo stesso 😉

Lucio Montecchio

 

antonio
La Magnolia di Antonio (A. Pizzoni Ardemani, 2016. Con il permesso di Elisa e Armando)

Un altro blog sugli alberi?

Barney

Mi piace la natura, ha risposto un mio studente quando ho chiesto il motivo della sua iscrizione all’Università, ma la domanda cos’è la natura non ha ricevuto risposta.

Con gli alberi ci lavoro da più di trent’anni, soprattutto ne studio gli aspetti legati alla loro biologia e alla loro salute (www.luciomontecchio.it).

A farmi prendere la decisione di aprire un blog divulgativo sugli alberi è stato un incontro pubblico al quale sono stato invitato a partecipare poco tempo fa. Il titolo sulle locandine era “Bosco che va, Bosco che torna” e, stimolati da un abile moderatore, i cinque esperti dovevano argomentarci sopra.

In quelle tre ore ho sentito raccontare che (cito in corsivo brani dai miei appunti) gli alberi pesano e sono quindi responsabili delle frane: per salvaguardare la sostenibilità del paesaggio vanno perciò tagliati. O, ancora, che una pista da sci ben progettata fa più biodiversità di un bosco naturale. Le citazioni sono reali, prese da uno dei miei taccuini. Mi rammarico ancora di non aver chiesto a quell’architetto paesaggista cosa significano sostenibilità del paesaggio e biodiversità, ma forse è stato meglio così.

Come fa un bambino, c’è chi usa la tecnica di infilare nelle frasi alcune parole nuove solo perché suonano bene. Magari in una lingua straniera, per diminuire la probabilità che l’interlocutore ne chieda il significato, ammettendo quantomeno la sua ignoranza linguistica.

È sufficiente accendere la tv su uno dei molti programmi a tema ambientale per rendersi conto della semplificazione giornalistica di parole ricche di sostanza. Ho sentito definire il Parco del Delta del Po biodiverso, un antiparassitario verde e un detergente ecologico.

Io non ho ancora capito cosa significhi “global change”, lo ammetto.

Veniamo all’ Albero, parola che usiamo quotidianamente, ma alla quale non sappiamo ancora dare un significato compiuto. Secondo i miei studenti “organismo autotrofo legnoso”. Secondo il mio barista, se ha un fusto con sopra una chioma è un albero, e questo ci basti. Secondo almeno uno dei miei condomini non importa, ma se lo è va regolarmente amputato di quanti più rami è possibile.

Sappiamo molto di icone esotiche come il leone e il baobab, ma spesso non sappiamo definire un albero, né come funziona, di cosa ha bisogno o cosa gli causa danno.

I contenuti di questo Blog sono semplici riflessioni personali, per la scienza ci sono posti migliori.

Spero vi piacerà.

Lucio Montecchio