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Sapore di sole

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Il primo fine settimana al mare inizia dall’ombra di questo fico enorme.

Certo che, fra tutti gli alberi ignoranti, questo della foto è fra i più ostinati! Affonda le radici in un vecchio rudere da chissà quanti anni e quei rami che nei decenni hanno toccato terra hanno messo radici a loro volta. Nei sassi e a pochi passi dalle onde.

Sotto questa chioma alta e compatta c’è un bel frescolino profumato da godersi in pace, lontano tutti.

I fichi sono abbondanti e a portata di mano; di quella varietà grossa e violacea che mio nonno chiamava smoche.

Se vi capita di passare di qui e volete godere al massimo della situazione, è necessario attenersi scrupolosamente alla seguente procedura operativa in 12 mosse:

1) respirate a fondo il profumo del mare e dell’elicriso;

2) con la scusa di un bagno, andate a legare una stecca di lattine di birra al corpo morto là in fondo;

3) riflettete sul fatto che lavorare è molto peggio;

4) da ora, attivate la modalità ozio;

5) esplorate con gli occhi quella parte di chioma esposta a sud;

6) identificate i frutti leggermente raggrinziti (lo so, non sono veri frutti, ma questa è una lezione di ozio);

7) tastateli delicatamente e, se sufficientemente morbidi, dategli una tiratina fino a staccarne una decina;

8) prendeteli fra i pollici, col picciolo rivolto in giù. Divideteli in due e guardateci dentro. Se non c’è una vespa, godetene;

9) frasi come “senti che buono questo” danno un senso di condivisione, ma a dir la verità sono del tutto inutili;

10) se proprio vi scappa una chiacchiera, evitate ogni riferimento saccente sull’albero che avete sopra. Anche se finge interesse, il vostro partner ne sta godendo da prima di voi e per un motivo semplice: lì sotto si sta bene;

11) soddisfatto il palato, alzatevi con calma, ondeggiate sugli scogli al ritmo di Three Little Birds, immergetevi a recuperare le lattine e continuate la festa riprendendo da uno qualsiasi dei punti sopra, fino ad appisolarvi inconsapevolmente;

12) nel torpore del risveglio, guardate la nave da crociera là in fondo, aprite le braccia nello stile di Jack Dawson e sussurrate a chi vi è vicino “siamo i re del mondo”.

Buona Estate!

Lucio Montecchio

5 luglio: Barbara dice che questo post avrei potuto chiamarlo Smoche on the water. Geniale ….

La Caskia sacra

Nell’arcipelago delle Gakakoji cresce un albero che arriva sui 5 metri, la chioma è espansa e le foglie sono ampie. Sostanzialmente assomiglia a un fico, ma ha una particolarità: la linfa è densa e rosso scuro.

Questo è il motivo per il quale è stato chiamato Caskia sanguinea.

È un albero scoperto una ventina d’anni fa, grazie alla perseveranza di un gruppo di botanici francesi, alla cordialità delle tribù locali e alla mediazione di un prete missionario.

Di là dagli aspetti botanici, la particolarità di questa pianta sta nel rapporto che con lei hanno gli abitanti fin da tempi lontani. Perché loro, a dir la verità, l’avevano già scoperta da un po’.

Per il fatto che la linfa ricorda il sangue, infatti, quest’albero è considerato sacro.

La vista della linfa è di cattivo auspicio e la Caskia non si può abbattere né potare. Così come le vacche in India non si macellano né vengono affettate finché passeggiano.

Per lo stesso motivo, si ritiene che respirarne l’alito faccia guarire dalle malattie respiratorie e da altri malanni. Quando nasce un bambino, perciò, la madre pianta una giovane Caskia e il padre ci versa delicatamente 9 secchi d’acqua. Uno per ogni mese di gestazione.

Civiltà tribale.

Lucio Montecchio

Forma e sostanza

radici

Nel lungo percorso evolutivo da alghe a muschi a felci ad alberi, quest’ultimo forse è stato il passaggio più impegnativo.

Le prime felci, infatti, come i muschi non avevano ancora un vero sistema vascolare e di sostegno. La crescita era perciò sostanzialmente orizzontale.  Però avevano già imparato ad abbozzare delle radici e a subire volentieri la coltivazione da parte di batteri e funghi simbionti, grazie ai quali potevano finalmente spostarsi anche lontano dall’acqua, allontanandosi così dalla competizione per lo spazio e i nutrienti delle altre specie.

La convivenza però imponeva una produzione di energia crescente, che le piccole foglie non potevano soddisfare. Non restava che giocare sulla quantità, allungando il fusto verso l’alto e ricoprendolo di foglie ben separate in modo tale che ognuna potesse massimizzare la fotosintesi.

A questo ci poteva pensare quella gemma apicale in costante sviluppo, ma la parete delle cellule, fatta di fibre di cellulosa, era troppo elastica: dopo qualche centimetro il fusto si afflosciava a terra.

Errore su errore, le felci inventarono la lignina che, mescolata alla cellulosa, come una resina irrigidiva la struttura complessiva. Alla stregua di un cemento armato moderno, ora le pareti del sistema vascolare erano elastiche ai movimenti di trazione e torsione del vento, ma anche resistenti al peso e alla compressione della massa sovrastante. La miglior proporzione fra le due componenti sarebbe stata affinata nel tempo.

Mantenendo rigido e stabile il diametro dei vasi linfatici, le felci potevano allungarsi molto più in alto e gestire la pressione della linfa aprendo e chiudendo gli stomi.

L’acqua finalmente risaliva dalle radici portando alle foglie ormai lontane i sali minerali, per poi scendere distribuendo energia a tutto il corpo e riprendere il ciclo verso l’alto.

Chiaramente le felci meno capaci perdevano l’equilibrio e cadevano a terra, diventando cibo per batteri, funghi e insetti e poi humus. Anche il suolo stava evolvendo, e in breve iniziarono ad apparire veri e propri boschi di felci.

Quel diametro sempre uguale a quello del primo giorno, però, non permetteva di reggere troppo peso: oltre il paio di metri il fusto enesorabilmente si rompeva.

La geniale soluzione fu la conicità di fusto e radici. A partire dalla base, il diametro diminuiva sia con l’altezza sia con la profondità, mantenendo così il miglior rapporto elasticità/rigidità rispetto al vento e alla coesione del suolo.

Erano nati i primi alberi e, grossomodo, assomigliavano agli attuali abeti.

Questa assoluta novità fu realizzata avvolgendo il fusto ogni anno, tutti gli anni, di una guaina fatta di un nuovo circuito linfatico che gradualmente faceva perdere di efficienza il vecchio il quale, riempito dei prodotti di scarto della pianta, assumeva sempre più il ruolo di sostegno fisico.

La guaina, poi, era in grado di produrre gemme identiche a quella apicale anche lungo il fusto e le radici, permettendo finalmente di produrre rami laterali, ciascuno con la propria chioma di foglie, e radici da radici, ciascuna con la propria chioma di apici assorbenti.  “Nodi su nodi ammonticchiando ….”

In questo modo, le gemme originavano un ramo se esposte all’aria oppure una radice se sottoterra. Nel tempo gli alberi impararono anche a produrre gemme di scorta sotto la corteccia, da attivare nel caso qualche ramo lì vicino si rompesse.

Da allora e quotidianamente gli alberi imparano dal suolo, dal vento e da loro stessi come migliorare la propria stabilità e fin dove svilupparsi.

Da giovani si allungano verso l’alto e si espandono verso l’esterno. Con l’età, il peso e gli acciacchi a volte cercano nuovi equilibri, lasciando seccare e cadere qualche ramo per rifarlo dove è più conveniente.

E’ nella loro natura, e non c’è potatura che possa convincerli del contrario. Perchè sono Esperti.

Lucio Montecchio

Un albero è un luogo

Quando dico che un albero non è una specie ma un ambiente che ospita centinaia di specie, i miei studenti mi contrappongono il solito dogma della botanica sistematica: “eh no … se quello è un faggio, è una sola specie, Fagus sylvatica“.

Quello che intendo dire è che i nostri occhi vedono un guscio di corteccia con sopra delle foglie al quale è stato dato un nome, spesso in base alla forma del fiore, ma che lì dentro c’è un sistema implicitamente e necessariamente dinamico quanto una foresta o un oceano.

Ogni singolo albero è il risultato di interminabili conflitti, tregue e collaborazioni fra migliaia di batteri, virus, funghi e insetti che si danno da fare per farne parte. Ad esempio c’è chi è bravo a catturare acqua e nutrienti dal suolo e portarli al sistema linfatico, chi alza le difese dell’albero producendo tossine.

La vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi. “Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”, J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

Nelle fasi di tregua o di pace, questi condòmini hanno un obiettivo condiviso: mantenere il sistema complessivamente vigoroso e produttivo di ciò che solo la componente vegetale sa fare: zucchero nelle sue varianti glucosio, amido e cellulose varie; energia pura da prendere quando serve.

Meglio vive l’albero, meglio vivono tutti.

Come in ogni comunità, però, c’è anche chi vivacchia nascosto dando in cambio nulla all’albero, ma molto alla comunità d’alberi. Se ci danno fastidio li chiamiamo “parassiti”. Sono pronti a uscire allo scoperto nelle fasi di minor efficienza del sistema. Ad esempio, quando l’albero subisce danni naturali o artificiali (trapianto, potatura, … ) che non poteva prevedere.

Finchè le diverse popolazioni di conviventi si metteranno d’accordo sul da farsi, i parassiti si moltiplicheranno e mangeranno legno, foglie o frutti.

Questo è il momento in cui, guardando all’effetto e non alla causa, crediamo di risolvere il problema bombardando l’intero albero di antiparassitari.

Lucio Montecchio

Un altro blog sugli alberi?

Barney

Mi piace la natura, ha risposto un mio studente quando ho chiesto il motivo della sua iscrizione all’Università, ma la domanda cos’è la natura non ha ricevuto risposta.

Con gli alberi ci lavoro da più di trent’anni, soprattutto ne studio gli aspetti legati alla loro biologia e alla loro salute (www.luciomontecchio.it).

A farmi prendere la decisione di aprire un blog divulgativo sugli alberi è stato un incontro pubblico al quale sono stato invitato a partecipare poco tempo fa. Il titolo sulle locandine era “Bosco che va, Bosco che torna” e, stimolati da un abile moderatore, i cinque esperti dovevano argomentarci sopra.

In quelle tre ore ho sentito raccontare che (cito in corsivo brani dai miei appunti) gli alberi pesano e sono quindi responsabili delle frane: per salvaguardare la sostenibilità del paesaggio vanno perciò tagliati. O, ancora, che una pista da sci ben progettata fa più biodiversità di un bosco naturale. Le citazioni sono reali, prese da uno dei miei taccuini. Mi rammarico ancora di non aver chiesto a quell’architetto paesaggista cosa significano sostenibilità del paesaggio e biodiversità, ma forse è stato meglio così.

Come fa un bambino, c’è chi usa la tecnica di infilare nelle frasi alcune parole nuove solo perché suonano bene. Magari in una lingua straniera, per diminuire la probabilità che l’interlocutore ne chieda il significato, ammettendo quantomeno la sua ignoranza linguistica.

È sufficiente accendere la tv su uno dei molti programmi a tema ambientale per rendersi conto della semplificazione giornalistica di parole ricche di sostanza. Ho sentito definire il Parco del Delta del Po biodiverso, un antiparassitario verde e un detergente ecologico.

Io non ho ancora capito cosa significhi “global change”, lo ammetto.

Veniamo all’ Albero, parola che usiamo quotidianamente, ma alla quale non sappiamo ancora dare un significato compiuto. Secondo i miei studenti “organismo autotrofo legnoso”. Secondo il mio barista, se ha un fusto con sopra una chioma è un albero, e questo ci basti. Secondo almeno uno dei miei condomini non importa, ma se lo è va regolarmente amputato di quanti più rami è possibile.

Sappiamo molto di icone esotiche come il leone e il baobab, ma spesso non sappiamo definire un albero, né come funziona, di cosa ha bisogno o cosa gli causa danno.

I contenuti di questo Blog sono semplici riflessioni personali, per la scienza ci sono posti migliori.

Spero vi piacerà.

Lucio Montecchio