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Umarells

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Una vita del tutto normale. Una moglie innamorata, una figlia brava a scuola, la casa di proprietà, l’abbonamento a teatro e un lavoro da maestro con lo stipendio sicuro. Non un granché, ma sicuro.

Uguali e prevedibili, le giornate di Francesco si sgranano dentro ai confini del profilo da Umarell che si è scelto ormai da tempo, fatto di buongiorno-buonasera, sorrisi rituali e libri comprati on-line, da appoggiare vicino al divano per la domenica.

Scuole chiuse, oggi. E’ martedì grasso e anche i suoi ragazzi saranno protagonisti della sfilata di carri programmata in dettaglio fin dall’estate scorsa.

Il tema è prevedibilmente ambientale: “#Endangered”.

E’ per avere più follower su twitter, gli avevano detto i ragazzi della pro loco.

Apre il corteo un furgone giallo che manda Iko Iko a tutto volume.

A seguire, i carri delle diverse contrade.

Il primo è un cavallo di troia fatto ad elefante e ripieno di bambini vestiti da zebra. Di tanto in tanto, la proboscide spara una cascata di coriandoli verdi di plastica metallizzata.

Segue un orso polare cavalcato da una Inuit bellissima che brandeggia una bandiera bianca e lancia coriandoli rossi.

E poi rinoceronti, balenottere, pappagalli e altri animali esotici visti solo in tivù.

Metafore banali, arche di Noè moderne, Sign O’ The Times, pensa Francesco.

Ma perché non c’hanno messo un pipistrello, un tordo, un ramarro?

Oppure una di quelle tartarughe di terra che da bambini tenevamo nell’orto legate a uno spago finché la nonna non se ne accorgeva?

E le lucciole, da quante estati sono scomparse le lucciole?

Quanti animali dei nostri fossi sono spariti, finché disegnavamo panda?

Francesco lancia distrattamente il mozzicone verso l’ippocastano lì sotto, quello solito, quello che ad ogni primavera festeggia le api e poi esplode una cascata di coriandoli bianchi.

Chissà da quale parte della memoria riemerge Eraclito, ma ora il significato di “Quello che fai è ciò che diventi” gli risuona chiarissimo.

Domani spiego ai ragazzi come funziona un alveare. Anzi, ne facciamo uno assieme!

Lucio Montecchio

Ferrara, 8 febbraio 19

Carlo il resiliente

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Il posto nel quale si svolge questa storia è uno dei bar di uno dei tanti paesini della collina trevigiana.

Di quelli fra la chiesa e il negozio di alimentari, con davanti uno scooter parcheggiato malamente, le sedie di plastica bianca sotto alle finestre e le tendine ricamate, ingiallite dagli anni in cui dentro si poteva fumare.

Di quelli dove le marche di sigarette sono tre e i pochi pacchetti si alternano nella rastrelliera ai mazzi di carte, rigorosamente da briscola.

Mezzogiorno: sentore fine e persistente di soffritto. “Un bianco, grazie”.

Sul bancone gli immancabili Boeri rossi e, in ordine sparso, mezze uova con un cappero trafitto dallo stuzzicadenti, polpettine tristi e fettine di filoncino con sopra qualche improbabile salsa.

Se non fosse che nella vetrinetta manca la Luisona, potrebbe essere una versione di quel Bar Sport di Stefano Benni.

Mi piacciono questi baretti di collina: ci trovi sempre qualcuno che sta leggendo la pagina sportiva, col quale attaccar bottone con facilità lamentandosi del tempo o commentando le scelte del governo.

Carlo ha sui 70 anni, lo conosco da tempo. Faceva l’idraulico e i ragazzi del posto lo chiamano Tuby, ma questo burberone con lo sguardo da bambino curioso ci ride su.

Scarpe grosse e cervello fino, eloquio lubrificato dal secondo Grigioverde e da un’ampia disponibilità di bestemmie da usare con fantasia. Per rafforzare una frase, meravigliarsi di qualcosa o sottolineare le curve dell’Alessia.

Eh si … voi professoroni …. bravi!

Eccoli qua i danni che avete combinato convincendoci a togliere il bosco per farci fare i soldi in fretta.

Adesso abbiamo tutti la macchina grossa e il conto in banca, ma ai nostri boschi chi ghe pensa più? ‘Na volta i castagneti i se curava, se netàva, zarpìva, incalmàva e malatie no ghe n’era.

Abbiamo piantato vigneto fino al bordo della strada e in giardino abbiamo magnolie e palme stitiche.

In trent’anni abbiamo avvelenato e distrutto tutto, però mettiamo rose sotto i pali di testa e cassette-nido, pensando che basti a convincere api e uccelli a tornare.

E allora sai cosa ti dico?

Mi sto facendo un bosco mio, dietro casa, sul pezzo di terra che mi ha lasciato mio padre. Ogni tanto vado su e raccolgo piantine di acero, sorbo, frassino, faggio, nocciolo, ciliegio e pioppo.

Pini no, non m’interessano: non sono nostrani.

Le metto là, sparse, quel che attecchisce bene. Quel che si secca non lo pianto più.

Orca, Carlo … ma allora sei un montanaro resiliente!

Residente? Ancamassa !

Io e la mia famiglia siamo sempre stati qui. Il posto più lontano che ho visitato è stato col militare: fanteria. Castiglione dei Pepoli, Tos-ca-na. Bestemmia esclamativa.

Umanità in via d’estinzione.

Offro io.

Lucio Montecchio