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Un faggio fausto

Monica e io l’abbiamo chiamato Fausto, ma lui non lo sa.

Qualche secolo fa questo bosco era una faggeta nella quale i montanari venivano a far legna, facile da portare giù lungo quella valle ripida a destra. Oppure ne facevano carbone sul posto, chissà…

Di un faggio, far legna significa tagliare alla base un fusto d’inverno e con la luna giusta, lasciare che i germogli che ripartono dalla base diventino fusti e, raggiunto un diametro che si riesca a spaccare con l’accetta senza doverci perderci le braccia, ripetere l’operazione. Non all’infinito, ma per molti cicli. Poi la pianta si spompa e deperisce.

Guardandomi attorno mi viene da pensare che, verso metà ottocento, chi abitava qui vicino deve aver tagliato quasi tutto per far spazio al pascolo, lasciando Fausto e qualche altro faggio qui e là perché il bestiame potesse trovare riparo dal sole e per continuare a scaldarsi.

Abbandonato l’allevamento perché il latte di malga rendeva meno di quello pastorizzato, scremato e già pronto nel tetrabrick, gli alberi dei versanti vicini devono essersi scambiati con impeto la tanto attesa parola d’ordine: “Post fata resurgo!”.

Un po’ alla volta, Fausto si è così trovato immerso in un bosco-bambino, fatto di specie dal seme leggero e la foglia succosa come il pioppo, il nocciolo, la betulla e l’acero, che in pochi decenni hanno portato a termine il compito di ricreare un suolo fertile e un’ombra diffusa.

Per merito dei parassiti, molti di quegli alberi pionieri hanno iniziato a cadere per lasciare spazio ai figli di Fausto: tutto attorno ce ne sono a centinaia, però solo quelli più veloci e robusti sopravviveranno agli erbivori.

In tutti questi anni, libero di gestire il suo sviluppo, Fausto ha continuato a crescere in profondità e in altezza. A far cadere i rami troppo in ombra e a farne di nuovi più in alto. A fare contrafforti alla base così potenti da opporsi al vento che sale dalla pianura.

Chissà quanti anni ha … Solo le sue radici lo sanno.

Chissà a quanti animali piccoli e grandi ha dato sostento … La base forma un catino che raccoglie la pioggia. Più di qualche volta, dalla finestra, ho visto un capriolo approfittarne.

Fra qualche settimana i ghiri usciranno dal letargo e andranno fin su, terranno ben stretti i rami di 3-4 centimetri e con i denti strapperanno alcuni brandelli di corteccia per succhiare linfa, in attesa di una dieta più varia che sarà disponibile qualche tempo dopo.

Lo tengo d’occhio da una quindicina d’anni e sembra immobile. Ho l’impressione che ormai non voglia più salire. D’altra parte è il più alto, chi glielo fa fare?

Però cresce, eccome!

L’amico Mario mi dice che grossomodo ciascuno dei 4 fusti sta crescendo di 40 chili all’anno, il che corrisponde a migliaia di litri d’aria respirata e di acqua bevuta, per un totale netto di un quintale e mezzo di distillato di sole, terra e aria.

Se nessuno ci metterà le mani, fra un centinaio d’anni qui di fronte ci sarà di nuovo una bella faggeta.

Lucio Montecchio

Veteranizzare gli alberi: quando la perversione non ha limiti

Fra le varie definizioni antropocentriche che siamo abituati a coniare, un albero veterano ha l’aspetto di un sopravvissuto. Non necessariamente anziano, vecchio o monumentale, ma un po’ come uno di quei trentenni dei film che, dentro o fuori, portano le tracce di una guerra che li ha segnati per sempre.

Gli alberi che rientrano nella definizione di veterani mostrano fessure, cimali o rami deperenti o morti, cavità interne, fori, marcescenze o funghi crostosi alla base. Senza dubbio hanno un ruolo di importanza fondamentale in un ecosistema, anche perché spesso danno supporto a liane, edere, licheni, muschi. E poi ospitalità a funghi degradatori delle loro parti morte, insetti che depongo le uova nel legno ormai molle e, conseguentemente, a picchi, pipistelli o civette.

Sono un habitat complesso e contribuiscono fattivamente a mantenere la diversità di specie che sono tipiche di quel sistema ecologico.

Per vedere alberi veterani non serve andare in una foresta vergine. Basta una passeggiata in città.

Lo è un albero ripetutamente massacrato dalla follia di proprietari che pagano per farsi deturpare irrimediabilmente un loro bene da motoseghisti che si autodefiniscono arboricoltori e chiamano la loro attività tree care, senza sapere non solo cosa significa quella parola, ma cos’è un albero. Chiaramente sperano che non lo sappia neanche il loro cliente e spesso, purtroppo, hanno ragione.

Lo è un albero piantato troppo vicino all’altro in un parcheggio, con le radici e il colletto danneggiati dalle ruote e dal paraurti di automobilisti distratti.

Lo è un ulivo centenario strappato in Grecia e trapiantato in centro a una rotatoria nelle nostre città. In questi giorni invernali dovrà subire un clima al quale non è abituato. Se sopravviverà sarà veterano. Se morirà, niente di male: il vivaista che l’ha donato al Comune si sarà comunque fatto pubblicità e potrà sempre dare la colpa al freddo.

Lo è anche l’albero che viene pesantemente potato e poi abbattuto perché, strutturalmente indebolito alla chioma o alle radici da quei signori di prima, rischia di cadere e far danni. Operazione a volte discutibile e osteggiata da una sempre più ampia fetta di cittadinanza, ma a volte necessaria per prevenire qualche lutto.

Direi proprio che di alberi che mostrano una vita di sofferenze inattese, nelle nostre città ne abbiamo già parecchi.

E’ per questo che non riesco a capire perché sta prendendo piede, per fortuna non ancora in Italia, la veteranizzazione degli alberi. Anche grazie a specifici corsi che gran luminari tengono a caro prezzo.

In sostanza si tratta di prendere un albero di forma e aspetto normali e infliggergli una serie di danni (“controllati”, dicono) in modo tale da fargli assumere l’aspetto di un sopravvissuto alle ingiurie della vita. E così ci insegnano a strappare lembi di corteccia per simulare fulmini mai caduti, a fratturare alcuni rami per simulare un vento forte, fino a suggerirci micro-esplosioni per mimare il danno dovuto a marcescenze inesistenti, ma che poi inizieranno a manifestarsi.

Purtroppo è il solito limite dei vegetali. Diversamente dagli animali, sono banalmente carini da giovani e bellissimi se sono mezzi secchi, torti o cavi, da fotografare con un bel tramonto come fondale.

Lucio Montecchio

PS: 9 dicembre. Oggi ho visto una signora sui cinquantacinque pagare a caro prezzo un paio di jeans stracciati.

 

Funghi albericoltori

La scelta di passare da nomadi raccoglitori di piante a coltivatori stanziali è stato un momento fondamentale, soprattutto da un punto di vista sociale. Succedeva grossomodo diecimila anni fa. Da quel momento, in prossimità di un corso d’acqua e di terreni sufficientemente fertili ci siamo fermati e abbiamo costruito i primi insediamenti e una rete di relazioni coi vicini basata sullo scambio di quel che veniva prodotto in eccesso.

Nel benessere crescente, la popolazione aumentava e così abbiamo imparato a selezionare varietà più produttive, a irrigarle, nutrirle e difenderle dai parassiti. A coltivare piante poliennali, dalle quali raccogliere frutti ad ogni stagione. Gli interessi e non il capitale.

Alcuni agricoltori più lungimiranti di altri hanno poi scelto di ottimizzare gli sforzi mettendo a disposizione le proprie abilità. Chi sapeva come scavare un canale in modo adeguato lo faceva anche dal vicino, che in cambio aiutava nella vendemmia. Nel passaggio da rivalità a collaborazione sono nati i primi consorzi di agricoltori. Tutti ne avevano beneficio.

A fare la stessa cosa, tre milioni di anni prima, furono alcuni batteri e funghi microscopici, che da nomadi parassiti di piante divennero agricoltori a tutti gli effetti. Insediati sugli apici assorbenti delle radici, erano capaci di allungare nel suolo un reticolo di sottilissimi tubi (il micelio) coi quali raggiungere e trasportare alla pianta acqua e nutrienti. Per allontanare i parassiti, poi, producevano efficaci composti tossici da rilasciare tutto attorno alle radici della loro pianta. Chi era abile nel raggiungere l’acqua lasciava il compito di assorbire azoto o produrre antiparassitari a un altro.

Un consorzio, grazie al quale tutti raccoglievano e condividevano il surplus di carboidrati che la pianta produceva. Gli interessi e non il capitale.

E’ questa la vera differenza fra parassiti di piante, nomadi che saccheggiano quel che trovano (perché del domani non v’è certezza) e simbionti stanziali, che le piante preferiscono coltivarle.

In un singolo albero ce ne sono decine di specie diverse, ognuna specializzata nel fare qualcosa che la rende diversa e utile agli altri.

Della loro presenza si accorse per primo il Prof. Giuseppe Gibelli, osservandoli su radichette di castagno. Di questo studio ci restano argomentazioni modernissime e disegni meravigliosi, pubblicati nel 1883 (“Nuovi studi sulla malattia del castagno detta dell’inchiostro”).

Sono i simbionti micorrizici.

Agevolarne la presenza significa preservare salute e benessere dei nostri alberi.

Lucio Montecchio

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G. Gibelli, 1883. “Nuovi studi sulla malattia del castagno detta dell’inchiostro”. LM

Alberi a chilometri zero

La Puglia, si sa, non è famosa per le sue piantagioni di caffè. Eppure sembra che Xylella fastidiosa, batterio associato alla morte di migliaia di ulivi, vi sia stata importata qualche anno fa dal Costa Rica con una pianta di caffè infetta. Paesaggio ed economia locale ne stanno pagando le spese e chissà quanto durerà.

Phytophthora infestans sembra essere stata importata in Irlanda a metà ottocento, non si sa bene da dove, con un lotto di patate infette. Essendo la coltivazione di patate fonte primaria di reddito e di carboidrati, ne seguirono miseria, carestia, la morte di circa un milione di persone e, per chi ne aveva la possibilità, l’emigrazione negli Stati Uniti.

Sembra. Perché i tempi di incubazione delle malattie delle piante sono lunghi, e quando ci si accorge dell’effetto è spesso impossibile risalire al quando e al come. Però è estremamente probabile, nessuno l’ha mai smentito e questo dovrebbe bastarci.

All’epoca, di parassiti che uccidono le piante si sapeva ancora poco, ma oggi non ne sappiamo molto di più …

Quel che è certo è che dire parassiti non basta. Funghi, insetti, batteri e virus hanno capacità di movimento, esigenze, comportamenti, tempi e modi di diffusione diversi.

Il libero scambio delle merci non può essere bloccato, ma il movimento di quelle che potrebbero essere potenzialmente pericolose nel luogo di destinazione sì. Questo è il motivo per il quale, a volte con tempi tecnici discutibili, le normative internazionali sulla quarantena vengono costantemente aggiornate.

Per la sola Europa parliamo di una Direttiva corposa, nella quale è scritto che specie e quali loro parti devono essere controllate, in quale stadio di crescita, cosa controllare, che trattamenti antiparassitari eventuali devono aver subito, in che condizioni possono essere trasportate e via così.

Nonostante questo sforzo, grazie alla presenza di ispettori fitosanitari preparati, una piccola parte di quel materiale che parte da ogni angolo del mondo e arriva accompagnato da un documento che ne certifica la non-infezione, viene invece riscontrato infetto. La merce torna a casa sua, oppure viene disinfettata, oppure viene distrutta.

Un container di pomodori, azalee, bonsai o alberi di natale, però, per essere ispezionato al microscopio non può essere interamente danneggiato. E poi ci possono essere piante già infette ma che non destano alcun sospetto, perché i tempi di incubazione delle malattie delle piante sono lunghi, a volte anni.

E’ perciò inevitabile che qualcosa sfugga ai controlli.

Purtroppo, questo “qualcosa” sta aumentando di anno in anno.

Finché noi tutti continueremo a chiedere al fruttivendolo, al vivaista o al falegname frutti e piante esotiche provenienti dagli angoli più disparati del mondo solo perché costano meno o perché sono più belle di quelle belle che abbiamo già, il problema non potrà certo diminuire. Ne siamo tutti responsabili.

L’anno scorso durante un incontro tecnico-politico internazionale ho detto che alla luce delle conoscenze che abbiamo “la crescente importazione di patogeni esotici è un bioindicatore della stupidità umana”.

Qualcuno l’ha presa male, ma lo penso tuttora.

Gli esempi sono davanti agli occhi di chi li vuol vedere.

Buy local !

Lucio Montecchio

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Più local di così ….  (Spagna, 2012, LM)

Parassiti !

In un post precedente ho parlato del ruolo fondamentale di tutte le componenti di un sistema naturale, dove i parassiti più aggressivi fanno deperire e a volte morire gli alberi meno adeguati lasciando ai più vigorosi, capaci di produrre difese efficaci, tempo e spazio per riprodursi e diffondersi. Alberi e parassiti di alberi, tra alti e bassi, nel lungo periodo restano in equilibrio.

Quando però lo stesso parassita non arriva su un albero fra i tanti, ma in una piantagione di alberi geneticamente molto simili (prodotti da semi prelevati da una bella pianta-madre) o identici (cloni ottenuti facendo radicare rami della stessa pianta), può fare tabula rasa. Solo perché quegli alberi per noi hanno un valore economico, e come se non bastassero i sinonimi tutti negativi di parassita che ho trovato nel mio dizionario, i media certamente parleranno di “killer”. Qualcuno chiederà lo stato di calamità naturale e altri finanzieranno studi e interventi di contenimento di vario tipo cercando di ridurre la perdita di produzione, ben sapendo dall’esperienza che troppo spesso il costo non vale il risultato.

In Inghilterra qualche anno fa è “arrivato” (probabilmente importato con un lotto di piantine infette) un fungo parassita del frassino già noto da anni in mezza Europa. Si chiama Hymenoscyphus fraxineus. Si è diffuso in tutto il Regno Unito molto rapidamente e le definizioni “invasore” e “killer” sono state immediate. Si è scatenato un allarme generale ancora in atto, perché oltre all’indiscutibile valore paesaggistico dell’albero, la richiesta di legno di frassino è altissima e il reddito che ne deriva anche. Esempi simili in Italia ne abbiamo molti di più, ma ne parleremo più avanti.

Immaginiamo ora che il frassino non abbia alcun valore economico. Probabilmente lo stesso parassita verrebbe elencato fra le new entry della biodiversità locale, utile all’ecosistema, magari proteggendolo per legge perché ancora rarissimo e localizzato. Un po’ come la “nuova” specie di biscia d’acqua, Natrix helvetica, notoriamente presente dall’Italia alla Germania, ma osservata solo pochi giorni fa in Inghilterra. Killer di rane e topini, ma nessun danno al portafoglio. La notizia ha rubato il posto ad altre forse più importanti sul Telegraph, alla BBC e su social vari e, giustamente, la specie è già nell’elenco di quelle protette.

Ora immaginiamo invece che il frassino sia una specie indesiderata, colpevole di sottrarre spazio e nutrienti ad altre più redditizie. Diffonderemmo artificialmente quel fungo alla stregua di un diserbante biologico, ecocompatibile e a impatto-zero. Insomma, un sicario del quale essere orgogliosi. Magari per scoprire dopo una quarantina d’anni che, porcamiseria, adesso che ha ucciso tutti quegli alberi sgraditi ha deciso di sopravvivere passando ad altre specie a noi utili. E via con killer, emergenze, leggi e finanziamenti. Come è successo con Ceratocytis fagacearum, fungo già presente ma diffuso artificialmente negli Stati Uniti per disseccare in modo economico e selettivo alcune querce indesiderate, per poi scoprire dopo 30 anni che può spostarsi anche a quelle che vogliamo assolutamente tenere, magari con l’aiuto di un insetto vettore. Ora a livello internazionale è elencato fra i parassiti letali e di quarantena: se fosse maldestramente importato in Europa con un carico di legname infetto, troverebbe un clima perfetto e per le nostre piantagioni di quercia sarebbe un bel problema. E per noi.

Come sempre, è una questione di punti di vista …

Lucio Montecchio

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Settembre 2016. BBC. Servizio sul grande invasore Hymenoscyphus fraxineus, parassita del frassino.

Darwin: dalla Teoria alla Pratica

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Sono miliardi di anni che gli alberi fanno esperienza nel trovare il miglior modo di “ammonticchiare nodi, germinare e rinnovare la propria forma”, di trovare le migliori combinazioni possibili per sopravvivere all’ambiente e alla competizione, arrivare almeno all’età della riproduzione e rimescolare il proprio corredo genetico con quello di un loro simile.

Uguali nella forma ma diversi nella sostanza delle potenzialità genetiche, solo gli alberi più adeguati a quel luogo e in quel momento riescono a sopravvivere.

Motore principale della selezione sono microscopici funghi e batteri che già vivono nella pianta senza creare danni particolari. L’albero ne delimita l’espansione e loro, pur mangiando un po’ di albero, producono tossine che tengono lontani i parassiti esterni al sistema, più pericolosi.

Quando però quell’albero si indebolisce, le sue difese rallentano e questi collaboratori iniziano a moltiplicarsi oltre il normale, indebolendo inesorabilmente l’albero intero.

Per il fatto che solo a questo punto prendono più di quel che danno li chiamiamo “parassiti”.

Se il danno è sostenibile si secca qualche vecchio ramo o l’intero fusto lasciando alle radici, se lo sanno fare, il compito di rigenerarne di nuovi. Se invece l’albero è ormai troppo debole per reagire, muore.

In natura funziona così da millenni. Abbiamo ancora alberi e parassiti di alberi, entrambi sempre più vigorosi. I genotipi meno adeguati invece lentamente scompaiono o provano a migrare dove possono.

È la selezione naturale mediata dalla competizione per le risorse ben descritte da Charles Darwin, il manifesto del cui pensiero è senz’altro “Sulla origine delle specie per elezione naturale, ovvero conservazione delle razze perfezionate nella lotta per l’esistenza” (1859).

Mai titolo fu più chiaro e incisivo nell’esprimere compiutamente un concetto antidogmatico che già fermentava da anni nell’ambiente scientifico. Teoria che è rapidamente diventata Certezza con gli studi sulla fecondazione incrociata dell’abate Mendel e “certificata” nel 1962 dal Premio Nobel a Watson, Crick e Wilkins per la scoperta della struttura del DNA e del suo significato nel trasferimento delle informazioni genetiche, positive o negative, da genitori a figli.

Nonostante ritenesse che Linneo fosse “sedotto dall’apparenza”, Darwin ne rivalutò la classificazione: i caratteri morfologici delle strutture di riproduzione implicitamente includono l’idea di discendenza e, perciò, di ereditarietà, di quella parentela fra gruppi tassonomici che oggi chiamiamo filogenesi.

È un vero peccato che a scuola si continui a chiamarla Teoria dell’evoluzione …

Lucio Montecchio

Un albero è un luogo

Quando dico che un albero non è una specie ma un ambiente che ospita centinaia di specie, i miei studenti mi contrappongono il solito dogma della botanica sistematica: “eh no … se quello è un faggio, è una sola specie, Fagus sylvatica“.

Quello che intendo dire è che i nostri occhi vedono un guscio di corteccia con sopra delle foglie al quale è stato dato un nome, spesso in base alla forma del fiore, ma che lì dentro c’è un sistema implicitamente e necessariamente dinamico quanto una foresta o un oceano.

Ogni singolo albero è il risultato di interminabili conflitti, tregue e collaborazioni fra migliaia di batteri, virus, funghi e insetti che si danno da fare per farne parte. Ad esempio c’è chi è bravo a catturare acqua e nutrienti dal suolo e portarli al sistema linfatico, chi alza le difese dell’albero producendo tossine.

La vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi. “Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”, J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

Nelle fasi di tregua o di pace, questi condòmini hanno un obiettivo condiviso: mantenere il sistema complessivamente vigoroso e produttivo di ciò che solo la componente vegetale sa fare: zucchero nelle sue varianti glucosio, amido e cellulose varie; energia pura da prendere quando serve.

Meglio vive l’albero, meglio vivono tutti.

Come in ogni comunità, però, c’è anche chi vivacchia nascosto dando in cambio nulla all’albero, ma molto alla comunità d’alberi. Se ci danno fastidio li chiamiamo “parassiti”. Sono pronti a uscire allo scoperto nelle fasi di minor efficienza del sistema. Ad esempio, quando l’albero subisce danni naturali o artificiali (trapianto, potatura, … ) che non poteva prevedere.

Finchè le diverse popolazioni di conviventi si metteranno d’accordo sul da farsi, i parassiti si moltiplicheranno e mangeranno legno, foglie o frutti.

Questo è il momento in cui, guardando all’effetto e non alla causa, crediamo di risolvere il problema bombardando l’intero albero di antiparassitari.

Lucio Montecchio

Cittadini da apericena

Quando i primi ominidi arrancavano piegati vivendo di frutti e di animali così lenti da essere catturati e mangiati crudi, i boschi erano già lì da millenni. Più o meno fatti come una attuale foresta vergine.

Dagli alberi abbiamo imparato il fuoco, ottocentomila anni fa, e subito dopo il caldo e la bistecca: valeva la pena fermarsi. E così, un po’ alla volta siamo passati da predatori nomadi ad allevatori e agricoltori stanziali.

La quasi totalità dei nostri boschi sono addomesticati da allora. Semplificati così tanto da far crescere solo le specie che ci sono utili eliminando tutte le altre. Come si fa con le erbe che in un campo di soia si berrebbero acqua e nutrienti in cambio di nulla, ma qui invece del diserbante si usa la motosega.

Anche senza particolari abilità, questi boschi li riconosciamo dalla presenza delle sole specie richieste dal mercato e utili alla nostra quotidianità. Sono fatti di giovani alberi grossomodo delle stesse dimensioni, spesso piantati in file come in un campo di mais per essere tagliati facilmente e avere lotti omogenei al raggiungimento di una dimensione commerciabile. Niente di strano: con la stessa logica mangiamo migliaia di cuccioli di pecora, manzo e gallina. Aspettare oltre terrebbe immobilizzato un capitale e non giustificherebbe il costo di mantenimento.

È altrettanto normale, perciò, che l’età degli alberi più vecchi di molti dei nostri boschi sia attorno ai 100-120 anni. Sono cuccioli da tagliare appena il mercato li richiede e prima che con l’età aumenti la suscettibilità a malattie che fanno marcire il legno.

Ma se l’albero più grosso e vecchio che siamo abituati a vedere ha solo cento anni, è chiaro che tutti quelli di duecento ci faranno sgranare gli occhi e urlare “monumento!”. Molti potrebbero arrivare a cinquecento, o mille, o di più. Basterebbe dimenticarsene, ma di questo parleremo un’altra volta.

Non sono assolutamente contrario alla coltivazione dei nostri boschi. Fortunatamente abbiamo una lunga tradizione e fior fiore di esperti che coltivano e tagliano senza che ce ne accorgiamo, gestendo i tempi e i ritmi di crescita come fa un bravo batterista, del quale ti accorgi solo se sbaglia. Anch’io taglio alberi e mi ci riscaldo. Anch’io preferisco un mobile di legno di buona qualità a uno scadente o di plastica.

Basta non confondere dinamiche naturali e umane, perché in natura un bosco non è un insieme di alberi, è molto di più. Quanto maggiore è questo molto, maggiore è la diversità biologica.

Vogliamo permettere a questi boschi di essere più ricchi di specie? Dobbiamo ripartire da quelle vegetali, madri e padri di tutto quel che sopra alla catena alimentare c’è.

E’ semplice. Provate ad abbandonarli per quarant’anni e faranno ingresso le molte specie che ritenevamo inutili e tagliato: ciliegi selvatici, robinie, maggiociondoli, frassini, aceri, pioppi, sorbi, saliconi, noccioli e molti altri, senza contare tutti gli arbusti e le erbacee. E conseguentemente tutti gli animali vegetariani, e poi i carnivori. Una serie di mammiferi grandi e piccoli, anfibi, rettili, uccelli, insetti, funghi e via così. Ma a questo punto i boschi diventeranno selva oscura, regno di troll, linci, lupi e orsi, che mangeranno le pecore dei pastori e attraverseranno il nostro sentiero.

Vado a memoria: “Che beo, el pare un giardin”, commentavano due turisti osservando una piantagione di abete ad Asiago, in un romanzo di Mario Rigoni Stern.

E’ proprio così, non lamentiamoci troppo: noi cittadini da apericena la biodiversità la vogliamo altrove.

Vogliamo boschi-giardino: semplici e facilmente raggiungibili, magari con pista da sci, ponte tibetano e baita con solarium. Dove il lupo non arriva.

Lucio Montecchio

La magnolia di Antonio

Soprattutto negli ultimi tempi, in cui sembra che abbracciare alberi faccia star bene, alcuni amici mi chiedono se l’amore per gli alberi è ricambiato.

Ma come? Anche se lo potessero fare (e non lo so), pensiamo davvero che pochi mesi di innamoramento possano portare alla reciprocità del sentimento?

Da millenni, per necessità, siamo tagliatori d’alberi per farne travi, tavole, legna da ardere, liberare spazio per i pascoli e i campi da coltivare.

Li piantiamo nelle nostre città senza curarci delle loro esigenze. Tanto “poi basta potare”, come se i rami crescessero come i capelli (e troppo spesso chi pota lo fa come fosse un barbiere, e dei peggiori).

Settant’anni fa abbiamo anche inventato la motosega, e così le dimensioni non sono più un limite. Anzi! Amputare pochi rami grossi costa meno tempo che tagliare molti rami sottili (e il legno lo vendo).

Ma … è davvero importante sapere se quell’albero antico e imponente (avete mai visto abbracciare alberi giovani) ricambia il tuo amore?
Antonio, 12 anni, gioca e parla con la sua magnolia. Non pretende nulla, ma dice che lei gli sorride e a volte gli fa l’occhiolino lo stesso 😉

Lucio Montecchio

 

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La Magnolia di Antonio (A. Pizzoni Ardemani, 2016. Con il permesso di Elisa e Armando)