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Sciando a perdifiato

È un caro amico di Roma, ingegnere, di quelli che hanno abbondantemente pianificato la vita e che farebbero felice ogni suocera. La mia, di me diceva “può piacere”.

Ferragosto lo passa in Sardegna, nella villetta dei suoceri.

Per febbraio, invece, decide lui.

Settimana di sci sulle dolomiti, alla quale arriva con un’ansia da prestazione crescente, parzialmente smorzata dalle indispensabili sessioni di ginnastica pre-sciistica in una palestra vip dell’Eur.

Misura il piacere in chilometri sciati nelle poche ore disponibili, entità che convivono nella definizione di velocità. Quella cosa che non ti lascia il tempo di osservare cosa c’è attorno.

La moglie di solito lo aspetta al solarium sorseggiando succo di lulo coltivato in Perù, spremuto a freddo in Austria e certificato biologico in Italia.

Parcheggio. So già che farà la solita battutona, che aspettava questa settimana “d’ampezzo”.

Mi viene incontro a braccia spalancate commentando le strade che non sono ancora state pulite, la gente che non sa parcheggiare e i troppi turisti.

Beh dai … se fosse arrivato con caschetto viola e goprò sarebbe stato peggio.

Guarda, dalla finestra della camera sembra di essere dentro a una cartolina, e mi mostra foto che corrispondono esattamente a quanto ho davanti agli occhi.

Già che c’è, sfoggia un’app che ti dice il nome di tutte le montagne di fronte, anche di quelle che non si vedono.

Sai, Marina va a far palestra, massaggi e ne approfitta per leggere.

Io invece scarico lo stress di un anno sciando a perdifiato. A pranzo, panino col formaggio di malga e un bicchiere di rosso. Poi ancora giù fino alle quattro, in questi bei boschi incontaminati. E poi doccia, sprizcampàri e ristorante.

È felice come un bambino: non gli dirò quel che penso davvero.

Non gli dirò che quei boschi che evita come il guardrail dell’autostrada sono una scenografia come la facciata del castello di Disneyland.

Non gli dirò neppure che il formaggio del suo panino lo fanno laggiù, in pianura.

Lucio Montecchio

I boschi di papà

Mi piacciono gli alberi, sai?

Mi piace come sono sulle montagne, tutti diversi.

Michael Cimino, Il Cacciatore.

 

È una giornata bellissima da qui sopra, e le montagne sembra di poterle toccare.

L’Altopiano l’ho camminato tanto, in tutte le stagioni.

Sono nato in marzo e mio padre ha iniziato a portarmici da quel giugno e finché sono diventato grande.

Faccio questo mestiere grazie a lui che, uomo di pianura, la montagna la viveva da dentro.

Quei pascoli lì sotto li attraversavamo d’estate per andare a prendere il formaggio in malga, in autunno per andare a raccogliere le mazze di tamburo e d’inverno per sciare. Gli sci erano di legno e gli attacchi bloccavano senza via di scampo gli scarponi, di cuoio e alla caviglia, con una molla dietro e una leva davanti. O imparavi o ti rompevi.

Alla mia paura rispondeva con un sorriso: avevo cinque anni e ho imparato.

Non si parlava ancora di impatto ambientale, ma per uno skilift (che chiamavamo “il gancio”) erano sufficienti pochi pali, bassi e isolati. La moda dello sci è decollata anni dopo e, con lei, quella dei comprensori e delle piste “nere”. Sono le cicatrici che sto vedendo qui, più a nord, che mal nascondono vasche e tubi che servono a fare la neve finta, con buona pace del risparmio energetico. Tutto attorno ecco gli alberghi e le seconde case con accesso diretto alla pista, per quelli che “io amo la natura”.

Con agricoltori e malghesi ci parlava per ore. Trovava volgare dire contadini e malgari. Conosceva anche bracconieri e guardaboschi, che agli occhi di un ragazzino è una cosa fantastica, cose da Zanna Bianca. Nomi però non ne faceva, e non saprò più se quel suo amico che chiamava zaéti tutti quelli che, come noi, salivano dalla pianura, fosse più l’uno o più l’altro.

“Senti che profumo”, sussurrava infilando le mani nella terra e aprendo quel suo sorriso. Quando rubacchiava un alberello da portare a casa ne prendeva sempre due sacchetti, di quella terra. Diceva che gli alberi vanno sempre “piantati piccoli e con la loro terra, sennò deperiscono e poi prendono le malattie”. Ecologia forestale.

Era nato nel trentuno e, tra un bombardamento e l’altro, per la scuola c’era stato poco tempo, però sapeva osservare e praticava il buonsenso.

“Ruba con gli occhi”, mi ripeteva riparando il motore dell’ ottoecinquanta blù da guidare a tutti i costi verso Cima Dodici. Era già settembre e, assieme alla mitica gita in barca a remi al lago di Lavarone, il rituale delle stelle alpine andava senz’altro onorato. E così, attraversando quella piana ampia, ci spiegava che la torba è fatta di piante antichissime. Che da ragazzo scavava fino a trovarla, per seccarla e poi scaldarcisi d’inverno.

Già … Sapeva spiegare una cosa difficile con un aneddoto o una curiosità.

O senza parlare. E così, per farci capire che il sole è di tutti, sul quel prato vicino alla casa cantoniera rossa dove avevamo visto una vipera, stendeva una coperta e ci si coricava con indifferenza.

Di quel grosso faggio verso Lusiana, che c’è ancora, ci raccontava che era così vecchio da capire il cimbro, il francese, l’austriaco, e l’asiaghese.

Quei boschi sono ancora là sotto. Uguali uguali, continuano a parlare a chi sa ascoltarli.

Lui però direbbe che sono uguali e diversi.

Guardandomi negli occhi mi direbbe che quando l’albero vecchio cade, i giovani vicini devono prenderne il posto.

Mi piacerebbe averlo di fianco, oggi, vederlo guardare i suoi boschi dal finestrino di un aereo che non ha mai preso. E ascoltarlo.

Lucio Montecchio