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Metricubi

Molti dei boschi che mi hanno fatto innamorare di quello che sarebbe diventato il mio mestiere non ci sono più.

I telegiornali stanno misurando il danno in metri cubi o ettari, come fossero campi di frumento allettato dal vento. Come se chi è nato al settimo piano di un condominio in centro fosse tenuto a sapere quanto cuba un abete di 80 anni, o quanto è difficile coltivare un solo ettaro di bosco in montagna.
Cari giornalisti, provate a trasformare quegli alberi nell’ossigeno che 950.000 persone respirano in una vita, sarà più facile. O a misurare quei circa 7.500.000 di alberi lungo una strada, trasformandoli in 112.500 chilometri: quasi 200 volte la distanza fra Asiago e la capitale.

Aspetto con ansia la facile trasformazione da metri cubi a quintali. Anche perché di questo si tratterà: la sovrabbondante disponibilità farà crollare il prezzo e buona parte di quel legname, invece di vederlo marcire, sarà cippato e messo sul mercato nella sua forma più povera. Briciole di albero da trasformare in calore e anidride carbonica, nella speranza che altre piante riescano ad assorbirla.

Il danno vero, però, è un altro e ben maggiore, quello che i montanari non ammetteranno mai per quel pudore che gli è innato. Perché il bosco non si misura in alberi, o in violini che non usciranno più dalle foreste di Paneveggio.

I boschi sono identità culturale e sociale, orgogliosa appartenenza.

Chi abita l’Altopiano o il Cansiglio, le valli trentine o quelle friulane parla bosco, odora di bosco, E’ bosco. E allora immaginate una casa comune distrutta, grande quelle migliaia di ettari.

Credete davvero che fra 100 anni, quando avremo di nuovo abeti di 100 anni, sarà come la settimana scorsa?

La vedo difficile. A meno che non troviamo il coraggio per una rivoluzione culturale, magari prima che la neve ci stenda un bel lenzuolo bianco sopra.

Fra qualche giorno si terrà il decennale Congresso Nazionale di Selvicoltura e di questo evento si parlerà a lungo, spero. Ci sarà anche chi dirà “è solo colpa dei cambiamenti climatici”, chi dirà “io però l’avevo detto” o “se l’incarico per il piano di assestamento l’avessero dato a me”.

Ecco, mi piacerebbe che non fossero i soliti nomi a tenere le redini della discussione, mi piacerebbe che fossero le nuove generazioni di ricercatori e di tecnici.

Di bravi ce ne sono tanti: quelli che non sono ancora fedeli a certi dogmi culturali e ai molti aggettivi che si possono dare alla selvicoltura.

I nuovi boschi dovranno essere reinventati da loro, gestiti dai loro figli e goduti dai loro nipoti.

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Lucio Montecchio

Scusa, cos’è un bosco?

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Senza alcuna velleità statistica, l’ho chiesto a una ventina di persone di estrazione culturale diversa.

Per la maggioranza di loro il bosco è un contenitore di emozioni che sta lì da sempre, spontaneamente, silenzioso. Inviolato e inviolabile. Dev’essere perché ci hanno letto un sacco di favole ambientate nei boschi. Oppure perché ci andiamo di domenica, giorno di riposo dei boscaioli.

Alcuni amano il bosco e ritengono di aver voce in capitolo sulla buona gestione perché “i boschi sono pubblici e perciò anche miei”. I mappali catastali, nella maggior parte dei casi, la raccontano diversamente.

Ignoranti, certo, ma non c’è vera colpa.

Non ho mai visto un programma televisivo raccontare la coltivazione del bosco, l’assestamento, i diradamenti, gli abbattimenti, le piste, le teleferiche, le segherie e le falegnamerie.

Non ho mai sentito dire che, per soddisfare le necessità di chi compra un mobile in legno, si coltiva il capitale-bosco per raccoglierne gli interessi-legno maturati dopo un certo periodo.

La coltivazione del bosco è difficile. È come dover cambiare l’olio a un motore in corsa.

La selvicoltura non è motosega e metri cubi, quella è rapina.

La coltivazione del bosco è praticamente invisibile. E’ fatta di sensibilità ed esperienza. Del saper contestualizzare, prevedere e giocare d’anticipo, agevolando una fra le molte scelte che il bosco ha a disposizione.

Spesso è conservazione. A volte, e purtroppo, è immobilizzazione di dinamiche delle quali il bosco prima o poi si riapproprierà.

Una bella responsabilità di questa percezione confusa ce l’hanno alcune associazioni ambientaliste, pronte all’adozione a distanza del pippolino dagli occhi blù del centramerica ma del tutto assenti, in modo professionale e non emotivo, su questi temi.

Se è per questo, ne sono responsabili anche alcuni improvvisati docenti di materie forestali che evitano con molta cura di dire che il titolo che campeggia sulle locandine si riferisce a una breve carriera di Professore di geografia alle medie.

Tempo fa, a uno di questi esperti mi è capitato di chiedere cos’è il bosco. Così, tanto per provocare. Balbettii. Free jazz su uno standard mal eseguito: “Area basimetrica”, arricchito di inutili gesti che disegnavano in aria percorsi improbabili. Comprensibilissimo. Grazie.

Un bosco non è alberi. È sistema, disordine, entropia.

Una decina d’anni fa Franco, amico e collega purtroppo in pensione, scendendo dal Monte Bondone mi ha risposto che un bosco è quel che un suolo forestale sa dare. Nobel per l’ecologia, subito!

Stavo scrivendo queste righe ed è venuto a trovarmi Francesco, otto anni. Dice che “il bosco è la casa degli alberi”.

Casa, òikos.

Lucio Montecchio

Carlo il resiliente

Il posto nel quale si svolge questa storia è uno dei bar di uno dei tanti paesini della collina trevigiana.

Di quelli fra la chiesa e il negozio di alimentari, con davanti uno scooter parcheggiato malamente, le sedie di plastica bianca sotto alle finestre e le tendine ricamate, ingiallite dagli anni in cui dentro si poteva fumare.

Di quelli dove le marche di sigarette sono tre e i pochi pacchetti si alternano nella rastrelliera ai mazzi di carte, rigorosamente da briscola.

Mezzogiorno: sentore fine e persistente di soffritto. “Un bianco, grazie”.

Sul bancone gli immancabili Boeri rossi e, in ordine sparso, mezze uova con un cappero trafitto dallo stuzzicadenti, polpettine tristi e fettine di filoncino con sopra qualche improbabile salsa.

Se non fosse che nella vetrinetta manca la Luisona, potrebbe essere una versione di quel Bar Sport di Stefano Benni.

Mi piacciono questi baretti di collina: ci trovi sempre qualcuno che sta leggendo la pagina sportiva, col quale attaccar bottone con facilità lamentandosi del tempo o commentando le scelte del governo.

Carlo ha sui 70 anni, lo conosco da tempo. Faceva l’idraulico e i ragazzi del posto lo chiamano Tuby, ma questo burberone con lo sguardo da bambino curioso ci ride su.

Scarpe grosse e cervello fino, eloquio lubrificato dal secondo Grigioverde e da un’ampia disponibilità di bestemmie da usare con fantasia. Per rafforzare una frase, meravigliarsi di qualcosa o sottolineare le curve dell’Alessia.

Eh si … voi professoroni …. bravi!

Eccoli qua i danni che avete combinato convincendoci a togliere il bosco per farci fare i soldi in fretta.

Adesso abbiamo tutti la macchina grossa e il conto in banca, ma ai nostri boschi chi ghe pensa più? ‘Na volta i castagneti i se curava, se netàva, zarpìva, incalmàva e malatie no ghe n’era.

Abbiamo piantato vigneto fino al bordo della strada e in giardino abbiamo magnolie e palme stitiche.

In trent’anni abbiamo avvelenato e distrutto tutto, però mettiamo rose sotto i pali di testa e cassette-nido, pensando che basti a convincere api e uccelli a tornare.

E allora sai cosa ti dico?

Mi sto facendo un bosco mio, dietro casa, sul pezzo di terra che mi ha lasciato el me pòro papà. Ogni tanto vado su e raccolgo piantine di acero, sorbo, frassino, faggio, nocciolo, ciliegio e pioppo.

Pini no, non m’interessano: non sono nostrani.

Le metto là, sparse, quel che attecchisce bene. Quel che si secca non lo pianto più.

Orca, Carlo … ma allora sei un montanaro resiliente!

Residente? Ancamassa !

Io e la mia famiglia siamo sempre stati qui. Il posto più lontano che ho visitato è stato col militare: fanteria. Castiglione dei Pepoli, Tos-ca-na. Bestemmia esclamativa.

Umanità in via d’estinzione.

Offro io.

Lucio Montecchio

FaceBar

Oltre questa tastiera c’è il FaceBar, ma noi clienti assidui lo chiamiamo il “Bar delle Facce”, perché in vetrina ci sono le foto di tutti i clienti come dal barbiere in Penny Lane.

E’ sempre aperto e, nonostante l’andirivieni, di spazio se ne trova sempre.

Il “Bar delle Facce” fa compagnia, rilassa, ti fa sentire parte di un gruppo che la pensa allo stesso tuo modo. Cosa importa se quasi tutti usano uno pseudonimo? Il problema sorge solo con chi usa un simbolino, e non sai come chiedergli di passarti la caraffa.

A proposito, al Bar delle Facce è tutto gratis! Certo, le pareti sono tappezzate di slogan pubblicitari e il vino non è dei migliori, ma se non hai di meglio da fare è il posto che potrebbe fare anche per te.

Ovviamente, la domenica si sta zitti a guardare la partita e il lunedì ci si ritrova a commentare i risultati. C’è chi sa come si fa e non si fa, chi dice che l’arbitro è un gran cornuto e chi dice “abbiamo vinto”, come se in campo ci fossero stati lui e i suoi vicini di sedia.

Di solito a questo punto si formano due schieramenti disordinati, finché a una certa ora arriva Gregorio, cognome tipicamente veneto e vecchio allenatore della squadra locale, quella dei tempi andati. Dopo tutti quegli anni, tutti lo chiamano ancora rispettosamente coach. Lui sa, e finalmente spiega chi avrebbe dovuto scendere in campo. Altro che quell’allenatore arrivato fin lassù solo per conoscenze politiche!

Ecco, questo è il momento in cui tutto quel che è successo fino a quel momento non conta più. Semplicemente, tutti assieme si concorda sul fatto che il governo è ladro, che sono tutti dei raccomandati arricchiti coi soldi nostri, e che prima o poi bisognerà cambiare quest’andazzo.

Gregorio Rasputìn sorride, e da dentro la tasca alza il pollice.

Negli altri giorni cambia il soggetto, ma le dinamiche sono le stesse. Sostanzialmente la regola è questa: si confrontano due opinioni, ci si insulta un po’ e poi si da’ tutti ragione al Gregorio di turno alzando il pollice e urlando “Like!”. Nel mentre, capita che uno salga sulla sedia e faccia gli auguri di buoncompleanno a qualcun altro chiedendo scusa del ritardo, ma di solito nessuno se ne accorge.

Il martedì si parla di barbieri e parrucchiere, il mercoledì di supermercati e fruttivendoli, il giovedì di poteri forti e di sindacati che dovrebbero difendere chi si sente trombato da chiunque nonostante i suoi lunghissimi anni di militanza nel sociale.

Il venerdì i “l’ha detto la tv” si confrontano con gli esperti, che hanno deciso di chiamarsi così perché gli mancavano solo due esami, ma si sarebbero laureati. 

Il sabato si parla di alberi buoni e alberi brutti. Ci vado spesso, mi piace ascoltare, passo la caraffa al più collerico perché mi diverte. Alla fine do ragione a tutti. Tanto … il vino non si paga, ci si diverte, fuori fa troppo freddo ma soprattutto, diciamoci la verità, informazione e formazione si fanno qui. O no? Vorrei tanto citare “con un click ci si informa e ci si aggiorna”, ma pensereste a un frutto della mia fantasia: me la tengo per un’altra volta.

A chi dal telefonino mi mostra la foto dell’albero mezzo secco chiedendomi cosa deve fare, senza neppure mettere gli occhiali rispondo che indubbiamente è un problema di assorbimento idrico e, nella confusione generale, cerco consenso, salgo sulla prima sedia e alzando la voce tuono: “Non lo vedi che non piove da mesi, governo ladro?” Cinque lunghi secondi di silenzio. Al ventesimo pollice all’insù aggiungo un nome in latino che non saprei scrivere, una sigla in inglese e, scuotendo la testa, decreto: è spacciato.

Esplosione di “Like!” : il tizio torna a casa felice a tagliare l’albero.

Perché l’ha detto l’esperto al Bar delle Facce, dove dall’alto di una vecchia sedia puoi dire quel che vuoi, basta che sia credibile. E gratis.

Lucio Montecchio

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Like ! (da http://www.freeiconspng.com)

Un albero è un luogo

Quando dico che un albero non è una specie ma un ambiente che ospita centinaia di specie, i miei studenti mi contrappongono il solito dogma della botanica sistematica: “eh no … se quello è un faggio, è una sola specie, Fagus sylvatica“.

Quello che intendo dire è che i nostri occhi vedono un guscio di corteccia con sopra delle foglie al quale è stato dato un nome, spesso in base alla forma del fiore, ma che lì dentro c’è un sistema implicitamente e necessariamente dinamico quanto una foresta o un oceano.

Ogni singolo albero è il risultato di interminabili conflitti, tregue e collaborazioni fra migliaia di batteri, virus, funghi e insetti che si danno da fare per farne parte. Ad esempio c’è chi è bravo a catturare acqua e nutrienti dal suolo e portarli al sistema linfatico, chi alza le difese dell’albero producendo tossine.

La vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi. “Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”, J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

Nelle fasi di tregua o di pace, questi condòmini hanno un obiettivo condiviso: mantenere il sistema complessivamente vigoroso e produttivo di ciò che solo la componente vegetale sa fare: zucchero nelle sue varianti glucosio, amido e cellulose varie; energia pura da prendere quando serve.

Meglio vive l’albero, meglio vivono tutti.

Come in ogni comunità, però, c’è anche chi vivacchia nascosto dando in cambio nulla all’albero, ma molto alla comunità d’alberi. Se ci danno fastidio li chiamiamo “parassiti”. Sono pronti a uscire allo scoperto nelle fasi di minor efficienza del sistema. Ad esempio, quando l’albero subisce danni naturali o artificiali (trapianto, potatura, … ) che non poteva prevedere.

Finchè le diverse popolazioni di conviventi si metteranno d’accordo sul da farsi, i parassiti si moltiplicheranno e mangeranno legno, foglie o frutti.

Questo è il momento in cui, guardando all’effetto e non alla causa, crediamo di risolvere il problema bombardando l’intero albero di antiparassitari.

Lucio Montecchio

Cittadini da apericena

Quando i primi ominidi arrancavano piegati vivendo di frutti e di animali così lenti da essere catturati e mangiati crudi, i boschi erano già lì da millenni. Più o meno fatti come una attuale foresta vergine.

Dagli alberi abbiamo imparato il fuoco, ottocentomila anni fa, e subito dopo il caldo e la bistecca: valeva la pena fermarsi. E così, un po’ alla volta siamo passati da predatori nomadi ad allevatori e agricoltori stanziali.

La quasi totalità dei nostri boschi sono addomesticati da allora. Semplificati così tanto da far crescere solo le specie che ci sono utili eliminando tutte le altre. Come si fa con le erbe che in un campo di soia si berrebbero acqua e nutrienti in cambio di nulla, ma qui invece del diserbante si usa la motosega.

Anche senza particolari abilità, questi boschi li riconosciamo dalla presenza delle sole specie richieste dal mercato e utili alla nostra quotidianità. Sono fatti di giovani alberi grossomodo delle stesse dimensioni, spesso piantati in file come in un campo di mais per essere tagliati facilmente e avere lotti omogenei al raggiungimento di una dimensione commerciabile. Niente di strano: con la stessa logica mangiamo migliaia di cuccioli di pecora, manzo e gallina. Aspettare oltre terrebbe immobilizzato un capitale e non giustificherebbe il costo di mantenimento.

È altrettanto normale, perciò, che l’età degli alberi più vecchi di molti dei nostri boschi sia attorno ai 100-120 anni. Sono cuccioli da tagliare appena il mercato li richiede e prima che con l’età aumenti la suscettibilità a malattie che fanno marcire il legno.

Ma se l’albero più grosso e vecchio che siamo abituati a vedere ha solo cento anni, è chiaro che tutti quelli di duecento ci faranno sgranare gli occhi e urlare “monumento!”. Molti potrebbero arrivare a cinquecento, o mille, o di più. Basterebbe dimenticarsene, ma di questo parleremo un’altra volta.

Non sono assolutamente contrario alla coltivazione dei nostri boschi. Fortunatamente abbiamo una lunga tradizione e fior fiore di esperti che coltivano e tagliano senza che ce ne accorgiamo, gestendo i tempi e i ritmi di crescita come fa un bravo batterista, del quale ti accorgi solo se sbaglia. Anch’io taglio alberi e mi ci riscaldo. Anch’io preferisco un mobile di legno di buona qualità a uno scadente o di plastica.

Basta non confondere dinamiche naturali e umane, perché in natura un bosco non è un insieme di alberi, è molto di più. Quanto maggiore è questo molto, maggiore è la diversità biologica.

Vogliamo permettere a questi boschi di essere più ricchi di specie? Dobbiamo ripartire da quelle vegetali, madri e padri di tutto quel che sopra alla catena alimentare c’è.

E’ semplice. Provate ad abbandonarli per quarant’anni e faranno ingresso le molte specie che ritenevamo inutili e tagliato: ciliegi selvatici, robinie, maggiociondoli, frassini, aceri, pioppi, sorbi, saliconi, noccioli e molti altri, senza contare tutti gli arbusti e le erbacee. E conseguentemente tutti gli animali vegetariani, e poi i carnivori. Una serie di mammiferi grandi e piccoli, anfibi, rettili, uccelli, insetti, funghi e via così. Ma a questo punto i boschi diventeranno selva oscura, regno di troll, linci, lupi e orsi, che mangeranno le pecore dei pastori e attraverseranno il nostro sentiero.

Vado a memoria: “Che beo, el pare un giardin”, commentavano due turisti osservando una piantagione di abete ad Asiago, in un romanzo di Mario Rigoni Stern.

E’ proprio così, non lamentiamoci troppo: noi cittadini da apericena la biodiversità la vogliamo altrove.

Vogliamo boschi-giardino: semplici e facilmente raggiungibili, magari con pista da sci, ponte tibetano e baita con solarium. Dove il lupo non arriva.

Lucio Montecchio