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Barney

barney

 

Il platano che i londinesi chiamano Barney è ancora lì, lungo il Tamigi. Per riuscire a trovarlo c’è voluta una mattina di pazienza, che se fosse stato per me mi sarei arreso dopo due ore e avrei raggiunto la famiglia di Carlo al pub.

Oltre a essere enorme è sanissimo.

Vecchio non sembra proprio. Sarà perché è senz’altro nel posto giusto e perché nessuno taglia né lui, né il boschetto, né il rovo denso nel quale è immerso.

Inghilterra, 1652. Nella collezione botanica del giardino di Oxford il platano mediterraneo e quello nordamericano crescono a stento: il primo è freddoloso e l’altro non sopporta l’umidità.

In una delle lunghissime sere invernali passate davanti al caminetto, un gruppo di giardinieri decide di provare a incrociarli artificialmente, in modo da tirarne fuori un ibrido più adattabile al clima britannico.

Dev’essere stato un lavoro estenuante, fatto di occhialini e pennellino. Forse per vent’anni produssero piante peggiori oppure non molto diverse dei genitori, ma nel 1670 uno dei molti alberi soddisfò finalmente le aspettative.

Era bello, robusto, imponente, vigoroso e cresceva rapidamente.

Giustamente orgogliosi, lo chiamarono “Platanus inter orientalem et occidentalem media”. All’epoca si usava così: Linneo doveva ancora nascere.

Tagliando e facendo radicare nel modo e nel momento opportuni i rami della nuova specie, i botanici riuscirono a produrre centinaia di cloni. Non figli, ma copie perfettamente identiche da omaggiare a nobili e vescovi, che li piantarono in bella vista nei loro parchi. Grazie a questa abile strategia di marketing, nella regione di Londra ne furono piantati migliaia in pochi decenni, soprattutto lungo le nuove strade.

Qualche tempo dopo iniziò la rivoluzione industriale. Le fonderie a carbone liberavano così tanti fumi da rendere l’aria irrespirabile, colorando il cielo di una tonalità di grigio scuro, subito chiamata Fumo di Londra.

La polvere si depositava ovunque. La gente tossiva, le malattie respiratorie aumentavano e gli alberi si seccavano. Tutti, fuorché i platani.

Le foglie di Barney e dei suoi cloni catturavano la polvere senza deperire e, complessivamente, le chiome che si compenetravano lungo i viali filtravano l’aria rendendola un po’ più accettabile.

Nel 1880 un giornalista locale scrisse “Nelle molte vie e giardini di Londra è decisamente sorprendente vedere quanto sano, pulito e rigoglioso sia il platano. Sebbene sia circondato da miriadi di ciminiere, le sue foglie grandi e sane sembrano quelle di un albero che viva lontano dal fumo e dall’atmosfera cittadina”.

Anche grazie a questo indiscutibile vantaggio sanitario, in pochi decenni il platano ibrido, invenzione umana, fu diffuso lungo tutte le nuove strade europee creando quei corridoi verdi che tutt’ora vediamo percorrendo molte strade.

Corridoi ecologici che permettono a una ricca fauna di vivere a quindici metri d’altezza e di spostarsi con facilità per chilometri.

Corridoi sanitari fatti di rami e di foglie che rinfrescano, filtrano e ossigenano.

E noi siamo ancora qui. A discutere di potatura invece che di alberi e di posti giusti.

Lucio Montecchio

Onyricon

parquad

 

Della Parliament Oak raccolgo materiale da mesi, provando a immaginarne l’evoluzione nel tempo dalle foto, disegnandoci sopra.

Maggio: il compleanno di Monica e il concerto acustico dei Simple Minds giustificano ampiamente il viaggio.

Quasi nascosta all’incrocio fra la statale e una delle strade laterali che attraversano i campi, se non la stai cercando non te ne accorgi. Non dà fastidio a nessuno e nessuno dà fastidio a lei. Libera di decidere il suo destino.

Praticamente è un sistema radicale che da più di mille anni continua a sostituire il fusto più pesante e meno efficiente con altri più giovani e vigorosi, tutto attorno.

Fra i due fusti grossi e cariati sulla destra e quello giovane a sinistra c’è uno spazio ampio e circolare.

Lì dentro si sono avvicendati tutti quelli precedenti, secondo logiche che possiamo solo ipotizzare. Forse secondo scelte di convenienza e di sopravvivenza che le radici hanno avuto il tempo di sbagliare e di perfezionare.

A terra ci sono un po’ di ghiande: a saperle leggere, lì dentro ci sono molte risposte.

La farnia è sana, almeno quanto quelle che hanno mille anni di meno e che da noi sono “monumento”, certificato da una targa luccicante.

Monumento a che cosa, però, non si sa. Forse “all’oblio”. Al fatto che quelle poche, fortunatamente, ci siamo dimenticati di tagliarle.

Fotografo un po’ di dettagli e mi allontano di una ventina di metri per inquadrarla tutta.

Apro il diaframma per mettere a fuoco solo il ramo che viene verso di me. Faccio per ripetere, ma mi fermo: dal centro sfocato compare una signora coi capelli rossi sciolti sulle spalle.

Lei appoggia una mano sul fusto più giovane e mi sorride di trequarti. È in posa. Sicura di sé, spontaneamente elegante.

Chiudo il diaframma e scatto. E scatto ancora. Me l’immagino già in bianco e nero.

Finalmente alzo gli occhi dal mirino e saluto con un cenno della mano.

È bellissima … quanti anni avrà?

A una signora non si chiede, sussurra con la voce di Norah Jones.

Aggiro il rovo, tolgo il berretto e mi presento. Profumo di bosco.

Gli amici mi chiamano Pam, da quando Re Giovanni ha organizzato un Parlamento qui sotto.

Avresti dovuto esserci!

Quando è arrivato il messaggero, il Re stava cacciando sulla collina là in fondo. Pensa, senza distogliere lo sguardo dal cervo apprese della rivolta in Galles e convocò i suoi sette consiglieri per il giorno dopo.

“Dove, Maestà?” Chiese il messaggero già in sella a un cavallo fresco. “Sotto la quercia del bivio, stronzo!”, rispose stizzito. Scoccò la freccia e sbagliò di dieci metri, ma i suoi compagni di caccia urlarono “Quasi!” e applaudirono a lungo.

Nel pomeriggio del giorno dopo, finché Giovanni cavalcava verso Edimburgo, i suoi soldati sgozzavano un po’ di poveracci affamati, poco lontano da qui.

E’ turbata.

Potrei raccontartene altri, di aneddoti.

Così come potrebbero farlo le molte querce qui vicino. Ognuna ha un nome e una storia.

Se domani passi dalla Major portale i miei saluti. Se non sarà troppo indaffarata con tutti quei turisti, ti dirà che è la più famosa e la più antica, ma non fidarti: si regge su una decina di stampelle ed è nata da una ghianda mia.

Faccio per raccogliere l’aria e invitarla per un aperitivo senza balbettare, ma arrivano due ciclisti frettolosi col caschetto arancione che chiedono strada a suon di campanello. Campanello, campanello, campanello, camp …

 

Mi sveglio sudato, immerso in un piumone caldissimo.

Ah, si. È il lodge di ieri sera, quello con un’infinita rastrelliera di birre e whisky al piano terra, quello col barman con la faccia di Bilbo Baggins.

Doccia. Un po’ meglio, scendo.

Simulo lucidità: full breakfast, please.

Bilbo mi guarda divertito, con l’indice solleva dalla fronte la tuba fucsia, mi mostra la copertina di un vinile che conosco a memoria e spara “Superstition”.

Dal tovagliolo rotola una ghianda.

Lucio Montecchio

Solo un vecchio pioppo

“È solo un vecchio pioppo” ha risposto il nuovo proprietario di quella corte di campagna, posando a terra la motosega e spegnendo il trattore. Lui ha sui 50 anni, il pioppo sui 150. Qualche ingiuria del tempo la portano entrambi.

Ho pensato che magari fosse perché ha le radici marce e c’è il rischio che possa cadere sulla strada e allora, sperando in un si, gli ho chiesto “ma piopparelli o chiodini ne trovi lì sotto?”. “Macché …duro come il ferro”, ha replicato deluso.

In campagna, almeno quella dove vivo io, l’utilità sta sopra a ogni aspetto romantico. Cosa te ne fai di un pioppo vecchio e rotto se non l’hai visto crescere?

Peccato. Quand’ero bambino sapevamo che, arrivati a quel pioppo, si girava a sinistra giù dall’argine e c’era un buon posto per giocare. Era il riferimento topografico dei nostri appuntamenti pomeridiani, tutti in fila e rigorosamente sulla bicicross.

Come lo sono stati per secoli molti degli alberi vecchi che ho la fortuna di frequentare.

“Sulla sinistra di quei sette cipressi là in alto c’è il Piave”, sapevano i nostri soldati che scappavano da Caporetto. Erano più visibili di ogni campanile e ben disegnati sulle carte militari: grazie a loro ci si orientava da lontano. Grazie agli attuali proprietari lo si può fare ancora.

È anche per questo che molti degli alberi più vecchi delle nostre campagne, piatte perché strappate al mare, sono resistiti nei secoli. Erano segnali stradali o picchetti di confine. In ogni caso, belli o brutti, dritti o storti, sono lì proprio per essere osservati.

Sono alberi che fanno parte della memoria di qualcuno, monumentum, ricordo. Come quel pioppo, tutti loro rammentano qualcosa che vale la pena ricordare.

Età e dimensioni contano poco, non è una gara, ma se anche queste aiutano a proteggere almeno i più vecchi e grossi, ben vengano sia la legge nazionale che li censisce e tutela sia le, troppo poche, iniziative locali di aiuto concreto ai proprietari di un bene senz’altro comune.

Lucio Montecchio

Forma e sostanza

radici

Nel lungo percorso evolutivo da alghe a muschi a felci ad alberi, quest’ultimo forse è stato il passaggio più impegnativo.

Le prime felci, infatti, come i muschi non avevano ancora un vero sistema vascolare e di sostegno. La crescita era perciò sostanzialmente orizzontale.  Però avevano già imparato ad abbozzare delle radici e a subire volentieri la coltivazione da parte di batteri e funghi simbionti, grazie ai quali potevano finalmente spostarsi anche lontano dall’acqua, allontanandosi così dalla competizione per lo spazio e i nutrienti delle altre specie.

La convivenza però imponeva una produzione di energia crescente, che le piccole foglie non potevano soddisfare. Non restava che giocare sulla quantità, allungando il fusto verso l’alto e ricoprendolo di foglie ben separate in modo tale che ognuna potesse massimizzare la fotosintesi.

A questo ci poteva pensare quella gemma apicale in costante sviluppo, ma la parete delle cellule, fatta di fibre di cellulosa, era troppo elastica: dopo qualche centimetro il fusto si afflosciava a terra.

Errore su errore, le felci inventarono la lignina che, mescolata alla cellulosa, come una resina irrigidiva la struttura complessiva. Alla stregua di un cemento armato moderno, ora le pareti del sistema vascolare erano elastiche ai movimenti di trazione e torsione del vento, ma anche resistenti al peso e alla compressione della massa sovrastante. La miglior proporzione fra le due componenti sarebbe stata affinata nel tempo.

Mantenendo rigido e stabile il diametro dei vasi linfatici, le felci potevano allungarsi molto più in alto e gestire la pressione della linfa aprendo e chiudendo gli stomi.

L’acqua finalmente risaliva dalle radici portando alle foglie ormai lontane i sali minerali, per poi scendere distribuendo energia a tutto il corpo e riprendere il ciclo verso l’alto.

Chiaramente le felci meno capaci perdevano l’equilibrio e cadevano a terra, diventando cibo per batteri, funghi e insetti e poi humus. Anche il suolo stava evolvendo, e in breve iniziarono ad apparire veri e propri boschi di felci.

Quel diametro sempre uguale a quello del primo giorno, però, non permetteva di reggere troppo peso: oltre il paio di metri il fusto enesorabilmente si rompeva.

La geniale soluzione fu la conicità di fusto e radici. A partire dalla base, il diametro diminuiva sia con l’altezza sia con la profondità, mantenendo così il miglior rapporto elasticità/rigidità rispetto al vento e alla coesione del suolo.

Erano nati i primi alberi e, grossomodo, assomigliavano agli attuali abeti.

Questa assoluta novità fu realizzata avvolgendo il fusto ogni anno, tutti gli anni, di una guaina fatta di un nuovo circuito linfatico che gradualmente faceva perdere di efficienza il vecchio il quale, riempito dei prodotti di scarto della pianta, assumeva sempre più il ruolo di sostegno fisico.

La guaina, poi, era in grado di produrre gemme identiche a quella apicale anche lungo il fusto e le radici, permettendo finalmente di produrre rami laterali, ciascuno con la propria chioma di foglie, e radici da radici, ciascuna con la propria chioma di apici assorbenti.  “Nodi su nodi ammonticchiando ….”

In questo modo, le gemme originavano un ramo se esposte all’aria oppure una radice se sottoterra. Nel tempo gli alberi impararono anche a produrre gemme di scorta sotto la corteccia, da attivare nel caso qualche ramo lì vicino si rompesse.

Da allora e quotidianamente gli alberi imparano dal suolo, dal vento e da loro stessi come migliorare la propria stabilità e fin dove svilupparsi.

Da giovani si allungano verso l’alto e si espandono verso l’esterno. Con l’età, il peso e gli acciacchi a volte cercano nuovi equilibri, lasciando seccare e cadere qualche ramo per rifarlo dove è più conveniente.

E’ nella loro natura, e non c’è potatura che possa convincerli del contrario. Perchè sono Esperti.

Lucio Montecchio

Ferite e mastici: fra oscurantismo e buonsenso

A cadenza più o meno regolare ricorre, come in questi giorni, la diatriba fra chi è favorevole e chi è contrario al trattamento delle ferite con un mastice, inteso come un prodotto fluido protettivo da applicare a pennello o a spatola.

Trattandosi di argomento tipicamente sanitario e avendone usati tanti, tra successi e insuccessi, porto la mia opinione.

I mastici non sono prodotti cosmetici e non si applicano per mascherare la ferita o per far contento il committente. A volte sono molto utili, ma bisogna saperli scegliere e applicare.

Senz’altro è importante garantire alla pianta che abbiamo danneggiato il modo di cicatrizzare nel tempo più breve possibile. Riducendo sia l’esposizione all’aria e il conseguente disseccamento del “cambio” (il delicato tessuto che dovrà produrre la corteccia nuova), sia la possibilità che vari parassiti del legno vi si possano insediare, con danni conseguenti ben noti.

Potrebbe essere sufficiente produrre ferite piccole e nel periodo più adeguato alla rapida e completa cicatrizzazione entro la stessa stagione vegetativa, ma purtroppo le quotidiane pratiche di potatura spesso stridono con i tempi e le esigenze dell’albero.

Nel caso di ferite importanti, accidentali oppure deplorevolmente prodotte da motoseghisti che ben poco sanno di fisiologia e patologia, fra le scelte possibili ci sono anche i mastici, tutti uguali solo agli occhi di chi ne ha poca esperienza, spesso indiretta.

Le decine di mastici possibili, commerciali o artigianali, hanno in comune solo il fatto di essere sufficientemente fluidi (anche molto) da essere facilmente applicati su legno uniformemente decorticato, sano, pulito e non umido. La composizione varia, e molto.

Se in tarda estate pensiamo che i tempi di cicatrizzazione a disposizione della pianta siano scarsi, sarà utile proteggere con un mastice inerte (es. una cera) il cambio dal disseccamento. Non necessariamente tutta l’area esposta. Chiaramente i solventi che mantengono fluido il prodotto non dovranno essere fitotossici.

Se invece temiamo che la ferita possa ragionevolmente essere esposta all’infezione di parassiti pericolosi prima della sua chiusura, è opportuno un mastice antiparassitario. Però serve il fungicida giusto alla dose giusta, efficace contro quel particolare parassita o gruppo di parassiti e, chiaramente, atossico per quella specie e in quelle condizioni.

Come per qualsiasi altro trattamento sanitario, meriti e demeriti vanno a chi lo sceglie e lo applica, non al prodotto.

Vent’anni fa ho seccato una quarantina di innesti su castagno, convinto che quel mastice fungicida eccellente su melo, non fosse tossico su altre specie.

Ricordo di un’azienda che doveva asportare i rami malati in un filare stradale e pennellare le ferite residue sane. Durante la potatura, però, parte della segatura infetta finiva inevitabilmente nel vaso lasciato aperto e, poco dopo, incollata sulla ferita sana successiva.

Ricordo un giovane giardiniere che su un pero maestoso applicava una resina su ferite visibilmente infette, sigillando così il parassita dentro l’albero. Oggi è un fervente devoto alla religione antimasticista.

Ho visto centinaia di platani, tigli e ippocastani pesantemente feriti e non trattati per scelta dogmatica. Molti, dopo una decina d’anni, risultano abbondantemente cariati da parassiti che attraverso quelle ferite sono entrati e, forse, contribuiranno a far cadere l’albero prima di quanto lui volesse.

Però ho ben presenti alberi grandi, brutalmente scortecciati dentro a un cantiere edile, le cui ferite vengono tuttora trattate con frequenza regolare. Come la medicazione che si fa dopo un’operazione chirurgica. Dopo 7 anni gli alberi sono ancora là, vigorosi, con una corteccia secondaria che nel frattempo è cresciuta di 8 centimetri tutto attorno e nessuna infezione apparente.

Essere contro l’uso di qualsiasi mastice è come essere contro l’uso di qualsiasi sciroppo, che sia di menta o contro il mal di gola.

Funghi albericoltori

La scelta di passare da nomadi raccoglitori di piante a coltivatori stanziali è stato un momento fondamentale, soprattutto da un punto di vista sociale. Succedeva grossomodo diecimila anni fa. Da quel momento, in prossimità di un corso d’acqua e di terreni sufficientemente fertili ci siamo fermati e abbiamo costruito i primi insediamenti e una rete di relazioni coi vicini basata sullo scambio di quel che veniva prodotto in eccesso.

Nel benessere crescente, la popolazione aumentava e così abbiamo imparato a selezionare varietà più produttive, a irrigarle, nutrirle e difenderle dai parassiti. A coltivare piante poliennali, dalle quali raccogliere frutti ad ogni stagione. Gli interessi e non il capitale.

Alcuni agricoltori più lungimiranti di altri hanno poi scelto di ottimizzare gli sforzi mettendo a disposizione le proprie abilità. Chi sapeva come scavare un canale in modo adeguato lo faceva anche dal vicino, che in cambio aiutava nella vendemmia. Nel passaggio da rivalità a collaborazione sono nati i primi consorzi di agricoltori. Tutti ne avevano beneficio.

A fare la stessa cosa, tre milioni di anni prima, furono alcuni batteri e funghi microscopici, che da nomadi parassiti di piante divennero agricoltori a tutti gli effetti. Insediati sugli apici assorbenti delle radici, erano capaci di allungare nel suolo un reticolo di sottilissimi tubi (il micelio) coi quali raggiungere e trasportare alla pianta acqua e nutrienti. Per allontanare i parassiti, poi, producevano efficaci composti tossici da rilasciare tutto attorno alle radici della loro pianta. Chi era abile nel raggiungere l’acqua lasciava il compito di assorbire azoto o produrre antiparassitari a un altro.

Un consorzio, grazie al quale tutti raccoglievano e condividevano il surplus di carboidrati che la pianta produceva. Gli interessi e non il capitale.

E’ questa la vera differenza fra parassiti di piante, nomadi che saccheggiano quel che trovano (perché del domani non v’è certezza) e simbionti stanziali, che le piante preferiscono coltivarle.

In un singolo albero ce ne sono decine di specie diverse, ognuna specializzata nel fare qualcosa che la rende diversa e utile agli altri.

Della loro presenza si accorse per primo il Prof. Giuseppe Gibelli, osservandoli su radichette di castagno. Di questo studio ci restano argomentazioni modernissime e disegni meravigliosi, pubblicati nel 1883 (“Nuovi studi sulla malattia del castagno detta dell’inchiostro”).

Sono i simbionti micorrizici.

Agevolarne la presenza significa preservare salute e benessere dei nostri alberi.

Lucio Montecchio

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G. Gibelli, 1883. “Nuovi studi sulla malattia del castagno detta dell’inchiostro”. LM

FaceBar

Oltre questa tastiera c’è il FaceBar, ma noi clienti assidui lo chiamiamo il “Bar delle Facce”, perché in vetrina ci sono le foto di tutti i clienti come dal barbiere in Penny Lane.

E’ sempre aperto e, nonostante l’andirivieni, di spazio se ne trova sempre.

Il “Bar delle Facce” fa compagnia, rilassa, ti fa sentire parte di un gruppo che la pensa allo stesso tuo modo. Cosa importa se quasi tutti usano uno pseudonimo? Il problema sorge solo con chi usa un simbolino, e non sai come chiedergli di passarti la caraffa.

A proposito, al Bar delle Facce è tutto gratis! Certo, le pareti sono tappezzate di slogan pubblicitari e il vino non è dei migliori, ma se non hai di meglio da fare è il posto che potrebbe fare anche per te.

Ovviamente, la domenica si sta zitti a guardare la partita e il lunedì ci si ritrova a commentare i risultati. C’è chi sa come si fa e non si fa, chi dice che l’arbitro è un gran cornuto e chi dice “abbiamo vinto”, come se in campo ci fossero stati lui e i suoi vicini di sedia.

Di solito a questo punto si formano due schieramenti disordinati, finché a una certa ora arriva Gregorio, cognome tipicamente veneto e vecchio allenatore della squadra locale, quella dei tempi andati. Dopo tutti quegli anni, tutti lo chiamano ancora rispettosamente coach. Lui sa, e finalmente spiega chi avrebbe dovuto scendere in campo. Altro che quell’allenatore arrivato fin lassù solo per conoscenze politiche!

Ecco, questo è il momento in cui tutto quel che è successo fino a quel momento non conta più. Semplicemente, tutti assieme si concorda sul fatto che il governo è ladro, che sono tutti dei raccomandati arricchiti coi soldi nostri, e che prima o poi bisognerà cambiare quest’andazzo.

Gregorio Rasputìn sorride, e da dentro la tasca alza il pollice.

Negli altri giorni cambia il soggetto, ma le dinamiche sono le stesse. Sostanzialmente la regola è questa: si confrontano due opinioni, ci si insulta un po’ e poi si da’ tutti ragione al Gregorio di turno alzando il pollice e urlando “Like!”. Nel mentre, capita che uno salga sulla sedia e faccia gli auguri di buoncompleanno a qualcun altro chiedendo scusa del ritardo, ma di solito nessuno se ne accorge.

Il martedì si parla di barbieri e parrucchiere, il mercoledì di supermercati e fruttivendoli, il giovedì di poteri forti e di sindacati che dovrebbero difendere chi si sente trombato da chiunque nonostante i suoi lunghissimi anni di militanza nel sociale.

Il venerdì i “l’ha detto la tv” si confrontano con gli esperti, che hanno deciso di chiamarsi così perché gli mancavano solo due esami, ma si sarebbero laureati. 

Il sabato si parla di alberi buoni e alberi brutti. Ci vado spesso, mi piace ascoltare, passo la caraffa al più collerico perché mi diverte. Alla fine do ragione a tutti. Tanto … il vino non si paga, ci si diverte, fuori fa troppo freddo ma soprattutto, diciamoci la verità, informazione e formazione si fanno qui. O no? Vorrei tanto citare “con un click ci si informa e ci si aggiorna”, ma pensereste a un frutto della mia fantasia: me la tengo per un’altra volta.

A chi dal telefonino mi mostra la foto dell’albero mezzo secco chiedendomi cosa deve fare, senza neppure mettere gli occhiali rispondo che indubbiamente è un problema di assorbimento idrico e, nella confusione generale, cerco consenso, salgo sulla prima sedia e alzando la voce tuono: “Non lo vedi che non piove da mesi, governo ladro?” Cinque lunghi secondi di silenzio. Al ventesimo pollice all’insù aggiungo un nome in latino che non saprei scrivere, una sigla in inglese e, scuotendo la testa, decreto: è spacciato.

Esplosione di “Like!” : il tizio torna a casa felice a tagliare l’albero.

Perché l’ha detto l’esperto al Bar delle Facce, dove dall’alto di una vecchia sedia puoi dire quel che vuoi, basta che sia credibile. E gratis.

Lucio Montecchio

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Like ! (da http://www.freeiconspng.com)

Parassiti !

In un post precedente ho parlato del ruolo fondamentale di tutte le componenti di un sistema naturale, dove i parassiti più aggressivi fanno deperire e a volte morire gli alberi meno adeguati lasciando ai più vigorosi, capaci di produrre difese efficaci, tempo e spazio per riprodursi e diffondersi. Alberi e parassiti di alberi, tra alti e bassi, nel lungo periodo restano in equilibrio.

Quando però lo stesso parassita non arriva su un albero fra i tanti, ma in una piantagione di alberi geneticamente molto simili (prodotti da semi prelevati da una bella pianta-madre) o identici (cloni ottenuti facendo radicare rami della stessa pianta), può fare tabula rasa. Solo perché quegli alberi per noi hanno un valore economico, e come se non bastassero i sinonimi tutti negativi di parassita che ho trovato nel mio dizionario, i media certamente parleranno di “killer”. Qualcuno chiederà lo stato di calamità naturale e altri finanzieranno studi e interventi di contenimento di vario tipo cercando di ridurre la perdita di produzione, ben sapendo dall’esperienza che troppo spesso il costo non vale il risultato.

In Inghilterra qualche anno fa è “arrivato” (probabilmente importato con un lotto di piantine infette) un fungo parassita del frassino già noto da anni in mezza Europa. Si chiama Hymenoscyphus fraxineus. Si è diffuso in tutto il Regno Unito molto rapidamente e le definizioni “invasore” e “killer” sono state immediate. Si è scatenato un allarme generale ancora in atto, perché oltre all’indiscutibile valore paesaggistico dell’albero, la richiesta di legno di frassino è altissima e il reddito che ne deriva anche. Esempi simili in Italia ne abbiamo molti di più, ma ne parleremo più avanti.

Immaginiamo ora che il frassino non abbia alcun valore economico. Probabilmente lo stesso parassita verrebbe elencato fra le new entry della biodiversità locale, utile all’ecosistema, magari proteggendolo per legge perché ancora rarissimo e localizzato. Un po’ come la “nuova” specie di biscia d’acqua, Natrix helvetica, notoriamente presente dall’Italia alla Germania, ma osservata solo pochi giorni fa in Inghilterra. Killer di rane e topini, ma nessun danno al portafoglio. La notizia ha rubato il posto ad altre forse più importanti sul Telegraph, alla BBC e su social vari e, giustamente, la specie è già nell’elenco di quelle protette.

Ora immaginiamo invece che il frassino sia una specie indesiderata, colpevole di sottrarre spazio e nutrienti ad altre più redditizie. Diffonderemmo artificialmente quel fungo alla stregua di un diserbante biologico, ecocompatibile e a impatto-zero. Insomma, un sicario del quale essere orgogliosi. Magari per scoprire dopo una quarantina d’anni che, porcamiseria, adesso che ha ucciso tutti quegli alberi sgraditi ha deciso di sopravvivere passando ad altre specie a noi utili. E via con killer, emergenze, leggi e finanziamenti. Come è successo con Ceratocytis fagacearum, fungo già presente ma diffuso artificialmente negli Stati Uniti per disseccare in modo economico e selettivo alcune querce indesiderate, per poi scoprire dopo 30 anni che può spostarsi anche a quelle che vogliamo assolutamente tenere, magari con l’aiuto di un insetto vettore. Ora a livello internazionale è elencato fra i parassiti letali e di quarantena: se fosse maldestramente importato in Europa con un carico di legname infetto, troverebbe un clima perfetto e per le nostre piantagioni di quercia sarebbe un bel problema. E per noi.

Come sempre, è una questione di punti di vista …

Lucio Montecchio

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Settembre 2016. BBC. Servizio sul grande invasore Hymenoscyphus fraxineus, parassita del frassino.

Darwin: dalla Teoria alla Pratica

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Sono miliardi di anni che gli alberi fanno esperienza nel trovare il miglior modo di “ammonticchiare nodi, germinare e rinnovare la propria forma”, di trovare le migliori combinazioni possibili per sopravvivere all’ambiente e alla competizione, arrivare almeno all’età della riproduzione e rimescolare il proprio corredo genetico con quello di un loro simile.

Uguali nella forma ma diversi nella sostanza delle potenzialità genetiche, solo gli alberi più adeguati a quel luogo e in quel momento riescono a sopravvivere.

Motore principale della selezione sono microscopici funghi e batteri che già vivono nella pianta senza creare danni particolari. L’albero ne delimita l’espansione e loro, pur mangiando un po’ di albero, producono tossine che tengono lontani i parassiti esterni al sistema, più pericolosi.

Quando però quell’albero si indebolisce, le sue difese rallentano e questi collaboratori iniziano a moltiplicarsi oltre il normale, indebolendo inesorabilmente l’albero intero.

Per il fatto che solo a questo punto prendono più di quel che danno li chiamiamo “parassiti”.

Se il danno è sostenibile si secca qualche vecchio ramo o l’intero fusto lasciando alle radici, se lo sanno fare, il compito di rigenerarne di nuovi. Se invece l’albero è ormai troppo debole per reagire, muore.

In natura funziona così da millenni. Abbiamo ancora alberi e parassiti di alberi, entrambi sempre più vigorosi. I genotipi meno adeguati invece lentamente scompaiono o provano a migrare dove possono.

È la selezione naturale mediata dalla competizione per le risorse ben descritte da Charles Darwin, il manifesto del cui pensiero è senz’altro “Sulla origine delle specie per elezione naturale, ovvero conservazione delle razze perfezionate nella lotta per l’esistenza” (1859).

Mai titolo fu più chiaro e incisivo nell’esprimere compiutamente un concetto antidogmatico che già fermentava da anni nell’ambiente scientifico. Teoria che è rapidamente diventata Certezza con gli studi sulla fecondazione incrociata dell’abate Mendel e “certificata” nel 1962 dal Premio Nobel a Watson, Crick e Wilkins per la scoperta della struttura del DNA e del suo significato nel trasferimento delle informazioni genetiche, positive o negative, da genitori a figli.

Nonostante ritenesse che Linneo fosse “sedotto dall’apparenza”, Darwin ne rivalutò la classificazione: i caratteri morfologici delle strutture di riproduzione implicitamente includono l’idea di discendenza e, perciò, di ereditarietà, di quella parentela fra gruppi tassonomici che oggi chiamiamo filogenesi.

È un vero peccato che a scuola si continui a chiamarla Teoria dell’evoluzione …

Lucio Montecchio

Goethe e la forma delle piante

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Negli alberi la forma non è predeterminata né prevedibile come nell’uomo o nel cane, dove fin dalla nascita la testa è una e gli arti quattro.

Proviamo a disegnare l’albero fuori dalla nostra finestra. Il risultato ci ricorderà un platano, ma anche una quercia, un olmo o un salice: specie diverse hanno forme simili e alberi della stessa specie hanno forme diverse.

Con la sua forma mutevole, ciascun albero è perciò ben lontano dal quel concetto di fissità alla base della classificazione morfologica perfezionata nel Systema naturae da Linneo nella metà del 1700 e basata su differenze esclusivamente fisiche, spesso microscopiche, in gruppi sempre più dettagliati.

Certo del fatto che ogni specie fosse esattamente così da sempre, Linneo era perseguitato dalla necessità di dare un nome a tutto. “Se non conosci il nome, muore anche la conoscenza delle cose”, annotava ordinando le forme viventi a lui note (ma anche fossili e minerali) in una struttura gerarchica sulla base di uguaglianze crescenti, con particolare riguardo a forma e dimensioni delle strutture di riproduzione.

E così, tutte le piante con radici, fusto e foglie sono state distinte in Pteridofite e Fanerogame a seconda della capacità di produrre semi; le Fanerogame in Angiosperme e Gimnosperme a seconda che i semi siano o meno protetti da un frutto; le Angiosperme in Monocotiledoni come le palme e Dicotiledoni come quasi tutte le latifoglie e … così via. Fino al binomio genere + specie, come in Quercus robur nel caso della farnia.

Linneo era così convinto della precisione assoluta del suo metodo da scrivere che “i caratteri non formano il genere, ma il genere fornisce i caratteri”.

Il botanico Johann Wolfgang von Goethe, noto ai più come uomo di lettere, senza mezze misure definiva questa nomenclatura “rigida” ed “arbitraria”, scritta più da un archivista attento a dividere, che da un naturalista curioso del tutto.

“Le specie più disparate hanno fra loro un’affinità ben marcata, e presentano più di un rapporto di somiglianza fra di loro”.

Come distinguere due specie diverse in assenza di fiori o semi? E che dire dei molti ibridi fertili, prodotti dall’incrocio spontaneo di due specie certamente diverse? Un nome è davvero sufficiente a rappresentare un organismo complesso ?

La Giulietta di Shakespeare se l’era già chiesto: “Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?

Ancora lontano dalla visione darwiniana, Goethe credeva nell’armonia della natura fatta di piccoli passi, di costanti adattamenti.

Certamente utile, il lavoro di Linneo doveva quindi essere avvalorato da considerazioni più complesse, eventualmente modificato o addirittura riorganizzato a partire dal vertice di quella piramide genealogica rappresentato dalla “pianta archetipo”, progenitore, per poi scendere via via verso le altre sempre meno simili, usando differenze sostanziali come crocevia discriminanti. Differenze dove la forma non è importante in quanto tale, ma perché sintesi visibile di un comportamento di adattamento alle condizioni circostanti.

Goethe coniò il termine Morfologia e, non esistendo ancora la macchina fotografica, disegnò e confrontò piante per lunghi anni.

Il 27 settembre 1786 visitò l’Orto Botanico dell’Università di Padova.

Lo immagino seduto su una di quelle panchine di trachite che ancora esistono a raffigurare i tratti essenziali di una palma di già duecento anni. Una Chamaerops humilis, “umile” perché secondo Linneo non avrebbe superato i due metri.

Probabilmente dopo qualche schizzo si avvicinò perplesso, incerto del risultato, girò attorno alla pianta, abbassò gli occhiali, la scrutò con attenzione e fece un gran sorriso: “le sue prime foglie lanceolate erano ancora in piedi, la loro divisione successiva andava operandosi e progredendo fino al loro compiuto sviluppo in forma di ventaglio”. Nella parte terminale, poi, “da un involucro […] usciva un piccolo stelo di fiori, fenomeno singolare, non avente alcun rapporto colla vegetazione precedente”.

Tutto quel che osservava era un costante variazione morfologica, una metamorfosi vegetale. Ed era la dimostrazione della sua ipotesi: le forme di una pianta non sono “sin dalla loro origine stabilite e determinate in modo assoluto” ma sono risultato di “modificazioni di cui è suscettibile il loro sviluppo”.

E che dire poi dei molti e diversi organi che possono originare da una sola foglia? “Prima o poi la pianta non è che foglia, capace di produrre un germoglio che diverrà fusto dal quale origineranno gemme che daranno vita a nuove foglie e poi nuovi germogli e fiori, che diverranno frutti contenenti semi con dentro almeno un’altra foglia.

“Nodi su nodi ammonticchiando, un’altra germinazione subito sorgiunge, e rinnovella ognor la propria forma”. Era ormai chiaro che qualsiasi pianta è composta di moduli uguali che si ripetono, “parti uguali e simili fra loro e all’interno”.

I morfologi odierni chiamano queste unità “fitòmeri”. Qualcuno se ne attribuisce la paternità.

Sono miliardi di anni che gli alberi fanno esperienza nel trovare il miglior modo di “ammonticchiare nodi, germinare e rinnovare la propria forma”, di impilare fitòmeri nelle migliori combinazioni possibili per sopravvivere all’ambiente e alla competizione

Ancora lontano dal concetto di evoluzione morfologica e funzionale delle specie, Goethe ne pose le fondamenta scrivendo una pietra miliare nella storia della botanica: “La metamorfosi delle piante” (1790).

La Palma è ancora lì, avvolta da una bella serra. Ha più di quattrocento anni ed è alta una decina di metri.

A Padova la chiamiamo col suo nome, La Palma di Goethe.

Lucio Montecchio

 

Un albero è un luogo

Quando dico che un albero non è una specie ma un ambiente che ospita centinaia di specie, i miei studenti mi contrappongono il solito dogma della botanica sistematica: “eh no … se quello è un faggio, è una sola specie, Fagus sylvatica“.

Quello che intendo dire è che i nostri occhi vedono un guscio di corteccia con sopra delle foglie al quale è stato dato un nome, spesso in base alla forma del fiore, ma che lì dentro c’è un sistema implicitamente e necessariamente dinamico quanto una foresta o un oceano.

Ogni singolo albero è il risultato di interminabili conflitti, tregue e collaborazioni fra migliaia di batteri, virus, funghi e insetti che si danno da fare per farne parte. Ad esempio c’è chi è bravo a catturare acqua e nutrienti dal suolo e portarli al sistema linfatico, chi alza le difese dell’albero producendo tossine.

La vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi. “Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”, J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

Nelle fasi di tregua o di pace, questi condòmini hanno un obiettivo condiviso: mantenere il sistema complessivamente vigoroso e produttivo di ciò che solo la componente vegetale sa fare: zucchero nelle sue varianti glucosio, amido e cellulose varie; energia pura da prendere quando serve.

Meglio vive l’albero, meglio vivono tutti.

Come in ogni comunità, però, c’è anche chi vivacchia nascosto dando in cambio nulla all’albero, ma molto alla comunità d’alberi. Se ci danno fastidio li chiamiamo “parassiti”. Sono pronti a uscire allo scoperto nelle fasi di minor efficienza del sistema. Ad esempio, quando l’albero subisce danni naturali o artificiali (trapianto, potatura, … ) che non poteva prevedere.

Finchè le diverse popolazioni di conviventi si metteranno d’accordo sul da farsi, i parassiti si moltiplicheranno e mangeranno legno, foglie o frutti.

Questo è il momento in cui, guardando all’effetto e non alla causa, crediamo di risolvere il problema bombardando l’intero albero di antiparassitari.

Lucio Montecchio

Cittadini da apericena

Quando i primi ominidi arrancavano piegati vivendo di frutti e di animali così lenti da essere catturati e mangiati crudi, i boschi erano già lì da millenni. Più o meno fatti come una attuale foresta vergine.

Dagli alberi abbiamo imparato il fuoco, ottocentomila anni fa, e subito dopo il caldo e la bistecca: valeva la pena fermarsi. E così, un po’ alla volta siamo passati da predatori nomadi ad allevatori e agricoltori stanziali.

La quasi totalità dei nostri boschi sono addomesticati da allora. Semplificati così tanto da far crescere solo le specie che ci sono utili eliminando tutte le altre. Come si fa con le erbe che in un campo di soia si berrebbero acqua e nutrienti in cambio di nulla, ma qui invece del diserbante si usa la motosega.

Anche senza particolari abilità, questi boschi li riconosciamo dalla presenza delle sole specie richieste dal mercato e utili alla nostra quotidianità. Sono fatti di giovani alberi grossomodo delle stesse dimensioni, spesso piantati in file come in un campo di mais per essere tagliati facilmente e avere lotti omogenei al raggiungimento di una dimensione commerciabile. Niente di strano: con la stessa logica mangiamo migliaia di cuccioli di pecora, manzo e gallina. Aspettare oltre terrebbe immobilizzato un capitale e non giustificherebbe il costo di mantenimento.

È altrettanto normale, perciò, che l’età degli alberi più vecchi di molti dei nostri boschi sia attorno ai 100-120 anni. Sono cuccioli da tagliare appena il mercato li richiede e prima che con l’età aumenti la suscettibilità a malattie che fanno marcire il legno.

Ma se l’albero più grosso e vecchio che siamo abituati a vedere ha solo cento anni, è chiaro che tutti quelli di duecento ci faranno sgranare gli occhi e urlare “monumento!”. Molti potrebbero arrivare a cinquecento, o mille, o di più. Basterebbe dimenticarsene, ma di questo parleremo un’altra volta.

Non sono assolutamente contrario alla coltivazione dei nostri boschi. Fortunatamente abbiamo una lunga tradizione e fior fiore di esperti che coltivano e tagliano senza che ce ne accorgiamo, gestendo i tempi e i ritmi di crescita come fa un bravo batterista, del quale ti accorgi solo se sbaglia. Anch’io taglio alberi e mi ci riscaldo. Anch’io preferisco un mobile di legno di buona qualità a uno scadente o di plastica.

Basta non confondere dinamiche naturali e umane, perché in natura un bosco non è un insieme di alberi, è molto di più. Quanto maggiore è questo molto, maggiore è la diversità biologica.

Vogliamo permettere a questi boschi di essere più ricchi di specie? Dobbiamo ripartire da quelle vegetali, madri e padri di tutto quel che sopra alla catena alimentare c’è.

E’ semplice. Provate ad abbandonarli per quarant’anni e faranno ingresso le molte specie che ritenevamo inutili e tagliato: ciliegi selvatici, robinie, maggiociondoli, frassini, aceri, pioppi, sorbi, saliconi, noccioli e molti altri, senza contare tutti gli arbusti e le erbacee. E conseguentemente tutti gli animali vegetariani, e poi i carnivori. Una serie di mammiferi grandi e piccoli, anfibi, rettili, uccelli, insetti, funghi e via così. Ma a questo punto i boschi diventeranno selva oscura, regno di troll, linci, lupi e orsi, che mangeranno le pecore dei pastori e attraverseranno il nostro sentiero.

Vado a memoria: “Che beo, el pare un giardin”, commentavano due turisti osservando una piantagione di abete ad Asiago, in un romanzo di Mario Rigoni Stern.

E’ proprio così, non lamentiamoci troppo: noi cittadini da apericena la biodiversità la vogliamo altrove.

Vogliamo boschi-giardino: semplici e facilmente raggiungibili, magari con pista da sci, ponte tibetano e baita con solarium. Dove il lupo non arriva.

Lucio Montecchio

La magnolia di Antonio

Soprattutto negli ultimi tempi, in cui sembra che abbracciare alberi faccia star bene, alcuni amici mi chiedono se l’amore per gli alberi è ricambiato.

Ma come? Anche se lo potessero fare (e non lo so), pensiamo davvero che pochi mesi di innamoramento possano portare alla reciprocità del sentimento?

Da millenni, per necessità, siamo tagliatori d’alberi per farne travi, tavole, legna da ardere, liberare spazio per i pascoli e i campi da coltivare.

Li piantiamo nelle nostre città senza curarci delle loro esigenze. Tanto “poi basta potare”, come se i rami crescessero come i capelli (e troppo spesso chi pota lo fa come fosse un barbiere, e dei peggiori).

Settant’anni fa abbiamo anche inventato la motosega, e così le dimensioni non sono più un limite. Anzi! Amputare pochi rami grossi costa meno tempo che tagliare molti rami sottili (e il legno lo vendo).

Ma … è davvero importante sapere se quell’albero antico e imponente (avete mai visto abbracciare alberi giovani) ricambia il tuo amore?
Antonio, 12 anni, gioca e parla con la sua magnolia. Non pretende nulla, ma dice che lei gli sorride e a volte gli fa l’occhiolino lo stesso 😉

Lucio Montecchio

 

antonio
La Magnolia di Antonio (A. Pizzoni Ardemani, 2016. Con il permesso di Elisa e Armando)