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Acconciature vegetali

L'immagine può contenere: cielo, albero, abitazione e spazio all'aperto

Avete presente le foto appese dal barbiere?

Quelle che tu entri e trovi alcuni tagli alla moda fra i quali scegliere e poi ne fanno uno su di te e dopo due ore ti guardi e ti viene da piangere?

Ecco, in questi giorni stanno ripartendo i cantieri di potatura e mi sembra proprio che alcuni di questi cosiddetti arboricoltori selezionati con cura da molte amministrazioni abbiano poche idee e certamente confuse.

Sia chiaro: senz’altro ripudiano il mastice (perché credono che ne esista un solo tipo). Senz’altro sono bravi a potare “salvaguardando il collare”. E ci mancherebbe altro! Dopo trent’anni di libri, incontri, convegni e articoli, lo sa anche mia nonna in carriola!

Ma chissenefrega, se poi non conoscono la fisiologia del cedro e lo potano come fosse una magnolia? Se credono ancora che i rami crescano dalla base come i capelli, e non dall’apice come … i rami?

Credo che questi barbieri di alberi (che per fortuna sono una minoranza) abbiano stampato in mente due tipi di acconciatura: a sfera e a cono. Latifoglia e conifera, come nei disegni dei bambini. Sennò non si spiegherebbe perché stanno potando quel pino nero dandogli una forma da abete.

Lucio Montecchio

Primavera 2020

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La primavera del 2020 ce la ricorderemo a lungo, racconta Vincenzo.

Sai, pensavo che ci sarebbe voluto più tempo, che avrebbero iniziato quelli più antichi e in un luogo remoto. E invece l’han fatto tutti assieme, contemporaneamente.

Dev’essere che in quei decenni di convivenza forzata gli alberi avevano inventato una lingua comune, fatta di vento morbido e di odori speziati.

Fatto sta che, proprio pochi giorni prima della potatura, tutti gli alberi delle capitali europee iniziarono a far fiori mai visti, grandi e profumati. Un caleidoscopio di gialli, blu, rossi, viola e arancione. E l’immancabile bianco che, come diceva l’Angelina, sta bene con tutto.

Però solo sulle punte dei rami.

Davanti a questa meraviglia nessuno ebbe più il coraggio di potare, e così i fiori inondarono l’aria e le strade di profumi e di petali come in un matrimonio indù.

Molti studiosi dissero che era per via del cambiamento climatico, altri davano la colpa alle scie chimiche.

Il vescovo tenne un lungo sermone sulla fine del mondo che si stava approssimando impetuosa, e sul valore del pentimento. I linneiani crollarono in una crisi sistematica e profonda, e un po’ anche i post-darwiniani.

Io però credo che avesse ragione Cosimo, un nobile maremmano esiliatosi da anni su un melo.

Diceva di capirli perché parlavano l’Alberese, variante salmastra del Grossetano.

Diceva che era una loro offerta, in cambio della quale chiedevano di fermare per sempre la dolorosa amputazione dei rami.

Diceva che questa era la prova provata dell’intelligenza degli alberi, e che ci sarebbe stato da mangiare e motivo di far festa tutti i giorni. Però, quando aggiunse che ogni cristo sarebbe sceso dalla croce e che avrebbero fatto ritorno un sacco di uccelli, perse un po’ di credibilità e tornò ad essere additato come lo strambo del villaggio.

Resta il fatto che i comitati cittadini decisero che valeva la pena aspettare per vedere come andava a finire.

E così, dopo una fioritura abbondante, i cedri iniziarono a fare avocado, gli abeti papaia, i pini mango, gli ippocastani goji, le sofore una quantità impressionante di lulo e così via.

Immagina i frutti, immagina i fiori. E pensa alle voci, pensa ai colori! [F. Guccini].

Frutta costosa ed esotica, ora gratis e a portata di mano fino all’inverno.

Tivù e giornali non parlavano d’altro. Le radio mandavano reggae in tutte le sue declinazioni da mattina a sera, a mattina.

Un critico d’arte, pur di dire la sua, tirò in ballo Ligabue e i pittori naif ungheresi.

I grandi chef inventarono nuove ricette da preparare in tre minuti e i vecchi come me, che non sanno distinguere il falso dal vero, trovarono nuove storie da panchina.

Che anni quegli anni …

Lucio Montecchio