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Oltre la porta

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Oltre la porta ci sono 14 gradi. Sotto lo zero.

È l’inverno di montagna, la stagione più lunga dell’anno e la più bella, assieme alla primavera, all’estate, all’autunno e a tutte le altre che Meg sa percepire e io no.

L’inverno di montagna ti fa assaporare il freddo sulle labbra, almeno fin quando il respiro imbrìna la barba e poco dopo le labbra si paralizzano e rientri parlando con la voce da ubriaco. Ma, da queste parti, parlare non è un obbligo.

D’inverno qui il tempo è diverso, vive senza alcun legame con questi spazi così bianchi da confondersi col cielo. E così non c’è velocità, non ci sono né la fretta né la calma.

Se non devi lavorare puoi dormire finché non hai più sonno, leggere finché ti va, farti due coccole con chi ami, mettere su un po’ di musica buona, far da mangiare canticchiandoci sopra oppure uscire per una passeggiata al ritmo dello scrocchio degli scarponi sulla neve.

Le tre stufe che ci permettono di scaldare la casa e di far da mangiare bruciano la legna che il nostro bosco ci dà.

Ora però lo dico in modo più brutale: la legna che ci permette di stare al caldo e di cucinare non la porta Babbo Natale: quando la neve se ne va andiamo nel bosco, selezioniamo con cura 7-8 alberi, accendo la motosega e li taglio. Poi la tiro fin davanti a casa col tirfor, la depezzo, la spacco a braccia e l’accatasto.

Non mi produce alcun piacere, ma penso sempre che se andassi in palestra mi toccherebbe far la stessa fatica, depilarmi il petto e pagare.

Monica invece taglia della misura giusta i rami più sottili, che dopo un anno serviranno per accendere il fuoco tutte le mattine. Quel po’ che resta torna in bosco e diventerà humus.

Ecco, tutta questa roba qui alcuni la definiscono ridicolmente “deforestazione”, ma non sanno di cosa stanno parlando.

Sono faggi, noccioli, betulle e aceri. Tagliati da chi lo sa fare (“E chi non lo sa fare è già morto di freddo”, commenterebbe sottovoce Carlo Darwin), pochi mesi dopo producono nuovi germogli dalla base, che nel giro di 8-10 anni raggiungono il diametro giusto per entrare nella stufa. “Màneghi da stùa”, li chiamava mio nonno. E così posso tornare su quegli stessi 80 alberi a rotazione e ricominciare il ciclo, perché le radici non muoiono e, perciò, neanche l’albero.

Se fosse “deforestazione” (eliminazione definitiva del bosco) sarei il primo a rimetterci.

Questa tecnica, per niente facile, viene usata fin dalla notte dei tempi e si chiama ceduazione. Il bosco cosiddetto “ceduo” è implicitamente una coltivazione, alla stregua di qualsiasi altro campo coltivato.

È per questo che esistono ancora moltissimi boschi in Italia: tutti, da sempre e fino a pochi decenni fa, ci si scaldava e si cucinava a legna o a carbone (fatto bruciando legna).

L’uso di combustibili monouso come il gasolio, il kerosene (me le ricordo, le taniche gialle) e il metano sono arrivati dopo.

Anche le guerre e i morti per il petrolio e per il metano. Anche la subsidenza del Polesine.

E’ chiaro che bruciando legna rimetto nell’aria l’anidride carbonica che quel pezzo aveva incapsulato durante quegli 8-10 anni, però è altrettanto chiaro che tutti gli altri miei alberi (ma anche gli arbusti) stanno già catturando non solo la mia, di anidride, ma anche quella emessa da altri.

Qualcuno dice che dovremmo trasformarci in benefattori (più della metà dei boschi italiani sono privati) e abbandonare il bosco a un’evoluzione libera, per aumentare cose nobilissime come la biodiversità e lo stoccaggio di anidride carbonica.

Ne sarei felice, se questo qualcuno mi portasse fino a casa e gratis la legna che mi serve (ma dovrebbe andarla a prendere da qualche altra parte, credo).

Sarebbe favoloso se valesse anche per chi della coltivazione del bosco ne ha fatto un mestiere che gli permette di restare dove è nato, vendendo legna a chi abita troppo lontano dall’allacciamento, a chi non ha più la forza di farsela, alle pizzerie del centro e a chi trova romantico accendere il caminetto nel soggiorno.

In attesa di una proposta sensata (che spero non passi attraverso il depauperamento di energia monouso) coltivo alberi e ne taglio le parti che sanno ricrescere, mescolando l’acqua del terreno con l’anidride carbonica che qualsiasi combustione libera nell’aria. La legna che brucio io, una caldaia a metano di nuova generazione, un’auto Euro 28 o una centrale che produce la corrente per l’auto elettrica.

Ecco, “Era solo un pensiero”, concluderebbe un caro amico.

Lucio Montecchio

Un faggio fausto

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Monica e io l’abbiamo chiamato Fausto, ma lui non lo sa.

Qualche secolo fa questo bosco era una faggeta nella quale i montanari venivano a far legna, facile da portare giù lungo quella valle ripida a destra. Oppure ne facevano carbone sul posto, chissà…

Di un faggio, far legna significa tagliare alla base un fusto d’inverno e con la luna giusta, lasciare che i germogli che ripartono dalla base diventino fusti e, raggiunto un diametro che si riesca a spaccare con l’accetta senza doverci perderci le braccia, ripetere l’operazione. Non all’infinito, ma per molti cicli. Poi la pianta si spompa e deperisce.

Guardandomi attorno mi viene da pensare che, verso metà ottocento, chi abitava qui vicino deve aver tagliato quasi tutto per far spazio al pascolo, lasciando Fausto e qualche altro faggio qui e là perché il bestiame potesse trovare riparo dal sole e per continuare a scaldarsi.

Abbandonato l’allevamento perché il latte di malga rendeva meno di quello pastorizzato, scremato e già pronto nel tetrabrick, gli alberi dei versanti vicini devono essersi scambiati con impeto la tanto attesa parola d’ordine: “Post fata resurgo!”.

Un po’ alla volta, Fausto si è così trovato immerso in un bosco-bambino, fatto di specie dal seme leggero e la foglia succosa come il pioppo, il nocciolo, la betulla e l’acero, che in pochi decenni hanno portato a termine il compito di ricreare un suolo fertile e un’ombra diffusa.

Per merito dei parassiti, molti di quegli alberi pionieri hanno iniziato a cadere per lasciare spazio ai figli di Fausto: tutto attorno ce ne sono a centinaia, però solo quelli più veloci e robusti sopravviveranno agli erbivori.

In tutti questi anni, libero di gestire il suo sviluppo, Fausto ha continuato a crescere in profondità e in altezza. A far cadere i rami troppo in ombra e a farne di nuovi più in alto. A fare contrafforti alla base così potenti da opporsi al vento che sale dalla pianura.

Chissà quanti anni ha … Solo le sue radici lo sanno.

Chissà a quanti animali piccoli e grandi ha dato sostento … La base forma un catino che raccoglie la pioggia. Più di qualche volta, dalla finestra, ho visto un capriolo approfittarne.

Fra qualche settimana i ghiri usciranno dal letargo e andranno fin su, terranno ben stretti i rami di 3-4 centimetri e con i denti strapperanno alcuni brandelli di corteccia per succhiare linfa, in attesa di una dieta più varia che sarà disponibile qualche tempo dopo.

Lo tengo d’occhio da una quindicina d’anni e sembra immobile. Ho l’impressione che ormai non voglia più salire. D’altra parte è il più alto, chi glielo fa fare?

Però cresce, eccome!

L’amico Mario mi dice che grossomodo ciascuno dei 4 fusti sta crescendo di 40 chili all’anno, il che corrisponde a migliaia di litri d’aria respirata e di acqua bevuta, per un totale netto di un quintale e mezzo di distillato di sole, terra e aria.

Se nessuno ci metterà le mani, fra un centinaio d’anni qui di fronte ci sarà di nuovo una bella faggeta.

Lucio Montecchio