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Oltre la porta

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Oltre la porta ci sono 14 gradi sottozero.

È l’inverno di montagna, la stagione più lunga dell’anno e la più bella, assieme alla primavera, all’estate, all’autunno e a tutte le altre che Meg sa percepire e io no.

L’inverno di montagna ti fa assaporare … l’inverno, almeno fin quando il respiro imbrìna la barba e poco dopo le labbra si paralizzano e rientri parlando come un ubriaco. Ma, da queste parti, parlare non è obbligatorio.

Qui d’inverno il tempo è diverso; vive senza alcun legame con questi spazi così bianchi da confondersi col cielo. E così non c’è velocità, non ci sono né la fretta né la calma.

Se non devi lavorare puoi dormire finché non hai più sonno, leggere finché ti va, farti due coccole con chi ami, mettere un po’ di musica buona, far da mangiare canticchiandoci sopra oppure uscire per una passeggiata al ritmo dello scrocchio degli scarponi sulla neve.

Per fortuna (ma Paolo M. potrebbe spiegare meglio di me come si fa ad averne) le tre stufe che ci permettono di scaldare la casa e di far da mangiare bruciano la legna che il nostro bosco ci dà.

Ora però lo dico in modo più brutale. La legna che ci permette di stare al caldo e di cucinare non la porta Babbo Natale: finita la neve vado nel bosco, seleziono con cura 7-8 alberi, accendo la motosega e li taglio alla base. Poi li tiro fin davanti a casa col tirfor, li depezzo, li spacco a braccia e li accatasto (se andassi in palestra mi toccherebbe far la stessa fatica, depilarmi il petto e pagare).

Ecco, tutta questa roba qui alcuni la definiscono ridicolmente “deforestazione”, ma non sanno di cosa stanno parlando.

Sono faggi, noccioli, betulle e aceri. Tagliati da chi lo sa fare (“E chi non lo sa fare è già morto di freddo”, commenterebbe sottovoce Carlo Darwin), pochi mesi dopo producono nuovi germogli dalla base, che nel giro di 8-10 anni raggiungono il diametro giusto per entrare nella stufa. “Màneghi da stùa”, li chiamava mio nonno. E così posso tornare su quegli stessi 80 alberi a rotazione e ricominciare il ciclo, perché le radici non muoiono e, perciò, neanche l’albero.

Questa tecnica viene usata fin dalla notte dei tempi e si chiama ceduazione.

Il bosco cosiddetto “ceduo” è necessariamente una coltivazione, alla stregua di qualsiasi altro campo coltivato. È per questo che esistono ancora moltissimi boschi cedui in Italia: perché fino a pochi decenni fa ci si scaldava e si cucinava a legna. Il metano e la subsidenza del Polesine sono arrivati molto dopo.

Qui fa freddo, ragazzi. I pomodori e i meloni non crescono, credetemi. Crescono alberi, col corpo costruito mescolando l’acqua che sanno assorbire dal terreno e l’anidride carbonica che qualsiasi combustione libera nell’aria. Il nostro respiro, quello del maiale-bambino che avete prima fotografato e poi mangiato con gusto l’estate scorsa, la pizza cotta a legna, una caldaia a metano di nuova generazione, un’auto Euro 28 o una centrale che produce la corrente per l’auto elettrica.

È chiaro che bruciando il legno rimetto nell’aria l’anidride carbonica che quel pezzo di legno aveva incapsulato durante quegli 8-10 anni, lo so bene!

Però è altrettanto chiaro che i miei altri alberi sono già pronti a catturare non solo la mia, di anidride carbonica, ma anche quella emessa da un po’ di caldaie a metano (quello per il quale abbiamo fatto anche qualche mezza guerra, tanto per dire) o a gasolio (che pur di averne vendiamo armi in mezzo mondo).

Ecco, “era solo un pensiero”, concluderebbe un mio amico.

Lucio Montecchio

Un faggio fausto

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Monica e io l’abbiamo chiamato Fausto, ma lui non lo sa.

Qualche secolo fa questo bosco era una faggeta nella quale i montanari venivano a far legna, facile da portare giù lungo quella valle ripida a destra. Oppure ne facevano carbone sul posto, chissà…

Di un faggio, far legna significa tagliare alla base un fusto d’inverno e con la luna giusta, lasciare che i germogli che ripartono dalla base diventino fusti e, raggiunto un diametro che si riesca a spaccare con l’accetta senza doverci perderci le braccia, ripetere l’operazione. Non all’infinito, ma per molti cicli. Poi la pianta si spompa e deperisce.

Guardandomi attorno mi viene da pensare che, verso metà ottocento, chi abitava qui vicino deve aver tagliato quasi tutto per far spazio al pascolo, lasciando Fausto e qualche altro faggio qui e là perché il bestiame potesse trovare riparo dal sole e per continuare a scaldarsi.

Abbandonato l’allevamento perché il latte di malga rendeva meno di quello pastorizzato, scremato e già pronto nel tetrabrick, gli alberi dei versanti vicini devono essersi scambiati con impeto la tanto attesa parola d’ordine: “Post fata resurgo!”.

Un po’ alla volta, Fausto si è così trovato immerso in un bosco-bambino, fatto di specie dal seme leggero e la foglia succosa come il pioppo, il nocciolo, la betulla e l’acero, che in pochi decenni hanno portato a termine il compito di ricreare un suolo fertile e un’ombra diffusa.

Per merito dei parassiti, molti di quegli alberi pionieri hanno iniziato a cadere per lasciare spazio ai figli di Fausto: tutto attorno ce ne sono a centinaia, però solo quelli più veloci e robusti sopravviveranno agli erbivori.

In tutti questi anni, libero di gestire il suo sviluppo, Fausto ha continuato a crescere in profondità e in altezza. A far cadere i rami troppo in ombra e a farne di nuovi più in alto. A fare contrafforti alla base così potenti da opporsi al vento che sale dalla pianura.

Chissà quanti anni ha … Solo le sue radici lo sanno.

Chissà a quanti animali piccoli e grandi ha dato sostento … La base forma un catino che raccoglie la pioggia. Più di qualche volta, dalla finestra, ho visto un capriolo approfittarne.

Fra qualche settimana i ghiri usciranno dal letargo e andranno fin su, terranno ben stretti i rami di 3-4 centimetri e con i denti strapperanno alcuni brandelli di corteccia per succhiare linfa, in attesa di una dieta più varia che sarà disponibile qualche tempo dopo.

Lo tengo d’occhio da una quindicina d’anni e sembra immobile. Ho l’impressione che ormai non voglia più salire. D’altra parte è il più alto, chi glielo fa fare?

Però cresce, eccome!

L’amico Mario mi dice che grossomodo ciascuno dei 4 fusti sta crescendo di 40 chili all’anno, il che corrisponde a migliaia di litri d’aria respirata e di acqua bevuta, per un totale netto di un quintale e mezzo di distillato di sole, terra e aria.

Se nessuno ci metterà le mani, fra un centinaio d’anni qui di fronte ci sarà di nuovo una bella faggeta.

Lucio Montecchio