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Un faggio fausto

Monica e io l’abbiamo chiamato Fausto, ma lui non lo sa.

Qualche secolo fa questo bosco era una faggeta nella quale i montanari venivano a far legna, facile da portare giù lungo quella valle ripida a destra. Oppure ne facevano carbone sul posto, chissà…

Di un faggio, far legna significa tagliare alla base un fusto d’inverno e con la luna giusta, lasciare che i germogli che ripartono dalla base diventino fusti e, raggiunto un diametro che si riesca a spaccare con l’accetta senza doverci perderci le braccia, ripetere l’operazione. Non all’infinito, ma per molti cicli. Poi la pianta si spompa e deperisce.

Guardandomi attorno mi viene da pensare che, verso metà ottocento, chi abitava qui vicino deve aver tagliato quasi tutto per far spazio al pascolo, lasciando Fausto e qualche altro faggio qui e là perché il bestiame potesse trovare riparo dal sole e per continuare a scaldarsi.

Abbandonato l’allevamento perché il latte di malga rendeva meno di quello pastorizzato, scremato e già pronto nel tetrabrick, gli alberi dei versanti vicini devono essersi scambiati con impeto la tanto attesa parola d’ordine: “Post fata resurgo!”.

Un po’ alla volta, Fausto si è così trovato immerso in un bosco-bambino, fatto di specie dal seme leggero e la foglia succosa come il pioppo, il nocciolo, la betulla e l’acero, che in pochi decenni hanno portato a termine il compito di ricreare un suolo fertile e un’ombra diffusa.

Per merito dei parassiti, molti di quegli alberi pionieri hanno iniziato a cadere per lasciare spazio ai figli di Fausto: tutto attorno ce ne sono a centinaia, però solo quelli più veloci e robusti sopravviveranno agli erbivori.

In tutti questi anni, libero di gestire il suo sviluppo, Fausto ha continuato a crescere in profondità e in altezza. A far cadere i rami troppo in ombra e a farne di nuovi più in alto. A fare contrafforti alla base così potenti da opporsi al vento che sale dalla pianura.

Chissà quanti anni ha … Solo le sue radici lo sanno.

Chissà a quanti animali piccoli e grandi ha dato sostento … La base forma un catino che raccoglie la pioggia. Più di qualche volta, dalla finestra, ho visto un capriolo approfittarne.

Fra qualche settimana i ghiri usciranno dal letargo e andranno fin su, terranno ben stretti i rami di 3-4 centimetri e con i denti strapperanno alcuni brandelli di corteccia per succhiare linfa, in attesa di una dieta più varia che sarà disponibile qualche tempo dopo.

Lo tengo d’occhio da una quindicina d’anni e sembra immobile. Ho l’impressione che ormai non voglia più salire. D’altra parte è il più alto, chi glielo fa fare?

Però cresce, eccome!

L’amico Mario mi dice che grossomodo ciascuno dei 4 fusti sta crescendo di 40 chili all’anno, il che corrisponde a migliaia di litri d’aria respirata e di acqua bevuta, per un totale netto di un quintale e mezzo di distillato di sole, terra e aria.

Se nessuno ci metterà le mani, fra un centinaio d’anni qui di fronte ci sarà di nuovo una bella faggeta.

Lucio Montecchio