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Rovere

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Pochi giorni fa, un collega che mi onora della sua amicizia mi ha chiesto che albero preferisco.

Porcamalòra …. non ci avevo mai pensato.

Se si trattasse di oggetti sarebbe abbastanza facile. Ma così come con gli amici, i libri o la musica, come si fa? La mamma o il papà? L’estate o l’inverno? E’ una questione di momenti vissuti, sensazioni e sfumature.

Mi viene in mente il disegno dello stemma del mio paesino, mal copiato il quel quaderno di terza elementare che mi è passato fra le mani qualche settimana fa. Ci sono un ponte, un timone da barca e due rami incrociati. Ulivo e quercia, pace e forza: un grande classico.

Ulivi no, ma querce ce ne sono sempre state parecchie, attorno a me. Farnie, Quercus robur, quelle che fino a qualche secolo fa abitavano le pianure europee da protagoniste.

“Ma come, farnia? Rovere!” mi correggerebbe Renato. Si, perché farnia e rovere sono due specie così simili da riuscire a ibridarsi fra di loro e, siccome il loro legno si assomiglia parecchio, i falegnami chiamano entrambe rovere.

E poi, diciamocelo, a chi è venuto in mente di chiamare farnia una pianta possente e vigorosa? Vuoi mettere Rovere, onomatopea di robustezza e durevolezza, che solo a dirlo gratta in gola?

Diciamocelo, dai: farnia è un nome da piante fighette. Chi mai comprerebbe un porto o uno cherry invecchiato in botti di farnia? In questo blog, perciò, concedetemi il sinonimo farnia-rovere. Farete contento anche Renato.

Di rovere sono quei quattro metri cubi di tavoloni accatastati nel garage di mia madre in attesa del tempo e della serenità che ci vogliono per costruire un barca. Intanto però alcune di quelle tavole sono diventate taglieri e appendiabiti per gli amici.

Di rovere sono il tavolo e le sedie che mi ha regalato l’amico Doc. Sono come nuovi, ma hanno arredato prima casa sua, poi quella di Lele e poi la mia: il rovere dura.

Pam è rovere, come lo sono i suoi cugini di Sherwood e quelli nella tenuta di quello scavezzacollo di Benedict (nella foto uno dei tanti, sui 700 anni).

Di rovere parlano alcuni post che ho scritto in questo blog. O di ghiande (1, 2), che spesso raccolgo per avere in tasca qualcosa di piacevole da accarezzare.

Poi vado sull’argine, le ricopro un po’ e spero che diventino un bel Barbalbero centenario.

Finché non cambio idea, perciò, Rovere sia.

Lucio Montecchio

 

Onyricon

parquad

 

Mai provata la sensazione di non sapere se sei sveglio o se stai ancora sognando?

Neo (The Matrix, 1999)

 

Della Parliament Oak raccolgo materiale da mesi, provando a immaginarne l’evoluzione nel tempo dalle foto, disegnandoci sopra.

Maggio: il compleanno di Monica e il concerto acustico dei Simple Minds giustificano ampiamente il viaggio.

Quasi nascosta all’incrocio fra la statale e una delle strade laterali che attraversano i campi, se non la stai cercando non te ne accorgi. Non dà fastidio a nessuno e nessuno dà fastidio a lei. Libera di decidere il suo destino.

Praticamente è un sistema radicale che da più di mille anni continua a sostituire il fusto più pesante e meno efficiente con altri più giovani e vigorosi, tutto attorno.

Fra i due fusti grossi e cariati sulla destra e quello giovane a sinistra c’è uno spazio ampio e circolare.

Lì dentro si sono avvicendati tutti quelli precedenti, secondo logiche che possiamo solo ipotizzare. Forse secondo scelte di convenienza e di sopravvivenza che le radici hanno avuto il tempo di sbagliare e di perfezionare.

A terra ci sono un po’ di ghiande: a saperle leggere, lì dentro ci sono molte risposte.

La farnia è sana, almeno quanto quelle che hanno mille anni di meno e che da noi sono “monumento”, certificato da una targa luccicante.

Monumento a che cosa, però, non si sa. Forse “all’oblio”. Al fatto che quelle poche, fortunatamente, ci siamo dimenticati di tagliarle.

Fotografo un po’ di dettagli e mi allontano di una ventina di metri per inquadrarla tutta.

Apro il diaframma per mettere a fuoco solo il ramo che viene verso di me. Faccio per ripetere, ma mi fermo: dal centro sfocato compare una signora coi capelli rossi sciolti sulle spalle.

Lei appoggia una mano sul fusto più giovane e mi sorride di trequarti. È in posa. Sicura di sé, spontaneamente elegante.

Chiudo il diaframma e scatto. E scatto ancora. Me l’immagino già in bianco e nero.

Finalmente alzo gli occhi dal mirino e saluto con un cenno della mano.

È bellissima … quanti anni avrà?

A una signora non si chiede, sussurra con la voce di Norah Jones.

Aggiro il rovo, tolgo il berretto e mi presento. Profumo di bosco.

Gli amici mi chiamano Pam, da quando Re Giovanni ha organizzato un Parlamento qui sotto.

Avresti dovuto esserci!

Quando è arrivato il messaggero, il Re stava cacciando sulla collina là in fondo. Pensa, senza distogliere lo sguardo dal cervo apprese della rivolta in Galles e convocò i suoi sette consiglieri per il giorno dopo.

“Dove, Maestà?” Chiese il messaggero già in sella a un cavallo fresco. “Sotto la quercia del bivio, stronzo!”, rispose stizzito. Scoccò la freccia e sbagliò di dieci metri, ma i suoi compagni di caccia urlarono “Quasi!” e applaudirono a lungo.

Nel pomeriggio del giorno dopo, finché Giovanni cavalcava verso Edimburgo, i suoi soldati sgozzavano un po’ di poveracci affamati, poco lontano da qui.

E’ turbata.

Potrei raccontartene altri, di aneddoti.

Così come potrebbero farlo le molte querce qui vicino. Ognuna ha un nome e una storia.

Se domani passi dalla Major portale i miei saluti. Se non sarà troppo indaffarata con tutti quei turisti, ti dirà che è la più famosa e la più antica, ma non fidarti: si regge su una decina di stampelle ed è nata da una ghianda mia.

Faccio per raccogliere l’aria e invitarla per un aperitivo senza balbettare, ma arrivano due ciclisti frettolosi col caschetto arancione che chiedono strada a suon di campanello. Campanello, campanello, campanello, camp …

 

Mi sveglio sudato, immerso in un piumone caldissimo.

Ah, si. È il lodge di ieri sera, quello con un’infinita rastrelliera di birre e whisky al piano terra, quello col barman con la faccia di Bilbo Baggins.

Doccia. Un po’ meglio, scendo.

Simulo lucidità: full breakfast, please.

Bilbo mi guarda divertito, con l’indice solleva dalla fronte la tuba fucsia, mi mostra la copertina di un vinile che conosco a memoria e spara “Superstition”.

Dal tovagliolo rotola una ghianda.

Lucio Montecchio