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Vaia

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Dall’alto della valle, Sbrègo si lasciava carezzare dall’ultimo venticello caldo e piovoso di fine stagione, prima che l’inverno arrivasse a fare il suo.

Scirocco: profumo di salsedine, di sole e di rosmarino.

Immaginava di sorvolare il sūq di Tunisi, e poi una distesa di dune fino a un’oasi lontana, coi bambini intenti a prendere gli scorpioni per la coda e una Fata Morgana seducente e irraggiungibile.

Non sapeva spiegarselo neanche lui, ma era iniziato tutto cinquant’anni prima, quando un lampo l’aveva aperto per lungo. Fu un elettroshock brutto brutto, però da allora prendeva Capodistria, la Rai e qualche TV minore.

Quando il cielo era terso riusciva anche a vedere dei bei documentari alla BBC.

Però se la tirava. Oh, se se la tirava!

Non vedeva l’ora che crescesse un nuovo albero per dar sfoggio di saperi sportivi, cromatici, ecologici, pentatonici ed endecasillabi.

Una volta riuscì a stupire un gruppo di salici raccontandogli che dall’altra parte del mondo ci sono alberi acquatici con le radici all’insù, ma quando un paio d’aceri si girò ridacchiando, chiuse velocemente il discorso con un altezzoso “Idit qui non servat occidit”.

Non sapeva neanche lui cosa significasse, ma quel moncone di frase rubata alla pubblicità del Petrus suonava bene.

Saccente e permaloso come un vecchio. Stimato e rispettato come un saggio.

“An ancient tree”, commenterebbe Neville.

 

“Non è niente, è solo vento africano. Annusatelo e godetene”, disse con voce rassicurante ai giovani pioppi che tremolavano lungo la riva del torrente.

Di lì a poco, però, la pioggia si mise a cadere sempre più forte, aprendo dei rivoli veloci nel bosco.

Soprattutto, pioveva sabbia fine e rossa, di quella che smeriglia le foglie.

Le chiome oramai garrivano.

Anche quelle degli abeti, che lui chiamava “soldatini di legno”: stessa livrea, età e statura. Allineati e coperti come in una piazza d’armi.

“Mi spezzo ma non mi piego” recitava il loro motto.

“Vedremo, vedremo, con quelle gambe lunghe e la chioma così alta. Vedremo”.

E poi ci fu quel bagliore fumoso e rossastro che veniva dall’appennino, o giù di là.

“Ragazzi, mi sa che stavolta vien su un vento che ricorderemo a lungo. Aspettiamo ancora qualche ora e, se non cala, ci organizziamo. Tutti pronti alle prime luci”.

Fu una notte insonne.

Per il vento, per la pioggia e perché la memoria lo portava sempre a quel maledetto fulmine.

Anche lui, nel buio, tremava.

“Fra dieci minuti! Pronti con la testuggine!”, tuonò.

Qualcuno iniziò a girare su se stesso, altri iniziarono a piegarsi indietro. C’era chi copiava dal vicino e chi fischiettava guardando in alto. Insomma, un gran casino disordinato.

“Va ben, dai. Mischia ordinata!

– Applauso –

Aceri e frassini: tutti a destra.

Faggi: tutti a sinistra.

Tutti gli altri: occupate i buchi più bassi. Anche voi, noccioli là in fondo. Anche le betulle!

Ancorate le radici al sasso più grosso che trovate.

Piegatevi lentamente in avanti. Piano, che così a freddo vi rompete.

Abeti, cervi e caprioli, dietro.

Prima linea, in ginocchio. Seconda e terza linea, coprire i buchi e pronti a spingere.

Quando la prima raffica toccò i  100 all’ora, Sbrégo urlò “Crouch!”

“Scusa, cossa vol dire?” Chiese un sorbo arrivato da poco.

“Legatevi coi vicini e intrecciatevi con quelli dietro!

Il vento cercherà di sollevarvi. Non fatelo passare o vi rovescerà tutti assieme.

Deve volarvi sopra come foste un corpo unico, rigido ed elastico, duro e morbido. Alla fine, lui si stancherà prima di voi, vedrete.

L’acqua cadeva e correva, i sassi correvano e cadevano.

Il vento si trasformò in una massa densa e nera. Per qualche motivo irrilevante urlò il nome di una signora tedesca e iniziò a tirar mazzate come un ariete spartano.

Bam. Bam. Bam. Bam. Per ore.

Ammainate le vele!

“Scusa?” chiese perplesso il sorbo di prima.

“Mollate le foglie alte, porcamalora! Dovete far sfiatare l’aria che passa da sotto, sennò vi scoperchia”.

“Anh … ‘desso go capìo, Mister”.

 “E’ solo aria. Chiudete gli occhi e spingete. Tu, là in fondo, abbassa i rami fino a terra e spingi!”.

“Fatelo per voi, fatelo per i vostri figli, la vostra famiglia, la patria, la gloria!”

– Forse mi sono lasciato prendere la mano – pensò, ma ne ebbe certezza quando uno dei molti piloni schierati a sud, che spingeva come un toro da ore, urlò a denti stretti “Va in mona!”.

Fu dura, durissima, ma fu così che la squadra più selvatica, sgangherata, irriverente, multietnica e multietà di Sbrègo riuscì a rimbalzare il vento chissadove.

Certo, rimasero a terra molti feriti e alcuni morti, ma il bosco aveva salvato sé stesso, come tutte le volte precedenti. E anche i due paesini a valle.

Sbrégo ne uscì con qualche altra ferita, ma ancora troneggia spavaldo dall’alto della sua collina. Pronto a nuove battaglie e certo delle future vittorie.

“A veteran tree!”, esclamerebbe Neville.

___

Fra pochi giorni, giornali e televisioni celebreranno gli abeti spezzati da Vaia. Parleranno ancora di metricubi o di ettari e misureranno il danno in soldi.

Ben pochi spiegheranno perché molti boschi ce l’hanno fatta.

Padova, 18 ottobre 2019

Lucio Montecchio

Sciando a perdifiato

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È un caro amico di Roma, ingegnere, di quelli che hanno abbondantemente pianificato la vita e che farebbero felice ogni suocera. La mia, di me diceva “può piacere”.

Ferragosto lo passa in Sardegna, nella villetta di famiglia.

Per febbraio, invece, decide lui.

Settimana di sci sulle dolomiti, alla quale arriva con un’ansia da prestazione crescente, solo parzialmente smorzata dalle indispensabili sessioni di ginnastica pre-sciistica in una palestra vip dell’Eur.

Misura il piacere in chilometri sciati nelle poche ore disponibili, entità che convivono nella definizione di velocità. Quella cosa che non ti lascia il tempo di osservare cos’hai attorno.

La moglie di solito lo aspetta al solarium sorseggiando succo di lulo coltivato in Perù, spremuto a freddo in Austria e certificato biologico in Italia.

Parcheggio. So già che farà la solita battutona, che aspettava questa settimana “d’ampezzo”.

Mi viene incontro a braccia spalancate commentando le strade che non sono ancora state pulite, la gente che non sa parcheggiare e i troppi turisti.

Beh dai … se fosse arrivato con caschetto viola e goprò sarebbe stato peggio.

Guarda, dalla finestra della camera sembra di essere dentro a una cartolina, e mi mostra foto che corrispondono esattamente a quanto ho davanti agli occhi. Mah…

Già che c’è, sfoggia un’app che ti dice il nome di tutte le montagne di fronte, anche di quelle che non si vedono.

Sai, Marina va a far palestra, massaggi e ne approfitta per leggere.

Io invece scarico lo stress di un anno sciando a perdifiato. A pranzo, panino col formaggio di malga e un bicchiere di rosso. Poi ancora giù fino alle quattro, in questi bei boschi incontaminati. E poi doccia, sprizcampàri e ristorante.

È felice come un bambino: non gli dirò quel che penso davvero. Sarebbe inutile.

Non gli dirò che quei boschi che evita come il guardrail dell’autostrada sono una scenografia come la facciata del castello di Disneyland. Che quella striscia di neve finta costa più all’ambiente e per sempre, che a lui per pochi giorni. O quanti alberi sono stati tagliati per farlo divertire (sua moglie, tra l’altro, protesta ogni volta che nel suo quartiere ne tagliano uno solo).

Non gli dirò neppure che il formaggio del suo panino lo fanno laggiù, in pianura.

Lucio Montecchio

Facce da Bar

 

 

Oltre questa mia tastiera c’è il FaceBar, con le pareti blu e le foto dei clienti in vetrina. Come dal barbiere in Penny Lane.

Soprattutto in tempi di isolamento fisico da amici e parenti, il “Bar delle Facce” costa meno del telefono e spesso fa più compagnia, perché ti fa sentire parte di un gruppo, come le sere del mese scorso al Bar Centrale

Al Bar delle Facce ogni giorno è il giorno che vuoi tu.

Chiudi gli occhi, pensa al lunedì e i commenti sul calcio saranno abbondanti, anche in questo periodo di lockdown. In attesa di tempi migliori, c’è chi posta il video di un politico di grido che si fa recapitare a casa un gruppo di ragazzi per far fare una partitella spensierata al figlio.

Negli altri giorni cambia il soggetto, ad esempio si parla parecchio dei vantaggi della bava di lumaca come anti-age (eh, si, perché dovete sapere che la bava sa rallentare il tempo, come ben dimostrato dalla lentezza delle lumache), di quella lì di Sanremo che è brutta perché ha il naso rifatto, oppure delle possibili geometrie del nostro pianeta.

Le dinamiche della discussione sono sostanzialmente le stesse: si confrontano opinioni opposte, ci si insulta per un po’ e poi si da’ tutti ragione all’esperto di turno, che se non fosse che gli mancavano ventotto esami si sarebbe laureato con una tesi in chirurgia dell’esofago. Tanto, a cosa serve una laurea? Lui fa il macellaio già da quattro mesi, e la laurea se l’è conquistata sul campo alla faccia dei figli di papà che vanno all’Università.

Vi faccio un esempio: durante la serata dedicata a “piante, dadi e datteri” si presenta immancabilmente qualcuno con due foto sfocate di un albero che ha già deciso di salvare da un destino crudele, chiedendo di che specie si tratti e soprattutto di che cosa è malato e cosa fare. Perché, si sa, gli alberi sono sempre malati, basta cercare bene. Anzi, no, scusate, non sono mai malati, va tutto bene. Anzi, no, devo sentire un amico, che lui sa. Diagnosi per corrispondenza, insomma, ecco. Smart working! (che poi ho chiesto a Jonathan, e da loro non usano questo termine).

Ma torniamo a noi.

Nel tempo di cinque minuti e parte il “toto-opinione”.

A me interessa: “seguo”, nel frattempo faccio gli auguri di buon compleanno a un amico che non conosco, scusandomi (cioè chiedendo scusa a me stesso) del ritardo.

Torno nella pagina dopo venti minuti, osservo, sorrido e scrennshotto, pensando al fatto che al mio medico non spedirei mai la foto dei miei occhi arrossati, perché certamente mi risponderebbe “amico mio, devo vederti. Magari poi ti mando da un oculista, o da un epatologo, non lo so. Forse sono solo le grappe di ieri sera, ricordi? No, vero?”.

Per fortuna fra gli avventori c’è spesso Gregorio Rasputìn, il vecchio allenatore dell’Albignasego Football Club: lui sa, perché dieci anni fa curava la rubrica scientifica “Io sono io” nel Bollettino di una parrocchia che purtroppo oggi non esiste più per via dei cambiamenti climatici.

Rasputìn posa il calice, si pulisce il naso adunco con la manica e da sotto i capelli lunghi sentenzia annoiato “carenza idrica: dategli un buon insetticida!”. Si, come abbiamo fatto a non pensarci prima? Non piove da tre mesi e gli insetti vanno a bere succhiando dalle foglie, come dimostrò già nel 1987 quel tale lì, come si chiama? Beh, non importa, dai: ora che ci penso, me l’aveva già detto il mio imbianchino.

Questo è il momento tanto atteso, quello della coesione sociale: alziamo tutti il pollice urlando “Like” e brindiamo felici, dandoci delle gran pacche sulla fronte col palmo della mano.

Anch’io, sia chiaro.

Semplicemente, mi convinco per qualche minuto di non aver “mai aperto i libri alle mie spalle, che tra l’altro non sono neanche miei”, come ebbe a dire con orgoglio un personaggio interpretato da quel genio assoluto di Natalino Balasso, il quale chiudeva la questione con “e comunque adesso devo portar fuori il cane”.

Lucio Montecchio

 

L’albero – foresta

 

“Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”

J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

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Sono più che mai convinto che un albero sia luogo, un ambiente complesso frutto del lavoro di centinaia di specie che, sotto e sopra la corteccia, convivono secondo regole ed equilibri che non capiremo mai appieno.

Un sistema implicitamente e necessariamente dinamico in grado imparare, adeguarsi agli eventi e prepararsi al futuro. Perché la vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi.

La quercia che ho di fronte ci ha messo nove secoli a diventare com’è, cambiando chissà quante forme. E così, quell’alberello nato finché Riccardo Cuor di Leone guerreggiava con Saladino è cresciuto, ha sbagliato, ha capito, ha provato in un altro modo e negli ultimi anni ha scelto di lasciar cadere qualche ramo molto grosso pur di far spazio a rami più sottili. E’ un problema? Non per lui, evidentemente.

Ma c’è di più: negli spazi più aperti, dove le branche si aprono quasi orizzontali creando un pianoro centrale, ha lasciato che foglie e rami diventassero dapprima humus e poi un vero suolo, nel quale lasciar crescere muschi, felci e giovani alberi che affondano le radichette nella sua parte più centrale, ormai marcescente.

Quando altri rami cadranno e lasceranno penetrare più luce, loro saranno pronti a crescere.

A prescindere dall’età e dalle dimensioni, questo “albero-foresta” è certamente un monumento: alle dinamiche della natura e a chi non ha avuto tempo o voglia di ingessarlo fra cavi, cavetti e puntelli.

 

Windsor, 10 settembre 2019

Lucio Montecchio