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Le grandi scoperte dell’umanità – parte terza

cetriolo

Parte prima

Parte seconda

La plastica fu una grande invenzione, non c’è alcun dubbio, ma quello che per gli utilizzatori era un punto di forza, per i produttori era una debolezza: non si rompeva e non serviva sostituirla. Al limite la si buttava nel fosso, ma ancora nel pieno delle sue potenzialità.

“Capo, non riusciamo più a venderne, la gente se la tiene finché non gli serve più. Ne compra di nuova solo se il colore passa di moda, ma ormai li abbiamo proposti già tutti, i colori”.

“Fammici pensare … dovremmo inventarne un tipo che vada rotto appena comprato. Dunque … palloncini gonfiabili no, pneumatici neanche, preservativi neppure, …

“Ecco: una pelle da salame!”

“L’idea è buona – commentò con sguardo malizioso il Dottore – ma dobbiamo farne un asset solido, durevole. Stiamo pur sempre parlando dell’unica invenzione che ha cambiato la storia dell’umanità, no?”

“Beh, la ruota di mio padre non era male, capo”.

“Si, ma quelli sono tempi lontani, caro il mio Galdino”.

“Facciamo una specie di pelle da salame buona per tutti i cibi, che se vuoi mangiarli la devi rompere”.

“Grande! Una pellicola trasparente e leggera, da plasmare sui cetrioli, le carote e il pane. Dobbiamo creare una specie di dipendenza, farla diventare normale, igienica, che magari permetta di conservare il cibo a lungo ma non troppo. Anzi, sai cosa facciamo? Ci incartiamo anche il petto di pollo”.

“Ma per quello c’è già tutto il resto di pollo attorno, capo, non serve”.

“Serve, serve. Ascolta, portiamo sul mercato pezzi di animale incartati con la plastica, che così mettiamo su anche qualche bell’allevamento industriale di uova, filetti di manzo e cosce di tacchino da confezionare appena pescate nell’Adriatico e da mettere in bella vista al supermercato con la data di scadenza che diciamo noi”.

“In che senso?”

“Nel senso che basta usare le parole giuste e la gente si compra di tutto, amico mio. Hai presente la cacca di gallina che insacchettiamo come ‘ecologico guano del Cile’? Va a ruba e non ho mai capito perché. Galdy! guarda che è il marketing che fa la differenza. Tu scrivi uovo allevato a terra e vedrai!”

“Gallina, vorrà dire”.

“No, uovo: chi vuoi che compri una cosa che esce da un buco di culo? Tanto, questi non sanno un casso, non preoccuparti. Molti sono ancora convinti che Gesù sia morto di freddo, credimi. Basta dirgli quello che vogliono sentire, è semplice”.

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Per qualche anno andò tutto bene, ma qualche concorrente del Dottore di Marghera pensò di fargli una specie di concorrenza importando pezzi d’animale esotico pre-imballato da fuori Veneto: Italia, Americhe, Asia e Oceania. Dall’Africa no: troppo lontana.

Fu un successo. Bastò semplicemente che un noto chef stellato proponesse nella TV regionale la sottofesa di furetto, le lombatine di pipistrello al sangue, gli spiedini di ghiro letargico serviti su un letto di rucola e scaglie di pangolino, e poi un sacco di altre parti d’animali mai visti neanche nei documentari della BBC.

Moda, era una moda come quella del sussi, sciusci, ciuzzi; insomma, il pesce crudo che avremmo potuto mangiare da sempre senza fare la fatica di cuocerlo.

Resta il fatto che su quest’onda esterofila si aprirono rapidamente nuovi mercati internazionali.

C’era chi andava in Cina a far scorta di magliette della Fila, chi in un pub neozelandese a vedere gli All Blacks dal maxi schermo, chi a Londra a comprare gli occhiali che fanno ad Agordo oppure in Olanda, a comprare pomodori in idroponica.

“Capo, con tutti ‘sti viaggi aerei per andare a spendere soldi in giro, il pianeta si sta scaldando come se avesse una malattia. I ghiacciai si sciolgono, gli orsi polari muoiono, le mamme imbiancano e la Luisa ha le scaldàne. Hanno appena inventato il termine ‘isola di calore’ per le città più cementificate”.

“E allora piantiamo milioni di alberi! Importiamo alberi tropicali colorati da mettere dappertutto, vedrai che quelli resisteranno. Inventiamo ‘isole di colore’. Verde, chiaramente. Soprattutto dentro alle città, che così facciamo una bella frescura e nuovi posti di lavoro”.

“Beh, non è che ci voglia tanto lavoro per piantare un albero, e quello dura duecento anni”.

“Piantarli e potarli, ogni anno. E poi abbatterli e piantarne ancora”.

“Ma io non ho mai visto potare gli alberi nella valle da me, capo”.

“Si farà perché servirà, Galdy. Credimi”.

“E a cosa? A buttar via schei?”

“Eh, no, caro. A farli, i schei!”

Fu così, che il capo di Marghera esperto di polivinilpropil, mise su un commercio florido di alberi in partnership coi vivai Exotik Nurseries Ltd.

Erano alberi di poco valore ma di grande effetto, importati in grossi vasi con dentro, inevitabilmente, qualche erbaccia rustica, frugale, adattabile ad ogni clima.

Fu da quegli alberi con le loro erbacce e da quelle lombatine di pipistello coi loro virus, che l’umanità e tutte le sue invenzioni cominciarono a traballare, ma la natura trovò nuovi equilibri.

O forse vecchi, chissà.

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Molto, molto tempo dopo, in un luogo imprecisato della Val d’Assa, Karim stava squadrando dei tronchi di abete per farne delle travi e allargare un po’ la baita.

Era difficile spingere le travi pesanti dal piazzale alla casa, ma Samir, figlio geniale, si armò di un tirascorza e si accinse a smussarne gli angoli per farle rotolare con una discreta facilità.

Fortunatamente, Karim se ne accorse per tempo e gli tirò un sasso urlandogli dietro “Ma che casso stavi per fare, che se li volevo tondi li lasciavo com’erano?”

#AndòTuttoBene.

Per un po’ di tempo.

– Fine della terza e ultima parte –

Lucio Montecchio

Overshooting

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“It lies with me!”, cried the Queen of Maybe”.

Dancing with the moonlit knight, Genesis.

 

Il profumo che proveniva dalla caffettiera non era un granché: “Lo faccio coi fondi di caffè che ci porta Clara il sabato. Li metto al sole ad asciugare e li mescolo alla miscela Leone”.

Il cartoccio di caffè, quello vero, mia nonna lo teneva dentro a un vaso di vetro per le occasioni importanti, che spesso coincidevano con la visita del fratello che se n’era andato a lavorare a Pioltello o con quella del prete, per la benedizione pasquale.

Era la fine dei ‘60 e lei era stata abituata così fin da bambina: parsimonia e risparmio, perché non si sa mai.

Ha fatto una vita che per l’epoca era più che dignitosa, sia chiaro, ed è morta con il bilancio in pareggio: né debiti né crediti.

All’epoca, i debiti li facevano solo quelli che consideravamo ricchi. Che cosa strana …

La parola debito, semplicemente, nel vocabolario della generazione di mia nonna non esisteva. Credito, poi, era sinonimo di temporanea cortesia fra vicini bisognosi. Mutuo soccorso, ecco.

Poi il boom economico e la sensazione del riscatto meritato, fino all’ostentazione di un benessere che a volte, nel mio paese di campagna, sfiorava il ridicolo.

Come la Gemma, che andava a far “sciopping” fino a Padova.

E poi hanno aperto il primo supermercato a Piove di Sacco, con prezzi così bassi da mettere in qualche difficoltà i negozi di paese ma, soprattutto, facendo uscire i soldi dal circuito locale.

In quel periodo avevo sui 15 anni e la regola di casa era “Chi lavora magna: se vuoi fare il liceo mi devi dare una mano, sennò quei soldi mi servono per assumere un dipendente”.

Sono stato fortunato, molto, ad essere stato costretto a capire il valore dei soldi.

“Se prendi 100 spendi 80”, ripeteva mio padre, che passava quel tempo teoricamente libero riparando la 850 o l’impianto elettrico di casa.

Del pollo ci lasciava le parti migliori e lui mangiava cose che oggi buttiamo nell’umido, orgogliosi di un riciclo che suona bene e funziona male.

Erano gli anni in cui si stava concretizzando il movimento ambientalista e sull’armadio in camera avevo un autoadesivo giallo e tondo che diceva “Forsa ‘tomica? no grassie”, con un sole che ride al centro.

E poi il Panda incollato sulla vespa e quella tessera che ho strappato pubblicamente quando una facoltosa presidente non si è opposta ai tralicci dell’alta tensione da mettere nel bel mezzo del primo parco nazionale italiano. I tralicci servivano a portare corrente francese e a soddisfare i bisogni dell’allora triangolo industriale.

Leggevamo la Carson, Humboldt, Muir e ascoltavamo quel rock progressivo che dall’Inghilterra ci faceva immaginare mille futuri possibili. Ci credevamo davvero.

Poi è successo qualcosa che non riesco a mettere a fuoco.

Ci siamo ubriacati di consumismo, di usa e getta, prima coi kleenex e poi col resto. Dell’onnipotenza del chissenefrega, del meglio un uovo oggi.

Di quelle cose che danno un torpore piacevole e una assuefazione inconsapevole.

Di “sostituire costa meno che riparare e in più ho 2 anni di garanzia”, di “tanto, si ricicla”.

Di “la corrente nucleare la fanno i francesi e gli sloveni, mica noi”.

Di piselli surgelati, bastoncini di merluzzo, mele lucide e bollicine alcoliche.

E così facendo, fingendo di non ricordare i nostri bei discorsi di trent’anni prima sui costi ambientali, considerando unicamente il valore economico di un bene, siamo arrivati a oggi.

A riempirci la bocca di parole come “Overshooting” per tre giorni.

Tanto, ad ogni primo gennaio gli economisti ci azzerano i debiti ambientali e se ne riparla l’anno dopo, in vacanza, lontano dalla vita reale.

Lucio Montecchio

Dynamo

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Due mesi di vacanza dalla vita normale alla ricerca di quel tempo andato chissaddove. Di uno spazio tutto mio per pensare a come ottimizzare queste ultime cartucce.

La Comunità Dynamo ha colonizzato questa piccola isola abbandonata di fronte al Montenegro (o, se preferite, di fronte all’Italia) e ne ha fatto un approdo per chi è in cerca di colori nuovi e di gente con una visione diversa.

E’ vero, mancano i beni di prima necessità, ma qui scopri che le priorità possono cambiare.
Manca l’acquedotto, ma poco lontano dal mare c’è una fonte di acqua fresca attorno alla quale si è organizzato il villaggio e stiamo coltivando un orto comune.
Manca il gas, ma ad essere sincero non ce l’ho neanche nella casa in montagna.
Quel che mi manca di più è la corrente elettrica.

Provate a immaginare la vita senza questa cosa invisibile e preziosa.

Senza la lavatrice, il gelato al pistacchio e l’MP3.

La corrente elettrica, a dir la verità, non ce l’aveva neanche mio nonno nel profondo Veneto di cent’anni fa, ed è campato a lungo. Ma con un assolo di Prince sono sicuro che avrebbe sorriso di più.

Qui la corrente costa fatica. Movimento fisico che fa girare una dinamo e che carica una batteria.

E’ vero che quella stessa energia la si potrebbe usare per far funzionare un motore elettrico, ma qui la corrente non costa soldi, costa sudore. Ci accendi una lampadina la sera, ricarichi un portatile per stare in contatto col mondo e poco altro.

Quella che serve per l’illuminazione pubblica e l’infermeria la facciamo con una grossa dinamo avvolta da pale di legno che sfiorano l’acqua della fonte.
Per il resto, ognuno si arrangia. Quasi tutti usano il metodo più semplice: pedali-ruota-dinamo-batteria.
Poi c’è chi si dà alla fantasia pura.

Andrea, la signora tedesca del Bar Moon (ma l’insegna in vetrina è appesa per essere letta da dentro), per attirare i selfisti ha fatto fare una enorme ruota da criceti rossa e dentro ci fa correre il marito Samy inseguito da un cinghiale. Samy è un senegalese secco secco che dicono essere superdotato. Non è proprio nero, direi marron scuro. Insomma, di colore.

Hiang invece la corrente se la fa dentro a un bidone immerso nel bagnasciuga sfruttando le onde e il movimento alta-bassa marea. Non so bene come, ma ci riesce. Vai a capirli ‘sti ingegneri cinesi. No, forse è coreano, oppure vietnamita. Insomma, per essere giallo è giallo. Ma non proprio giallo, direi piuttosto un giallo abbronzato. Insomma, di colore.

E poi c’è il sindaco Piotr, austr’ungarico, anche lui di colore: rosa-brunastrino, come me.

Qualcuno insinua che, con quel fisico da terzotempista livello “esperto”, la corrente la rubi dalle batterie del municipio.

Però io lo vedo pedalare spesso. Lento ma costante.

Tempo fa gli hanno messo il rene di un brasiliano.
Con lui mi faccio delle buone bevute di birra tiepida, quella che arriva due volte alla settimana col postale delle 15.
Ci sediamo nel boschetto e chiacchieriamo di cose della vita.

Anche di boschi e di alberi, perché qui ce ne sono molti e lui vuol sempre sapere i nomi scientifici. Dice che sono uno bravo a riconoscere le razze. Si, lo so, ha poca confidenza con l’italiano.

“Ecco, vedi quello là in fondo? Pinus nigra: pino nero, black pine. Che poi non è proprio nero, direi verde scuretto. Insomma, di colore“.

Mah, no so. Sotto questo sole a me sembriamo tutti marroncino e gli alberi mi sembrano tutti verdi.

Dev’essere ‘sta birra calda.

Buone vacanze!

Lucio Montecchio