Tag: global change

Overshooting

20190510_1922216286567302094003509.jpg

“It lies with me!”, cried the Queen of Maybe”.

Dancing with the moonlit knight, Genesis.

 

Il profumo che proveniva dalla caffettiera non era un granché: “Lo faccio coi fondi di caffè che ci porta Clara il sabato. Li metto al sole ad asciugare e li mescolo alla miscela Leone”.

Il cartoccio di caffè, quello vero, mia nonna lo teneva dentro a un vaso di vetro per le occasioni importanti, che spesso coincidevano con la visita del fratello che se n’era andato a lavorare a Pioltello o con quella del prete, per la benedizione pasquale.

Era la fine dei ‘60 e lei era stata abituata così fin da bambina: parsimonia e risparmio, perché non si sa mai.

Ha fatto una vita che per l’epoca era più che dignitosa, sia chiaro, ed è morta con il bilancio in pareggio: né debiti né crediti.

All’epoca, i debiti li facevano solo quelli che consideravamo ricchi. Che cosa strana …

La parola debito, semplicemente, nel vocabolario della generazione di mia nonna non esisteva. Credito, poi, era sinonimo di temporanea cortesia fra vicini bisognosi. Mutuo soccorso, ecco.

Poi il boom economico e la sensazione del riscatto meritato, fino all’ostentazione di un benessere che a volte, nel mio paese di campagna, sfiorava il ridicolo.

Come la Gemma, che andava a far “sciopping” fino a Padova.

E poi hanno aperto il primo supermercato a Piove di Sacco, con prezzi così bassi da mettere in qualche difficoltà i negozi di paese ma, soprattutto, facendo uscire i soldi dal circuito locale.

In quel periodo avevo sui 15 anni e la regola di casa era “Chi lavora magna: se vuoi fare il liceo mi devi dare una mano, sennò quei soldi mi servono per assumere un dipendente”.

Sono stato fortunato, molto, ad essere stato costretto a capire il valore dei soldi.

“Se prendi 100 spendi 80”, ripeteva mio padre, che passava quel tempo teoricamente libero riparando la 850 o l’impianto elettrico di casa.

Del pollo ci lasciava le parti migliori e lui mangiava cose che oggi buttiamo nell’umido, orgogliosi di un riciclo che suona bene e funziona male.

Erano gli anni in cui si stava concretizzando il movimento ambientalista e sull’armadio in camera avevo un autoadesivo giallo e tondo che diceva “Forsa ‘tomica? no grassie”, con un sole che ride al centro.

E poi il Panda incollato sulla vespa e quella tessera che ho strappato pubblicamente quando una facoltosa presidente non si è opposta ai tralicci dell’alta tensione da mettere nel bel mezzo del primo parco nazionale italiano. I tralicci servivano a portare corrente francese e a soddisfare i bisogni dell’allora triangolo industriale.

Leggevamo la Carson, Humboldt, Muir e ascoltavamo quel rock progressivo che dall’Inghilterra ci faceva immaginare mille futuri possibili. Ci credevamo davvero.

Poi è successo qualcosa che non riesco a mettere a fuoco.

Ci siamo ubriacati di consumismo, di usa e getta, prima coi kleenex e poi col resto. Dell’onnipotenza del chissenefrega, del meglio un uovo oggi.

Di quelle cose che danno un torpore piacevole e una assuefazione inconsapevole.

Di “sostituire costa meno che riparare e in più ho 2 anni di garanzia”, di “tanto, si ricicla”.

Di “la corrente nucleare la fanno i francesi e gli sloveni, mica noi”.

Di piselli surgelati, bastoncini di merluzzo, mele lucide e bollicine alcoliche.

E così facendo, fingendo di non ricordare i nostri bei discorsi di trent’anni prima sui costi ambientali, considerando unicamente il valore economico di un bene, siamo arrivati a oggi.

A riempirci la bocca di parole come “Overshooting” per tre giorni.

Tanto, ad ogni primo gennaio gli economisti ci azzerano i debiti ambientali e se ne riparla l’anno dopo, in vacanza, lontano dalla vita reale.

Lucio Montecchio

Dynamo

20180806_145839

Due mesi di vacanza dalla vita normale alla ricerca di quel tempo andato chissaddove. Di uno spazio tutto mio per pensare a come ottimizzare queste ultime cartucce.

La Comunità Dynamo ha colonizzato questa piccola isola abbandonata di fronte al Montenegro (o, se preferite, di fronte all’Italia) e ne ha fatto un approdo per chi è in cerca di colori nuovi e di gente con una visione diversa.

E’ vero, mancano i beni di prima necessità, ma qui scopri che le priorità possono cambiare.
Manca l’acquedotto, ma poco lontano dal mare c’è una fonte di acqua fresca attorno alla quale si è organizzato il villaggio e stiamo coltivando un orto comune.
Manca il gas, ma ad essere sincero non ce l’ho neanche nella casa in montagna.
Quel che mi manca di più è la corrente elettrica.

Provate a immaginare la vita senza questa cosa invisibile e preziosa.

Senza la lavatrice, il gelato al pistacchio e l’MP3.

La corrente elettrica, a dir la verità, non ce l’aveva neanche mio nonno nel profondo Veneto di cent’anni fa, ed è campato a lungo. Ma con un assolo di Prince sono sicuro che avrebbe sorriso di più.

Qui la corrente costa fatica. Movimento fisico che fa girare una dinamo e che carica una batteria.

E’ vero che quella stessa energia la si potrebbe usare per far funzionare un motore elettrico, ma qui la corrente non costa soldi, costa sudore. Ci accendi una lampadina la sera, ricarichi un portatile per stare in contatto col mondo e poco altro.

Quella che serve per l’illuminazione pubblica e l’infermeria la facciamo con una grossa dinamo avvolta da pale di legno che sfiorano l’acqua della fonte.
Per il resto, ognuno si arrangia. Quasi tutti usano il metodo più semplice: pedali-ruota-dinamo-batteria.
Poi c’è chi si dà alla fantasia pura.

Andrea, la signora tedesca del Bar Moon (ma l’insegna in vetrina è appesa per essere letta da dentro), per attirare i selfisti ha fatto fare una enorme ruota da criceti rossa e dentro ci fa correre il marito Samy inseguito da un cinghiale. Samy è un senegalese secco secco che dicono essere superdotato. Non è proprio nero, direi marron scuro. Insomma, di colore.

Hiang invece la corrente se la fa dentro a un bidone immerso nel bagnasciuga sfruttando le onde e il movimento alta-bassa marea. Non so bene come, ma ci riesce. Vai a capirli ‘sti ingegneri cinesi. No, forse è coreano, oppure vietnamita. Insomma, per essere giallo è giallo. Ma non proprio giallo, direi piuttosto un giallo abbronzato. Insomma, di colore.

E poi c’è il sindaco Piotr, austr’ungarico, anche lui di colore: rosa-brunastrino, come me.

Qualcuno insinua che, con quel fisico da terzotempista livello “esperto”, la corrente la rubi dalle batterie del municipio.

Però io lo vedo pedalare spesso. Lento ma costante.

Tempo fa gli hanno messo il rene di un brasiliano.
Con lui mi faccio delle buone bevute di birra tiepida, quella che arriva due volte alla settimana col postale delle 15.
Ci sediamo nel boschetto e chiacchieriamo di cose della vita.

Anche di boschi e di alberi, perché qui ce ne sono molti e lui vuol sempre sapere i nomi scientifici. Dice che sono uno bravo a riconoscere le razze. Si, lo so, ha poca confidenza con l’italiano.

“Ecco, vedi quello là in fondo? Pinus nigra: pino nero, black pine. Che poi non è proprio nero, direi verde scuretto. Insomma, di colore“.

Mah, no so. Sotto questo sole a me sembriamo tutti marroncino e gli alberi mi sembrano tutti verdi.

Dev’essere ‘sta birra calda.

Buone vacanze!

Lucio Montecchio