Tag: indigente

La panchina rosa

IMG-20190821-WA0006

Sun streaking cold, an old man wandering lonely taking time,

the only way he knows.

Aqualung (I. Anderson e J. Fanks, 1971).

 

Settimo è morto su una panchina rosa, l’ 11 agosto.

Settimo. Quasi nessuno si è mai rivolto a lui in modo diverso, a parte un gruppo di ragazzini frustrati e fumàti di fuori paese che a volte gli lanciava qualche parolaccia offensiva o un pezzo di panino, come fosse un cane.

Lui sollevava la testa, guardava il pane da sotto i capelli lunghi e, zoppicando, si avvicinava al cibo con un cenno di gratitudine.

Quando aveva sui 40 anni, Settimo era il ragazzone spavaldo che raccontava di viaggi in Germania e in Inghilterra, di concerti, fiere e di sesso-droga-e-rock’n’roll.

“Time is on my side”, ripeteva spesso con un sorriso ammiccante.

Ma sapevamo tutti dell’infanzia difficile, della famiglia sventurata e del padre violento.

Per questo, probabilmente, la persona più mite al mondo aveva scelto una vita in giro, alla giornata.

“Tanto, da queste parti non cambia nulla, non cambia”. Spesso sottolineava una frase ripetendone una parte.

Un paio di volte l’anno tornava, con quello zaino di cotone scuro in spalla, e raccontava.

Il pastore in Val D’Aosta, il boscaiolo in Austria o il bagnino a Rimini. Si, a volte raccontava cose poco credibili; forse non sapeva neanche nuotare. Forse tornava a casa per leccarsi nuove ferite invisibili, chissà …

Col passare degli anni ha continuato a girovagare, ma restando in zona: la vendemmia delle mele in Trentino o, più spesso, vari lavoretti da muratore o da facchino qui e là.

Non era il classico indigente. Avrebbe potuto andare a vivere nella casa di famiglia, della quale era oramai l’unico erede. Abitarci, farsi l’orto, tenere qualche gallina e trovarsi una morosa. Ma non ha mai voluto farci ritorno.

“Voglio vederla crollare”, diceva. Chissà cos’era successo là dentro, mi sono sempre chiesto.

Da alcuni anni la sua casa era diventata la panchina rosa, quella sotto al pioppo. Quella col sacco a pelo arrotolato e infilato sotto.

E’ un po’ fuori mano, ma in molti fingevamo di passarci per caso, scambiavamo due parole e gli lasciavamo sempre qualche bottiglia d’acqua e della frutta.

Lui stava là. Pensava, parlava, ricordava, canticchiava, tossiva.

Forse pianificava un ultimo viaggio a Capo Nord in autostop, ma Settimo è morto l’ 11 agosto, all’ombra del suo pioppo.

Non so cosa si fossero detti o promessi in questi ultimi mesi, ma mi piace pensare che gli alberi si innamorino degli uomini buoni: ieri il pioppo di Settimo si è lasciato cadere a terra per sempre, portando con sé la sua ombra e la panchina. Quella rosa.

Lucio Montecchio

La foto è di Andrea Sgarbossa. Grazie.