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Goethe e la forma delle piante

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Negli alberi la forma non è predeterminata né prevedibile come nell’uomo o nel cane, dove fin dalla nascita la testa è una e gli arti quattro.

Proviamo a disegnare l’albero fuori dalla nostra finestra. Il risultato ci ricorderà un platano, ma anche una quercia, un olmo o un salice: specie diverse hanno forme simili e alberi della stessa specie hanno forme diverse.

Con la sua forma mutevole, ciascun albero è perciò ben lontano dal quel concetto di fissità alla base della classificazione morfologica perfezionata nel Systema naturae da Linneo nella metà del 1700 e basata su differenze esclusivamente fisiche, spesso microscopiche, in gruppi sempre più dettagliati.

Certo del fatto che ogni specie fosse esattamente così da sempre, Linneo era perseguitato dalla necessità di dare un nome a tutto. “Se non conosci il nome, muore anche la conoscenza delle cose”, annotava ordinando le forme viventi a lui note (ma anche fossili e minerali) in una struttura gerarchica sulla base di uguaglianze crescenti, con particolare riguardo a forma e dimensioni delle strutture di riproduzione.

E così, tutte le piante con radici, fusto e foglie sono state distinte in Pteridofite e Fanerogame a seconda della capacità di produrre semi; le Fanerogame in Angiosperme e Gimnosperme a seconda che i semi siano o meno protetti da un frutto; le Angiosperme in Monocotiledoni come le palme e Dicotiledoni come quasi tutte le latifoglie e … così via. Fino al binomio genere + specie, come in Quercus robur nel caso della farnia.

Linneo era così convinto della precisione assoluta del suo metodo da scrivere che “i caratteri non formano il genere, ma il genere fornisce i caratteri”.

Il botanico Johann Wolfgang von Goethe, noto ai più come uomo di lettere, senza mezze misure definiva questa nomenclatura “rigida” ed “arbitraria”, scritta più da un archivista attento a dividere, che da un naturalista curioso del tutto.

“Le specie più disparate hanno fra loro un’affinità ben marcata, e presentano più di un rapporto di somiglianza fra di loro”.

Come distinguere due specie diverse in assenza di fiori o semi? E che dire dei molti ibridi fertili, prodotti dall’incrocio spontaneo di due specie certamente diverse? Un nome è davvero sufficiente a rappresentare un organismo complesso ?

La Giulietta di Shakespeare se l’era già chiesto: “Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?

Ancora lontano dalla visione darwiniana, Goethe credeva nell’armonia della natura fatta di piccoli passi, di costanti adattamenti.

Certamente utile, il lavoro di Linneo doveva quindi essere avvalorato da considerazioni più complesse, eventualmente modificato o addirittura riorganizzato a partire dal vertice di quella piramide genealogica rappresentato dalla “pianta archetipo”, progenitore, per poi scendere via via verso le altre sempre meno simili, usando differenze sostanziali come crocevia discriminanti. Differenze dove la forma non è importante in quanto tale, ma perché sintesi visibile di un comportamento di adattamento alle condizioni circostanti.

Goethe coniò il termine Morfologia e, non esistendo ancora la macchina fotografica, disegnò e confrontò piante per lunghi anni.

Il 27 settembre 1786 visitò l’Orto Botanico dell’Università di Padova.

Lo immagino seduto su una di quelle panchine di trachite che ancora esistono a raffigurare i tratti essenziali di una palma di già duecento anni. Una Chamaerops humilis, “umile” perché secondo Linneo non avrebbe superato i due metri.

Probabilmente dopo qualche schizzo si avvicinò perplesso, incerto del risultato, girò attorno alla pianta, abbassò gli occhiali, la scrutò con attenzione e fece un gran sorriso: “le sue prime foglie lanceolate erano ancora in piedi, la loro divisione successiva andava operandosi e progredendo fino al loro compiuto sviluppo in forma di ventaglio”. Nella parte terminale, poi, “da un involucro […] usciva un piccolo stelo di fiori, fenomeno singolare, non avente alcun rapporto colla vegetazione precedente”.

Tutto quel che osservava era un costante variazione morfologica, una metamorfosi vegetale. Ed era la dimostrazione della sua ipotesi: le forme di una pianta non sono “sin dalla loro origine stabilite e determinate in modo assoluto” ma sono risultato di “modificazioni di cui è suscettibile il loro sviluppo”.

E che dire poi dei molti e diversi organi che possono originare da una sola foglia? “Prima o poi la pianta non è che foglia, capace di produrre un germoglio che diverrà fusto dal quale origineranno gemme che daranno vita a nuove foglie e poi nuovi germogli e fiori, che diverranno frutti contenenti semi con dentro almeno un’altra foglia.

“Nodi su nodi ammonticchiando, un’altra germinazione subito sorgiunge, e rinnovella ognor la propria forma”. Era ormai chiaro che qualsiasi pianta è composta di moduli uguali che si ripetono, “parti uguali e simili fra loro e all’interno”.

I morfologi odierni chiamano queste unità “fitòmeri”. Qualcuno se ne attribuisce la paternità.

Sono miliardi di anni che gli alberi fanno esperienza nel trovare il miglior modo di “ammonticchiare nodi, germinare e rinnovare la propria forma”, di impilare fitòmeri nelle migliori combinazioni possibili per sopravvivere all’ambiente e alla competizione

Ancora lontano dal concetto di evoluzione morfologica e funzionale delle specie, Goethe ne pose le fondamenta scrivendo una pietra miliare nella storia della botanica: “La metamorfosi delle piante” (1790).

La Palma è ancora lì, avvolta da una bella serra. Ha più di quattrocento anni ed è alta una decina di metri.

A Padova la chiamiamo col suo nome, La Palma di Goethe.

Lucio Montecchio