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Lasciatemi essere

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Lasciatemi essere.

Essere quello che sono, coi capelli bianchi e le rughe della vita che è stata.

Lasciatemi essere quello che il tempo vorrà.

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(Questa volta solo poche righe, perché “se gli accordi sono più di tre è jazz”, diceva Lou Reed. Questo è blues).

Lucio Montecchio

Il vecchio e il giardino

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– presunzione umana –

Come ogni anno, Marco Bellosguardo si arrampicò sugli alberi del giardino.

Ne aveva dodici e ne potava quattro all’anno, in modo da tornare sugli stessi ogni tre anni: così indicavano i testi sacri dell’ addomesticazione vegetale, quella dolce e romantica.
A Marco piaceva liberare i suoi alberi dei rami prodotti per errore, in modo approssimativo e disordinato; soprattutto gli piaceva sagomarli fino a far prendere loro una forma finalmente equilibrata.
Si sentiva utile, una specie di “angelo delle piante distratte”, ecco.
E le potava con attenzione, attento alle regole d’oro che trovava nei libri e alle indicazioni di amici che non mancavano mai di mettere il pollice in su alle sue foto prima-dopo.
Un giorno lesse distrattamente che in epoca romana il pollice in su significava l’esatto contrario e che in alcuni Paesi significa “questo te lo metterei dove non batte il sole”, ma liquidò la faccenda abbozzando un sorriso.

Nonostante le sue approfondite letture sul comportamento e l’intelligenza delle piante, però, non si capacitava del fatto che le sue fossero così distratte da continuare a rifare nuovi rami esattamente da dove li aveva tolti, costringendolo a tornarci sopra ogni volta.

Finché, un bel giorno di fine febbraio, un raggio di sole filtrò attraverso la boccia dei pesci rossi ed ebbe finalmente La Rivelazione: le piante chiedevano la sua compagnia!
Far rami dove a lui non piaceva era l’unico modo per richiamare la sua presenza.

Stappò un bianco da grandi occasioni e, col calice in mano, andò ad inciderci sopra un grande, profondo cuore.

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L’ignoranza genera fiducia più spesso della conoscenza”, scrisse Charles Darwin ne L’origine dell’uomo.

Lucio Montecchio

Boschi fluviali

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Pellice, Dora Baltea, Doria Riparia, Sesia, Ticino, …

A nove anni recitavo a memoria gli affluenti del Po di sinistra e poi quelli di destra. Saperli era un obbligo, così com’era obbligatorio balzare in piedi all’ingresso del Maestro Ferro e recitare con lui il Padrenostro.

Con tutte quelle erre, Doria Riparia mi faceva ridere. Taro era gradevole. Anche Oglio non era male.

Sono nato lungo un fiume, vissuto lungo un altro fiume e la prima cosa che vedo ogni mattina è un fiume ancora diverso. “Sacro alla Patria”, recitano le tabelle all’inizio di ogni ponte che lo attraversa. Certamente è sacro a chi ha fatto quegli sbarramenti più a monte, ai cavatori di ghiaia e a chi ci butta dentro frigoriferi, copertoni e fognatura varia.

Ogni tanto lui s’incazza ed esce dall’argine e i giornalisti strillano “global warming”. E così lui s’incazza ancora di più, come fa Luigi il fruttivendolo, che lui da bambino ci andava a nuotare, sul Piave, finché suo padre metteva a mollo i rami di salice per farne ceste da portare al mercato.

Già, se ci nasci un fiume è parte di te; vivi e soffri con lui, come succede a Luigi.

Passi dal guardare all’osservare. Scopri quanto questo ecosistema che attraversi frettolosamente tutti i giorni, che parte sottile e veloce e termina largo e lento, possa essere vario. Di metro in metro e di giorno in giorno. Per chilometri e per anni.

Il fiume della mia infanzia è fatto di pioppi e salici sotto ai quali far festa il giorno di San Marco, di macchie impenetrabili di “canavèra”, dalla quale ricavare canne da pesca rudimentali, di quel rovo inespugnabile che dà rifugio ai pochi fagiani scampati alla stagione di caccia, di topinambur ed erbe varie che le nostre mamme ci hanno insegnato quando e come raccogliere e cuocere.

Ogni tanto ci torno, su questo mio argine.

Parcheggio nel solito posto e arrivo fino alla piazzola che si è attrezzato il pescatore che ogni tanto scorgo con la coda dell’occhio, passando veloce per andare a salutare mia madre. Se non è bagnato mi siedo un po’ più su, sotto all’olmo storto, a riassaporare profumi di cinquant’anni fa e a riflettere su cose moderne.

Quando sono a casa, invece, sull’argine ci vengo un po’ prima dell’alba. A volte l’insonnia e la pigrizia mi autorizzerebbero a procrastinare, ma Meg non ne vuol sapere, perché c’è da far corse avanti-indietro, da svegliare le gallinelle e da rompere le scatole alle garzette e agli aironi che dormono in quella posa ridicola.

Il mio fiume è fatto anche dell’edera abbarbicata sui resti del ponticello abbandonato. Credo che il merlo di stamattina la stesse esplorando in previsione di metter su famiglia o, forse, anche lui era semplicemente curioso.

…, Secchia, Panaro, Maira, Enza.

 

Lucio Montecchio