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Le grandi scoperte dell’umanità – parte prima

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Molto tempo fa, in un luogo imprecisato della Val Belluna, Sergio stava squadrando dei tronchi di abete per farne delle travi e allargare un po’ la baita.

Era difficile spingere le travi pesanti dal piazzale alla casa, ma Galdino, figlio geniale, si armò di un tirascorza e ne smussò velocemente gli angoli fino a riuscire a far rotolare le travi con una discreta facilità.

Sergio se ne accorse troppo tardi e si mise a rincorrerlo urlando “Ma che casso hai fatto, che se li volevo tondi li lasciavo com’erano?”, e così Galdino lasciò immediatamente la presa e scappò verso monte. La trave, invece, rotolò verso valle.

Fu quel gesto inconsapevole, che permise la scoperta della ruota.

Le rotelle fatte con gli alberi permisero la nascita dei primi carri e del lavoro di carradore, dei cavallivapore e degli stallieri, del trasporto e dei trasportatori, del commercio e dei commercianti.

Benessere, insomma.

Dopo qualche mese, però, Sergio si accorse che le ruote erano così piccole da incastrarsi frequentemente dentro alle buche della strada e sfiancare i cavallivapore.

Riflettendo sulle soluzioni possibili pensò ad alta voce, come sua abitudine “Mi sa che dobbiamo aumentare il diametro, sinò i cavallivapore li amassiamo tutti”. Lo fece al massimo della concentrazione, grattandosi la testa con una mano e strattonandosi il cavallo dei pantaloni con l’altra.

“E come si fa?”, chiese Galdino da sopra il fienile?

Sergio rispose infastidito “Quattroterzipigrecoerretrè, con lo scappellamento a destra”, ma fu da quella frase priva di senso, che nacquero la matematica, la geometria piana e il lavoro di geometra.

Chiaramente, le circostanze della vita si misero a richiedere tempi sempre più rapidi, e per evitare che i carri con le ruote maggiorate alzassero troppa polvere al loro passaggio, lo scalpellino del paese inventò le strade lastricate. In questo modo, però, i carri prendevano troppa velocità, soprattutto in discesa e, nonostante l’immediata invenzione dei freni, ogni tanto qualche cavallovapore si accasciava a terra così stremato che allo stalliere non restava che finirlo in modo ecocompatibile (con un pugno in mezzo agli occhi, insomma) per poi andare a protestare da Sergio, che nel frattempo aveva aperto una concessionaria di carri.

“Nel manuale del proprietario non c’era, sta cosa qui. E adesso cosa me ne faccio di un cavallovapore morto?”

“Prova a magnarlo!” Rispose scherzando Sergio.

Si perché, vedete, i bellunesi erano un popolo sano, abituato a vivere di aria fresca, amore, poesia, patate e fagioli di Lamon.

Nonostante questo e ben pochi altri inconvenienti, però, in questa remota valle bellunese in pochi anni fiorì la prosperità, basata sull’abilità di trovare quasi sempre la soluzione ad un problema, qualsiasi fosse.

Raggiunti i vent’anni, Galdino si trasferì su verso Agordo a cavare roccia stradale finché un bel giorno, arrotolandosi una sigaretta di trinciato, posò lo sguardo su alcune pietre che gemevano un olio denso e scuro.

“Orca! E’ olio di pietra questo!”, esclamò a sé stesso.

“Questa roba qui posso filtrarla con le calze collant della mamma, usarla per fare girare un motore e farci i soldi. Altro che cavallivapore! Altro che spezzarmi la schiena dall’alba al tramonto!”. Telefonò a un mecenate, noto produttore di jeans del trevigiano, e in quattro e quattr’otto inventarono il motore a scoppio, che chiaramente prese il nome dei jeans.

Era un motore potentissimo: almeno 100, forse 200 volte un cavallovapore. Così potente da frantumare all’istante le poche lavastoviglie a pedali sulle quali provarono a montarlo.

Fu così che in breve tempo i cavalli furono lasciati correre liberi nelle praterie degli altopiani e i carri a motore presero la strada di luoghi remoti: Eraclea, Cavallino Treporti e tutta la zanzarilandia fin giù a Brondolo.

Al mare, insomma. Un posto pieno d’acqua calda, neanche buona da bere e che già mostrava le prime chiazze di gasolio bluastre in superficie.

“E adesso cosa facciamo? Andiamo giù verso il campeggio dell’Isola Verde?” chiese Carlo, amico d’infanzia.

“Ma no, mona, basta inventare una barca e il gioco è fatto. Togliere le ruote dal carro e remare, ecco”, rispose Galdino.

Così fecero, e pian pianino si diressero verso l’America.

Fine della prima parte

seconda parte

terza parte

Lucio Montecchio

Lasciatemi essere

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Lasciatemi essere.

Essere quello che sono, coi capelli bianchi e le rughe della vita che è stata.

Lasciatemi essere quello che il tempo vorrà.

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(Questa volta solo poche righe, perché “se gli accordi sono più di tre è jazz”, diceva Lou Reed. Questo è blues).

Lucio Montecchio

Il vecchio e il giardino

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– presunzione umana –

Come ogni anno, Marco Bellosguardo si arrampicò sugli alberi del giardino.

Ne aveva dodici e ne potava quattro all’anno, in modo da tornare sugli stessi ogni tre anni: così indicavano i testi sacri dell’ addomesticazione vegetale, quella dolce e romantica.
A Marco piaceva liberare i suoi alberi dei rami prodotti per errore, in modo approssimativo e disordinato; soprattutto gli piaceva sagomarli fino a far prendere loro una forma finalmente equilibrata.
Si sentiva utile, una specie di “angelo delle piante distratte”, ecco.
E le potava con attenzione, attento alle regole d’oro che trovava nei libri e alle indicazioni di amici che non mancavano mai di mettere il pollice in su alle sue foto prima-dopo.
Un giorno lesse distrattamente che in epoca romana il pollice in su significava l’esatto contrario e che in alcuni Paesi significa “questo te lo metterei dove non batte il sole”, ma liquidò la faccenda abbozzando un sorriso.

Nonostante le sue approfondite letture sul comportamento e l’intelligenza delle piante, però, non si capacitava del fatto che le sue fossero così distratte da continuare a rifare nuovi rami esattamente da dove li aveva tolti, costringendolo a tornarci sopra ogni volta.

Finché, un bel giorno di fine febbraio, un raggio di sole filtrò attraverso la boccia dei pesci rossi ed ebbe finalmente La Rivelazione: le piante chiedevano la sua compagnia!
Far rami dove a lui non piaceva era l’unico modo per richiamare la sua presenza.

Stappò un bianco da grandi occasioni e, col calice in mano, andò ad inciderci sopra un grande, profondo cuore.

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L’ignoranza genera fiducia più spesso della conoscenza”, scrisse Charles Darwin ne L’origine dell’uomo.

Lucio Montecchio

Boschi fluviali

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Pellice, Dora Baltea, Doria Riparia, Sesia, Ticino, …

A nove anni recitavo a memoria gli affluenti del Po di sinistra e poi quelli di destra. Saperli era un obbligo, così com’era obbligatorio balzare in piedi all’ingresso del Maestro Ferro e recitare con lui il Padrenostro.

Con tutte quelle erre, Doria Riparia mi faceva ridere. Taro era gradevole. Anche Oglio non era male.

Sono nato lungo un fiume, vissuto lungo un altro fiume e la prima cosa che vedo ogni mattina è un fiume ancora diverso. “Sacro alla Patria”, recitano le tabelle all’inizio di ogni ponte che lo attraversa. Certamente è sacro a chi ha fatto quegli sbarramenti più a monte, ai cavatori di ghiaia e a chi ci butta dentro frigoriferi, copertoni e fognatura varia.

Ogni tanto lui s’incazza ed esce dall’argine e i giornalisti strillano “global warming”. E così lui s’incazza ancora di più, come fa Luigi il fruttivendolo, che lui da bambino ci andava a nuotare, sul Piave, finché suo padre metteva a mollo i rami di salice per farne ceste da portare al mercato.

Già, se ci nasci un fiume è parte di te; vivi e soffri con lui, come succede a Luigi.

Passi dal guardare all’osservare. Scopri quanto questo ecosistema che attraversi frettolosamente tutti i giorni, che parte sottile e veloce e termina largo e lento, possa essere vario. Di metro in metro e di giorno in giorno. Per chilometri e per anni.

Il fiume della mia infanzia è fatto di pioppi e salici sotto ai quali far festa il giorno di San Marco, di macchie impenetrabili di “canavèra”, dalla quale ricavare canne da pesca rudimentali, di quel rovo inespugnabile che dà rifugio ai pochi fagiani scampati alla stagione di caccia, di topinambur ed erbe varie che le nostre mamme ci hanno insegnato quando e come raccogliere e cuocere.

Ogni tanto ci torno, su questo mio argine.

Parcheggio nel solito posto e arrivo fino alla piazzola che si è attrezzato il pescatore che ogni tanto scorgo con la coda dell’occhio, passando veloce per andare a salutare mia madre. Se non è bagnato mi siedo un po’ più su, sotto all’olmo storto, a riassaporare profumi di cinquant’anni fa e a riflettere su cose moderne.

Quando sono a casa, invece, sull’argine ci vengo un po’ prima dell’alba. A volte l’insonnia e la pigrizia mi autorizzerebbero a procrastinare, ma Meg non ne vuol sapere, perché c’è da far corse avanti-indietro, da svegliare le gallinelle e da rompere le scatole alle garzette e agli aironi che dormono in quella posa ridicola.

Il mio fiume è fatto anche dell’edera abbarbicata sui resti del ponticello abbandonato. Credo che il merlo di stamattina la stesse esplorando in previsione di metter su famiglia o, forse, anche lui era semplicemente curioso.

…, Secchia, Panaro, Maira, Enza.

 

Lucio Montecchio