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Controluce

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Entrerò nei tuoi pensieri ogni tanto, probabilmente accadrà fino all’ultimo

(Massimo Bisotti)

Ed eccomi qui, dopo un anno, al cospetto della mia quercia preferita.

Pam, la Parliament Oak (il racconto precedente è qui).

Del fatto che il più vecchio dei tre fusti fosse caduto a terra ero già stato informato, ma era prevedibile.

Del fatto che lei non avrebbe fatto una piega e avrebbe provveduto a far di necessità virtù, arricchendo le due chiome di rami e foglie, anche.

Scatto un paio di foto, ma a dir la verità sono qui per un altro motivo.

Tiro fuori una coperta, una birra e mi siedo all’ombra. “Dove sei, Pam?”

Niente, non succede niente. Fino a quella sensazione di abbiocco che mi prende ogni tanto, quando i pensieri escono e i suoni entrano.

Sono gli spiriti viandanti: dapprima rumorini e bisbiglii, poi la tromba vellutata di Chet, Suzanne di Leonard, Rick a cavallo di un Hammond, l’assolo di Firth of fifth, la Marsigliese dei Beatles, un riff qualsiasi di Keith e Prince che limona con Michelle MaBelle.

Uno a uno bravissimi, si, ma pur sempre un’orchestra sgarruffata, come la banda del mio paese dopo la mezzanotte.

Vedo batteri e funghi litigare per quel residuo di fusto, una moltitudine di insetti golosi di foglie fresche e una farfalla blu con un ombrellino giallo passeggiare su una fragola. Una cornacchia curiosa dalla lapide vicina.

E poi il silenzio, e quel profumo dolce che mi si è stampato nella mente l’anno scorso.

E’ lei, è sicuramente lei.

E allora vedo una donna bellissima, la sosia di Cindy Crawford.

E questa chi è?

“Sono sempre io, stupidotto”, risponde sorridendo come una vecchia amica.

“E’ che anche tu vedi quel che vuoi vedere. Ricordi che tempo fa vedevi tuo padre dentro a quel ciliegio? Ero io”.

“Ciao Pam, come stai?”, chiedo con un fil di voce.

“Bene, bene. A parte il fatto che più invecchio, più devo restare nei paraggi. Tutti buoni e bravi, ma quando manco io hai visto come si comportano i miei ragazzi …

Per il resto sto bene. E tu? Lo sai che sto ancora aspettando l’invito che avresti voluto farmi ieri?”, ammicca.

“Beh, Pam, a dir la verità sono venuto fin qui per questo. E, a dir la verità, è passato un anno”.

“Il tempo fra due sonni: tu la chiami notte, io lo chiamo inverno. Ma non fa niente. In fondo, ‘che cos’è un nome, Romeo?’ ”.

Sorride e mi guarda ancora una volta di trequarti, col braccio allungato sul fusto, con …. (beh, questa ve la racconto di persona).

Porcamiseria, e se mi rispondesse sì ?

“Accetterei. È che non hai il coraggio di andare oltre solo perché sono anima”.

E allora mi faccio coraggio e mi alzo. Apro la porta destra per invitarla a salire con un accenno d’inchino e lei scoppia a ridere.

Che figuraccia … è la porta di guida.

“Italiani…. Tanto galanti, si, ma poi vi mancano i fondamentali”. E il suo riso è calore, energia pura.

Al lodge più bello del circondario ci arriviamo in pochi minuti e al bancone c’è ancora il cameriere con la faccia da Bilbo e la tuba fucsia.

Tavolino in fondo, candela, penombra.

“Bentornato, IPA come eri?”

Beh, come l’anno scor …

“Signore, mi scusi, stiamo per atterrare. Può tirar su lo schienale?”.

La sosia di Cindy Crawford raccoglie la lattina vuota, sorride al mio vicino e si allontana dentro ad una gonna stretta stretta.

Il comandante manda “Sogno che tu venga a farmi visita”, mentre laggiù si intravvede già la foresta di Sherwood.

Lucio Montecchio

Onyricon

parquad

 

Mai provata la sensazione di non sapere se sei sveglio o se stai ancora sognando?

Neo (The Matrix, 1999)

 

Della Parliament Oak raccolgo materiale da mesi, provando a immaginarne l’evoluzione nel tempo dalle foto, disegnandoci sopra.

Maggio: il compleanno di Monica e il concerto acustico dei Simple Minds giustificano ampiamente il viaggio.

Quasi nascosta all’incrocio fra la statale e una delle strade laterali che attraversano i campi, se non la stai cercando non te ne accorgi. Non dà fastidio a nessuno e nessuno dà fastidio a lei. Libera di decidere il suo destino.

Praticamente è un sistema radicale che da più di mille anni continua a sostituire il fusto più pesante e meno efficiente con altri più giovani e vigorosi, tutto attorno.

Fra i due fusti grossi e cariati sulla destra e quello giovane a sinistra c’è uno spazio ampio e circolare.

Lì dentro si sono avvicendati tutti quelli precedenti, secondo logiche che possiamo solo ipotizzare. Forse secondo scelte di convenienza e di sopravvivenza che le radici hanno avuto il tempo di sbagliare e di perfezionare.

A terra ci sono un po’ di ghiande: a saperle leggere, lì dentro ci sono molte risposte.

La farnia è sana, almeno quanto quelle che hanno mille anni di meno e che da noi sono “monumento”, certificato da una targa luccicante.

Monumento a che cosa, però, non si sa. Forse “all’oblio”. Al fatto che quelle poche, fortunatamente, ci siamo dimenticati di tagliarle.

Fotografo un po’ di dettagli e mi allontano di una ventina di metri per inquadrarla tutta.

Apro il diaframma per mettere a fuoco solo il ramo che viene verso di me. Faccio per ripetere, ma mi fermo: dal centro sfocato compare una signora coi capelli rossi sciolti sulle spalle.

Lei appoggia una mano sul fusto più giovane e mi sorride di trequarti. È in posa. Sicura di sé, spontaneamente elegante.

Chiudo il diaframma e scatto. E scatto ancora. Me l’immagino già in bianco e nero.

Finalmente alzo gli occhi dal mirino e saluto con un cenno della mano.

È bellissima … quanti anni avrà?

A una signora non si chiede, sussurra con la voce di Norah Jones.

Aggiro il rovo, tolgo il berretto e mi presento. Profumo di bosco.

Gli amici mi chiamano Pam, da quando Re Giovanni ha organizzato un Parlamento qui sotto.

Avresti dovuto esserci!

Quando è arrivato il messaggero, il Re stava cacciando sulla collina là in fondo. Pensa, senza distogliere lo sguardo dal cervo apprese della rivolta in Galles e convocò i suoi sette consiglieri per il giorno dopo.

“Dove, Maestà?” Chiese il messaggero già in sella a un cavallo fresco. “Sotto la quercia del bivio, stronzo!”, rispose stizzito. Scoccò la freccia e sbagliò di dieci metri, ma i suoi compagni di caccia urlarono “Quasi!” e applaudirono a lungo.

Nel pomeriggio del giorno dopo, finché Giovanni cavalcava verso Edimburgo, i suoi soldati sgozzavano un po’ di poveracci affamati, poco lontano da qui.

E’ turbata.

Potrei raccontartene altri, di aneddoti.

Così come potrebbero farlo le molte querce qui vicino. Ognuna ha un nome e una storia.

Se domani passi dalla Major portale i miei saluti. Se non sarà troppo indaffarata con tutti quei turisti, ti dirà che è la più famosa e la più antica, ma non fidarti: si regge su una decina di stampelle ed è nata da una ghianda mia.

Faccio per raccogliere l’aria e invitarla per un aperitivo senza balbettare, ma arrivano due ciclisti frettolosi col caschetto arancione che chiedono strada a suon di campanello. Campanello, campanello, campanello, camp …

 

Mi sveglio sudato, immerso in un piumone caldissimo.

Ah, si. È il lodge di ieri sera, quello con un’infinita rastrelliera di birre e whisky al piano terra, quello col barman con la faccia di Bilbo Baggins.

Doccia. Un po’ meglio, scendo.

Simulo lucidità: full breakfast, please.

Bilbo mi guarda divertito, con l’indice solleva dalla fronte la tuba fucsia, mi mostra la copertina di un vinile che conosco a memoria e spara “Superstition”.

Dal tovagliolo rotola una ghianda.

Lucio Montecchio