Tag: patologia vegetale

Buon lavoro agli amministratori di alberi pubblici

Caro Amministratore Pubblico,

so bene che fare il Custode degli alberi della sua città in nome e per conto dei Cittadini è più difficile che esserne proprietario. Se fai bene nessuno se ne accorge e se sbagli vai sui giornali.

Le scrivo questo messaggio per augurarle un proficuo anno nuovo, nella speranza che le sia possibile trovare il tempo per riflettere su questi spunti organizzati in un dodecalogo, uno per mese:

  • Rediga un piano di gestione del verde di lungo periodo, discusso e condiviso con la cittadinanza. Gli alberi sono loro. Lei ne è custode solo fino a fine mandato.
  • Pianti tutti gli alberi che può nelle aree dismesse, dove poter gradualmente realizzare dei boschetti composti da specie diverse e di origine locale che potranno restare a lungo, nel posto giusto, con uno spazio adeguato, azzerando la necessità di potatura. I bambini saranno felici di imparare che gli alberi possono farcela da soli e lo ricorderanno a lungo. Per via dei rami secchi che potranno cadere, non si preoccupi,: basterà una buona strategia di comunicazione e, su questo, so già che ha bravi collaboratori. Magari eviti di farci sentieri e metterci panchine proprio sotto. Eventualmente posi qualche cartello che indichi il rischio che il cittadino si assume coricandosi all’ombra di un suo albero.
  • Lungo le strade extraurbane, non finga di non ricordare che la legge proibisce di piantare alberi sul ciglio: devono stare a una distanza almeno uguale all’altezza massima che potranno raggiungere in futuro. In questo modo, non potranno mai cascare sulla strada. La scelta di alberi di altezze diverse è ampia, non si fidi del primo vivaista che trova e del primo progetto colorato che le mostrano.
  • In centro e lungo le strade comunali non è obbligatorio piantare alberi così grandi. Sono belli e fanno bene, certo, ma lo faccia solo se lo spazio disponibile permetterà all’albero che lei sceglie di crescere indisturbato anche fra 50 anni. Non si fidi di chi dice “tanto poi basta una potatina ogni 5 anni”. Saranno soldi risparmiati.
  • Se li faccia vendere da chi li sa coltivare, non da chi a sua volta li compra: forma e carattere iniziali mostrano la vigoria futura e chi li coltiva lo sa. Servono tante radici, ma di quelle fini, quelle che mangiano e bevono.
  • Li faccia piantare da chi lo sa fare, una bella buca grande e profonda, terriccio fresco e tanta aria: le radici vogliono aria e spazio nel quale muoversi.
  • Ricordi che anche gli alberi hanno sete e che molta dell’acqua che bevono, sposata all’anidride carbonica dell’aria, diventa l’ossigeno che respiriamo. A inizio estate, se serve, inizi con una bella irrigazione di supporto, soprattutto nelle piantagioni giovani. Sennò poi i rami si seccano e gli alberi si ammalano.
  • Se proprio bisogna, spero per motivi di reale necessità, incarichi della potatura chi può documentare di saperlo davvero fare, magari in possesso di una certificazione che, con tutti i sui limiti, almeno dimostra che un esame serio l’ha superato. Eviti come la peste quelli che non vedono l’ora di dire “radice strozzante”, “corteccia inclusa” e “capitozzatura”. Oppure, semplicemente, si faccia spiegare per bene cosa significa. Sarà un bel test: se tossendo corrono a mostrarle l’adesivo di qualche associazione bene in vista sul cruscotto, oppure se recitano frasi fatte, li elimini dall’elenco. Se poi tirano fuori parole o sigle in inglese, lasci perdere senza indugio. Anche qui, soldi risparmiati. Molti.
  • Preveda in anticipo robuste penali per chi si fa pagare per danneggiare gli alberi dei suoi cittadini, però guardi che per vedere i danni deve salire su un cestello, da sotto può solo fidarsi.
  • Diffidi di chi dice che cura gli alberi, o almeno si accerti che abbia competenze reali sulle malattie di quelli della sua città. Io, ad esempio, studio le malattie degli alberi da 30 anni e ne conosco pochissime, come forse il suo veterinario rispetto alle malattie degli animali, tartaruga delle Galapagos compresa. Se oltre a parole come Ganoderma e Armillaria il suo potenziale tecnico non riesce ad andare, lasci perdere così come lascerebbe perdere un carrozziere che usa solo il bianco e il rosso. Preferisca chi più umilmente le dice che degli alberi ha cura. Lui forse saprà chiedere ad altri, in caso di necessità.
  • So bene che il rischio che un ramo o un albero, cadendo, ammazzi qualcuno, le fa perdere il sonno. Neanch’io ci dormirei. Però, siccome prevenire è meglio che curare, non aspetti che un tecnico le venga a dire “forse quell’albero potrebbe cadere ma io so come fare”. Affidi questi rilievi in anticipo e a chi li sa fare davvero, non a chi poi corre in libreria. Guardi che è un lavoro delicato, eh? Non si aspetti che un professionista bravo si assuma la responsabilità penale della caduta dell’albero sulla testa di qualcuno per 100 euro. Però nell’incarico specifichi bene tutti i dettagli: un foglio con dei box da crocettare qui e là non è una perizia, è un foglio di lavoro.
  • Consideri l’ipotesi di assumere a tempo indeterminato uno dei molti laureati che escono dalle nostre Università. All’inizio ne saprà poco, è inevitabile, ma se gli darà l’opportunità di formarsi adeguatamente e fare esperienza, fra qualche anno molti lavori potrà gestirli da sé. Risparmierà, avrà sul territorio sempre gli stessi occhi per molti anni e, soprattutto, recupererà parecchi di quei sonni persi finora.

Saluti distinti e buona fortuna.

Lucio Montecchio

Presentazione standard1

Non era nel menù

Il giovane laureato, iscritto ad un Ordine Professionale che abilita un esperto di allevamenti ovini a valutare la salute di alberi esotici, era stato incaricato di censire gli alberi di un  parco fornendo posizione, specie, altezza, età presunta e probabilità di caduta (si, lo so che si dice “propensione al cedimento”, ma qui scrivo chiacchiere da bar).

Il Dottore, però, non ha indicato che cinque di quegli alberi soffrono di una malattia letale e di quarantena chiamata “cancro del platano”, la cui immediata eradicazione è prevista dalla legge, a salvaguardia dei vicini ancora sani.

Alla domanda “come mai non l’hai segnalato?” la risposta è stata “non era previsto dal contratto“.

Mi ricordo di quando, qualche anno fa, ci siamo fermati in un famoso ristorante vicino a Trieste. Fra i vari antipasti c’erano dei formaggi locali oppure del prosciutto dalmata. Mia moglie ha chiesto se era possibile avere un misto dei due, ma il cameriere ha risposto “no, nol xè nel menù”.

Non siamo più tornati.

Lucio Montecchio

Alex L. Shigo, un ricercatore fuori dagli schemi

Oggi, 6 ottobre, ricorre l’anniversario della morte del Dottor Alex Lloyd Shigo.

Con una formazione di base fortemente radicata nella biologia e nella patologia forestale, cercava il perché delle cose fuori dai binari abituali. Oltre a essere curioso, come dovrebbero essere tutti i ricercatori, non temeva di andare controcorrente.

Spesso diceva che lo studio dei libri di botanica e di arboricoltura vale poco, se non è accompagnato dalla lettura degli alberi. Dal toccarli, annusarli e guardarci dentro.

Il suo lavoro di ricerca e divulgazione è stato un argine netto fra il mondo che sapeva di carta ingiallita nel quale hanno studiato quelli della mia generazione, e quello che profuma di legno e resina dell’ “Arboricoltura Moderna”, titolo di uno dei sui manuali più famosi, uscito nel 1991.

All’epoca il tree-climbing era soprattutto una di quelle trovate americane fra lo sportivo e il ludico, che consisteva nell’arrampicare alberi.

Non c’erano telefonini, internet era per pochi e il fax era arrivato da qualche mese. Per avere informazioni di prima mano bisognava girare costosi, lontanissimi congressi. Ricordo che l’attesa di quel manuale “dall’America”, corposo e pesante, dove in ogni pagina c’era una novità, è stata interminabile. Anche Amazon Prime non esisteva.

Poco tempo dopo, un arboricoltore italiano ben più illuminato di altri l’ha tradotto e reso disponibile in Italia, dove la confidenza con l’inglese era un po’ zoppicante.

Ricco di frasi solo apparentemente semplici e disegni facili, “Arboricoltura Moderna” ci ha insegnato che un albero non è un palo con delle biforcazioni, e che invece di carpentieri e motoseghisti servono arboricoltori. Preparati, aggiornati, curiosi e pronti a mettere in discussione il loro sapere.

Che a un albero è ben difficile chiedere qualcosa di diverso dalla collaborazione. Che prima di fare male è meglio non fare, pensando al risultato in un arco temporale lungo. Che la forma è effetto e non causa. Che la capacità di reagire a danni brevi o lunghi, leggeri o intensi, dipende da flussi di energia, da meristemi attivi o latenti, da movimenti e trasformazioni di glucosio, amido e cellulose.

Che se sigilliamo un parassita dentro all’albero non va per niente bene, ma che è molto peggio se a invitarlo a infettare la ferita siamo noi.

Tutte cose che oggi sembrano banali, sia chiaro, ma nessuno ce l’aveva spiegato e dimostrato prima.

E’ stato grazie alla questa visione lontana da ogni dogma che abbiamo iniziato a osservare invece di guardare. A porci e a porre domande. Passando ore nel reparto legno del Bricocenter a toccare “perline” di pino, cercando di capire le fasi del CODIT dal tavolo della taverna e, poi, segando rami e fusti anche noi.

Più tardi, alcuni fortunati come il sottoscritto hanno potuto approfondire la cosa nell’ambito del proprio lavoro, grazie alla disponibilità di risorse, laboratori e strumenti modernissimi. Per vedere se era proprio vero, se qualcosa cambiava con il diametro della ferita, con l’epoca di taglio, con e senza mastici, prima o dopo la fioritura, o la dormienza. Conifere o latifoglie, sempreverdi o caduche.

Dire “flush” e “stub” ci piaceva molto e fra i miei miti dell’epoca, chiaramente dopo Mick Jagger, veniva lui.

Usavamo antiparassitari tossici anche per noi e che ora, e per fortuna, non esistono più.

In quel periodo iniettavo prodotti che non ho il coraggio di dire attraverso fori da 18 millimetri fatti con una motosega modificata e collegata a un mandrino. Ora le iniezioni le faccio solo se il beneficio è maggiore del danno, prima ci penso a lungo e in ogni caso il trapano non lo uso più. Grazie ai suoi insegnamenti.

Le molte specie di Trichoderma (e altre, comprese quelle  micorriziche) che ora troviamo pronte all’uso al consorzio agrario ce le isolavamo dal terreno, le purificavamo e moltiplicavamo su semi di avena bolliti. Guidando verso l’albero, poi, capitava di romperne un sacco e di ritrovarsi con una puzza indescrivibile provenire da sotto i tappetini della Mini Metro azzurra dopo qualche settimana.

Ne è passato del tempo, ma se Shigo ci fosse ancora avrebbe continuato a segare, osservare e dire.

Senza paura di approfondire, integrare o correggere le sue ipotesi.

Probabilmente avrebbe scritto “Arboricoltura per il nuovo millennio”, dimostrando che alberi di età, specie e condizioni di salute diverse si potano in modi e momenti diversi, che quella specie lì in quel posto lì, per oggi non si pota. E non la si pota almeno fino ad aprile.

Che la bontà della potatura, come quella di una dieta dimagrante, non si valuta da una foto prima-dopo.

Che la potatura non si riduce a un taglio appena sopra il collare del ramo, “tanto poi c’è il CODIT”. A meno che non diamo per scontato che il nostro taglio provocherà una carie, e sarebbe un bel problema. Perché quella D vuol dire carie, non ferita.

Che essere contro la capitozzatura senza però saperla definire dopo tanti anni di proclami, beh …. un qualche dubbio lo crea in molte persone.

Che la capacità di un albero vigoroso di cicatrizzare (ops, “chiudere”) una ferita non sdogana l’abuso quotidiano della potatura.

Che lui non è mai stato contrario all’iniezione di antiparassitari nei vasi, ma ai danni causati per riuscire a farla.

Che se la salute degli alberi è importante, lo è anche la patologia vegetale, fatta di sintomi, cicli, diagnosi e terapia. Che non si può più far finta di non sapere che i parassiti che possono causare danni importanti ai nostri alberi sono elencati fitti fitti in circa 500 pagine e che la maggior parte sono microscopici.

Che oggi ci sono strumenti, prodotti e metodi che nel 1991 non c’erano e che prima di dire che non funzionano bisogna provarli nel modo adeguato.

Sorridendo di chi recita i capitoli di quel suo manuale come fossero dei salmi, credo che lui farebbe tutto questo.

Lucio Montecchio

L’insostenibile leggerezza della presunzione

Da qualche mese mi diverto a salvare le schermate di alcune pagine social italiane e straniere che riportano svarioni tra il risibile e l’assurdo in merito alla diagnosi e alla conseguente cura di alcune malattie degli alberi.

La cartella dove le salvo si chiama Patocazzate.

Normalmente funziona così:

  • a un professionista viene chiesto di porre rimedio al deperimento della chioma di un certo albero.
  • sa di non sapere identificarne la causa, deve soddisfare il cliente con un buon risultato e prende tempo.
  • fa una foto col telefonino e la posta su Facebook, Instagram o altro, scusandosi della sfocatura e chiedendo cos’è e cosa fare.
  • inizia la gara a chi arriva prima, con tanto di causa, nome del parassita e prodotto da usare. Fantastico! A conforto, a volte non mancano i link a pagine internet che mostrano foto di anomalie simili. Può anche capitare il genio incompreso che, foto alla mano, dimostra che senz’altro si tratta di malattia di quarantena e che perciò va trattata col tal principio attivo, secondo lui efficacissimo. Spesso in violazione a leggi che dovrebbero essere rispettate anche in una realtà virtuale.
  • Dopo poche ore compaiono diagnosi anche molto diverse, da persone diverse che vivono in posti anche lontanissimi. Tizio dice che è colpa della fuliggine e della vicina canna fumaria: di spegnere la stufa. Caio sostiene che sono le radici a essere malate e di usare quel fungicida, linkando una pagina internet così vecchia da riportare prodotti ormai aboliti e illegali. Sempronio dice “non lo so, ma certamente non ha speranze: taglialo”.
  • Tutte le opinioni sono seguite da un certo numero di Like, e nella democrazia social abitualmente vince quella più votata, che non necessariamente è quella giusta.
  • Sorrido, salvo la schermata e resto seduto al Facebar.

La dilagante, presunta inutilità della conoscenza e dell’aggiornamento nel proprio settore professionale mi ricorda quello sketch di Natalino Balasso nel quale simula un’intervista a sé stesso e orgogliosamente giustifica il suo non-sapere con “i libri alle mie spalle non li ho letti. E comunque non sono miei”.

La fiducia cieca nelle reti digitali invece mi ricorda di quando in una “Bustina di Minerva” Umberto Eco raccontava di aver inventato di sana pianta la biografia di un nobiluomo dell’ottocento (o forse un condottiero, vado a memoria) e di averla inserita senza alcun problema in una wikipiattaforma. Incredulo feci la stessa cosa, scrivendoci una rassegna sulle simbiosi micorriziche abbondantemente frutto di fantasia, condita però di cose vere. La tolsi dopo due mesi, senza particolari sensi di colpa. Era il 2009 e i miei studenti di quell’anno ridono ancora.

Tuttora nella wikipagina sul cancro del platano c’è una foto, in alto a destra, che rappresenta tutt’altro. Essendo l’eliminazione dei platani con questa malattia obbligatoria, spero davvero che nessuno si basi su quelle informazioni.

Non ho certo la pretesa di paragonare la patologia vegetale a quella umana ma, giusto per semplificare, al nostro medico non spediremmo mai un selfie dei nostri occhi arrossati chiedendo di cosa si tratta.

Se fosse, senz’altro risponderebbe “amico mio …. devo vederti, se lo ritengo opportuno ti mando da un oculista, o forse da un epatologo, o un endocrinologo, per ora non lo so. Forse sono solo le grappe di ieri sera, ricordi? Facciamo un po’ di esami e aspettiamo la diagnosi”. Non soddisfatti da una diagnosi inattesa, poi, forse chiederemmo consulto ad un altro medico, giusto per un confronto prima di iniziare la terapia.

Già … la Diagnosi. Stupida e inutile pratica preistorica, ante-social, che ridicolmente consiste nell’associare in modo inconfutabile l’effetto che vediamo con la causa che l’ha prodotto. Quella che ci permette di capire se le foglie si stanno seccando perché la pianta ha sete, o perché è autunno, oppure perché c’è il tal insetto sulla chioma, o quel batterio nei vasi linfatici, oppure quel fungo dentro agli apici assorbenti. Se la pianta l’abbiamo comprata già malata o se il parassita è stato trasportato poche settimane fa da trenta chilometri di distanza da quello scolitide!

Quella cosa che ti permette di capire se il tuo albero ha un problema reale o no, se esiste un rimedio efficace, autorizzato, come e chi può applicarlo, a che dose e con che frequenza. Oppure se davvero non ti resta che tagliarlo.

Certo, una diagnosi richiede tempo, denaro, conoscenza, esperienza e aggiornamento.

Ma, fortunatamente, se entri nella Community giusta tutto questo è superfluo.

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Lucio Montecchio

Un albero è un luogo

Quando dico che un albero non è una specie ma un ambiente che ospita centinaia di specie, i miei studenti mi contrappongono il solito dogma della botanica sistematica: “eh no … se quello è un faggio, è una sola specie, Fagus sylvatica“.

Quello che intendo dire è che i nostri occhi vedono un guscio di corteccia con sopra delle foglie al quale è stato dato un nome, spesso in base alla forma del fiore, ma che lì dentro c’è un sistema implicitamente e necessariamente dinamico quanto una foresta o un oceano.

Ogni singolo albero è il risultato di interminabili conflitti, tregue e collaborazioni fra migliaia di batteri, virus, funghi e insetti che si danno da fare per farne parte. Ad esempio c’è chi è bravo a catturare acqua e nutrienti dal suolo e portarli al sistema linfatico, chi alza le difese dell’albero producendo tossine.

La vita, si sa, è molto più fantasiosa di noi. “Quello di cui i nostri timorosi compagni di viaggio non sembrano rendersi conto, dottore, è che fuori dalla vostra colonia c’è semplicemente una colonia più grande”, J.G. Ballard, Foresta di cristallo, 1966.

Nelle fasi di tregua o di pace, questi condòmini hanno un obiettivo condiviso: mantenere il sistema complessivamente vigoroso e produttivo di ciò che solo la componente vegetale sa fare: zucchero nelle sue varianti glucosio, amido e cellulose varie; energia pura da prendere quando serve.

Meglio vive l’albero, meglio vivono tutti.

Come in ogni comunità, però, c’è anche chi vivacchia nascosto dando in cambio nulla all’albero, ma molto alla comunità d’alberi. Se ci danno fastidio li chiamiamo “parassiti”. Sono pronti a uscire allo scoperto nelle fasi di minor efficienza del sistema. Ad esempio, quando l’albero subisce danni naturali o artificiali (trapianto, potatura, … ) che non poteva prevedere.

Finchè le diverse popolazioni di conviventi si metteranno d’accordo sul da farsi, i parassiti si moltiplicheranno e mangeranno legno, foglie o frutti.

Questo è il momento in cui, guardando all’effetto e non alla causa, crediamo di risolvere il problema bombardando l’intero albero di antiparassitari.

Lucio Montecchio

Un altro blog sugli alberi?

Barney

Mi piace la natura, ha risposto un mio studente quando ho chiesto il motivo della sua iscrizione all’Università, ma la domanda cos’è la natura non ha ricevuto risposta.

Con gli alberi ci lavoro da più di trent’anni, soprattutto ne studio gli aspetti legati alla loro biologia e alla loro salute (www.luciomontecchio.it).

A farmi prendere la decisione di aprire un blog divulgativo sugli alberi è stato un incontro pubblico al quale sono stato invitato a partecipare poco tempo fa. Il titolo sulle locandine era “Bosco che va, Bosco che torna” e, stimolati da un abile moderatore, i cinque esperti dovevano argomentarci sopra.

In quelle tre ore ho sentito raccontare che (cito in corsivo brani dai miei appunti) gli alberi pesano e sono quindi responsabili delle frane: per salvaguardare la sostenibilità del paesaggio vanno perciò tagliati. O, ancora, che una pista da sci ben progettata fa più biodiversità di un bosco naturale. Le citazioni sono reali, prese da uno dei miei taccuini. Mi rammarico ancora di non aver chiesto a quell’architetto paesaggista cosa significano sostenibilità del paesaggio e biodiversità, ma forse è stato meglio così.

Come fa un bambino, c’è chi usa la tecnica di infilare nelle frasi alcune parole nuove solo perché suonano bene. Magari in una lingua straniera, per diminuire la probabilità che l’interlocutore ne chieda il significato, ammettendo quantomeno la sua ignoranza linguistica.

È sufficiente accendere la tv su uno dei molti programmi a tema ambientale per rendersi conto della semplificazione giornalistica di parole ricche di sostanza. Ho sentito definire il Parco del Delta del Po biodiverso, un antiparassitario verde e un detergente ecologico.

Io non ho ancora capito cosa significhi “global change”, lo ammetto.

Veniamo all’ Albero, parola che usiamo quotidianamente, ma alla quale non sappiamo ancora dare un significato compiuto. Secondo i miei studenti “organismo autotrofo legnoso”. Secondo il mio barista, se ha un fusto con sopra una chioma è un albero, e questo ci basti. Secondo almeno uno dei miei condomini non importa, ma se lo è va regolarmente amputato di quanti più rami è possibile.

Sappiamo molto di icone esotiche come il leone e il baobab, ma spesso non sappiamo definire un albero, né come funziona, di cosa ha bisogno o cosa gli causa danno.

I contenuti di questo Blog sono semplici riflessioni personali, per la scienza ci sono posti migliori.

Spero vi piacerà.

Lucio Montecchio